Storia

Le convulsioni d’ottobre del capitale mondiale

Attraverso il frastuono informativo dell’ottobre 2026, il pensiero borghese è capace di scorgere soltanto il caos. Ma questo caos è solo un’apparenza: dietro le manovre diplomatiche, le crisi di governo e le repressioni poliziesche si nasconde la medesima fisiologia della crisi strutturale del capitalismo.

La mitologia liberale sui “diritti umani” e sull’inviolabilità delle sanzioni si sgretola quando è in gioco la sopravvivenza dei monopoli. L’imperialismo statunitense, il cui simbolo è la Statua della Libertà, trovandosi di fronte al soffocamento logistico provocato dalla chiusura dello Stretto di Hormuz sullo sfondo della guerra in Medio Oriente, riprende gli acquisti di potassio bielorusso. Rimpinguando così il bilancio di uno Stato al quale il giornalismo liberale, molto prima della guerra in Ucraina e del sanguinoso agosto bielorusso del 20201, aveva già affibbiato lo status di “ultima dittatura d’Europa”. Al capitale – non importa sotto quale bandiera realizzi il profitto – la facciata politica non interessa affatto. Per esso non vi è alcuna differenza tra l’imposizione delle sanzioni e la loro revoca: la scelta dipende da ciò che, in un determinato momento, risulta più redditizio. E in questo caso specifico, quando le grandi imprese agroindustriali statunitensi hanno un bisogno vitale di abbattere i costi, i giornalisti liberali sono costretti o a nascondere vergognosamente i fatti scomodi nelle aride quotazioni di borsa, oppure a costruire in fretta e furia un alibi ideologico per giustificare l’affare.

Non ci troviamo di fronte a una cospirazione di ingannatori, ma, secondo la precisa formula di Engels, all’ideologia in senso stretto. Il giornalista che scrive di “necessità umanitaria”, nella maggior parte dei casi, è sinceramente convinto di ragionare in termini morali.

Quando la base economica esige l’abolizione dei principi politici, l’apparato ideologico al servizio del capitale utilizza tre strumenti principali per giustificare questa contraddizione:

  • L’alibi umanitario (“lotta contro la fame globale”): la revoca delle sanzioni sui fertilizzanti potassici non viene spiegata con la necessità del capitale agrario statunitense di salvaguardare il proprio saggio di profitto, ma con una patetica “preoccupazione per la sicurezza alimentare mondiale”. I giornalisti iniziano a sostenere che i fertilizzanti costituiscono una merce di carattere eccezionale e umanitario, senza la quale il cosiddetto Sud globale si troverebbe sull’orlo della carestia. Il finanziamento di un alleato dell’imperialismo russo viene magicamente riconfezionato come un “atto necessario per salvare l’umanità”.
  • La retorica del “male minore” e del pragmatismo: nella stampa economica ci si ricorda improvvisamente della Realpolitik. L’allentamento delle sanzioni viene presentato come una concessione alla realtà, forzata e amara ma “politicamente saggia”, al fine di contenere l’inflazione interna. Il “pragmatismo” e la Realpolitik non sono qui una spiegazione di ciò che accade, ma soltanto una capitolazione verbale di fronte alla realtà, che indica nell’interazione esterna e meccanica tra i capitali – nella concorrenza per il mercato dei fertilizzanti – la causa di ciò che accade, laddove in realtà agisce una legge molto più profonda, nascosta dietro questa concorrenza: la legge dell’accumulazione del capitale. Si sostiene che la tutela delle tasche del consumatore americano e della redditività degli agricoltori del Midwest sia, in questo momento, più importante dell’isolamento dello “Stato di polizia” bielorusso (ma possono forse esistere Stati borghesi privi di funzioni di polizia?).
  • La reticenza (spostamento dell’attenzione): i media mainstream si limitano a marginalizzare la notizia. Se la brutalità del regime nell’agosto 2020 o la sua complicità nella guerra venivano raccontate in prima pagina, la revoca delle sanzioni contro “Belaruskali” viene pubblicata a caratteri minuscoli nelle rubriche economiche specializzate. Viene presentata come una routinaria modifica burocratica delle licenze dell’Ufficio per il controllo dei beni stranieri (OFAC) del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, tacendo sul fatto che questa stessa operazione rimpingua le casse di quello stesso Stato bielorusso.

In questo modo, la stampa assolve la sua funzione classica: maschera l’interesse di classe e l’interesse corporativo sotto il manto della necessità oggettiva, dimostrando che l’imposizione delle sanzioni è il trionfo dei diritti umani, mentre la loro revoca a vantaggio dei monopoli è il trionfo del buon senso.

In realtà, ci troviamo di fronte a un esempio da manuale di come la base economica infranga la sovrastruttura idealistica: tutta la demagogia democratica viene gettata via pur di ottenere materie prime a basso costo e salvaguardare la redditività.

Allo stesso tempo, dall’altra parte dell’Europa, il capitale divora apertamente il proprio proletariato. Lo sfratto di una donna spagnola di 87 anni da parte di una società d’investimento immobiliare allo scopo di far lievitare la rendita non è un “guasto del sistema”, ma il vero volto del mercato, nel quale l’abitazione perde definitivamente il proprio valore d’uso – un tetto sopra la testa – e si trasforma in una pura astrazione della redditività finanziaria: capitale fittizio che si nutre dei bisogni primari dell’essere umano.

Come e perché accade questo? Di fronte all’inesorabile caduta del saggio di profitto nel settore reale dell’economia, il capitale globale eccedente cerca convulsamente nuove sfere per la propria autovalorizzazione e trova la salvezza nella rendita monopolistica. I mega-fondi transnazionali acquistano interi quartieri residenziali non per gestire gli immobili, ma per “cartolarizzare” questi metri di cemento: trasformare i canoni di affitto attesi in derivati e titoli negoziati in borsa. L’appartamento cessa di essere una cosa e diventa un mero titolo di proprietà che conferisce il diritto al continuo stacco di cedole. Il capitale prende deliberatamente in ostaggio il bisogno biologico umano più anelastico: il bisogno di un riparo, al quale il proletario non può fisicamente rinunciare. Di conseguenza, l’affitto si trasforma in un meccanismo di spietato sfruttamento secondario: prima il capitalista industriale o quello delle piattaforme estrae dal lavoratore il plusvalore nel processo lavorativo, e poi il rentier finanziario, attraverso la rendita, espropria la parte del leone del suo salario – il valore necessario alla riproduzione della forza-lavoro – condannando le masse a una permanente schiavitù del debito o alla condizione di senzatetto. Il capitale, nella sua natura alienata dalla società, si manifesta qui in tutta la sua nuda natura parassitaria: una forza di origine sociale – il patrimonio abitativo di un’intera città, costruito dal lavoro di molte generazioni – che viene tuttavia appropriata privatamente da un ristretto gruppo di proprietari di titoli finanziari. È precisamente questa contraddizione che, secondo la formulazione dello stesso Marx, diventa sempre più stridente e presuppone la distruzione di tale rapporto.

Le proteste di massa nei campi di tende e le elezioni anticipate annunciate dal governo Sánchez, sullo sfondo dell’afflusso di 80 mila migranti – questo esercito industriale di riserva globale, proletarizzato e sradicato dalla spietata penetrazione del capitale imperialistico – mettono semplicemente a nudo la totale paralisi dello Stato borghese. La migrazione è la conseguenza oggettiva dell’espansione imperialistica, che distrugge i modi di vita tradizionali e spinge le masse proletarie impoverite sul mercato mondiale come merce a buon mercato: la forza-lavoro. Nel frattempo, l’oligarchia privatizza gli alloggi, mentre i partiti della sinistra, sprofondati nel cretinismo parlamentare, svolgono una funzione salvifica per il capitale, fungendo da parafulmine per la rabbia proletaria.

Sull’altro fronte della crisi globale, il massacro imperialista nell’Europa orientale continua a operare come un gigantesco meccanismo di distruzione fisica del capitale eccedente e della “popolazione in eccesso”. I tentativi della borghesia indiana di fare da mediatrice per lo sblocco del Mar Nero non costituiscono un astratto pacifismo, ma il passo pragmatico di uno dei predatori imperialisti, deciso a salvare le arterie logistiche del mercato mondiale. La stabilità delle forniture di grano a buon mercato e di fertilizzanti provenienti dal Mar Nero è di vitale importanza per il capitale indiano, che mira ad abbattere il più possibile il costo del paniere alimentare e, di conseguenza, il costo della riproduzione della propria forza-lavoro multimilionaria, mantenendo i salari del proletariato locale al livello minimo per estrarre superprofitti. Allo stesso tempo, erigendosi ad arbitro tra le potenze impantanate nella guerra, il capitale finanziario indiano, rafforzatosi grazie allo sviluppo combinato, trasforma cinicamente il conflitto altrui in un accrescimento del proprio peso “geopolitico”, legittimando le proprie pretese di partecipare a pieno titolo alla spartizione delle sfere d’influenza.

E mentre in Ucraina vengono macinate l’infrastruttura industriale ed energetica del capitale e le vite del proletariato, la borghesia estone, “per ogni evenienza”, concentra truppe d’élite a Narva e scambia il plusvalore accumulato nelle casse di Tallinn con gli HIMARS americani. Si tratta di un caso particolare e locale di redistribuzione di ciò che è già stato saccheggiato, in condizioni di reciproca sfiducia tra i capitalisti, una sfiducia che paralizza l’intera regione.

Parallelamente, l’imperialismo russo consolida le proprie retrovie, ripulendo metodicamente il campo politico: la fabbricazione di pesanti procedimenti penali contro gli attivisti dell’opposizione costituisce il classico terrore preventivo della dittatura del capitale, terrorizzata dalla prospettiva di un’esplosione sociale interna. Parallelamente, lo Stato cerca di imporre un tributo sulla stessa esigenza della popolazione di accedere a informazioni non controllate dal Cremlino, studiando la possibilità di tariffare il traffico VPN sulle reti 5G. Gli ostacoli tecnici temporanei non fanno che ritardare questo saccheggio, ma l’‘obiettivo di classe è chiaro: costringere il proletariato a pagare di tasca propria la cella di una prigione digitale.

Questa cronaca non lascia spazio ad alcuna illusione. Il capitale agonizzante non si fermerà da solo. Continuerà a gettare gli anziani in mezzo alla strada a Madrid, a mandare i lavoratori al macello nelle trincee del Donbass e a rinchiudere i dissidenti nelle prigioni. L’umanità si trova di fronte a una scelta materiale spietata: o il proletariato internazionale, guidato dal partito comunista mondiale, distruggerà questo sistema putrefatto, oppure il capitalismo trascinerà inevitabilmente il mondo nella barbarie della distruzione totale.

Footnotes

  1. - In quei pochi giorni, le forze di sicurezza gettarono oltre 10.000 cittadini in centri di detenzione sovraffollati e li sottoposero a torture, mentre diversi manifestanti furono uccisi. Per nessuno degli episodi di violenza e pestaggio fu mai aperto un procedimento penale contro gli appartenenti alle forze dell’ordine. ↩

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