Contents
- Rassegna internazionale, aprile 2026
- Appendice 2: Contraddizione dialettica del sistema capitalistico
- Appendice 3: Contenuto economico della lotta tra le frazioni della borghesia statunitense
- 2. Settore del commercio al dettaglio e dei servizi dipendente dalle importazioni
Rassegna internazionale, aprile 2026
Mentre le notizie parlano di una prossima stabilizzazione, il sistema sta attraversando una profonda crisi strutturale: i mercati sono saturi di debiti non garantiti, le nuove tecnologie privano alcuni vecchi settori dei profitti precedenti generandone di nuovi e altissimi per altri, e gli Stati, come prevedibile, vengono trascinati in guerre per le risorse. Non basta diagnosticare il capitalismo contemporaneo; è necessario comprendere perché il movimento operaio sia ora così debole e frammentato e, soprattutto, da dove, oggi stesso, i comunisti devono iniziare il lavoro pratico per organizzare le persone in vista dei futuri sconvolgimenti sociali, senza limitarsi all’attesa passiva di rivolte spontanee.
La borghesia dominante e i suoi ufficiali sicofanti dell’economia tornano a cullarsi nelle illusioni. Dopo aver superato gli shock inflattivi dell’inizio del decennio e essersi adattato alla ristrutturazione delle arterie logistiche globali, il mondo del capitale ha fretta di proclamare l’avvento di una nuova era di stabilizzazione. Tuttavia, dietro la splendida facciata degli indici azionari che battono i record, si cela un profondissimo acuirsi di tutte le contraddizioni organiche del modo di produzione capitalistico. Il quadro moderno del mondo non è determinato da manovre diplomatiche a Ginevra né dalla presunta lotta delle “democrazie contro le autocrazie”, come assicurano i filistei della stampa liberale. Il mondo è inesorabilmente guidato dallo sviluppo materiale ineguale delle forze produttive, le quali hanno superato gli stretti confini dei rapporti di proprietà privata.
Il debito globale astronomico, che nel 2024 ha superato la soglia dei 315 trilioni di dollari (oltre il 330 % del PIL mondiale)[^1], è fisicamente impossibile da onorare senza un permanente deprezzamento delle valute[^2]. Gigantesche bolle debitorie scoppiano una dopo l’altra, mettendo a nudo la vera natura del capitale fittizio. Se ieri abbiamo assistito al crollo del gigante cinese Evergrande, oggi l’epicentro del terremoto del debito si è spostato nel cuore del capitalismo occidentale. La crisi dell’immobiliare commerciale negli Stati Uniti (CRE), dove trilioni di dollari sono congelati in torri di uffici vuoti, ha già portato a una serie di fallimenti di banche regionali (da Silicon Valley Bank ai problemi di New York Community Bancorp). Non si tratta di una semplice “correzione di mercato”: questo è un momento classico in cui il capitale fittizio (crediti concessi in attesa di un plusvalore futuro, ma mai effettivamente creato) si scontra con la brutale realtà della produzione materiale.
Nei vecchi centri di accumulazione, come la Germania, imperversa la stagflazione[^3]. Nel paese che per decenni è stato la “locomotiva industriale” d’Europa, nel 2023 il PIL si è contratto dello 0,3 %; nel 2024 la contrazione è stata stimata tra lo 0,2 % e lo 0,5 %, mentre lo scorso anno è stata registrata una crescita microscopica dello 0,2 %.
Il modello economico tedesco si è basato per decenni su una combinazione di energia a basso costo (prevalentemente russa) ed esportazioni di alta tecnologia. La perdita di accesso alle materie prime a buon mercato ha distrutto la redditività di interi settori dell’industria pesante. Il gigante chimico BASF, pilastro dell’industria tedesca, sta chiudendo i reparti energivori a Ludwigshafen e trasferendo investimenti miliardari in Cina e negli Stati Uniti, dove l’energia ha costi inferiori. Nel 2023–2024, BASF ha interrotto la produzione di ammoniaca, caprolattame e una serie di fertilizzanti. Tuttavia, lo smantellamento degli impianti, la ristrutturazione del sito e il licenziamento graduale di migliaia di operai sono processi dilatati nel tempo e tuttora in corso. È una “ferita sanguinante” dell’economia tedesca, tuttora aperta. Contemporaneamente, a Zhanjiang in Cina, BASF sta costruendo un gigantesco complesso chimico integrato (Verbund) dal valore di 10 miliardi di euro: si tratta del più grande investimento nella storia dell’azienda. Il completamento totale del mega-progetto è previsto per il 2030. Parallelamente, si stanno effettuando investimenti nell’espansione dei siti americani (a Geismar, in Louisiana, e in altri stati); il processo è alimentato dalle agevolazioni del governo degli Stati Uniti (nell’ambito dell’Inflation Reduction Act – IRA).
La produzione di acciaio, vetro, carta e fertilizzanti in Germania è diminuita del 15–20 % rispetto al 2021, l’ultimo anno prima dell’invasione dell’imperialismo russo in Ucraina. Il simbolo del capitalismo tedesco – l’industria automobilistica – sta vivendo una storica crisi di sovrapproduzione e una caduta del saggio di profitto sullo sfondo di una transizione tecnologica. Nell’autunno del 2024, il gruppo Volkswagen ha annunciato l’intenzione, per la prima volta nei suoi 87 anni di storia, di chiudere stabilimenti sul territorio stesso della Germania e di licenziare decine di migliaia di operai. Il capitale tedesco sta perdendo la guerra competitiva contro le auto elettriche cinesi (come quelle della BYD), prodotte con costi di produzione inferiori, e cerca di compensare la caduta del saggio di profitto attraverso la distruzione diretta di posti di lavoro, la rottura dei contratti collettivi con i sindacati e la riconversione di una parte degli impianti alla produzione bellica.
La borghesia tedesca rifiuta di investire capitali all’interno del paese. In condizioni di costi elevati entro i confini nazionali e di un aggressivo protezionismo americano, il capitale tedesco “vota con i piedi”. Si osserva un colossale deflusso di investimenti diretti all’estero, mentre la produzione interna ristagna.
Sebbene i picchi dell’inflazione energetica del 2022 siano stati superati[^4], la crescita dei prezzi si è radicata, trasformandosi in una forma “strutturale”. Continuano a crescere i prezzi dei generi alimentari, dei servizi e, fatto ancora più doloroso, degli affitti. L’inflazione agisce come una tassa occulta sulla classe operaia. Negli ultimi anni, il salario reale (depurato dall’inflazione) degli operai tedeschi è sceso significativamente. Il capitale sta scaricando i costi della crisi strutturale sulle spalle del proletariato. La stagflazione in Germania è una crisi strutturale di sovra-accumulazione del capitale. Il capitale tedesco non è più in grado di estrarre un plusvalore sufficiente nelle nuove condizioni.
La colossale iniezione di credito nel capitalismo mondiale non stimola più la crescita reale, essendo un sintomo classico e da manuale della sovrapproduzione di capitale. La manifestazione più vivida di questa cancrena oggi è costituita dai volumi astronomici di riacquisto di azioni proprie (buybacks). Il capitale non viene più investito nell’espansione della produzione reale ai volumi precedenti, poiché tale attività non promette un saggio di profitto sufficiente. Esso ruota nel casinò speculativo, gonfiando artificialmente la capitalizzazione di borsa e arricchendo l’oligarchia finanziaria.
Alla fine del 2024, le sole aziende dell’indice S&P 500 hanno speso la cifra record di 942,5 miliardi di dollari per il riacquisto dei propri titoli. E già nel 2025, questa psicosi speculativa ha sfondato il tetto storico: in 12 mesi (fino a settembre 2025 incluso), il volume dei buyback negli Stati Uniti ha superato 1,02 trilioni di dollari. Questa patologia sta divorando non solo l’imperialismo americano, ma anche gli altri vecchi centri di accumulazione:
- La borghesia europea, che storicamente ha preferito il pagamento dei dividendi, si è unita alla stessa corsa. Alla fine del 2024, il volume di riacquisto di azioni da parte delle corporazioni europee ha raggiunto la cifra record di 182 miliardi di euro, e la quota di aziende che “brucia” capitale in questo modo ha superato il massimo storico del 43 %.
- Il capitale giapponese, che per decenni è rimasto seduto su montagne di liquidità morta a causa della stagnazione del mercato interno, nell’anno fiscale 2024 ha speso circa 18,7 trilioni di yen per il riacquisto di azioni, e nel 2025 tale indicatore è volato alla folle cifra di 24,9 trilioni di yen (circa 200 miliardi di dollari).
Per comprendere le dimensioni di questa accelerazione, basta guardare alla dinamica storica. Negli anni ‘90, i volumi dei buyback negli Stati Uniti ammontavano a poche decine di miliardi di dollari l’anno. All’inizio degli anni 2000, raggiungevano a stento i 200–300 miliardi di dollari. Oggi, invece, il solo settore tecnologico americano (Information Technology) ha bruciato in un solo decennio più di 2,1 trilioni in riacquisti! Questa accelerazione esponenziale non è un segno di salute dell’economia, ma una prova matematica della sua putrefazione. Enorme masse di plusvalore vengono sottratte al settore reale.
Karl Marx ha prefigurato con genialità questa fase dello sviluppo del capitalismo, in cui il capitale eccedente si riversa nelle speculazioni finanziarie:
«Sovrapproduzione di capitale non è altro che sovrapproduzione di mezzi di produzione – mezzi di lavoro e di sussistenza – che possono operare come capitale, ossia essere impiegati allo sfruttamento degli operai ad un grado determinato, poiché la diminuzione del grado di sfruttamento al di sotto di un livello determinato provoca delle perturbazioni e delle paralisi nel processo capitalistico di produzione, crisi, distruzioni di capitale. Non esiste nessuna contraddizione nel fatto che questa sovrapproduzione di capitale sia accompagnata da una sovrappopolazione relativa più o meno grande. Poiché le medesime circostanze che hanno accresciuto la forza produttiva del lavoro, aumentato la massa dei prodotti, ampliato i mercati, accelerato l’accumulazione di capitale come massa e come valore e diminuito il saggio del profitto, hanno creato una sovrappopolazione relativa e creano continuamente una sovrappopolazione di operai che non possono venire assorbiti dal capitale in eccesso perché il grado di sfruttamento del lavoro, che solo consentirebbe il loro impiego, non è abbastanza elevato, o, almeno, perché il saggio del profitto che essi produrrebbero a questo determinato grado di sfruttamento è troppo basso.
Quando il capitale è inviato all’estero, questo non avviene perché sia assolutamente impossibile impiegarlo nel paese ma perché all’estero esso può venire utilizzato ad un saggio di profitto più elevato» (K. Marx, Il Capitale, Libro III, cap. 15)[^5].
E proseguendo, nell’analizzare il capitale fittizio e il sistema creditizio, Marx sottolinea l’inevitabilità della trasformazione di questo processo in pura speculazione sullo sfondo del calo della redditività:
«Se il credito appare come la leva principale della sovrapproduzione e della sovraspeculazione nel commercio, ciò avviene soltanto perché il processo di produzione, che per sua natura è elastico, viene qui spinto al suo estremo limite e vi viene spinto proprio perché una gran parte del capitale sociale viene impiegato da quelli che non ne sono proprietari, che quindi agiscono in tutt’altra maniera dai proprietari, i quali, quando operano personalmente, hanno paura di superare i limiti del proprio capitale privato. Da ciò risulta chiaro soltanto che la valorizzazione del capitale, fondata sul carattere antagonistico della produzione capitalistica, permette l’effettivo, libero sviluppo soltanto fino a un certo punto, quindi costituisce di fatto una catena e un limite immanente della produzione, che viene costantemente spezzato dal sistema creditizio. Il sistema creditizio affretta quindi lo sviluppo delle forze produttive e la formazione del mercato mondiale, che il sistema capitalistico di produzione ha il compito storico di costituire, fino a un certo grado, come fondamento materiale della nuova forma di produzione. Il credito affretta al tempo stesso le eruzioni violente di questa contraddizione, ossia le crisi e quindi gli elementi di disfacimento del vecchio sistema di produzione.
Ecco i due caratteri immanenti al credito: da un lato esso sviluppa la molla della produzione capitalistica, cioè l’arricchimento mediante lo sfruttamento del lavoro altrui, fino a farla diventare il più colossale sistema di giuoco e d’imbroglio, limitando sempre più il numero di quei pochi che sfruttano la ricchezza sociale; dall’altro lato esso costituisce la forma di transizione verso un nuovo sistema di produzione» (K. Marx, Il Capitale, Libro III, cap. 27)[^6].
È proprio questa necessità di “distruggere”, o svalutare parte del capitale accumulato per salvare quello rimanente, a costituire la base economica delle guerre. I paralleli storici si impongono spontaneamente. Come alla vigilia dei macelli mondiali del 1914 e del 1939, la base dell’attuale crisi risiede nell’esaurimento dei mercati di sbocco e nell’oggettiva necessità della loro violenta spartizione. Ancora una volta i monopoli mostrano i denti nella lotta per le materie prime, mentre la borghesia soffia sullo sciovinismo e avvia il volano della militarizzazione. Il grado di globalizzazione senza precedenti rende impossibile la localizzazione dei conflitti, e la paura della distruzione nucleare costringe gli imperialisti a condurre la guerra attraverso estenuanti guerre per procura (proxy war), terrorismo economico e attacchi informatici.
Gli apologeti del “realismo politico” si cullano nella speranza che la dottrina della “distruzione mutua assicurata” (MAD) trattenga per sempre i predatori imperialisti dallo scontro diretto. Tuttavia, l’analisi marxista dimostra che il possesso di armi nucleari cambia solo la forma del massacro imperialista, ma non ne elimina le cause economiche strutturali. La paura dell’apocalisse nucleare viene utilizzata dal capitale per legittimare i conflitti ibridi, ma l’acuirsi della crisi erode inesorabilmente le “linee rosse”. Nessuna arma, di per sé, è in grado di annullare le leggi del movimento del capitale.
Il perno attorno al quale si avvita questa spirale di contraddizioni è costituito da un colossale mutamento tecnologico: lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale (IA) e dell’energia “verde”. Qui emerge in tutta la sua evidenza la legge fondamentale del capitalismo, scoperta da Marx: la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto. La sua essenza risiede nel fatto che, nella corsa al vantaggio competitivo, il capitalista è costretto ad aumentare la quota di macchine, impianti, server (capitale costante) in rapporto al lavoro vivo degli operai (capitale variabile). Ma poiché solo il lavoro vivo crea nuovo valore, man mano che la produzione viene meccanizzata, automatizzata e robotizzata, il saggio di profitto sull’intero capitale investito cade inesorabilmente.
Oggi vediamo questo processo nella sua forma più grottesca nel settore tecnologico. La “bolla dell’IA” impone ai monopoli spese in conto capitale colossali: centinaia di miliardi di dollari vengono riversati nella costruzione di data center. Allo stesso tempo, per cercare di frenare in qualche modo la caduta del saggio di profitto, le corporation attuano i più feroci licenziamenti di massa[^7]. Sostituendo il lavoro vivo con gli algoritmi, il capitale riduce la base stessa del proprio sfruttamento. La produzione di veicoli elettrici (EV) mostra la stessa tendenza: investimenti giganteschi in robotica portano a guerre dei prezzi e a una redditività negativa. La borghesia di nessuno Stato è un blocco unitario. La guerra per le nuove tecnologie è anche una feroce lotta intestina: ad esempio, tra il vecchio capitale industriale e i nuovi monopoli digitali per la spartizione dei sussidi statali.
In ciò risiede la suprema, letale contraddizione del capitale, prevista da Marx nei “Manoscritti economici del 1857–1859”:
«Il capitale è esso stesso la contraddizione in processo, per il fatto che tende a ridurre il tempo di lavoro a un minimo, mentre, d’altro lato, pone il tempo di lavoro come unica misura e fonte della ricchezza. Esso diminuisce, quindi, il tempo di lavoro nella forma del tempo di lavoro necessario, per accrescerlo nella forma del tempo di lavoro superfluo; facendo quindi del tempo di lavoro superfluo – in misura crescente – la condizione (question de vie et de mort) di quello necessario. Da un lato esso evoca, quindi, tutte le forze della scienza e della natura, come della combinazione sociale e delle relazioni sociali, al fine di rendere la creazione della ricchezza (relativamente) indipendente dal tempo di lavoro impiegato in essa. Dall’altro lato esso intende misurare le gigantesche forze sociali così create alla stregua del tempo di lavoro, e imprigionarle nei limiti che sono necessari per conservare come valore il valore già creato. Le forze produttive e le relazioni sociali – entrambi lati diversi dello sviluppo dell’individuo sociale – figurano per il capitale solo come mezzi, e sono per esso solo mezzi per produrre sulla sua base limitata. Ma in realtà essi sono le condizioni per far saltare in aria questa base.
«Una nazione si può dire veramente ricca, quando invece di 12 si lavora solo 6 ore. Wealth» (ricchezza reale) «non è il comando di tempo di lavoro supplementare, ma tempo disponibile, fuori di quello usato nella produzione immediata, per ogni individuo e per tutta la società» [“The Source and Remedy of the National Difficulties”. London, 1821, p. 6]»[^8].
L’intelligenza artificiale crea oggettivamente la base materiale per una società di abbondanza assoluta. Ma per sopravvivere, il capitalismo costruisce artificialmente la scarsità: monopolizza gli algoritmi tramite brevetti e scatena guerre commerciali. Inoltre, la transizione verso l’economia “verde” non riduce affatto il ruolo dell’energia tradizionale. I monopoli petroliferi e del gas tradizionali utilizzano l’instabilità globale per estorcere agli Stati nuovi sussidi con il pretesto della “sicurezza energetica”. Allo stesso tempo, il capitale “verde” fa lobby per le quote ambientali che mandano in rovina i concorrenti. Questa lotta intestina tra le frazioni della borghesia viene infine pagata dal proletariato attraverso l’aumento delle tariffe.
Questa rivoluzione tecnologica esaspera fino all’estremo la rivalità predatoria imperialista. L’imperialismo americano è passato a un protezionismo grossolano. Tuttavia, anche in questo contesto, si manifesta chiaramente la profonda spaccatura della borghesia nazionale. Ridurre l’attuale frattura del capitale statunitense all’esclusiva e primitiva dicotomia tra “globalisti-finanzieri” e “patrioti-industriali” significa utilizzare un’ottica ormai superata, propria della fine del XX secolo. Oggi la linea di frattura corre non tanto tra i settori, quanto all’interno delle stesse catene globali del valore, ed è determinata dalla fase di tali catene in cui si colloca una specifica azienda. Il capitalismo americano si è scontrato con una contraddizione fondamentale: la logica della massimizzazione del profitto (che richiede manodopera a basso costo e mercati aperti, soprattutto in Asia) è entrata in diretto conflitto con la logica del mantenimento dell’egemonia internazionale e militare (che richiede il controllo sulle tecnologie e la “reindustrializzazione”)[^9]. La “Dottrina Trump” è uno strumento di quest’ultima frazione per l’estrazione di plusvalore. La rottura delle catene commerciali con l’Asia trasforma l’America Latina in una gigantesca maquiladora. Ciò si manifesta chiaramente nella pressione politica senza precedenti esercitata da Washington sul Perù, volta a limitare il controllo cinese sul nuovo megaporto in acque profonde di Chancay, nonché nel ricatto diplomatico contro Brasile e Argentina, finalizzato all’estromissione della corporazione Huawei dal settore delle reti 5G. Negli stessi Stati Uniti, la famigerata isteria anti-migratoria serve a creare un esercito industriale di riserva privo di diritti.
Il centro di gravità dell’economia mondiale si è spostato in Asia. La Cina, soffocata da un colossale eccesso di capitale accumulato, è passata alla fase classica dell’imperialismo: l’esportazione aggressiva di capitale. La borghesia cinese (dilaniata dalla lotta tra il capitale orientato all’esportazione delle regioni costiere e il settore interno del partito-Stato) è costretta ad espandersi aggressivamente all’esterno. La costruzione di sistemi finanziari alternativi rende lo scontro tra il capitale americano e quello cinese il perno principale dei conflitti contemporanei.
L’analisi del momento attuale è impensabile senza tenere conto dei nuovi predatori imperialisti, come India, Turchia, Brasile e Arabia Saudita. È un errore considerarli come oggetti passivi. Sfruttando la crisi della vecchia egemonia, essi sono passati alla negoziazione attiva. Il capitale turco penetra in Africa, mentre quello indiano e saudita costruiscono le proprie zone d’influenza. La crescita delle loro ambizioni rende il sistema di contraddizioni ancora più esplosivo.
L’Europa, tagliata fuori dalle materie prime a basso costo, salva i resti della sua industria pompando il complesso militare-industriale. Per l’Europa, gli USA non sono un garante della sicurezza, ma un concorrente. Queste contraddizioni generano un paradosso: il capitale europeo transnazionale e la burocrazia di Bruxelles richiedono un complesso militare-industriale unificato, mentre la borghesia nazionale resiste. Il capitale industriale tedesco sabota la rottura con la Cina, mentre il capitale agricolo europeo, rovinato dalle quote ecologiche di Bruxelles, sponsorizza il populismo di destra.
L’imperialismo russo tenta di costruire legami con il “Sud Globale”. Per non finire nell’abbraccio soffocante della Cina, il Cremlino gioca attivamente sulla spaccatura del capitale mondiale, stabilendo legami con l’India, le monarchie arabe e i paesi africani. All’interno del paese, gli oligarchi delle materie prime desiderano segretamente il ritorno ai mercati occidentali, mentre il complesso militare-industriale e gli apparati di sicurezza si spartiscono gli extraprofitti dell’economia di guerra.
Da nessuna parte questo groviglio sanguinante appare così chiaramente come nel Grande Medio Oriente. Le dichiarazioni sulla lotta al “terrorismo” sono solo un foglio di fico ideologico. In realtà, si tratta di un tentativo del capitale americano-israeliano di riformattare i corridoi di trasporto (progetto IMEC) e garantire il controllo sulle risorse energetiche. Per il capitale americano-israeliano, colpire l’Iran risolve un compito cruciale: la distruzione fisica di un centro di potere indipendente, capace di bloccare lo Stretto di Hormuz, e lo smantellamento delle reti logistiche sino-russe. L’India vuole salvare i suoi investimenti nel porto iraniano di Chabahar, mentre la Turchia vuole indebolire Teheran in quanto suo principale concorrente.
Inoltre, l’aggressione esterna è sempre un tentativo di risolvere l’antagonismo di classe interno. Alla vigilia della guerra, la società israeliana era scossa da crisi colossali. Con il pretesto della minaccia “esistenziale”, è stato immediatamente instaurato un regime di “pace sociale” e la rabbia del proletariato è stata canalizzata verso lo sciovinismo. Il capitale israeliano, approfittando della copertura bellica, sta ripulendo fisicamente i territori palestinesi, liberando terre per la speculazione immobiliare e l’estrazione di gas. In Iran, la guerra è diventata la salvezza per la borghesia militare-clericale (il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica), che era sull’orlo del collasso sotto i colpi degli scioperi di petrolieri e insegnanti. Il regime ha imposto la legge marziale e usa la minaccia esterna per bollare ogni operaio in sciopero come “agente straniero” e condannarlo al patibolo.
Le nuove frontiere dell’accumulazione si estendono persino nell’Artico. Sotto i ghiacci della Groenlandia si nascondono colossali riserve di metalli delle terre rare. Tuttavia, per i giganti tecnologici, la Groenlandia rappresenta anche un “dissipatore (termico)” geografico ideale con energia geotermica a basso costo: un substrato di importanza critica per ospitare giganteschi data center, raffreddati dall’aria artica.
Ovunque la borghesia sta conducendo un’offensiva totale contro il proletariato. Assistiamo all’innalzamento dell’età pensionabile nei paesi del capitalismo avanzato, alla distruzione delle garanzie lavorative classiche attraverso l’imposizione della “gig-economy” e all’effettivo smantellamento del diritto di sciopero. Il capitale manipola abilmente gli operai, instillando in loro l’idea che il nemico sia oltre confine. Ma le condizioni materiali oggettive – inflazione, stagnazione dei salari e oppressione del debito – stanno inesorabilmente facendo cadere questo velo. Le ondate di scioperi nei magazzini dei giganti della logistica e tra i lavoratori “digitali” sono già iniziate.
Tuttavia, intravedere dietro questi fatti il quadro di imminenti e vittoriose battaglie di classe del proletariato significherebbe cullarsi in illusioni. L’approccio marxista richiede una valutazione spietatamente sobria dello stato attuale della classe operaia stessa. Osserviamo un clamoroso paradosso storico: le premesse materiali oggettive per il crollo del capitalismo sono più che mature, ma il fattore soggettivo – la coscienza di classe, l’organizzazione delle masse e la presenza di un partito rivoluzionario – si trova al livello più basso degli ultimi cento anni.
La lotta sindacale su scala globale è frammentata e ha un carattere prevalentemente difensivo. La classe operaia è infettata da passività sociale e nazionalismo. Non esiste un partito comunista mondiale del proletariato, e le autentiche organizzazioni comuniste sono minuscoli circoli isolati, distaccati dalle ampie masse.
Questo quadro desolante ha precise spiegazioni politico-economiche e storiche. L’attuale debolezza del movimento operaio non è un caso, né il risultato di una presunta “stupidità” delle masse proletarie, ma una conseguenza logica dello sviluppo del capitalismo negli ultimi decenni.
Per decenni, la borghesia dei centri imperialisti (USA, Europa, in parte Giappone) ha utilizzato i superprofitti per creare una potente “aristocrazia operaia” e un sistema di protezione sociale (welfare state). Questa corruzione materiale ha generato l’illusione che il capitalismo potesse essere “migliorato” pacificamente e ha trasformato i sindacati in un apparato burocratico dello Stato borghese, il cui scopo principale è soffocare, anziché fomentare, la lotta di classe.
Il passaggio alla “gig-economy” delle piattaforme ha trasformato una parte dei lavoratori salariati in corrieri “autonomi” isolati, freelance o operatori di call center, ai quali è oggettivamente più difficile percepire la comunanza dei propri interessi.
Inoltre, la classe operaia non si è ancora ripresa dalle catastrofi del XX secolo. La sconfitta dell’ondata rivoluzionaria del 1917–1921 e la degenerazione dei partiti del Comintern in meccanismi di opposizione sistemica socialdemocratica hanno screditato l’idea stessa della lotta per il comunismo agli occhi delle masse. L’ideologia borghese ha imposto con successo la tesi secondo cui qualsiasi tentativo di rovesciare il capitale conduce inevitabilmente al gulag.
Questa constatazione dei fatti costituisce un motivo di pessimismo storico e di capitolazione? Assolutamente no. Il marxismo insegna la dialettica: le condizioni che hanno generato la passività del proletariato vengono oggi distrutte dal capitale stesso.
In primo luogo, la crisi strutturale e la caduta del saggio di profitto non permettono più alla borghesia di pagare la “pace di classe”. Il capitale è costretto a tagliare spietatamente i budget sociali, innalzare l’età pensionabile e ridurre i salari reali attraverso l’inflazione. La base economica del riformismo e della burocrazia sindacale sta bruciando nella fornace della militarizzazione.
In secondo luogo, l’introduzione dell’intelligenza artificiale e dell’automazione porta alla rapida proletarizzazione di quegli strati che ieri si consideravano “classe media” (ingegneri, programmatori, impiegati). Essi perdono i loro privilegi e vengono gettati sul mercato del lavoro su base generale, ingrossando le fila degli oggettivi becchini del capitale.
Man mano che la vita di milioni di persone diventerà insopportabile, la lotta di classe spontanea crescerà. Tuttavia, di per sé, le rivolte spontanee non portano alla vittoria. Affinché la lotta economica si trasformi in lotta rivoluzionaria contro la proprietà privata e lo Stato, è necessario infondervi la coscienza comunista scientifica.
È qui che si formulano i compiti pratici più duri per l’avanguardia marxista moderna. Nelle attuali condizioni sfavorevoli, l’avanguardia deve distaccarsi risolutamente da ogni forma di riformismo. È necessario condurre una spietata lotta teorica contro ogni forma di social-sciovinismo (quella “sinistra” che sostiene il “proprio” imperialismo, la “propria” industria), contro le illusioni del “mondo multipolare” (sostenere alcuni predatori contro altri) e contro il parlamentarismo conciliante.
Il periodo di riflusso del movimento operaio è il tempo per forgiare il nucleo teorico e organizzativo. I marxisti devono studiare il capitalismo moderno, formare quadri disciplinati nella lotta di classe.
L’avanguardia non ha il diritto di starsene seduta nei circoli accademici. Il suo compito è portare la coscienza comunista in qualsiasi manifestazione della lotta di classe, anche la più basilare, spiegando pazientemente ai lavoratori i limiti delle rivendicazioni puramente economiche e traducendo la loro rabbia nel sistema capitalistico nel suo insieme.
Poiché il capitale è più globalizzato che mai, la rivoluzione anticapitalista può essere solo mondiale. I marxisti di diversi paesi devono già stabilire legami, scambiarsi esperienze ed elaborare una tattica unitaria, preparando le fondamenta per la creazione di una nuova, autenticamente rivoluzionaria Internazionale Comunista.
L’epoca della presunta “pace” e stabilità è finita. Il capitalismo entra in una fase di grandiosi sconvolgimenti, guerre e crisi. E sebbene oggi il proletariato sembri frammentato e debole, sono proprio queste crisi mostruose che possono diventare quella fucina in cui, lavorando, l’avanguardia marxista forgerà la coscienza rivoluzionaria del proletariato. Allo stesso tempo, non bisogna dimenticare che il partito marxista rivoluzionario non è una squadra di pompieri seduta nel deposito in attesa che scoppi una “rivolta spontanea”. L’avanguardia non ha il diritto di essere semplicemente “pronta per il momento”. Deve organizzare essa stessa questo movimento di classe ogni giorno: attraverso la pubblicazione e la diffusione di un organo di stampa, la partecipazione a qualsiasi manifestazione della lotta di classe e le denunce politiche. Tra la spontaneità e l’organizzazione esistono molte tappe intermedie; ogni passo verso un livello di organizzazione più elevato è un passo verso la rivoluzione comunista.
Allo stesso tempo, i marxisti devono essere pronti teoricamente e organizzativamente per il momento in cui sorgeranno le condizioni in cui milioni di lavoratori potranno mettersi in movimento. Solo un partito armato della teoria avanzata e fuso con la classe avanzata sarà in grado di dirigere la rivolta spontanea nel canale della rivoluzione comunista, il cui obiettivo è l’abbattimento della macchina statale borghese e l’instaurazione della dittatura del proletariato, condizione necessaria per l’espropriazione della proprietà privata e la successiva estinzione dello Stato.
Aprile 2026.
Appendice 1: LA REPRESSIONE FINANZIARIA
Se un paese (ad esempio, la Turchia o l’Argentina) ha un debito estero denominato in dollari USA, il deprezzamento (svalutazione) della sua valuta nazionale rispetto al dollaro non aiuta, ma rende catastroficamente più difficile il servizio di tale debito. Per pagare le stesse somme in dollari, lo Stato e le imprese devono raccogliere molta più valuta locale svalutata. Pertanto, quando gli economisti affermano che il debito globale non può essere servito senza un “deprezzamento permanente delle valute”, non si riferiscono al calo dei tassi di cambio delle valute dei paesi “in via di sviluppo” rispetto al dollaro. Si riferiscono al deprezzamento delle valute di riserva stesse (in primo luogo del dollaro) rispetto alle attività reali attraverso l’inflazione. Questo processo in economia è chiamato “repressione finanziaria” (financial repression). Esso funziona in modo diverso per due tipi di debitori:
1. Paesi che contraggono prestiti nella propria valuta (USA, Giappone, paesi dell’UE).
Per questi paesi (che rappresentano i 2/3 del debito globale), il meccanismo di svalutazione è una scialuppa di salvataggio.
Processo: lo Stato (attraverso le Banche Centrali) stampa moneta o mantiene i tassi di interesse al di sotto del tasso di inflazione reale.
Risultato: il potere d’acquisto del dollaro (o dell’euro) diminuisce. Sebbene nominalmente gli Stati Uniti debbano ancora al creditore 100 dollari convenzionali, il valore reale di questo denaro diminuisce. Allo stesso tempo, le entrate fiscali dello Stato aumentano con l’inflazione (i beni costano di più – le tasse sulle vendite e sul reddito sono più alte).
Conclusione: lo Stato ripaga i vecchi debiti a tasso fisso con denaro “svalutato”. Il debito viene svalutato attraverso una tassa occulta su coloro che detengono risparmi e obbligazioni in quella valuta.
2. Paesi “in via di sviluppo” che contraggono prestiti in dollari.
Per i paesi che contraggono prestiti in valuta estera, la svalutazione della loro valuta locale è una strada verso la bancarotta. Tuttavia, paradossalmente, l’inflazione globale del dollaro (quel “deprezzamento” del dollaro) può aiutarli:
Molti paesi “in via di sviluppo” sono esportatori di materie prime. I prezzi del petrolio, dei metalli e dei prodotti alimentari sui mercati mondiali sono denominati in dollari.
Quando il dollaro si deprezza a causa dell’inflazione, i prezzi dei beni reali aumentano.
Il paese esportatore riceve più dollari “svalutati” per lo stesso volume di esportazioni. Con questi dollari, diventa più facile per esso estinguere il proprio vecchio debito in dollari.
L’obiettivo del sistema non è quello di far crollare i tassi di cambio delle valute locali, ma di sostenere l’inflazione globale, che erode lentamente il valore reale del debito accumulato. Senza questo, le tasse dovrebbero essere aumentate a livelli tali da distruggere l’economia, oppure si dovrebbero dichiarare default di massa.
Appendice 2: Contraddizione dialettica del sistema capitalistico
Dal punto di vista della teoria marxista, è proprio il lavoro vivo l’unica fonte di plusvalore. Di conseguenza, espellendo le persone sul mercato e sostituendole con macchine o algoritmi, il capitale distrugge esso stesso, nel lungo periodo, la base del proprio profitto.
Il processo di riduzione della forza lavoro in corso nell’economia mondiale non è un errore logico della teoria, ma una reale, oggettiva contraddizione dialettica del sistema economico stesso. Per comprendere perché le aziende continuino con ostinazione maniacale a effettuare licenziamenti di massa, aggravando il problema a lungo termine, è necessario distinguere la logica della singola azienda (livello micro) dalla logica dell’intero sistema (livello macro), e tenere conto delle cosiddette “contrattendenze”.
Ecco una spiegazione concreta di come questa contraddizione si risolve nella pratica:
La legge della caduta tendenziale del saggio di profitto è una legge macroeconomica, generale. Ma il singolo capitalista (o il consiglio di amministrazione di una corporazione) non pensa in termini di macroeconomia. Pensano in termini di report trimestrale e di concorrenza.
Quando una azienda licenzia 10.000 persone e implementa, ad esempio, l’IA o una nuova linea di produzione, riduce drasticamente i propri costi individuali. Per un breve lasso di tempo, i prezzi dei loro prodotti sul mercato sono ancora determinati dai vecchi costi medi del settore, più alti. Di conseguenza, questa specifica compagnia ottiene un plusvalore in eccesso (un extra-profitto). Per essa, il saggio di profitto in quel momento aumenta.
La contraddizione si manifesta in seguito: quando i concorrenti fanno lo stesso (licenziano le persone e installano macchine), le merci si deprezzano, l’extra-profitto svanisce e il saggio medio di profitto del settore scende a un nuovo livello, più basso. In altre parole, i licenziamenti di massa sono un tentativo della singola azienda di salvarsi a spese delle altre, il che, alla fine, trascina tutti a fondo.
I licenziamenti di massa non significano quasi mai una riduzione proporzionale dei volumi di produzione. Quando una corporazione licenzia il 20 % del personale, al restante 80 % viene solitamente detto: “Ora svolgerete il lavoro dei colleghi licenziati, altrimenti finirete per strada insieme a loro”.
In termini di teoria marxista, ciò significa un brusco aumento del saggio di plusvalore. Sebbene la massa totale del capitale variabile (v, ovvero il fondo salari) sia diminuita, i lavoratori rimasti creano più plusvalore (m) per unità di tempo a causa dello stress, degli straordinari e della paura di perdere il posto di lavoro. Questo brusco salto nello sfruttamento compensa temporaneamente l’effetto della crescita della composizione organica del capitale (c/v, dove c è il capitale costante) e frena la caduta del saggio di profitto.
I licenziamenti di massa creano un eccesso di offerta sul mercato del lavoro: la cosiddetta “riserva industriale di manodopera” (i disoccupati). La presenza di un’enorme fila “fuori dai cancelli” consente alle aziende non solo di non aumentare, ma di ridurre realmente i salari dei dipendenti rimasti (o di assumerne di nuovi a condizioni peggiori). Ciò svaluta il capitale variabile (v) e consente all’azienda di trattenere una quota ancora maggiore del prodotto generato.
In ultima analisi, gli azionisti delle aziende non si nutrono di percentuali, si nutrono di denaro assoluto.
Anche se il saggio di profitto (la redditività sul capitale investito) cade inesorabilmente, diciamo dal 15 % al 5 %, ma nel frattempo l’azienda conquista nuovi mercati e si ingrandisce, la massa totale di profitto può crescere. Il 5 % di una capitalizzazione di 1.000 miliardi di dollari è più del 15 % di 10 miliardi. Per preservare questa massa assoluta di profitto in condizioni di mercati che si restringono, le compagnie sono disposte a qualsiasi licenziamento.
Le azioni che sono assolutamente razionali e salvifiche per la singola azienda qui e ora (licenziare persone → ridurre i costi → mostrare profitti agli azionisti), sono assolutamente irrazionali per l’economia globale nel lungo periodo (riduzione del numero di lavoratori → calo della domanda aggregata → diminuzione della massa di plusvalore → crisi di sovrapproduzione e caduta del saggio di profitto).
È proprio per questo che le aziende non possono fermarsi: la concorrenza le costringe a segare il ramo su cui sono sedute, perché chi smette di segare sarà il primo a cadere.
Appendice 3: Contenuto economico della lotta tra le frazioni della borghesia statunitense
Per comprendere meglio la situazione, esaminiamo cinque frazioni chiave del capitale statunitense, i loro interessi e alcuni esempi concreti.
1. Settore tecnologico transnazionale (Big Tech)
Questa è la frazione più contraddittoria. Da un lato, produce beni ad alta tecnologia, dall’altro dipende assolutamente dalla divisione globale del lavoro. È interessata al libero accesso ai mercati di sbocco (inclusa la Cina) e alle capacità produttive globali (Taiwan, assemblaggio nella RPC).
Ma il settore stesso è spaccato. Aziende come Apple (fabless, senza fabbriche proprie) si oppongono il più possibile alle guerre commerciali. L’introduzione di dazi sulle importazioni cinesi colpisce direttamente i loro margini, poiché spostare giganteschi cluster di assemblaggio dalla Cina (Foxconn) agli Stati Uniti o anche all’India non è né veloce né economico. Aziende come Nvidia (design di chip) esercitano una pressione disperata per l’allentamento delle restrizioni all’esportazione. Il divieto di vendita dei chip di fascia alta in Cina li priva di un’enorme fetta di mercato, e dichiarano apertamente al governo che ciò danneggia il dominio americano nel campo dell’IA. Aziende come Intel (che possiedono fabbriche), al contrario, traggono vantaggio dal protezionismo. Hanno sostenuto attivamente il CHIPS Act, ricevendo decine di miliardi di dollari di sussidi statali per la costruzione di fabbriche all’interno degli USA, al fine di competere con la taiwanese TSMC.
2. Settore del commercio al dettaglio e dei servizi dipendente dalle importazioni
Questo settore (Walmart, Amazon, Target, Nike) ha beneficiato per decenni dello spostamento delle produzioni americane verso i paesi del nuovo capitalismo. È interessato al mantenimento di dazi a zero su beni di largo consumo, elettronica e abbigliamento. Per questa frazione della borghesia, i “dazi sulle merci cinesi” non sono una difesa del produttore nazionale (che spesso semplicemente non esiste affatto), ma una tassa diretta sul consumatore americano, il che porta a una caduta del loro saggio di profitto e a una contrazione della domanda dei consumatori. Si oppongono nettamente all’isolazionismo.
3. Complesso agroindustriale orientato all’esportazione
Settore storicamente conservatore, che paradossalmente si è ritrovato ostaggio della politica protezionistica. È interessato al libero accesso ai mercati asiatici (in primo luogo quello cinese). Quando la frazione dell’industria pesante spinge per l’introduzione di dazi sull’acciaio cinese, la Cina risponde in modo simmetrico, colpendo gli agricoltori americani e rifiutandosi di acquistare soia. Questo settore detesta il protezionismo poiché distrugge i loro mercati di sbocco, costruiti in decenni (di conseguenza, l’amministrazione Trump ha dovuto stanziare circa 28 miliardi di dollari in sussidi d’emergenza agli agricoltori per salvarli dalla bancarotta causata dalla sua stessa guerra commerciale).
4. Industria pesante interna ed energia
Questo è il cosiddetto vecchio capitale (siderurgia (U.S. Steel)), produttori di alluminio, industria automobilistica tradizionale (Ford, GM), che spinge il governo verso un rigido protezionismo e guerre tariffarie. È interessato alla protezione del mercato interno dalle importazioni più economiche (sovvenzionate, cinesi o europee), nonché alle commesse infrastrutturali statali. Le aziende di questo settore non possono competere con i veicoli elettrici (EV) o con l’acciaio cinesi né sul prezzo, né spesso sulle tecnologie delle batterie. Proprio questa frazione ha fatto pressione per il mantenimento dei dazi dell’era Trump sotto Biden e ha imposto dazi proibitivi al 100 % sui veicoli elettrici cinesi nel 2024. Senza il protezionismo statale, queste aziende sono destinate a morire.
5. Capitale finanziario (Wall Street e fondi di investimento)
Questo settore è favorevole alla globalizzazione, ma anche qui c’è una profonda sfumatura. È interessato al libero movimento di capitale in qualsiasi punto del pianeta dove il saggio di profitto è più alto. Per lungo tempo, il settore è stato il principale lobbista dell’integrazione della Cina nell’economia mondiale. Tuttavia, oggi si trova tra l’incudine e il martello. Da un lato, i finanzieri vogliono investire nelle crescenti aziende tecnologiche cinesi. Dall’altro, lo Stato americano (attraverso la SEC e il Tesoro) li costringe con la forza a condurre il de-risking (riduzione dei rischi) e a ritirare i capitali dagli asset cinesi sotto la minaccia di sanzioni o della perdita di accesso ai contratti governativi degli Stati Uniti.
Il fatto che lo Stato americano abbia iniziato ad agire in modo relativamente autonomo dagli interessi delle singole frazioni del capitale è dovuto ai cambiamenti osservati nell’economia mondiale. È proprio questo ad acuire la lotta tra le frazioni.
La classe politica dirigente degli Stati Uniti (sia repubblicani che democratici) ha compreso: se si lascia tutto al libero mercato (dove vince quel settore transnazionale a cui conviene la globalizzazione), gli USA perderanno definitivamente la base industriale, la capacità di produrre armi, chip avanzati e materiali critici. E senza questo, non c’è nulla con cui sostenere lo status di egemone mondiale e la forza del dollaro stesso. Pertanto, l’imperialismo americano è passato al protezionismo non per scelta, ma come misura di emergenza per salvare la propria base. Lo Stato ora costringe letteralmente le multinazionali a sussidiare la sicurezza nazionale (attraverso la rinuncia a mercati redditizi, la rottura di catene logistiche a basso costo e il trasferimento delle fabbriche “a casa”, dove la forza lavoro è più costosa). Naturalmente, le frazioni del capitale che subiscono perdite da questa ristrutturazione oppongono una resistenza disperata, il che si esprime nel caos politico e nella polarizzazione a Washington.
[^1] - Struttura del debito nel primo trimestre del 2024 (secondo il Global Debt Monitor – rapporto periodico dell’Institute of International Finance):
**Mercati “sviluppati”** (USA, Giappone, paesi europei): ~$209,7 trilioni (circa 2/3 del debito totale). Qui il debito cresce prevalentemente a causa dell’indebitamento pubblico.
**Mercati “emergenti”** (i principali driver di crescita sono Cina, India e Messico): ~$105,4 trilioni. Nell’ultimo decennio il debito è cresciuto di oltre due volte (aumentando di 55 trilioni di dollari).
Per settori economici:
**Società non finanziarie** (business reale): ~$94,1 trilioni. Il segmento più indebitato, specialmente nei paesi “emergenti”.
**Governi** (debito pubblico): ~$91,4 trilioni. Questo settore è cresciuto più velocemente negli ultimi anni a causa del finanziamento dei programmi di sostegno durante la pandemia e dell’aumento delle spese per la difesa.
**Settore finanziario** (banche, fondi): ~$70,4 trilioni.
**Economia domestica** (mutui, carte di credito, prestiti studenteschi): ~$59,1 trilioni.
L’economia mondiale si è trovata in un corridoio stretto. La politica monetaria restrittiva e gli alti tassi di interesse (nel tentativo di sconfiggere l’inflazione) rendono il servizio di questi 315 trilioni matematicamente impossibile nel lungo periodo; pertanto, gli economisti concordano sul fatto che il deprezzamento inflattivo delle valute fiat rimarrà uno strumento occulto di gestione di questa bolla.
[^2] - Cfr. Appendice 1.
[^3] - La stagflazione (da “stagnazione” + “inflazione”): è una condizione economica in cui si verificano contemporaneamente tre processi distruttivi: declino della produzione o crescita economica nulla (stagnazione), crescita continua dei prezzi (inflazione), aumento della disoccupazione e calo dei redditi reali della popolazione.
Per la scienza economica borghese (in particolare il keynesismo), la stagflazione è stata a lungo considerata un paradosso. La logica classica ipotizzava che i prezzi crescessero solo in caso di “surriscaldamento” dell’economia (quando le persone hanno molto denaro e acquistano attivamente), mentre durante una crisi e un calo della produzione i prezzi dovrebbero scendere (deflazione). La stagflazione rompe questo meccanismo e spinge la regolamentazione statale in un vicolo cieco: i tentativi delle banche centrali di soffocare l’inflazione con alti tassi di interesse finiscono per dare il colpo di grazia all’industria, mentre i tentativi di salvare le fabbriche con prestiti a basso costo portano all’iperinflazione.
[^4] - La guerra tra USA e Israele contro l’Iran e la situazione a essa legata attorno allo Stretto di Hormuz potrebbe alterare radicalmente questo scenario.
[^5] - Marx K. Il Capitale. Libro III. Sezione III. Capitolo 15. III // Criticamente. URL: https://www.criticamente.com/frameset\_800.htm
[^6] - Ibidem. Capitolo 27.
[^7] - Cfr. Appendice 2.
[^8] - Marx, K. Grundrisse (Il Capitale) / K. Marx // Criticamente. – URL: https://www.criticamente.com/marxismo/grundrisse/Marx\_Karl\_-Grundrisse\_3c-\_Il\_Capitale.pdf
[^9] - Cfr. Appendice 3.