Storia

In cerca della via

↳ Il giornale «Prometeo comunista» #1 — Maggio 2026

Questo testo rappresenta un saggio storico-politico che descrive il lungo cammino di formazione e di evoluzione ideologica del gruppo, dal suo sorgere alla fine degli anni Novanta fino al passaggio a nuove forme di lavoro ai giorni nostri. Il materiale racconta i primi passi dell’organizzazione sul…

In cerca della via

Russia, fine anni ‘90: sta volgendo al termine un decennio di lotta economica del proletariato, attiva ma spontanea e frammentata, il cui apogeo è stato la “guerra delle rotaie” del 1998.

In questo contesto, nell’estate del 1997, si forma a Kirov un piccolo gruppo marxista che, innanzitutto, prende drasticamente le distanze dal “comunismo” “ufficiale” e “semiufficiale” – i vari eredi pseudo-comunisti della controrivoluzione stalinista che nella prima metà del XX secolo distrussero la scuola marxista in Russia, e che già all’epoca si erano definitivamente screditati, sebbene alcuni, come una sorta di zombie companies, sopravvivano ancora ad oggi.

“Terra bruciata” e massimalismo difensivo

Il Gruppo Marxista di Kirov (KMG), posto alle origini della nostra organizzazione, di fatto fu costretto a partire da zero: la tattica della “terra bruciata” impiegata dallo stalinismo aveva causato la rottura della continuità del partito rivoluzionario – non vi era nessuno che potesse trasmettere l’esperienza pratica, teorica e organizzativa dei bolscevichi alla nostra generazione. D’altra parte, era necessario contrastare il crescente (anche sul piano elettorale) nazionalismo, che trovava terreno fertile nei quartieri operai depressi, e sottrarre alla sua influenza i singoli giovani sensibili a quanto accadeva. Inoltre, nel complesso, l’ambiente politico ufficiale della Russia di allora era molto più frammentato rispetto all’attuale sistema “a un partito e mezzo”, e i fronti ideologici erano assai più marcati. Il duro scontro ideologico era spesso integrato da scontri fisici nelle strade della città.

Tutti questi fattori portarono al fatto che l’orientamento iniziale del nostro gruppo portasse su di sé l’impronta marcata del massimalismo. Si decise di dare inizio alla pubblicazione di un proprio organo di stampa, denominato “Komsa”. Le ragioni che spinsero a scegliere tale nome furono esposte nell’editoriale del primo numero, uscito nel giugno 1998: «Nell’epoca degli ultimi anni dell’URSS, veniva chiamata komsa la parte teppista e incontrollabile dell’organizzazione di massa obbligatoria VLKSM – quella a cui faceva ribrezzo stare seduta in assemblee tediosamente monotone», quella che «non era interessata alla possibilità» di fare carriera, attività di cui si occupavano instancabilmente i «boss del Komsomol». A differenza di questi ultimi, i giovani massimalisti «preferivano vivere e percepire tutto ciò che accadeva in tutta la sua diversità. Venivano rimproverati, espulsi dall’organizzazione. Ma, per quanto strano possa sembrare, furono proprio loro che, confluendo nelle nuove organizzazioni della sinistra radicale, si schierarono per primi contro il potere del capitale.

Noi non abbiamo nulla in comune con l’élite del Komsomol della fine degli anni Ottanta. A loro sono toccati bar e ristoranti lussuosi, banche e spiagge delle Canarie; a noi invece – una società distrutta e affamata, nella quale siamo costretti a lottare, a tendere verso un obiettivo, e semplicemente a vivere. […]

Noi, proprio come i “Vendicatori Inafferrabili”, odiamo la borghesia e ogni tipo di controrivoluzione. Ci siamo uniti per la lotta per una nuova società senza classi, in cui non vi sarà posto per lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo né per la violenza; una società in cui sarà distrutto il male principale – la proprietà privata, concentrata nelle mani di un manipolo di ricconi che si considerano i padroni della vita. Insieme alla proprietà privata saranno distrutti i rapporti di produzione mercantile-monetari. Il nome della nuova società è comunismo.

Ma prima che questa società possa essere creata, il proletariato, cioè la classe dei lavoratori salariati, deve prendere il potere, abbattere il vecchio mondo capitalistico. Ma neanche qui il movimento verso il comunismo si fermerà: il proletariato dovrà creare il proprio apparato di repressione della resistenza della borghesia. Questa società non sarà già più uno Stato, poiché il potere in essa sarà nelle mani della maggioranza – tale maggioranza nel marxismo si definisce dittatura del proletariato. Questo è il periodo di transizione, in cui verrà distrutta la vecchia società e creata la nuova.

La creazione di una nuova società è possibile solo con la comparsa dell’uomo nuovo – libero, fiero, volto alla conoscenza e allo sviluppo onnilaterale, privo di pregiudizi borghesi e oscurantismo. Un tale uomo può essere educato solo nel quadro di un’organizzazione comunista».

Questo spirito e il carattere di quell’epoca degli anni ‘90 in Russia erano ben riflessi dai titoli degli articoli del “Komsa”, quali: “Barkašov – il fratello russo di Hitler” e “Quanto è lontano Zjuganov dal fascismo?”, ecc.

Ben presto maturò la consapevolezza della necessità di stabilire contatti con vari gruppi della sinistra radicale anche in altre regioni.

Nell’agosto del 1998, il KMG partecipò alla seconda conferenza del Movimento per il Partito Operaio (DzRP) – un’entità che si presentava come una “nebbia organizzativa” di correnti eterogenee, tra le quali non vi era solo la tendenza leninista, ma anche quella legalista e spontaneista, unite esclusivamente dall’aspirazione a creare un partito operaio, ma non da una strategia comune. In questa conferenza avvenne la scissione: i delegati del Partito Operaio Marxista e la Frazione Operaia del DzRP abbandonarono il movimento; poco dopo, anche il KMG lasciò l’organizzazione. Tuttavia, proseguimmo la collaborazione con l’Unione dei Marxisti (rimasta nel DzRP) e, nello stesso anno, pubblicammo congiuntamente il primo numero del giornale “Perspektiva” – una testata di taglio più “intellettuale” rispetto al giornale del KMG, la già citata “Komsa”, che pure continuava a uscire.

Il livello di attività degli operai negli anni ‘90 del secolo scorso e il loro interesse per la stampa marxista sono testimoniati dai seguenti dati, da noi raccolti, sulla diffusione dei giornali da noi stessi effettuata presso i varchi d’ingresso delle fabbriche di Kirov: Presso la fabbrica “Avitek” nel luglio 1999: vendute 7 copie di “Komsa” e 23 copie di vari numeri di “Perspektiva”. Presso la Fabbrica per la Lavorazione dei Metalli non Ferrosi (OCM): 2 copie di “Komsa” e 2 di “Perspektiva”. Presso il Salumificio di Kirov: 6 copie di “Komsa” e 11 di “Perspektiva”. Presso la Fabbrica di Pneumatici di Kirov: 3 copie di “Komsa” e 24 di “Perspektiva”. Presso la Fabbrica Elettromeccanica “Lepse”: 18 copie di “Komsa” e 38 di “Perspektiva”. Presso il Kombinat del Cuoio Artificiale: 4 copie di “Komsa” e 4 di “Perspektiva”.

Si trattava di uno stato di «silenzio brontolante». Tra gli operai industriali, ai quali rivolgevamo allora in via prioritaria la nostra agitazione e propaganda, i malcontenti erano la maggioranza, «ma fare qualcosa – Col cavolo!». Al contempo, oltre il 45 % dei lavoratori salariati subiva ritardi nel pagamento dei salari. Si intensificavano i processi di degradazione e lumpenizzazione della classe operaia. Presso le fabbriche si sentiva spesso un sussurro irritato: «Dateci i mitra! Al diavolo i vostri giornali!».

Questi lavoratori salariati erano proletari nel senso classico del termine? Vivevano esclusivamente della vendita della propria forza-lavoro? Andavano al lavoro, ma tornavano a casa con le tasche vuote; i debiti salariali nelle imprese della regione oscillavano da alcuni mesi a diversi anni. Di cosa vivevano in tutto quel tempo? Di ortaggi coltivati nei propri orti privati, di funghi e bacche raccolti nei boschi e di pesci di fiume. Qualcosa si guadagnava con lavoretti saltuari (šabaška), anche grazie ad attrezzature e materiali sottratti dal “posto di lavoro principale”. I cosiddetti nesuny (chi porta via materiale dalla fabbrica) e gli assenteisti erano un fenomeno comune in Russia fin dai tempi “sovietici”. L’atteggiamento verso il lavoro nella “propria” fabbrica si tramandava di generazione in generazione: “Tutto intorno è del kolchoz, tutto intorno è di nessuno”. Questo classico esempio del folklore popolare dell’URSS riflette perfettamente l’atteggiamento dominante nella società verso la proprietà “di tutto il popolo”. La privatizzazione di questa proprietà negli anni ‘90, in ambiente proletario, fu acutamente definita prikhvatizzazione (dal russo khvatat’, ghermire/arraffare). A questa spartizione della proprietà dall’alto corrispondeva un processo di piccolo furto dal basso. Era una manifestazione spontanea e individualistica di lotta di classe. Solo pochi individui riuscivano a elevarsi al di sopra di questo livello di coscienza di classe. Non poteva essere altrimenti: «L’operaio, da un lato, era di fatto un piccolo proprietario e, dall’altro, era costretto a sacrificare la propria salute, istruzione e cultura, sottoponendosi a un intenso auto-sfruttamento. In una situazione simile, non si può parlare di alcuna seria attività politica».

La geografia della diffusione di “Komsa” è desumibile dalla tabella pubblicata nel n. 1(6) del 2000, che riproduciamo in questo articolo, integrata dalla riga “TOTALE”.

Diffusione di “Komsa”

Città

№ 4

№ 5

Kirov*

332

323

Kazan

50

Krasnodar

30

20

Mosca

128

297

Leningrado

50

Perm*

50

Čeljabinsk

30

35

Murmansk

10

Ufa

60

50

Odessa

10

Sebastopoli

5

Barnaul

30

Nižnij Novgorod

30

50

Birsk

5

5

Astrachan

10

Jasnogorsk

10

Vyborg

10

Rostov sul Don

30

20

Voronež

3

Kazakistan

20

Kiev

20

Samara

25

Kaluga

30

Kaliningrad

30

Nevinnomyssk

30

Arzamas-16

10

Gus-Chrustalnyj

10

Spedizione individuale

100

42

Totale

1010

940

* In queste città erano presenti abbonati a “Komsa”.

I gruppi usciti dal DzRP formarono il “Blocco Marxista” che, nel novembre del 2000, pubblicò il primo numero del giornale “Delo rabočich” (“La causa dei lavoratori”), incentrato principalmente sull’esposizione e l’analisi della lotta economica del proletariato. Nonostante tutti i difetti oggi evidenti di tale approccio, esso fu motivato dal tentativo di sottrarre i lavoratori più coscienti all’influenza delle frazioni borghesi che, facendo rinascere le tradizioni della “zubatovščina” nelle nuove condizioni storiche, cercavano di cavalcare il movimento operaio – all’epoca assai attivo – per i propri interessi. Tali frazioni giunsero a impiegare singoli reparti operai nei giochi per la redistribuzione della proprietà e a creare movimenti “socialmente orientati” che acquisirono un notevole peso elettorale.

Già allora puntammo sul lavoro nell’ambiente proletario e studentesco e sulla diffusione dei giornali ai varchi delle fabbriche, nelle strade e attraverso il “porta a porta” nei quartieri operai. Parallelamente, nel tentativo di ripristinare il filo spezzato della teoria marxista, ci dedicammo al suo studio sistematico e organizzato, riunendoci negli appartamenti di singoli compagni, poiché non vi era alcuna possibilità di affittare nemmeno il locale più economico.

In questo modo, attraversando diverse fasi evolutive e acquisendo l’esperienza necessaria nella lotta pratica, si formarono i compagni che, alcuni anni dopo, avrebbero fondato a San Pietroburgo “Noviy Prometey”.

Ricostruzione del leninismo

Nel periodo della “preistoria”, durante la formazione dell’organizzazione, emergono inevitabilmente quegli strumenti teorici e pratici che, nel periodo della “maturità”, vengono esclusi dall’arsenale in quanto rivelatisi inefficaci. Tali erano, a quel tempo, l’attenzione sproporzionata alla “democrazia operaia” e alla cronaca della lotta economica dei lavoratori salariati, la concentrazione sulla politica locale a scapito delle relazioni internazionali, il tentativo di utilizzare il mandato di deputato della Duma regionale per la propaganda rivoluzionaria, reso possibile dalle proteste degli operai e degli strati intermedi – e così via.

Tuttavia, già allora si poteva osservare la formazione di quegli strumenti che in seguito sarebbero diventati costanti del lavoro dell’organizzazione. In sostanza, si trattava della ricostruzione dei principi leninisti:

  • La lotta nell’interesse del proletariato come scelta di vita di ogni attivista: «Le ambizioni personali devono essere messe da parte, gli interessi della causa vengono prima di tutto»);
  • La difesa della concezione dello Stato come apparato di violenza di classe della classe dominante. In un articolo dal titolo che parla da sé, “Al diavolo l’esercito”, scrivevamo: «Il 21 febbraio 1999 i ranghi uniti dell’opposizione di Kirov (Trudovoj Kirov, RKRP, KPRF, VKP(b) e altre organizzazioni affini) hanno tenuto il tradizionale comizio dedicato all’anniversario della creazione dell’Armata Rossa. La nostalgia per i giorni passati si mescolava all’indignazione verso i maledetti yeltsiniani che avevano distrutto l’URSS e, con essa, il nostro valoroso Esercito Sovietico. Ma l’intervento del segretario del Gruppo Marxista di Kirov è rimasto sospeso nel vuoto, suscitando sconcerto e sdegno tra i veterani patrioti. Certo, [poiché] egli ha osato dire: “L’esercito va in rovina? E al diavolo l’esercito! Per il proletariato sarà più facile prendere il potere nelle proprie mani. Poiché l’esercito non è fatto di carri armati e cannoni, e nemmeno di soldati provenienti da famiglie operaie, ma è l’apparato di violenza di classe della classe dominante”. Questa verità elementare del marxismo è risultata ignota a molti che, evidentemente per un malinteso, portano il nome di comunisti»);
  • La consapevolezza che, in un periodo non rivoluzionario, la politica è appannaggio di strette minoranze organizzate – le avanguardie di classe – e, di conseguenza,
  • la necessità di formare un partito di quadri capace di difendere l’autonomia strategica e organizzativa dell’avanguardia proletaria: «L’unione è impossibile con gli opportunisti, coloro che mettono gli obiettivi dell’autoconservazione politica al di sopra degli interessi della lotta comune. L’unione è impossibile con coloro che sostengono l’’alleanza con la borghesia “nazionale” contro quella “compradora” […]. Non è auspicabile allearsi con coloro che esaltano “l’umanesimo” e la “democrazia” prescindendo dal significato di classe di questi concetti […]. Dovrebbero unirsi coloro che vedono l’unico problema nell’assenza dell’avanguardia del proletariato, perché a queste persone manca solo un passo: guardarsi allo specchio! Se abbiamo compreso la necessità della rivoluzione socialista, se vediamo che l’unica forza in grado di realizzarla è la classe operaia organizzata e attiva, se stiamo già lavorando per educare e organizzare le masse popolari, allora siamo proprio noi l’avanguardia del proletariato. Solo che agiamo in modo disorganizzato, dilettantesco, mentre dovremmo agire su larga scala, in modo professionale, centralizzato. […] la coscienza di classe non nasce tanto dalla “discendenza economica”, quanto dal corso della lotta di classe […]. La classe operaia può generare sia laburisti, sia nazionalisti, sia menefreghisti: non c’è nulla di sorprendente in questo. È ingenuo considerare ogni intervento dei lavoratori come l’inizio di una rivoluzione. Al contrario, non si può lasciare che le cose seguano il loro corso, è necessario rafforzare la propaganda e la propria presenza organizzativa nei collettivi…»;
  • Il riconoscimento della necessità di un proprio organo di stampa, che agisca non solo come propagandista collettivo, ma anche come organizzatore («È necessario garantire ai lavoratori informazioni sullo stato del movimento operaio in tutte le regioni. Dare agli operai la possibilità di vedere e comprendere la comunanza di interessi di tutti i lavoratori, comprendendo che in ogni angolo della Russia gli operai lottano per la stessa causa. Ciò può essere ottenuto solo attraverso lo scambio di esperienze di lotta. Questo compito può essere assolto solo da un giornale. Allo stesso tempo, il giornale deve fungere da organizzatore. Esso deve diventare una tribuna per gli operai d’avanguardia e i leader operai […]. L’attività congiunta di questi operai d’avanguardia e dei leader porterà a una situazione in cui i reparti operai non lotteranno più in modo spontaneo e frammentato, ma in modo organizzato e unitario. In breve, serve un giornale. Questo giornale deve oggi riflettere i cambiamenti qualitativi che avvengono nel movimento operaio e diventare un assistente dei lavoratori nell’opera della loro unificazione»);
  • Il posizionamento come reparto della classe operaia mondiale: («L’OKPR considera se stesso come uno dei reparti del movimento operaio internazionale nella lotta contro il capitale internazionale») e l’attuazione della linea dell’internazionalismo proletario in qualsiasi condizione: «Per quanto alcuni comunisti desiderino lottare SOLO contro il sionismo, ne deriva NECESSARIAMENTE una lotta contro gli ebrei in generale. Per quanto si desideri sostenere i “fratelli serbi”, ne deriva il sostegno alla borghesia serba. Per quanto si desideri contrastare l’imperialismo mondiale nella persona di Bill Clinton, ne deriva un aiuto all’imperialismo arabo nella persona di Saddam Hussein. Il riconoscimento degli interessi nazionali come superiori a quelli di classe è letale per il movimento comunista»;
  • Una strategia formata sulla base dell’analisi marxista dei fatti mondiali rilevanti (sistema degli Stati, relazioni internazionali, tendenze a medio e lungo termine, ecc.), nonché l’analisi della dinamica del nemico principale – il “proprio” imperialismo – e la formazione di una posizione politica corrispondente su ogni singola questione proprio sulla base di questi fatti. In un articolo dell’ottobre 2000 si riportava la seguente analisi: «La regione, economicamente depressa, si trovava in una profonda depressione sociale, in città crescevano criminalità, alcolismo, l’incidenza delle malattie […]. Questa situazione è durata fino alla svolta putiniana nella storia russa. Con la commessa del patriottismo e dell’idea nazionale, con la guerra nei Balcani e in Cecenia, sull’industria della difesa di Kirov sono piovute commesse, e non solo russe. È iniziato l’assorbimento di massa di operai e specialisti tra coloro che erano stati precedentemente licenziati […]. Di una crescita economica inaudita, “fantastica”, nell’industria della difesa di Kirov ha riferito il vice-premier A. Klebanov (oltre il 1000 % (!)), e il governatore di Kirov “eletto dal popolo” V. Serghejenkov non ha perso l’occasione di crogiolarsi nei raggi dell’orgoglio personale, attribuendo senza dubbio il “miracolo economico” al proprio genio. Per ogni persona dotata di buon senso è chiaro che, affinché l’industria compia un simile balzo economico in un lasso di tempo così breve, prima deve essere stata semplicemente ferma. Di conseguenza, non c’è alcun miracolo economico, ma solo una commessa statale. Per i marxisti, che conoscono e comprendono l’inevitabilità di questi processi, la vita stessa pone i compiti del periodo imminente: 1. Condurre un lavoro di agitazione e propaganda tra il proletariato, spiegando l’essenza di quanto accade, le ulteriori varianti di sviluppo e l’unico modo rivoluzionario di risolvere il problema. 2. Creare e sviluppare la propria organizzazione. 3. Favorire lo sviluppo del movimento operaio e conquistarvi autorità. […] Andare a chiamare gli operai allo sciopero oggi è profondamente privo di senso. Aspettare che inizino a scioperare da soli o a lottare per i propri diritti con altri metodi significa porsi in coda ad essi. Non abbiamo altra via che la via della propaganda marxista rivoluzionaria, della lotta di classe, e questa via non può essere realizzata senza la creazione di un partito marxista rivoluzionario»).

Alcuni degli articoli di quel periodo, inclusi quelli sopra citati, intendiamo ristamparli integralmente, accompagnandoli con un breve commento, nella nostra rivista e sul sito: gli esemplari originali di “Komsa” sono ora praticamente introvabili (al di fuori degli archivi).

È stato il periodo romantico della nostra formazione rivoluzionaria. Accumulavamo esperienza, cercavamo di crescere insieme alla nostra classe, sentivamo su di noi tutto ciò che accadeva ad essa. Abbiamo commesso errori e ci siamo “ammaccati” – e non solo in senso figurato. Abbiamo perso coloro che consideravamo nostri compagni, ma che per una ragione o per l’altra hanno scelto un’altra strada. Abbiamo perso anche veri compagni, la cui giovane vita si è interrotta in circostanze misteriose. Siamo andati avanti – a volte senza bussola, a volte a tentoni.

Un passo avanti o due passi indietro?

Nell’inverno del 2000, l’organizzazione italiana Lotta Comunista stabilì un contatto con noi. Desideravamo da tempo rompere l’isolamento e legarci agli internazionalisti di altri paesi. Tuttavia, non cercavamo proprio un legame con Lotta Comunista; anzi, prima del primo incontro, non sapevamo nulla di questa organizzazione. Fu Lotta Comunista a trovarci. Quel legame stabilito casualmente è sfociato in quasi un quarto di secolo di relazioni, attività, discussioni e lotta.

Questa scelta ci ha permesso di:

- ampliare il nostro orizzonte e la nostra esperienza marxista;

- accedere a una vasta e duratura analisi strategica delle relazioni internazionali, condotta da Lotta Comunista nel corso di decenni, nonché a materiali scientifici più specifici ma estremamente utili su molteplici questioni;

- assimilare un modello di lavoro organizzativo serio, responsabile, disciplinato e sistematico, fondato sulla pianificazione a lungo termine.

Tuttavia, dopo quasi venticinque anni, siamo stati costretti a rompere i rapporti con questa organizzazione, poiché in tutto questo tempo essa non ha mai sollevato una serie di questioni chiave interconnesse: le cause dell’attuale passività della nostra classe; le condizioni alle quali essa supererà tale passività; quale debba essere il modello del partito stesso, i suoi metodi di lavoro e il tipo di rivoluzionario proletario proprio in condizioni di tale stato della classe.

In un clima di totale assenza di qualsiasi movimento di classe del proletariato, Lotta Comunista – desiderando preservare a ogni costo i propri indicatori quantitativi, che appaiono effettivamente imponenti rispetto ad altri gruppi internazionalisti – è inevitabilmente arrivata a metodi di lavoro puramente meccanicistici. Questi consentono di attrarre nuovi sostenitori e mantenere i vecchi senza curarsi del loro livello di preparazione e comprensione, persino dei materiali sempre più semplicistici pubblicati sul giornale, per non parlare delle questioni fondamentali del marxismo. Questo problema strutturale si è logicamente tradotto in una moltitudine di carenze specifiche nel lavoro corrente dell’organizzazione, che non sarebbe opportuno trattare qui. Divergenze più serie – ad esempio, l’atteggiamento verso il cosiddetto movimento di resistenza durante la Seconda Guerra Mondiale e molte altre – troveranno spazio nelle pagine della nostra rivista. La polemica aperta è sempre stata un’arma del marxismo. Continueremo a usarla nella nostra lotta.

In ultima analisi, è fortemente in dubbio l’aspetto principale: la capacità di Lotta Comunista di compiere un salto qualitativo positivo nel momento in cui la storia e la classe lo richiederanno.

Abbiamo imparato molto in questo quarto di secolo, abbiamo acquisito e formato nuovi compagni. Abbiamo compreso nella pratica che il giornale non è solo un organo di propaganda e agitazione, ma un organizzatore collettivo. Il nostro giornale usciva regolarmente, ogni mese, con articoli originali in ogni numero. Abbiamo partecipato alla pubblicazione di libri marxisti, dalla preparazione all’impaginazione fino alla diffusione. Abbiamo preparato e condotto autonomamente scuole di partito con uno studio intensivo dei classici marxisti, ci siamo dedicati allo studio della storia del movimento operaio e alla ricerca sul capitalismo. Questo quarto di secolo non è stato tempo perso invano.

Siamo indubbiamente diventati più forti di quanto fossimo al momento della conoscenza con Lotta Comunista. Proprio per questo non si può ritenere di aver fatto due passi indietro. Continuiamo il movimento in avanti. Consapevoli che la permanenza ulteriore in Lotta Comunista fosse incompatibile con le conclusioni a cui siamo giunti (esposte nel nostro “Manifesto”), abbiamo preso l’unica decisione possibile: cessare i rapporti con questa organizzazione.

Dall’agosto 2025, sul giornale “Proletarskiy Internazionalism” non vengono più pubblicati i nostri articoli, ed esso è composto esclusivamente da traduzioni da Lotta Comunista. Una parte esigua dei nostri compagni di ieri è rimasta in Lotta Comunista. Ognuno fa la sua scelta. Abbiamo fatto la nostra: lasciando a chi è rimasto con Lotta Comunista il nome dell’organizzazione e del giornale e molto altro. Continuiamo la lotta.

Tempo di lavorare in modo nuovo

Ogni marxista coerente giunge inevitabilmente alla conclusione che formuliamo nel nostro “Manifesto”: la nostra epoca pone per la prima volta al proletariato e alla sua avanguardia, i comunisti, il compito di assolvere esclusivamente ai propri compiti, puramente comunisti. Il loro scopo finale, per dirla con le parole del “Manifesto del Partito Comunista”, i «comunisti possono esprimerlo […] con una sola frase: abolizione della proprietà privata».

D’altra parte, come abbiamo già detto, l’attuale fase di questa epoca è caratterizzata dall’assenza di un movimento operaio di massa e del partito del proletariato come fattore politico rilevante, da una coscienza dei lavoratori estremamente bassa e dal dominio totale e incontrastato delle ideologie borghesi in tutta la società, compresa la nostra classe.

Pertanto, qualsiasi gruppo autenticamente comunista, partendo da questi due presupposti – la natura del nostro obiettivo e l’oggettiva impossibilità di acquisire una base di massa per raggiungerlo – deve concludere che attualmente la sua attività debba consistere nella risoluzione dei seguenti compiti: 1) La selezione e la formazione marxista di pochi ma devoti combattenti per la causa del proletariato. 2) Lo sviluppo della teoria marxista applicata alle condizioni contemporanee. 3) Il ripristino del filo interrotto della scuola marxista – specialmente per quanto riguarda il reparto di lingua russa della nostra classe, dove occorre di fatto ricominciare da zero, dalla “terra bruciata” lasciata dallo stalinismo.

Ed è proprio dal punto di vista dell’efficacia nell’assolvimento di questi compiti che deve essere valutato ogni strumento utilizzato da un gruppo comunista, compreso il suo organo di stampa.

Non abbiamo ancora una comprensione esatta di come debba essere tale organo, ma sappiamo quali tratti negativi cercare di evitare. Questi tratti, purtroppo per noi, sono manifestati dal giornale di Lotta Comunista che, nella sua forma attuale, quasi non permette di avanzare nella risoluzione dei compiti sopra indicati.

L’approccio metodologico consolidato della redazione e dei suoi autori consiste nel riempire ogni numero del giornale quasi interamente – fatta eccezione per uno o due articoli – con materiali tratti dalla stampa borghese. Di per sé, la raccolta di tali materiali, soprattutto se così prolungata e sistematizzata, è indubbiamente necessaria; il problema, tuttavia, è che essi vengono pubblicati in forma grezza, privi di analisi, senza che vi sia nemmeno un semplice esame formale (ovvero tecnico), per non parlare di un’analisi marxista. Inoltre, in molti casi, mancano persino dei semplici commenti a corredo dei materiali riportati.

Questi articoli potrebbero servire come materiali preparatori per saggi futuri, se non fosse per un “ma”: non raggiungono nemmeno quel livello, poiché i migliori esempi di questo genere – come i “Quaderni sull’imperialismo” di Lenin – contengono commenti profondi e una prima sistematizzazione della materia.

Non sorprende che, nella sua forma attuale, il giornale susciti sconcerto in molti comunisti – i quali, lo ricordiamo, pongono come proprio obiettivo l’abolizione della proprietà privata: non comprendono affatto perché dovrebbero leggere un giornale comunista per informarsi sui modelli di droni europei e americani. Di questo si può leggere in pubblicazioni specializzate, dove l’argomento è trattato con molta più profondità e dettaglio. Ora, si immagini che tali articoli costituiscano la stragrande maggioranza del giornale. Ne consegue che la testata non contiene quasi nulla di specificamente comunista, ovvero nulla che non si possa trovare in pubblicazioni borghesi più o meno serie. L’orientamento politico che l’edizione sostiene di seguire emerge soltanto dal nome della testata.

Siamo di fronte alla situazione che il giovane Marx descrisse acutamente: «La forma non ha alcun valore, se non è la forma del corrispondente contenuto».

La preparazione di tali articoli è un compito relativamente semplice, e sembra che ultimamente l’IA possa farlo altrettanto bene. Essa non richiede una formazione qualitativa dei quadri, né una profonda conoscenza del marxismo (in molti casi non richiede alcuna conoscenza del marxismo), né un’accurata selezione, sistematizzazione o analisi dei fatti, né molto tempo; può facilmente diventare un lavoro meccanico di flusso, eseguito per inerzia, permettendo di non uscire dalla comfort zone costruita negli anni.

Tuttavia, dal punto di vista degli obiettivi sopra citati, tale metodo risulta autodistruttivo per diverse ragioni:

- Impedisce la formazione di combattenti per la causa del proletariato precisamente in senso marxista, poiché per scrivere e leggere un tale giornale non è affatto necessario essere comunisti. Gli autori non imparano né l’analisi autonoma né la cura dello stile letterario; ciò comporta l’incapacità di attrarre o interessare realmente anche un pubblico simpatizzante. Questo si rivelerà una vera catastrofe nel momento dell’accelerazione della lotta di classe: come potranno gli autori di questi articoli, con il loro stile burocratico e arido, infiammare di passione rivoluzionaria gli operai pronti alla battaglia decisiva? Forse che, non essendosi mai esercitati in questo, acquisiranno all’improvviso un buon stile di scrittura? La domanda è retorica.

- Il comunista mediamente istruito e appassionato alla propria idea non vi troverà nulla di interessante, il che lo porterà inevitabilmente all’apatia e all’allontanamento dall’organizzazione. Ciò vale a maggior ragione per i compagni con il più alto livello di coscienza di classe. Per quanto riguarda i compagni “di base”, essi finiscono per smettere del tutto di leggere il giornale, che non li attrae né per il contenuto né per la forma. Si crea così una situazione in cui essi non entrano nell’organizzazione come comunisti, ma si limitano a svolgere un lavoro meccanico di diffusione del giornale e di gestione dei flussi di persone.

- Spreca il tempo dei comunisti già attivi: data la catastrofica carenza di quadri preparati, costringerli a una mera compilazione della stampa borghese è il massimo dello spreco.

- Impedisce lo sviluppo della teoria marxista applicata alle condizioni moderne, poiché nel giornale non sono previste rubriche per esporre i risultati di ricerche originali o di meta-analisi di studi già esistenti. In generale, questo lavoro non viene quasi svolto, poiché la maggior parte del tempo dei quadri è assorbita da operazioni puramente meccaniche (raccolta di estratti, diffusione, ecc.). Inoltre, questo approccio esclude discussioni o scambi di esperienze con altre tendenze internazionaliste, portando alla degradazione teorica degli attivisti.

- Risolve solo in minima parte il compito di ripristinare il filo interrotto della scuola marxista: a questo tema è dedicata una quota insignificante delle pubblicazioni, nonostante il lavoro da fare sia immenso. La redazione preferisce occupare i propri autori nella compilazione di note pubblicistiche congiunturali tratte dai mass media borghesi sui profitti, le bolle finanziarie e i debiti, temi che perdono attualità in pochi mesi (se non settimane o addirittura giorni). Non si tratta di ricerche profonde destinate a durare nel tempo.

La forma e il contenuto sono inscindibili, sono dialetticamente interconnessi. Una forma non rivoluzionaria non può essere riempita di un contenuto rivoluzionario.

Per comprendere tutto questo è stato necessario del tempo. Ne è stato speso troppo? Forse ha contribuito il fatto che la nostra attività in Russia fosse, in sostanza, autonoma. La maggiore integrazione nel lavoro di Lotta Comunista, avvenuta con l’inizio della guerra russo-ucraina, ha accelerato la comprensione della divergenza tra i nostri approcci e metodi.

La rottura con i metodi meccanicistici del passato segna per la nostra organizzazione l’inizio di una nuova fase. Lasciandoci alle spalle un quarto di secolo di illusioni e formalismo organizzativo, proseguiamo la nostra lotta a un livello qualitativamente diverso. D’ora in poi tutte le nostre forze e risorse saranno subordinate all’adempimento dei nostri veri compiti: la selezione senza compromessi e la formazione marxista dei quadri rivoluzionari, lo sviluppo della teoria comunista applicata alle condizioni contemporanee. La nostra forma d’ora in poi sarà indissolubilmente legata al nostro contenuto rivoluzionario.

Marzo 2026

  1. - Sul movimento operaio e sul giornale operaio // “Delo rabočich”. 2002. Novembre. N. 1. Pag. 1.

  2. - Melnikova N. Regione di Kirov: luglio 1998 // Istituto internazionale di studi umanistici e politici. Monitoraggio politico. URL: http://www.igpi.ru/monitoring/1047645476/1998/0798/43.html.

  3. - A questa peculiarità del sistema politico russo abbiamo dedicato una serie di nostre pubblicazioni. «Chiariamo cosa intendiamo: con la nascita di “Russia Unita”, nonostante il multipartitismo formalmente esistente, di fatto la sintesi degli interessi, il rinnovamento della linea politica e della composizione della classe dirigente russa avvengono all’interno di questo partito, tutti gli altri, nel migliore dei casi, esprimono gli interessi minoritari di alcuni gruppi della borghesia e, pertanto, sulla scena parlamentare svolgono un ruolo secondario di contorno a scelta per il piatto principale. La loro funzione si limita alla raccolta dei voti dei dissidenti, creando l’illusione di una scelta. È proprio questo sistema partitico-politico, che ha confermato la sua vitalità anche nelle ultime elezioni parlamentari, che chiamiamo “sistema a un partito e mezzo”» (Il vuoto del parlamentarismo // “Proletarskiy Internazionalism”. N. 26. Ottobre 2016).

    Inoltre, una descrizione di questo fenomeno si può trovare negli articoli “La realtà sociale e la tempesta in un bicchiere d’acqua elettorale” (“Proletarskiy Internazionalism”. N. 62. ottobre 2019), “Le illusioni della classe dominante e le realtà dell’imperialismo russo (I)” (“Proletarskiy Internazionalism”. N. 82. Giugno 2021), “Rivoluzioni colorate e democrazia sovrana” (“Proletarskiy Internazionalism”. N. 104. Maggio 2023), “Ritardo storico della ristrutturazione” (“Proletarskiy Internazionalism”. N. 122. Novembre 2024).

  4. - “Komsa”. 1998. Giugno. № 1. P. 1.

  5. - Ibidem.

  6. - Tre percorsi per il “Movimento”. URL: https://www.oocities.org/marxparty/lpp/lp6/tusovka.htm.

  7. - Salnikov, S. “Una visita alla fabbrica” // Agenzia di informazione socio-politica. Bollettino n. 1(49). 2000. Febbraio. URL: http://libelli.ru/works/aspi-49.htm.

  8. - Salnikov, S. La classe operaia di Kirov: ultime tendenze e prospettive della lotta // Agenzia di informazione socio-politica. Bollettino n. 1(49). 2000. Febbraio. URL: http://libelli.ru/works/aspi-49.htm.

  9. - Zubatovščina: termine derivato da Sergej Zubatov, funzionario della polizia zarista che creò sindacati legali sotto il controllo della polizia per sviare i lavoratori dalla lotta politica rivoluzionaria.

  10. - Minin, S. La “Zubatovščina” alla maggio // https://left.ru. 2000. Settembre.

  11. - Alla fine del 2005

  12. - Cfr. i numeri della rivista “Delo rabočich” 1 (novembre 2000), 1(2) (gennaio 2001), 3(4) (aprile 2001), 4(5) (aprile 2001).

  13. - Così, durante una delle sedute della Duma regionale di Kirov, il presidente della Duma si è rivolto al deputato S. Salnikov dicendo: «Smettete di fare propaganda politica all’interno della Duma regionale, qui non c’è posto per questo!» (cfr.: Il fantasma della rivoluzione mondiale ha visitato le autorità di Kirov // pubblicato sotto forma di volantino, settembre 2000).

  14. - Analisi di classe della società e prospettive per superare il multipartitismo comunista in Russia // “Komsa”. 1998. Agosto. N. 3 (3). P. 6.

  15. - Al diavolo l’esercito… // “Komsa”. Marzo 1999. N. 1 (4). P. 3.

  16. - Lo specchio per l’eroe // “Komsa”. 1999. Marzo. № 1 (4). P. 3.

  17. - Sul movimento operaio e sul giornale operaio // “Delo rabočich”. 2002. Novembre. № 1. P. 1.

  18. - Partito Comunista Unito di Russia. Nome del partito dato convenzionalmente.

  19. - Analisi di classe della società e prospettive di superamento del pluripartitismo comunista in Russia // “Komsa”. 1998. Agosto. № 3 (3). P. 6.

  20. - Ibidem.

  21. - La regione di Kirov, il cui 60 % dell’industria all’epoca era costituito da imprese della difesa.

  22. - Negli anni novanta.

  23. - Dopo la conversione dell’industria bellica nella seconda metà degli anni ‘80.

  24. - Salnikov S., Počemu v Kirove ne bastujut. Mysli vsluch // https://left.ru/2000/4/PochemuKirov.htm.

  25. - Karl Marx, “Dibattiti sulla legge contro i furti di legna” // https://www.marxists.org/italiano//marx-engels/1842/furti.htm

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