Vogliamo riconoscere apertamente l’uso consapevole dell’intelligenza artificiale (IA) per la generazione delle illustrazioni nella nostra rivista. Non siamo artisti professionisti. Abbiamo preso questa decisione basandoci sulla concezione marxista secondo cui lo strumento di lavoro è il prolungamento della mano umana.
Proprio come l’operaio edile guida consapevolmente la propria mano, nella quale impugna saldamente la cazzuola mentre erige un muro, noi abbiamo indirizzato l’IA per ottenere il risultato estetico e semantico di cui avevamo bisogno. Nel “Capitale” di Karl Marx c’è un mirabile paragone figurato: ciò che distingue il peggior architetto dall’ape migliore è che egli, prima di costruire la cella di cera, l’ha già costruita nella sua testa. In questo caso, il ruolo dell’architetto appartiene a noi, mentre all’IA spetta il ruolo di ape digitale.
Alla base del nostro approccio vi è la comprensione del fatto che la macchina, di per sé, è priva di teleologia (capacità di porsi gli obiettivi). Come scrissero i filosofi E. Il’enkov, A. Arsen’ev e V. Davydov nell’articolo “Macchina e uomo, cibernetica e filosofia”1: «non è il cervello che pensa, ma l’uomo per mezzo del cervello»2. E allo stesso modo, spiega Il’enkov nel saggio “Il problema dell’ideale”: «non lavora la mano, ma l’uomo per mezzo della mano. E il prodotto del suo lavoro non si trova affatto “nella mano”, né al suo interno, ma in quella sostanza della natura che viene elaborata»3. L’IA, in questo caso, ha agito solo come la nostra cazzuola digitale, un organo obbediente messo in movimento dal disegno umano.
Questo legame dialettico tra cervello, mano e strumento di lavoro, in cui la tecnologia funge solo da estensione dell’uomo, è stato sviluppato in modo esaustivo da Karl Marx nei “Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica” (Grundrisse). Marx scrive:
«La natura non costruisce macchine, locomotive, ferrovie, telegrafi elettrici, telai meccanici, ecc. Questi sono prodotti dell’industria umana: materiale naturale, trasformato in organi della volontà dell’uomo sulla natura o del suo operare in essa. Sono organi dell’intelligenza umana creati dalla mano umana; potenza materializzata del sapere. Lo sviluppo del capitale fisso mostra in quale misura il sapere sociale generale, la conoscenza, si è trasformato in forza produttiva immediata, e quindi fino a che punto le condizioni del processo vitale stesso della società sono passate sotto il controllo dell’intelligenza generale [general intellect] e rimodellate in accordo con essa. In quale misura le forze produttive sociali sono prodotte non solo nella forma del sapere, bensì come organi immediati della pratica sociale; del processo reale della vita»4.
«Finché la macchina rimane macchina, essa», come sottolineano Il’enkov, Arsen’ev e Davydov, «rimane soltanto un organo creato artificialmente della volontà razionale umano-sociale, un mezzo della sua manifestazione attiva. E in questo senso, un organo del cervello umano, poiché per “cervello” Marx intendeva sempre non solo e non tanto l’organo del corpo dell’individuo, quanto l’organo della volontà razionale umano-sociale, dei bisogni umano-sociali e degli “scopi” che esprimono idealmente tali bisogni»5.
È proprio questa volontà razionale che abbiamo manifestato componendo le descrizioni testuali (prompt) per la rete neurale. Abbiamo descritto dettagliatamente ciò che volevamo raffigurare e imposto rigidi quadri stilistici, rimandando la macchina a specifiche forme storiche della cultura proletaria rivoluzionaria: gli stili utilizzati dagli artisti rivoluzionari di Russia e Ungheria tra il 1917 e il 1921.
Ci siamo rivolti al linguaggio visivo che doveva costruire un mondo nuovo. Si tratta di una rigorosa geometrizzazione delle forme, dell’uso di potenti diagonali per trasmettere la dinamica della lotta, della dominanza di una tavolozza contrastante (rosso, nero, bianco), di composizioni tipografiche e fotomontaggi. Abbiamo orientato la macchina sui lavori di autori quali El Lissitzky (il cui leggendario manifesto “Spezza i bianchi col cuneo rosso” del 1919 divenne l’espressione suprema del suprematismo al servizio della rivoluzione), Vladimir Tatlin (con la sua torre protesa verso il futuro, monumento alla III Internazionale Comunista), Aleksandr Rodčenko e Kazimir Malevič.
Abbiamo preteso dalla macchina che riproducesse quella monumentalità espressiva che caratterizzava il gruppo ungherese di artisti, poeti e scrittori rivoluzionari “MA” (Oggi). Quest’arte univa la dinamica cubo-futurista al pathos proletario, creando figure di operai e soldati pesanti, squadrate, monumentali e cariche di tensione. I punti di riferimento sono stati per noi i lavori di Lajos Kassák, creatore del concetto di “quadro-architettura”, Béla Uitz, autore del celebre e furioso manifesto del 1919 “Soldati rossi, avanti!” (“Vörös katonák, előre!”) e Sándor Bortnyik, autore di opere futuriste-espressioniste a tema rivoluzionario come “La locomotiva rossa” e “Maggio rosso”.
L’intelligenza artificiale non è in grado di comprendere l’essenza di questi eventi storici, poiché le è preclusa la porta di quella sfera della cultura spirituale dove nasce l’autentica immaginazione. Come notavano Il’enkov, Arsen’ev e Davydov, «senza immaginazione non si può parlare di alcun pensiero autenticamente creativo»6. L’IA si è limitata a combinare ciecamente i pixel secondo probabilità calcolate.
La forma assunta infine da queste immagini è la forma oggettivata del trasferimento dialettico della percezione spirituale-ideale del mondo in un prodotto materiale del lavoro umano attraverso l’uso della mano prolungata, ossia una forma dell’attività vitale umana. Dunque, le illustrazioni nella nostra rivista non sono il prodotto di una “creatività” di una macchina. Sono il prodotto della nostra attività cosciente, della nostra conoscenza della storia dell’arte rivoluzionaria e della nostra scelta estetica, realizzata per mezzo di uno strumento cibernetico moderno e complesso, ma pur sempre interamente subordinato all’uomo.
Dialettica della cazzuola digitale: l’espropriazione degli espropriatori nell’epoca dell’IA
Nel nostro impegno a utilizzare l’IA per costruire un nuovo linguaggio visivo, ci scontriamo inevitabilmente con una profonda contraddizione dialettica. Da un lato, consideriamo l’IA come una cazzuola cibernetica, un organo obbediente della volontà umana. Dall’altro, siamo consapevoli della cruda realtà politico-economica: questa cazzuola è oggi monopolizzata dal capitale, è diventata “lavoro morto” istruito attraverso l’espropriazione di colossali masse di sapere sociale.
Significa forse che l’uso delle reti generative ci rende complici dello sfruttamento capitalistico e appendici consapevoli degli algoritmi aziendali? Il materialismo storico ci insegna non a fuggire dalle contraddizioni, ma a risolverle nella prassi materiale. E la chiave di questa soluzione risiede nella differenza fondamentale tra il nostro approccio e la logica del capitale.
La proprietà principale del capitale, di cui scrisse Marx, è il suo bisogno di autovalorizzazione attraverso la produzione di merci (la formula D — M — D’). Le multinazionali hanno creato l’IA per generare profitto.
Noi, invece, non usiamo l’IA per produrre una merce; non immettiamo sul mercato il nostro prodotto — la rivista e tutto il suo contenuto, comprese le immagini generate — né lo rendiamo oggetto di scambio mercantile. Il nostro prodotto non contiene in sé valore di scambio; viene creato esclusivamente per il suo valore d’uso: è il nostro organizzatore, propagandista e agitatore collettivo.
Rifiutandoci di vendere un prodotto che contiene, tra l’altro, elementi creati tramite una rete neurale, non creiamo plusvalore né realizziamo profitti. Se il capitale, come un vampiro, succhia lavoro vivo per trasformarlo in profitto, noi utilizziamo le potenze di calcolo appartenenti al grande capitale per la creazione senza scopo di lucro di una rivista rivoluzionaria, non commerciale, costringendo di fatto la macchina a lavorare nell’interesse dell’umanità.
I creatori delle reti neurali generative hanno messo a segno la più grande operazione di recinzione (enclosure) del XXI secolo: hanno espropriato il “general intellect”, succhiando come vampiri il lavoro vivo non pagato di milioni di persone, trasformandolo in capitale per poi venderne l’accesso. Hanno abolito il diritto d’autore nella fase di raccolta dati, ma lo impongono ferocemente nella fase di vendita dei propri servizi.
Come possiamo superare questo? Solo attraverso l’espropriazione inversa, ossia attraverso l’abolizione della proprietà privata.
Per ora, utilizzando questo strumento, estraiamo l’esperienza sintetizzata di generazioni (incluso il retaggio dell’avanguardia rivoluzionaria) dalla “scatola nera” aziendale e lo restituiamo all’arsenale della lotta di classe. Ciò che è stato appropriato dal capitale, rubato alle masse lavoratrici per creare un monopolio, noi lo restituiamo all’avanguardia proletaria come arma intellettuale per la liberazione dal potere del capitale. Colpiamo il capitalismo con la sua stessa arma, portata alla perfezione.
Il marxismo considera il problema dell’alienazione anzitutto attraverso il prisma di chi possiede il lavoro e per quale scopo esso viene compiuto. Nel capitalismo, il lavoratore è alienato dal processo e dal risultato del proprio lavoro, poiché lavora per sopravvivere, creando ricchezza che viene appropriata dalla borghesia.
Nel nostro caso, il processo di costruzione del prompt non è lavoro salariato alienato. È una libera e consapevole attività politica. Sì, l’atto fisico del disegno è delegato alla macchina, ma la teleologia, la riflessione storica e il controllo ideologico rimangono interamente nelle mani dell’uomo. L’IA in questo contesto non funge da sostituto dell’artista, ma da macchina da stampa ad alta tecnologia che moltiplica la voce dell’avanguardia proletaria. Siamo consapevoli che, istruendo l’IA con i nostri prompt, generiamo inevitabilmente nuovi dati, pagando un tributo temporaneo al capitale. Ma consideriamo ciò come una concessione tattica forzata: l’uso dell’infrastruttura del nemico in vista di un’offensiva strategica contro di lui.
Marx ed Engels hanno sottolineato più volte che il capitalismo, nella sua cieca rincorsa al profitto, crea esso stesso la base materiale e tecnica per la società comunista. Costruendo fabbriche giganti, ferrovie — e oggi data center e reti neurali globali — il capitale socializza la produzione a livelli inauditi, sebbene l’appropriazione dei risultati rimanga privata.
Nei già citati “Lineamenti fondamentali” di Marx vi è un’altra conclusione fondamentale: il capitale sviluppa le macchine per ridurre il tempo di lavoro necessario. Nel capitalismo, ciò porta alla disoccupazione. Nel comunismo, l’automazione creerà tempo libero per lo sviluppo intellettuale e creativo di ogni individuo.
L’IA generativa è oggi la forma suprema di socializzazione della produzione spirituale. Essa mette a nudo il paradosso principale del capitalismo: una tecnologia capace di ridurre radicalmente il tempo di lavoro e donare all’umanità spazio per la libera creatività viene usata solo per massimizzare il profitto aziendale. Essa porta in sé i traumi congeniti del capitalismo: furto, monopolizzazione, sfruttamento. Ma il materialismo storico non ci chiede di attendere la comparsa di strumenti immacolati e ideologicamente puri. La rivoluzione si fa sempre con il materiale umano e tecnologico creato dalla vecchia epoca.
Utilizzando l’IA non per il profitto, ma per la propaganda comunista, dimostriamo di cosa sono capaci le potenti forze produttive create dal capitalismo, se liberate dalle catene dei rapporti mercantile-monetari e subordinate a una volontà sociale consapevole.
Maggio 2026
Footnotes
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- Facciamo riferimento a questo articolo esclusivamente perché costituisce uno dei primissimi e più riusciti pronunciamenti compiuti, elaborato da corrette posizioni marxiste, in merito al problema della “macchina pensante”. Nell’ambito di questo articolo, non è opportuno soffermarsi su ciascuno degli autori del saggio “Macchina e uomo, cibernetica e filosofia”. Allo stesso modo, non riteniamo necessario procedere qui e ora a un’analisi dettagliata della figura di E. V. Il’enkov (1924—1979), il più noto tra loro e, con ogni probabilità, colui che ha fornito il principale contributo teorico alla stesura dell’opera da noi citata. Tuttavia, non possiamo esimerci dal fornire una breve valutazione di questa personalità assai controversa e contraddittoria. Per i marxisti contemporanei, i suoi lavori conservano un valore parziale nell’ambito della metodologia (la difesa della dialettica contro il positivismo, l’analisi della logica del “Capitale”) e della storia della filosofia. Ma nelle sue opere egli è incorso ripetutamente in una revisione del marxismo in senso hegeliano (nella sua specifica interpretazione dell’ideale e in altre importanti questioni filosofiche), dimostrando inoltre un’erronea comprensione di alcune categorie chiave dell’economia politica. Questo stesso limite idealistico si è manifestato nelle sue posizioni politiche: condividendo appieno il dogma stalinista sull’esistenza del socialismo in URSS — negando cioè il carattere capitalistico dell’economia di quello Stato — Il’enkov riduceva la questione esclusivamente al problema filosofico dell’alienazione e all’arretratezza culturale delle masse (la contraddizione tra socializzazione formale e reale), eludendo l’analisi di classe della società “sovietica”. Ciò non ci permette di definirlo un vero marxista, condizione che è impossibile raggiungere senza dedicarsi alla prassi rivoluzionaria, senza partecipare alla lotta di classe del proletariato contro la borghesia, in primo luogo contro la “propria”. Egli non ha lottato contro quello Stato borghese, ma lo ha sostenuto — seppur talvolta criticandolo — rimanendo sempre un esemplare “socialista della cattedra”, fautore di una sua riforma, miglioramento e umanizzazione. In questo modo, egli è stato un complice del nostro nemico di classe (e non solo sul fronte teorico). Se non fosse per quest’ultimo aspetto, estremamente rilevante, la presente nota sarebbe stata superflua. ↩
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- cit. sul testo in russo: Il’enkov E., Arsen’ev A., Davydov V., “Macchina e uomo, cibernetica e filosofia”, in “La teoria leninista del rispecchiamento e la scienza moderna”, Mosca, 1966, p. 263. ↩
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- cit. sul testo in russo: Il’enkov E., “Il problema dell’ideale”, in “Questioni di filosofia”, n. 6, 1979, p. 135. ↩
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- Marx K., “Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica” (Grundrisse 1857-1858), trad. it. Einaudi/Nuova Italia. p. 487, (Riferimento al capitolo sulle macchine). ↩
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- cit. sul testo in russo: Il’enkov E., et al., op. cit., p. 276. ↩
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- Ibidem, p. 269. ↩