L’Iran come nodo nevralgico della crisi dell’imperialismo
Non è la prima volta che proprio il Medio Oriente, e l’Iran in particolare, si trovano al centro dello scontro tra potenze imperialiste, della loro lotta per la spartizione delle sfere di influenza e dei mercati. Così fu alla vigilia della Prima guerra mondiale, quando avvenne la spartizione dell’Iran tra l’imperialismo britannico e quello russo. Così accadde durante il secondo massacro mondiale, quando il regime dello Scià decise di stabilire relazioni con la Germania hitleriana, finendo per essere nuovamente occupato dal condominio anglo-russo. Teheran, nel 1943, divenne uno dei simboli della nuova spartizione imperialista, che presagiva la fine di quel conflitto.
Da allora è seguito un lungo ciclo di sviluppo capitalistico, che ha mutato significativamente la composizione internazionale dei predatori, il loro peso e il rapporto di forza tra loro: accanto a potenze capaci di proiettare la propria politica su scala globale, esiste un complesso intreccio di accordi e scontri tra attori regionali. Ma l’essenza di questa lotta, brillantemente svelata da Lenin oltre cento anni fa, rimane immutata: si tratta della spartizione dei mercati e delle sfere di influenza tra imperialismi – banditi che lottano tra loro per la ripartizione degli schiavi, e non importa chi abbia estratto per primo il coltello, passando alla violenza aperta.
Le ondate delle proteste iraniane
Questa lotta tra gli apparati di violenza organizzata del grande capitale si intreccia anch’oggi con la lotta di classe – una lotta che, per raggruppamento delle frazioni di tali classi e per la sua intensità, differisce significativamente da quella dell’epoca di Lenin. Il proletariato non agisce come una forza guida organizzata, capace di dirigere la lotta dei contadini che chiedono terra e pace contro un fronte compatto della grande borghesia e dei latifondisti. E uno degli obiettivi dell’analisi marxista deve essere proprio quello di criticare, in ogni grande episodio di lotta di classe, le ideologie che spesso presentano questo scontro di classi e delle loro frazioni sotto forma di un impulso astratto delle masse o della “classe media” verso una libertà e una democrazia altrettanto astratte. Ciò è necessario fare anche nel caso dell’Iran, dove l’intervento americano-israeliano è stato preceduto da un’ennesima ondata di proteste. L’ennesima, perché la tensione sociale in questo paese esplode regolarmente, nonostante la diversità dei pretesti per ogni ondata di agitazioni. Ad esempio, si possono ricordare le proteste del 2009 – il cosiddetto “Movimento Verde”, che richiedeva il riconteggio dei voti dopo la vittoria dell’ultraconservatore Ahmadinejad; o le proteste del 2019, provocate dal drastico aumento dei prezzi della benzina. Ci sono molti altri pretesti, ma il marxismo deve andare oltre: dalle manifestazioni esterne e superficiali di questa lotta, espresse in slogan e rivendicazioni, fino allo svelamento del contenuto socio-economico della lotta politica. Questo è ciò che faremo in questo articolo, utilizzando in modo critico il libro “L’Iran a tutti” dello specialista russo Nikita Smaghin.
Genesi della forma politica iraniana
Smaghin è un liberale, in passato sostenitore del nazional-liberale Naval’nyj. Questo non poteva non riflettersi sulla sua analisi, apparentemente imparziale. Tuttavia, la sua ricerca presenta una serie di vantaggi, e di uno di questi si può giudicare dalla seguente citazione tratta dal suo libro: «Cercando di raccontare qualcosa sull’Iran, mi sentivo spesso rispondere: “ma ti stai contraddicendo da solo!”. La vita stessa si contraddice – ovunque. E nel caso dell’Iran, la frequenza di queste contraddizioni aumenta molteplici volte. Del resto, gli iraniani stessi si contraddicono spesso, ve lo dico io! L’Iran ha un sistema politico paradossale, un rapporto paradossale con l’Islam, leggi e visione del mondo paradossali. I paradossi in Iran non sono solo ad ogni passo: sono un fenomeno sistemico che sta alla base dello Stato e della società, che permette loro di sopravvivere e svilupparsi». Certamente, una tale pretesa di metodo dialettico non è sufficiente, ma l’autore tenta effettivamente di applicarlo in modo limitato, il che ci ha spinto a prestare attenzione al suo lavoro.
Dunque, la forma moderna dello Stato iraniano è nata in seguito alle proteste e al rovesciamento del regime dello Scià nel 1979. Le ideologie liberali contemporanee tentano di presentarla come un regime autoritario e personalistico che, per sua natura, gravita attorno al cosiddetto nuovo “asse del male”, composto da Cina e Russia, in sfida al presunto “Occidente progressista”. Tuttavia, anche un contatto superficiale con le realtà politiche iraniane smentisce immediatamente questa caricatura. Lasciamo la parola a Smaghin: «Quasi la prima associazione dell’Iran che sorge in chi non è addentro alle cose è: “lì c’è una dittatura islamista”. In realtà, tutto è più complesso: se ci allontaniamo dai giudizi emotivi, entriamo immediatamente nel territorio delle sfumature e delle riserve: sì, ma… Negli anni ‘90, in Iran si è formato un sistema politico unico, dove la teocrazia si è combinata con la democrazia e le istituzioni non elettive hanno funzionato in parallelo con quelle elettive. Si sono tenute regolarmente delle elezioni e, sebbene sia difficile definirle veramente libere, sono state quasi sempre competitive e imprevedibili». Involontariamente, lo specialista borghese rivela una verità di classe che il proletariato deve tenere ben impressa nella mente: non solo in Iran, ma ovunque la borghesia si sia saldamente insediata al potere, essa crea un amalgama di organi di potere elettivi e non elettivi. Quando si tratta degli interessi vitali della grande borghesia e della sua strategia, essa concentra il processo decisionale in organi indipendenti dagli zigzag degli interessi elettorali volubili. Ciò che un’analisi concreta deve svelare sono le forme specifiche in cui il dominio politico della grande borghesia si esprime nelle condizioni concrete di ciascuna potenza.
Il momento di svolta nella genesi della forma politica iraniana non è stato immediatamente il 1979, bensì il 1989. Ecco come Smaghin descrive la nascita di questa costruzione: «Un modello così complesso è stato il prodotto della “riforma firmata Khamenei-Rafsanjani” del 1989 […].
[…] nel 1989 il leggendario Ayatollah [Khomeini] morì. A quel punto i nemici interni erano già stati sconfitti e repressi, e la guerra con l’Iraq si era appena conclusa con un “pareggio militare”: almeno 500 mila morti e fino a un milione di feriti […].
La lotta tra bulldogs sotto il tappeto ha mostrato che le persone più influenti al momento della morte di Khomeini erano due: il presidente del Majlis Ali Akbar Hashemi Rafsanjani e il presidente Ali Khamenei. Alla fine, si sono spartiti il potere: Rafsanjani è diventato il nuovo presidente e Khamenei la Guida Suprema (Rahbar). Non meno importante è il fatto che questi due abbiano anche avviato la prima e per ora unica riforma costituzionale nella storia dell’Iran. In particolare, in seguito a questa riforma, è stata abolita la carica di Primo Ministro e le sue funzioni sono state di fatto trasferite al Presidente del paese.
[…] Il presidente Rafsanjani divenne il leader del movimento riformista, che sosteneva la liberalizzazione della vita economica e la normalizzazione delle relazioni con il mondo, incluso l’Occidente. […] In contrapposizione, al polo opposto dello spettro politico, iniziò a formarsi un blocco di conservatori, che facevano appello ai valori “hardcore” della Rivoluzione Islamica, inclusa la retorica antiamericana e la rigorosa osservanza delle norme religiose. Questa parte dello spettro politico iraniano si è consolidata attorno a Khamenei, sebbene egli formalmente cercasse di mostrare di non sostenere nessuna delle forze. La Guida Suprema preferisce ancora oggi non esporsi a favore dell’uno o dell’altro candidato nelle elezioni presidenziali. Allo stesso tempo, i cenni nei suoi discorsi e i dati diffusi dai media iraniani non lasciano dubbi su quale sia la parte per cui Khamenei pende nel gioco politico interno.
Nella lotta politica, entrambi i movimenti avevano i loro punti deboli e i loro vantaggi. I riformisti godevano di un maggiore sostegno della popolazione. Le loro idee di liberalizzazione del sistema e di apertura al mondo hanno chiaramente trovato ripercussione tra gli elettori: sia il Majlis (Parlamento) che la carica di Presidente sono rimasti più spesso nelle loro mani. In 35 anni, dal 1989 al 2024, i politici del fronte riformista hanno occupato la poltrona presidenziale per 24 anni. Ma dalla parte dei conservatori c’è sempre stato un serio predominio negli istituti teocratici del potere: la Guida Suprema (Rahbar) può essere rimossa solo per motivi di salute; in sostanza, viene eletta una volta e per sempre. Allo stesso tempo, le competenze costituzionali rendono il Rahbar l’uomo più influente in Iran. Egli nomina direttamente metà dei membri del Consiglio dei Guardiani della Costituzione, che può respingere qualsiasi disegno di legge del Majlis e, inoltre, decide chi può essere ammesso alle elezioni parlamentari e presidenziali e chi no. Inoltre, devono essere concordate con il Rahbar le candidature di tre ministri chiave: il capo del Ministero degli Esteri, della Difesa e del Ministero dell’Intelligence, che controlla i servizi speciali. Infine, a lui è direttamente subordinato il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), una formazione militare di 300–400 mila uomini, che fa parte delle forze armate del paese e svolge contemporaneamente le funzioni di esercito e di servizi segreti.
[…] Di conseguenza, le competenze reali e l’influenza non sono determinate tanto da ciò che è scritto sulla carta, quanto da quale dei politici e dei funzionari goda in quel momento di maggiore autorità».
Notiamo di passaggio che tale organizzazione del potere della borghesia iraniana, che si maschera dietro le vesti più diverse, comprese quelle religiose, spiega in parte perché la scommessa statunitense e israeliana sull’eliminazione dei leader di questo regime politico non abbia funzionato. In termini più generali, la relativa flessibilità di questo tipo di democrazia, intesa come forma della dittatura del capitale, ha assolto diversi compiti tipici dell’organizzazione del dominio borghese:
1. L’elaborazione in un processo di lotta e contrattazione di una determinata linea comune di lotta e contrattazione, la definizione di una strategia unitaria della classe dominante sia verso il fronte interno che verso quello esterno.
2. L’organizzazione del sostegno delle masse a questo regime politico. Ciò avviene anche – ma, naturalmente, non solo – attraverso la creazione dell’illusione di una scelta tra diverse correnti, diverse promesse elettorali e facciate pubblicitarie.
3. Infine, come sopra notato, la creazione di una struttura quanto più stabile possibile per la lotta contro altre frazioni di briganti, sia regionali che globali.
La versione iraniana dello “Stato del benessere generale”
È evidente che qualsiasi forma politica è riempita di un contenuto sociale ed economico, contraddittorio e in costante movimento, che essa deve esprimere. Non è difficile riscontrare che anche in Iran esistono grandi famiglie di borghesi, oasi di villeggiatura dove questa “élite” sperpera quanto accumulato col “sudato lavoro”; esiste la cosiddetta economia dell’IRGC, che copre, a seconda delle stime, dal 20 al 40 % del PIL nazionale e dove nel consiglio di amministrazione delle aziende siedono ex militari; esiste poi l’economia del bazar mediorientale – la piccola borghesia iraniana. Ma qui vorremmo soffermarci su un altro elemento del funzionamento di questo modello socio-economico, ben descritto nel libro di Smaghin e tipico del modello socio-economico post-bellico delle vecchie potenze, oggi anch’esso in crisi. Ci riferiamo a ciò che in Occidente ha preso il nome di welfare, o Stato sociale. In Europa, questo sistema si affermò durante il periodo dei “miracoli economici” degli anni ‘50 e ‘60, quando avvenivano burrascosi processi di decomposizione del mondo contadino, di migrazione della popolazione verso le città e di proletarizzazione. Le briciole cadute dalla tavola del padrone, destinate ai sistemi di sicurezza sociale, servivano ad attutire l’attrito inevitabilmente sorto nel corso di tali processi e, in parte, a sostenere la domanda di prodotti in un’economia in rapida crescita. In forme specifiche, questo fenomeno è stato proprio anche dell’Iran.
Dal 1950 al 2015, il tasso di urbanizzazione in Iran è passato dal 28 al 73 %: in sostanza, ciò significa ritmi molto rapidi di disgregazione delle campagne e di formazione delle classi della moderna società borghese, il che non poteva non creare tensione sociale, non acutizzare la lotta politica e non indurre un adattamento delle forme politiche.
Osserviamo come Smaghin descrive questi processi: «Le prime manifestazioni sistemiche della politica sociale in Iran risalgono agli anni della guerra Iran–Iraq (1980–1988). L’estenuante conflitto richiedeva la riconversione dell’economia su binari militari e i precedenti meccanismi di mercato per la distribuzione dei prodotti non funzionavano. Per evitare la carestia, le autorità ricorsero per la prima volta a sussidi di massa sui generi alimentari: i prezzi erano sotto il controllo dello Stato e le merci venivano distribuite alla popolazione secondo norme rigorose. Di fatto, si trattava di tessere annonarie, con le quali a ciascuno veniva concessa solo una determinata quantità di prodotti. Poi la guerra finì, la necessità del razionamento scomparve, ma i sussidi rimasero. Ora gli iraniani potevano ottenere benzina o elettricità in quantità illimitata a prezzi bassi.
In quegli anni emerse anche un altro tratto delle nuove autorità. La Repubblica Islamica non cercava di distruggere le istituzioni esistenti sotto lo Scià, ma, piuttosto, di correggere il loro funzionamento e integrarle con delle nuove. […] Le precedenti organizzazioni e istituzioni di assistenza sociale, attive sotto lo Scià, non furono liquidate, ma apparvero nuove organizzazioni, mirate a lavorare con quegli strati della popolazione a cui il vecchio regime non dedicava sufficiente attenzione. È notevole che la Fondazione Pahlavi, a cui appartenevano asset significativi dello Scià e della sua famiglia, sia stata rinominata in Fondazione degli Oppressi (Bonyad-e Mostazafan). È diventata il feudo del Corpo delle Guardie (IRGC), trasformandosi nella più grande e influente tra le fondazioni iraniane.
Sul piano economico, i successi della Repubblica Islamica nei primi decenni furono più che modesti. Le sanzioni e l’isolamento internazionale interruppero le consuete rotte di esportazione degli idrocarburi, la prolungata guerra con l’Iraq distrusse l’economia. […] Il paese è tornato ai livelli pre-rivoluzionari degli indicatori economici solo all’inizio degli anni 2000 […].
In contrasto con l’andamento economico, la politica sociale ha mostrato risultati tutt’altro che trascurabili. Gli islamisti hanno aperto la strada alle masse popolari verso l’istruzione e la medicina. La mortalità infantile diminuiva rapidamente. Già all’inizio degli anni ‘90, l’Iran aveva raggiunto su questo indicatore il livello dei paesi sviluppati, superando sensibilmente la media del Medio Oriente – e tutto ciò sullo sfondo di una guerra e di una crisi economica! Anche la speranza di vita degli iraniani è superiore a quella dei vicini di regione: all’inizio degli anni 2010, l’Iran, pur rimanendo un paese in via di sviluppo, ha eguagliato l’aspettativa di vita degli Stati europei. Le azioni delle autorità hanno favorito questo processo: nel 1995 è stata approvata la legge sull’assistenza sanitaria universale, che ha offerto polizze di assicurazione sanitaria a tutti i residenti del paese. Per la prima volta, gli abitanti anche dei villaggi più remoti hanno ottenuto l’accesso a servizi medici di base.
Il progresso rispetto ai tempi dello Scià era evidente anche nell’istruzione. Se negli anni ‘70 nelle scuole iraniane studiavano circa 5 milioni di persone, all’inizio degli anni 2000 il numero degli studenti ha raggiunto quasi i 20 milioni. L’accesso alle università è diventato significativamente più agevole. La Repubblica Islamica ha fatto molto anche per l’emancipazione femminile. Prima del 1979, il tasso di alfabetizzazione tra le ragazze di 15–24 anni nel paese era del 42 %, significativamente inferiore rispetto alla Turchia (68 %). Tuttavia, a metà degli anni 2000, questo indicatore in Iran aveva raggiunto quasi il 97 %, superando del 3 % quello del vicino turco. Inoltre, le donne hanno iniziato a frequentare massicciamente le università, e la loro quota tra gli studenti ha superato il 50 %.
Per la prima volta nella storia dell’Iran, ai disoccupati è stato regolarmente erogato un sussidio. I lavoratori autonomi sono stati coinvolti nel sistema di previdenza sociale. Infine, il sistema di sussidi e di assistenza agli strati vulnerabili, combinato con la normalizzazione economica degli anni ‘90 e 2000, è riuscito a invertire la tendenza della povertà. Questo indicatore era bruscamente peggiorato durante gli anni di guerra ed era rimasto al livello del 30 % fino al 1995–1996. Tuttavia, successivamente, il numero dei poveri ha iniziato a diminuire, scendendo appena al 5% nel periodo 2011–2013».
Questo lungo ciclo di sviluppo ha portato alla formazione di una moderna società capitalistica, che include quello che la sociologia borghese chiama “classe media”. In realtà, si tratta di un mix sociale composto da diverse classi e dai loro strati – sfruttatori e sfruttati – che vengono mescolati in un unico calderone basandosi solo sul livello di reddito e sull’adesione alle abitudini borghesi. Comunque sia, questa massa eterogenea ha iniziato a presentare allo Stato richieste sempre nuove. Quest’ultimo, a sua volta, non è in grado di rispondervi nelle condizioni di sanzioni e degrado economico dovuti alla carenza di investimenti. Questo è il terreno reale delle proteste iraniane.
L’illusione della rappresentanza operaia e la lotta frazionaria della borghesia
Nell’analisi di Smaghin e di altri ricercatori borghesi, spesso viene tralasciato non solo il proletariato iraniano in quanto tale, ma anche il modo in cui la classe dominante costruisce attivamente meccanismi per subordinare il movimento operaio ai propri interessi frazionari. La borghesia iraniana, nonostante la sua frammentazione interna (che i politologi riducono semplicisticamente alla lotta tra “riformatori” e “conservatori” o “principalisti”), possiede un ricco arsenale di mezzi per la cooptazione delle proteste operaie e per il loro utilizzo come ariete nelle guerre intestine per gli asset e l’influenza politica.
Subito dopo la rivoluzione del 1979, quando i consigli operai indipendenti (shora) furono schiacciati, lo Stato creò il loro surrogato: i Consigli Islamici del Lavoro, nonché l’organizzazione ombrello nota come “Casa del Lavoro” (Khane-ye Kargar). Queste strutture difendono i diritti dei lavoratori solo nominalmente. In realtà, il loro compito è il controllo preventivo dell’ambiente lavorativo e l’integrazione della classe operaia nel sistema corporativo statale.
È importante notare che la dirigenza della “Casa del Lavoro” è storicamente legata a doppio filo alla frazione dei cosiddetti “pragmatici” e “riformatori” (la linea di Rafsanjani e Khatami). Nei periodi in cui questa frazione si trovava all’opposizione rispetto ai conservatori intransigenti, i leader della “Casa del Lavoro” hanno spesso utilizzato la mobilitazione dei lavoratori sotto il loro controllo per esercitare pressione sui concorrenti politici, organizzando manifestazioni autorizzate sotto slogan di giustizia sociale che, in realtà, servivano solo come strumento di contrattazione per poltrone ministeriali e preferenze economiche.
D’altra parte, l’ala conservatrice della borghesia, che poggia sul IRGC e sui grandi fondi religiosi (bonyad), gioca regolarmente la carta della “difesa degli oppressi” (mostazafan). A partire dall’epoca di Ahmadinejad e fino alla presidenza di Raisi, i conservatori hanno utilizzato attivamente gli scioperi degli operai nelle imprese privatizzate per colpire i loro concorrenti.
Un esempio lampante è costituito dalla lotta presso lo zuccherificio “Haft Tappeh” o presso lo stabilimento di macchinari pesanti “Hepco”. Quando le imprese, trasferite nelle mani di proprietari privati (spesso legati al campo riformista), venivano portate al fallimento e gli operai non ricevevano lo stipendio per mesi, i media e i politici conservatori diventavano improvvisamente la “voce del proletariato”. Essi davano risalto a questi scioperi e sostenevano le richieste di annullamento delle privatizzazioni, ma con un solo obiettivo: trasferire quegli asset dalle mani dei concorrenti privati di nuovo sotto il controllo dello Stato o dei fondi para-statali legati all’IRGC. Una volta avvenuto il cambio di proprietà, la “solidarietà” dei conservatori svaniva, e ogni tentativo degli operai di continuare la lotta per i propri diritti reali veniva duramente represso.
La frazione dei riformatori, a sua volta, utilizza da decenni le illusioni democratiche dell’intellighenzia e di una parte della classe operaia. Alla vigilia delle elezioni, promettono un ammorbidimento della legislazione del lavoro, la legalizzazione dei sindacati indipendenti e l’ampliamento delle libertà civili. Tuttavia, sono stati proprio gli esecutivi riformisti (specialmente sotto Rouhani) a essere responsabili delle campagne di deregolamentazione neoliberista del mercato del lavoro più massicce, inclusa l’estensione della pratica dei “contratti in bianco” (contratti firmati dal lavoratore senza l’indicazione di termini e importi, dove il datore di lavoro può inserire qualsiasi clausola) e l’esclusione di milioni di lavoratori delle piccole imprese dalla protezione del codice del lavoro.
Indipendentemente da quanto acute siano le contraddizioni tra i vari raggruppamenti della borghesia iraniana (orientati al mercato interno o che aspirano a un accordo con l’imperialismo occidentale, privati o di stampo militare-statale), essi dimostrano un’assoluta unità di classe su una questione: impedire l’auto-organizzazione del proletariato.
Non appena uno sciopero supera i limiti consentiti dall’una o dall’altra frazione e gli operai iniziano ad avanzare rivendicazioni politiche o tentano di formare organizzazioni autenticamente indipendenti (come hanno fatto il sindacato degli autisti degli autobus di Teheran, il consiglio di coordinamento degli insegnanti o il sindacato indipendente degli operai di “Haft Tappeh”), la macchina statale dimentica le divergenze interne. I leader della protesta operaia vengono sottoposti ad arresti, torture e lunghe pene detentive sotto qualsiasi presidente: che si tratti di conservatori, “pragmatici” o riformatori.
In tal modo, la borghesia iraniana tenta costantemente di trasformare il movimento operaio in una comparsa nelle proprie lotte intestine intraclassiste. La presa di coscienza del fatto che nessuna delle frazioni della classe dominante, nessuna delle loro etichette politiche, può essere un alleato tattico del proletariato, è il primo e necessario passo verso l’indipendenza politica della classe operaia iraniana nelle tempeste incombenti della spartizione imperialista.
La sanguinosa spartizione del Medio Oriente
In questo momento, l’imperialismo americano, in alleanza con il suo compagno israeliano, ha dato inizio a un’operazione militare contro l’Iran, senza nascondere che nella sua operazione di intervento conta palesemente sul potenziale di protesta degli iraniani. Allo stesso tempo, Trump non si è dato la pena di produrre lunghi ragionamenti sulla necessità di difendere i “valori democratici” o altre simili sciocchezze ideologiche, lasciando la giustificazione della guerra, presentata come la necessità di porre fine a un regime misantropico, alla schiera dei commentatori liberali nei media. Semplificando il quadro generale, si può dire che il predatore americano, in relativa decadenza, sta tentando di utilizzare il vantaggio militare di cui ancora dispone per porre sotto controllo le risorse economiche chiave e le vie di transito, al fine di contrattare poi, da una posizione di forza, con i propri concorrenti – in primo luogo l’ascesa dell’imperialismo cinese. Ieri, questo riparto della regione avveniva tramite investimenti, accordi commerciali, iniziative diplomatiche (gli Accordi di Abramo; l’accordo strategico Cina–Iran del 2021, che prevede investimenti per 400 miliardi di dollari in 25 anni, ecc.); oggi continua tramite l’intervento militare, mettendo in moto una catena imprevedibile di conseguenze. Investimenti, diplomazia e guerra non sono mezzi contrapposti o reciprocamente esclusivi di questo riparto; le guerre imperialiste sono il proseguimento della politica imperialista, degli interessi economici dei più grandi gruppi monopolistici. Lo stesso fanno i banditi regionali più piccoli – da Israele alle monarchie del Golfo fino alla Turchia. Non rimangono a guardare gli imperialismi europeo e russo, timorosi di perdere posizioni a causa dell’ennesimo riparto.
C’è in questo dramma un altro lezione importante. Gli imitatori di sinistra del marxismo potevano sognare che l’invasione americana, sulle sue baionette imperialiste, portasse al proletariato iraniano una presunta democrazia progressista, che in futuro avrebbe creato condizioni più libere per la lotta dei lavoratori per i propri interessi. Questa è stupidità e ingenuità, oppure un tradimento aperto e un giocare a favore del nemico di classe. D’altro canto, la borghesia iraniana ha giustamente ottenuto un asso nella manica sotto forma di “unità nazionale”, tentando di compattare il proletariato attorno alla bandiera di Stato e alla difesa del regime islamico, ieri ancora odiato dalle masse stesse. In queste condizioni, l’unica posizione marxista corretta per la classe operaia iraniana è la tattica del disfattismo rivoluzionario. Il proletariato non ha patria in questo massacro inter-imperialista. Il compito dei lavoratori non è la difesa della “sovranità nazionale” della Repubblica Islamica borghese contro i missili americani, né il sostegno agli interventisti di Washington, bensì l’utilizzo della crisi militare, che indebolisce l’apparato statale, per dispiegare la guerra di classe nelle retrovie. La parola d’ordine del momento è: trasformazione della guerra imperialista in guerra civile, puntando le armi contro la “propria” borghesia nazionale.
L’emancipazione dei lavoratori può essere solo il risultato della lotta dei lavoratori stessi. Tuttavia, l’esperienza degli scioperi iraniani, costantemente spinti in un vicolo cieco dai riformisti o soppressi dalle baionette del IRGC, dimostra: una protesta economica spontanea e la creazione di sindacati “indipendenti” non sono sufficienti. La lotta trade-unionistica lascia il proletariato entro i confini del sistema di schiavitù salariata. Per uscire dalla trappola della lotta frazionaria della borghesia, è vitale per gli operai d’avanguardia dell’Iran la creazione della propria arma politica: un partito d’avanguardia rivoluzionario. Solo un’organizzazione di rivoluzionari di professione, armata della teoria marxista avanzata, è capace di infondere una coscienza autenticamente di classe e internazionalista nel movimento operaio spontaneo e di unire gli scioperi isolati in un unico fronte politico.
Questa lotta politica deve avere una chiara prospettiva rivoluzionaria. L’obiettivo del proletariato non può essere la “democratizzazione” del regime, il cambio del Rahbar con un presidente liberale o la creazione di un “vero” “Stato sociale”. Il compito storico consiste nella rottura totale, nella distruzione fisica della macchina statale borghese – con tutti i suoi Majlis elettivi e i consigli non elettivi, le fondazioni religiose e il Corpo delle Guardie. Sulle rovine della dittatura del capitale, la classe operaia iraniana, basandosi sui consigli operai rinati (shora) e in alleanza con gli altri reparti del proletariato mondiale, deve instaurare la propria dittatura: la dittatura del proletariato. Oggi ci troviamo solo all’inizio di questo difficile cammino. Ma proprio il ripristino di questo chiaro programma rivoluzionario, gettato via dagli opportunisti, è la condizione principale delle future battaglie di classe, la cui espressione suprema sarà la creazione di una nuova Internazionale Comunista.
Marzo 2026