Storia

Dalla Manchester di Engels alla Manchester Globale

↳ Il giornale «Prometeo comunista» #1 — Maggio 2026

Gli ideologi borghesi ci convincono da decenni che il marxismo sia irrimediabilmente obsoleto, che la classe operaia classica sia scomparsa e che al posto dello crudele sfruttamento del passato sia giunta un’umanitaria “società post-industriale” di pari opportunità. Noi demoliamo questo mito, poggiandoci su un rigoroso analisi di economia politica. Dimostriamo che il capitale non ha affatto mutato la sua natura predatoria — ha semplicemente scalato le condizioni infernali della Manchester fabbrile del XIX secolo, descritte dal giovane Friedrich Engels, alle dimensioni dell’intero pianeta. Di fronte all'inesorabile caduta del saggio di profitto negli anni '70, il capitalismo ha lanciato i meccanismi della rivincita globale — ha delocalizzato la produzione fisica nei paesi del “nuovo” capitalismo, condannando miliardi di persone al supersfruttamento, mentre il proletariato delle metropoli imperialiste è stato frammentato e assoggettato tramite la gig-economy, il taylorismo digitale, la schiavitù del debito e le illusioni del capitale surrogato. In questo materiale sezioniamo l’anatomia del proletariato contemporaneo frammentato e dimostriamo che, nonostante la dispersione spaziale e professionale, il minatore in Congo, il corriere con GPS e l’IT specialista in burnout rimangono anelli di una stessa catena di estrazione del plusvalore. Per spezzare questa macchina globale di produzione di miseria e alienazione, la classe frammentata dei lavoratori salariati deve necessariamente superare l’atomizzazione imposta e prendere coscienza dei propri interessi di classe unitari. Solo un partito marxista mondiale può canalizzare la protesta spontanea del proletariato nel alveo della rivoluzione comunista.

Nel 1845, il ventiquattrenne Friedrich Engels pubblicò il libro “La situazione della classe operaia in Inghilterra”, un libro che Lenin definì «un terribile atto d’accusa contro il capitalismo e la borghesia»[1], annoverandolo tra le migliori opere della letteratura socialista mondiale. La scelta dell’oggetto analizzato non fu casuale: la Manchester del XIX secolo rappresentava il primo “laboratorio puro” del capitalismo industriale. Engels documentò con precisione protocollare come un sistema dotato di una capacità di innovazione tecnologica senza precedenti generasse, simultaneamente, miseria assoluta, epidemie e degradazione della vita umana. Era la realtà della soffocante e fuligginosa Coketown di “Tempi difficili” di Charles Dickens e delle viscere infernali di “Germinal” di Émile Zola.

Nel primo volume de “Il Capitale”, Karl Marx formulò la legge: «[…] tutti i metodi per la produzione di plusvalore sono al tempo stesso metodi dell’accumulazione e ogni estensione dell’accumulazione diventa, viceversa, mezzo per lo sviluppo di quei metodi. Ne consegue quindi, che nella misura in cui il capitale si accumula, la situazione dell’operaio, qualunque sia la sua retribuzione, alta o bassa, deve peggiorare. La legge infine che equilibra costantemente sovrappopolazione relativa, ossia l’esercito industriale di riserva da una parte e volume e energia dell’accumulazione dall’altra, incatena l’operaio al capitale in maniera più salda che i cunei di Efesto non saldassero alla roccia Prometeo. Questa legge determina un’accumulazione di miseria proporzionata all’accumulazione di capitale. L’accumulazione di ricchezza all’uno dei poli è dunque al tempo stesso accumulazione di miseria, tormento di lavoro, schiavitù, ignoranza, brutalizzazione e degradazione morale al polo opposto ossia dalla parte della classe che produce il proprio prodotto come capitale»[2].

Un secolo e mezzo dopo, gli apologeti del capitalismo sostengono che questa legge sia obsoleta. Ci parlano dell’avvento della “società post-industriale”, del trionfo della classe media e dell’economia della conoscenza. Tuttavia, se dissolviamo il fumo ideologico e applichiamo una rigorosa analisi marxista dell’economia politica alla realtà contemporanea, scopriamo che il capitalismo non ha cambiato la sua natura: ha semplicemente scalato la Manchester del 1845 alle dimensioni dell’intero pianeta. L’economia odierna è un’unica fabbrica globale, dove gli algoritmi digitali fungono da sorveglianti senza anima e le bolle finanziarie agiscono come un polmone d’acciaio per un sistema afflitto da una crisi cronica di sovrapproduzione.

La Legge Fondamentale e il Grande Divario: Meccanica del “Lungo Declino”

Per capire perché il programmatore, il corriere e l’assemblatore di smartphone moderni si trovino sulla stessa barca di classe, dobbiamo rivolgerci a uno degli elementi fondamentali della teoria marxista delle crisi: la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto.

La matematica dell’inevitabilità

Il capitalismo è guidato da un unico obiettivo: l’autovalorizzazione del valore (accumulazione di capitale). Il profitto deriva esclusivamente dal lavoro non pagato degli operai (plusvalore). Nel paradigma marxista, il saggio di profitto è espresso dalla formula:

p' =
m
c + v
,

dove m è il plusvalore, c è il capitale costante (macchinari, materie prime, server, algoritmi) e v è il capitale variabile (salari degli operai).

Nella caccia al vantaggio competitivo, il capitalista è costretto a introdurre costantemente nuove tecnologie, sostituendo il lavoro vivo con quello meccanizzato. Ciò porta a una crescita inarrestabile della composizione organica del capitale (il rapporto c/v). Ma poiché l’unica fonte di nuovo valore è il lavoro vivo (v), la diminuzione relativa della quota di questo lavoro nella produzione porta inevitabilmente a una caduta sistemica del saggio di profitto (p′).

1973: il punto di non ritorno

Alla fine degli anni ‘60 del secolo scorso, i premi Nobel per l’economia Robert Solow e Paul Samuelson rilasciarono una serie di dichiarazioni trionfali. «L’obsoleta nozione di […] “ciclo economico” non è più di grande interesse», affermava Solow. Samuelson scherzava dicendo che, dopo cinquant’anni di attività, il National Bureau of Economic Research avesse «esaurito uno dei suoi compiti, lo studio del ciclo congiunturale». Arthur Okun, alto consigliere dei presidenti Kennedy e Johnson, sosteneva che le recessioni fossero «ormai […] evitabili come i disastri aerei» e che l’idea che le fluttuazioni potessero minacciare il regolare funzionamento dell’economia fosse «superata». Nel libro “The Political Economy of Prosperity” (Washington, 1970), terminato nel novembre 1969, scriveva che in quel momento «la nazione stava vivendo il centocinquesimo mese di una crescita economica inaudita, senza precedenti e ininterrotta», dichiarando senza esitazione l’«obsolescenza dello schema dei cicli economici».

Gli apologeti del capitalismo percepivano il periodo di crescita post-bellica nella ricostruzione come la nuova norma del capitalismo. Robert Brenner, direttore del Center for Social Theory and Comparative History presso l’Università della California (UCLA) e redattore della New Left Review, dimostra nel suo libro “The Economics of Global Turbulence: The Advanced Capitalist Economies from Long Boom to Long Downturn, 1945-2005” (1998) che quella fu solo un’anomalia temporanea, causata dalla distruzione di enormi volumi di capitale durante la Seconda Guerra Mondiale.

Verso la fine degli anni ‘60, le economie degli USA, Germania e Giappone risultarono sature di capacità produttiva. La legge della caduta del saggio di profitto reclamò il suo tributo. La crisi del 1973 (spesso erroneamente ridotta al solo embargo petrolifero) segnò il momento in cui il capitale non fu più in grado di garantire la crescita dei profitti mantenendo il “compromesso di classe” del dopoguerra (salari elevati).

Da questo momento ha inizio ciò che gli economisti chiamano il “Grande Divario” (The Great Decoupling). L’economista inglese, docente all’Università di Oxford, studioso del capitalismo Andrew Glyn[3], nel libro “Capitalism Unleashed” (Oxford University Press, 2006), mostra il meccanismo della rivincita capitalistica. Le sue conclusioni sono confermate da uno studio dell’Economic Policy Institute (EPI): dal 1973, la produttività del lavoro negli Stati Uniti e in Europa è cresciuta di quasi il 110%, mentre il salario reale del lavoratore mediano è rimasto stagnante (vedi tabella e grafico). Tutto il valore aggiunto degli ultimi cinquant’anni è stato sottratto dal capitale per compensare la caduta del saggio di profitto. Il sistema sopravvive esclusivamente attraverso l’inasprimento del grado di sfruttamento.

Anno La produttività del lavoro (Output/Hour) Salario reale mediano (Real Wage) Divario (Capital Appropriation)
1973 100 100 0
1990 132 103 +29
2010 185 108 +77
2022 (Est.) 210 110 +100

Dati basati sul modello EPI (Economic Policy Institute).

Il capitale, alla rincorsa del profitto, sviluppa il Sud Globale

Scontratosi con la caduta del saggio di profitto e con gli interessi dell’aristocrazia operaia nelle metropoli durante gli anni ‘70, il capitale è ricorso a una strategia che il geografo anglo-americano David Harvey, uno dei fondatori della cosiddetta “geografia radicale”, definisce nel libro “The Limits to Capital” (1982) come «soluzione spaziale» (Spatial Fix): se a Detroit la forza lavoro costa 20 dollari l’ora e la giornata lavorativa è limitata a 8 ore, allora la fabbrica deve essere trasferita dove le pretese del proletariato sono molto più basse.

Secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) per il decennio in corso, l’esercito globale del lavoro salariato conta la cifra senza precedenti di 3,3–3,5 miliardi di persone. È avvenuto un colossale spostamento geografico: la maggioranza assoluta del proletariato mondiale (circa 1,9 miliardi di operai) è oggi concentrata nella regione Asia-Pacifico, trasformata nell’officina industriale principale del pianeta. In Africa, la forza lavoro salariata ammonta a circa 500 milioni di persone (di cui oltre l’85% nel settore informale, privo di qualsiasi garanzia sociale), mentre in America Latina si contano circa 300 milioni. Le condizioni di lavoro nel Sud Globale spesso riproducono letteralmente le realtà dell’Inghilterra del XIX secolo: assenza di sicurezza sul lavoro sistematica, turni di 10–14 ore e redditi che oscillano sulla soglia della sopravvivenza fisiologica.

A questo proposito, non bisogna dimenticare che il marxismo distingue tra immiserimento assoluto e immiserimento relativo. Un assemblatore di telefoni cellulari a Shenzhen oggi possiede non solo una ciotola di riso, ma anche un iPhone. Tuttavia, allo stesso tempo, il grado di sfruttamento di un lavoratore (l’immiserimento relativo — il divario tra ciò che produce e ciò che riceve) supera significativamente il livello di sfruttamento di un raccoglitore di riso.

Come scriveva Marx in “Lavoro salariato e capitale”: «Una casa, per quanto sia piccola, fino a tanto che le case che la circondano sono ugualmente piccole, soddisfa a tutto ciò che socialmente si esige da una casa. Ma se, a fianco della piccola casa, si erge un palazzo, la casetta si ridurrà a una capanna. La casetta dimostra ora che il suo proprietario non può far valere nessuna pretesa, o solamente pretese minime; e per quanto ci si spinga in alto nel corso della civiltà, se il palazzo che le sta vicino si eleva in ugual misura e anche più, l’abitante della casa relativamente piccola si troverà sempre più a disagio, sempre più scontento, sempre più oppresso fra le sue quattro mura.

Un aumento sensibile del salario presuppone un rapido aumento del capitale produttivo. Il rapido aumento del capitale produttivo provoca un aumento ugualmente rapido della ricchezza, del lusso, dei bisogni sociali e dei godimenti sociali. Benché dunque i godimenti dell’operaio siano aumentati, la soddisfazione sociale che essi procurano è diminuita in confronto con gli accresciuti godimenti del capitalista, che sono inaccessibili all’operaio, in confronto con il grado di sviluppo della società in generale. I nostri bisogni e i nostri godimenti sorgono dalla società; noi li misuriamo quindi sulla base della società, e non li misuriamo sulla base dei mezzi materiali per la loro soddisfazione. Poiché sono di natura sociale, essi sono di natura relativa»[4].

“Arbitrato globale del lavoro” e rendita imperialista

Il ricercatore John Smith, nel suo libro “Imperialismo nel XXI secolo” (2016), analizza lucidamente questo processo attraverso l’esempio della produzione di gadget e abbigliamento. Il “miracolo” economico delle multinazionali si basa sul monopolio dei brevetti, del branding e della finanza (che restano al Nord), esternalizzando il processo fisico di creazione del valore nel Sud Globale.

Dal prezzo effettivo di uno smartphone, ai lavoratori che lo assemblano nelle fabbriche Foxconn spetta meno del 2%.[5] Tutto il colossale plusvalore, spremuto dai turni di 12 ore dei lavoratori cinesi, vietnamiti o indiani, fluisce sotto forma di sovraprofitti imperialisti verso i conti delle corporazioni in California o in Irlanda. Ciò consente agli economisti occidentali di disegnare grafici sulla crescita del PIL delle metropoli imperialiste, occultando il fatto che tale PIL è pagato letteralmente con il sudore e il sangue dei lavoratori dei paesi a capitalismo emergente.

L’aspetto più cupo di questo sistema globale di sfruttamento è l’uso massiccio del lavoro infantile, causato dalla miseria del proletariato del Sud Globale. Secondo le ultime stime congiunte di OIL e UNICEF, oggi nel mondo sono costretti a lavorare 160 milioni di bambini (quasi uno su dieci sul pianeta), di cui 79 milioni impiegati in lavori pericolosi per la vita e la salute. Il primato assoluto spetta all’Africa subsahariana, dove viene sfruttato il 23,9% di tutti i bambini della regione (86,6 milioni). Nella regione Asia-Pacifico, la quota di bambini lavoratori è del 5,6% (49 milioni), nei paesi dell’America Latina e dei Caraibi del 5,3% (8,3 milioni). Sono proprio questi bambini, che estraggono cobalto per le batterie delle auto elettriche premium in Congo o smistano rifiuti elettronici tossici in Ghana, a garantire le fondamenta della redditività delle multinazionali hi-tech.

La regolarità della resistenza

Tuttavia, questo processo cela in sé una contraddizione dialettica. Beverly Silver - sociologa americana, professore di sociologia alla Johns Hopkins University, nel suo studio “Forces of Labor: Workers’ Movements and Globalization since 1870” (2003), analizza gli spostamenti del capitale negli ultimi 150 anni. L’industria tessile e automobilistica sono fuggite dagli scioperi in Inghilterra verso gli Stati Uniti, da lì in Giappone, poi in Corea del Sud, in Cina e infine in Vietnam e Bangladesh.

Leggendo il libro di Silver, osserviamo la legge ferrea che Marx ed Engels descrissero già nel “Manifesto del Partito Comunista”: ovunque il capitale giunga in cerca di braccia obbedienti, genera inevitabilmente lì il proprio becchino — il proletariato. Sebbene si tratti di una classe operaia non ancora istruita dalla scuola del capitalismo, debolmente organizzata e non sufficientemente consapevole dei propri interessi, la crescita esplosiva degli scioperi in Asia negli anni 2010 e 2020 è già la conferma diretta che il proletariato non è scomparso: ha semplicemente cambiato geografia.

Anatomia di una classe frammentata: precariato, migrazione e aristocrazia operaia

Lo sviluppo del capitalismo nel XXI secolo ha creato un sistema di stratificazione interna del proletariato senza precedenti, frammentandolo in strati tra i quali talvolta si verifica un conflitto di interessi. Questo sistema di oppressione a più livelli, costruito dal capitalismo, trova un riflesso nel film del regista sudcoreano Bong Joon-ho “Parasite” (2019), dove la borghesia fluttua in un’astratta casa di vetro, mentre i rappresentanti dei bassifondi, accecati dalla falsa coscienza, si sbranano a morte nei seminterrati allagati per il diritto di servire i padroni.

Il “Sud interno” e l’uso delle migrazioni

Se il capitale non può trasferire una fattoria o un cantiere edile in Africa, importa l’Africa a sé. Secondo i dati dell’OIL per il 2024, il 68,4% dei 167,7 milioni di lavoratori migranti internazionali è concentrato nei paesi del nucleo imperialista del capitalismo. I migranti formano un esercito industriale di riserva artificialmente privo di diritti. La privazione dei diritti politici e la costante minaccia di deportazione permettono al capitale di aggirare la legislazione sul lavoro, attuare il dumping salariale e — cosa più importante — incanalare la rabbia di classe dei lavoratori locali nell’alveo della xenofobia populista di destra.

Capitalismo rentier e l’illusione della proprietà

L’economista francese Thomas Piketty sostiene che la disuguaglianza cresca perché il rendimento delle attività capitalistiche supera la crescita economica. Brett Christophers, geografo economico e professore presso l’Istituto di Ricerca sull’Edilizia e lo Sviluppo Urbano dell’Università di Uppsala (Svezia), introduce il concetto di capitalismo rentier (rentier capitalism). Egli afferma che il capitale è riuscito a integrare parzialmente il vertice della classe dei lavoratori salariati (l’aristocrazia operaia) nel sistema di sfruttamento.

Attraverso i meccanismi dei fondi pensione (dipendenti dalle quotazioni azionarie), dei mutui ipotecari e del micro-investimento, i lavoratori salariati delle metropoli sono diventati proprietari di un capitale surrogato. Ciò genera una falsa coscienza: i possessori di capitale surrogato iniziano a preoccuparsi dei successi di Wall Street, poiché il crollo della borsa significa una riduzione della propria pensione.

La moderna aristocrazia operaia ha una precisa localizzazione geografica ed economica. Nei paesi del centro imperialista (USA, Europa occidentale), si può annoverare in questo strato il 20–30% di tutti i lavoratori salariati (top management, specialisti altamente pagati del settore IT e finanziario). Al contrario, nei paesi del Sud Globale la quota dell’aristocrazia operaia è insignificante e raramente supera il 2–5%, servendo principalmente la logistica e le infrastrutture delle multinazionali.

Secondo i dati del World Inequality Database (WID), il carattere di questo strato in Occidente è radicalmente cambiato: essa si è imborghesita attraverso i meccanismi del possesso. Per gli strati di lavoratori salariati “gravati” dalla proprietà, la quota di reddito derivante da varie forme di possesso (rendita imputata dalla proprietà immobiliare ipotecaria, dividendi azionari, interessi attivi e capitalizzazione dei conti pensionistici privati) può raggiungere oggi dal 15% al 25% del loro reddito disponibile totale. Per fare un confronto: per il 50% inferiore dei lavoratori salariati, la quota di reddito da proprietà è statisticamente pari a zero; questo è il proletariato più classico, che non ha nulla da perdere se non le proprie catene.

Nulla se non questo cordone ombelicale materiale, che lega i redditi dei lavoratori più agiati delle metropoli alla propria borghesia imperialista, costituisce la base economica del loro opportunismo politico.

Ma non bisogna dimenticare che, nella realtà degli anni ‘20 del XXI secolo (inflazione, aumento dei tassi delle Banche Centrali, aumento del costo della vita), il capitale surrogato dell’aristocrazia operaia sta svanendo. Essa perde sia i risparmi che gli asset. La base sociale del capitalismo si sta restringendo anche nelle metropoli.

Cooptazione istituzionale: il crollo della socialdemocrazia e i sindacati gialli

A livello politico, il fattore principale della demoralizzazione del proletariato è stato il tradimento delle sue organizzazioni storiche: i sindacati e i partiti di sinistra. Questo processo, iniziato con il revisionismo della Seconda Internazionale, ha raggiunto la sua conclusione logica nell’epoca dell’imperialismo maturo: la socialdemocrazia si è completamente integrata nell’architettura del capitalismo globale.

I moderni partiti di sinistra sistemici (siano essi i Laburisti in Gran Bretagna o i Socialdemocratici in Germania) hanno smesso da tempo di essere l’avanguardia politica della classe operaia. A partire dagli anni ‘90 (l’epoca della “Terza Via” di Tony Blair e Gerhard Schröder), hanno abbandonato persino la retorica del superamento del capitalismo, trasformandosi in manager efficienti delle riforme capitalistiche. Sono stati proprio questi partiti pseudo-operai ad attuare le privatizzazioni, tagliare le garanzie sociali e promuovere politiche di austerità (austerity), distruggendo così gli ultimi resti del compromesso di classe post-bellico.

Un esempio lampante è rappresentato dalla cosiddetta “Agenda 2010” e dalle riforme Hartz, attuate all’inizio degli anni 2000 dal governo socialdemocratico di Schröder in Germania. Sono state queste riforme a creare in Europa il più grande settore di lavoro sottopagato e precario (minijobs) e a tagliare drasticamente i sussidi di disoccupazione.

Parallelamente, si è verificata una profonda burocratizzazione e degenerazione del movimento sindacale. Trasformatisi in un elemento integrato della gestione aziendale (il cosiddetto trade-unionismo), i vertici dei sindacati ufficiali si sono catastroficamente allontanati dalle masse popolari. I leader sindacali, che siedono nei consigli di amministrazione e percepiscono stipendi da top manager, sono più interessati a mantenere la “partnership sociale” e la redditività delle corporazioni che alla lotta di classe senza compromessi. Il sindacato si è trasformato da scuola di comunismo e organo combattente di solidarietà in un ufficio di servizi che fornisce consulenza legale in cambio di quote associative mensili.

Per la coscienza di classe, questo opportunismo ha avuto conseguenze devastanti. La classe operaia delle metropoli, tradita dalle proprie “élite” politiche e sindacali, si è ritrovata in uno stato di profondo disorientamento politico e cinismo. Avendo perso la fede nella possibilità di una alternativa autenticamente di sinistra, il proletariato atomizzato è diventato facile preda del populismo di destra, che oggi canalizza abilmente la rabbia contro l’establishment di una parte significativa dei lavoratori nell’alveo della xenofobia e dello sciovinismo.

L’assenza di organizzazioni marxiste influenti come specchio oggettivo della classe

Il risultato logico di tutti i processi descritti è stata una profonda disorganizzazione politica del proletariato. Si sente spesso chiedere: perché non esiste ancora nel mondo un’Internazionale marxista influente e di massa, o potenti partiti comunisti?

La risposta marxista risiede nel fatto che la sovrastruttura politica (il partito) riflette sempre la base economica e la condizione materiale della classe. L’assenza di organizzazioni marxiste influenti oggi non è semplicemente la conseguenza di “errori dei dirigenti”, mancanza di leader carismatici o debolezza teorica. È il riflesso diretto e oggettivo dello stato reale e attuale della stessa classe operaia globale. Come scriveva Marx, il proletariato deve trasformarsi da una massa frammentata, una «classe in sé» (esistente oggettivamente ma non consapevole), in un soggetto politico, una «classe per sé».

Il proletariato globale odierno è paralizzato proprio in quanto «classe in sé». La sua parte più sfruttata è fisicamente delocalizzata nel Sud Globale, dove ogni auto-organizzazione operaia è spietatamente repressa dall’apparato armato delle dittature borghesi locali e del capitale transnazionale. Allo stesso tempo, nei paesi del nucleo imperialista, il proletariato è impantanato nei debiti, frammentato dalla gig-economy, isolato nelle periferie e accecato dalle illusioni digitali.

La creazione di un partito marxista autenticamente rivoluzionario e di massa non può essere decretata artificialmente dall’alto o assemblata su internet. Il partito può crescere solo organicamente, come espressione politica e intellettuale di una resistenza reale e coesa delle masse proletarie dal basso. Finché mancheranno questa coesione di base e l’esperienza di una lotta solidale, il campo politico della sinistra si frammenterà inevitabilmente in circoli accademici marginali, sette attiviste staccate dalla produzione o ONG riformiste che non rappresentano la minima minaccia per l’egemonia del capitale. La debolezza delle organizzazioni marxiste è lo specchio esatto della debolezza strutturale e della frammentazione del proletariato contemporaneo.

La catena di montaggio digitale e la precarizzazione

A chi non è entrato nelle fila dell’aristocrazia operaia è riservata la precarizzazione. Guy Standing, economista britannico, descrive il precariato come uno strato della classe operaia privo della minima sicurezza sul futuro. La gig-economy (Uber, le varie piattaforme di consegna) ha trasferito interamente i rischi e i costi di riproduzione della forza-lavoro sul lavoratore stesso.

Ursula Huws – ricercatrice britannica specializzata in sociologia del lavoro, economia digitale e questioni di genere, nel suo libro “The Making of a Cybertariat” (2003), distrugge il mito dell’eccezionalità del settore IT. Il lavoro di programmatori, copywriter e designer è sottoposto a un taylorismo digitale: viene frammentato in compiti primitivi, viene standardizzato e algoritmizzato.

Gli apologeti della Silicon Valley ci hanno venduto per decenni l’idea della “sharing economy” (economia della condivisione) e della gig-economy come l’era dei creatori indipendenti e dei liberi imprenditori. Tuttavia, se ci armiamo dell’ottica de “Il Capitale” di Marx, vedremo che il capitalismo delle piattaforme non è il superamento delle contraddizioni capitalistiche, ma il loro compimento fino a un limite assoluto, chimicamente puro.

Marx non poteva prevedere l’avvento dello smartphone, ma descrisse impeccabilmente la meccanica stessa di ciò che oggi fanno Uber, Amazon e Glovo. Ecco come le moderne piattaforme digitali si spiegano attraverso i concetti base dell’economia politica marxista: se nel capitalismo classico la borghesia è proprietaria di fabbriche e navi, nella gig-economy i proprietari delle piattaforme sostengono di essere semplici “intermediari informativi” che collegano cliente ed esecutore. Ma dal punto di vista di Marx, la piattaforma (l’algoritmo, i server, il database) rappresenta i moderni mezzi di produzione.

Monopolizzando l’infrastruttura digitale, il capitale si pone in una posizione di controllo assoluto. Il lavoratore non può trovare il cliente aggirando l’algoritmo. La piattaforma riscuote una rendita colossale (commissione) per l’accesso a questo “macchinario” digitale, dettando i prezzi a entrambe le parti.

Nel Capitolo 13 del primo libro de Il Capitale, Marx cita l’ispettore di fabbrica Leonard Horner: «[…] l’operaio pagato a cottimo spinge le proprie forze fino a quel limite oltre il quale non è più in grado di mantenere costantemente lo stesso livello di intensità_»[6]._ E nel Capitolo 19, Marx giunge alla seguente conclusione: «[…] Da quanto è stato esposto sino qui risulta che il salario a cottimo è la forma di salario che più corrisponde al modo di produzione capitalistico. Sebbene non sia affatto nuovo […] il salario a cottimo acquista tuttavia un campo d’azione maggiore soltanto durante il periodo della mani fattura vera e propria. Negli anni di impeto e slancio della grande industria, specialmente dal 1797 al 1815, esso serve di leva per il prolungamento del tempo di lavoro e per la riduzione del salario»[7].

La gig-economy ha elevato questo principio all’ennesima potenza. Il corriere o il tassista non riceve una paga per il tempo di lavoro, ma riceve denaro per un ordine specifico (il cottimo). A livello psicologico, il salario a cottimo crea nel lavoratore l’illusione di libertà e di lavorare “per sé” (poiché formalmente non ha sopra di sé un sorvegliante con l’orologio). Essa costringe il lavoratore a intensificare autonomamente il proprio lavoro (lavorare 12-14 ore, non dormire, violare le norme di sicurezza) per guadagnare il minimo vitale. Il capitale non ha più bisogno di spronare il proletario: è lui stesso a spremere da sé il plusvalore.

La geniale crudeltà del capitalismo delle piattaforme risiede nel fatto che ha costretto il proletario a pagare egli stesso una parte del capitale costante (c). Il tassista usa la propria auto, il corriere la propria bicicletta e lo smartphone. Pagano loro stessi la benzina, le riparazioni, internet e l’ammortamento della tecnologia. La piattaforma estrae plusvalore puro (m), essendosi quasi completamente scaricata dell’onere della manutenzione e della riparazione dei mezzi di produzione fisici.

E non è tutto. Marx scrisse della necessità per il capitale di mantenere una sovrappopolazione relativa, ovvero un esercito industriale di riserva. I disoccupati servono al sistema per esercitare pressione sugli occupati e impedire che i salari aumentino. L’applicazione sullo smartphone è il serbatoio ideale per tale esercito. Nel sistema sono registrati milioni di persone. Se un rider è scontento della tariffa e spegne l’applicazione, l’algoritmo trasferisce istantaneamente l’ordine a un altro membro dell’infinito esercito di riserva composto da migranti, studenti o persone che hanno perso il posto fisso. Ciò permette alle piattaforme di mantenere la remunerazione del lavoro (v) al fondo della scala del minimo sociale.

Nel Capitale, Marx descrive anche come le macchine (“lavoro morto”) inizino a soggiogare l’essere umano (“lavoro vivo”), imponendogli il loro ritmo meccanico. Gli algoritmi delle piattaforme sono sorveglianti ideali, che non dormono mai. Essi attuano un totale taylorismo digitale: conteggiano ogni secondo di consegna, tracciano le coordinate GPS, multano per la minima deviazione dal percorso, licenziano (bloccano l’account) automaticamente sulla base di un calo del rating, senza diritto alla protezione sindacale o a un processo. L’essere umano vivente si trasforma in un’appendice biologica dello smartphone, il cui unico compito è spostare fisicamente una merce dal punto A al punto B, eseguendo i comandi di un codice matematico.

La gig economy è il sogno realizzato di un capitalista del XIX secolo. È un sistema in cui l’estrazione di plusvalore è massimizzata, mentre qualsiasi obbligo sociale (malattie, ferie, pensioni, responsabilità per infortuni sul lavoro) è completamente azzerato da un artificio giuridico: «voi non siete nostri dipendenti, siete partner indipendenti».

Il capitalismo delle piattaforme non abolisce le leggi di Marx: le ripulisce dai compromessi del XX secolo, riportandoci alle crudeli realtà delle fabbriche di Manchester, ma questa volta con un GPS-tracker e la gamification del processo. L’algoritmo delle piattaforme è il sorvegliante perfetto, che non dorme e misura la produttività ogni secondo, trasformando il lavoro intellettuale in una routine da catena di montaggio di fabbrica.

Spostamento dei settori economici: dal fischio di fabbrica all’algoritmo logistico

Ai tempi di Engels e Marx, il distaccamento d’avanguardia del proletariato era costituito dagli operai di fabbrica (tessili, minatori, metallurgici), impiegati direttamente nella produzione industriale. La loro concentrazione a migliaia nelle officine e nelle miniere creava le condizioni oggettive per una rapida auto-organizzazione. Il processo di sfruttamento era estremamente evidente: l’operaio vedeva il macchinario, vedeva il caposquadra con il cronometro e capiva che il fabbricante si appropriava dei frutti del suo lavoro fisico.

Oggi il mercato globale del lavoro ha vissuto una trasformazione strutturale radicale. Mentre la produzione industriale è stata delocalizzata nel Sud Globale, nei paesi del nucleo imperialista (USA, UE) dal 70 all’80% della forza lavoro è risultato impiegato nel settore dei servizi, nella logistica, nella vendita al dettaglio e nell’IT. Ciò ha cambiato radicalmente la coscienza di classe.

In primo luogo, si è verificata una frammentazione e una dispersione: una quota significativa dei proletari moderni non lavora in gigantesche officine, ma è suddivisa in piccoli caffè, magazzini Amazon, call-center o è del tutto isolata davanti agli schermi (lavoratori da remoto). Organizzare uno sciopero è infinitamente più difficile quando non conosci fisicamente i tuoi colleghi.

In secondo luogo, è cambiato l’oggetto dello sfruttamento. Come ha dimostrato la sociologa americana Arlie Hochschild con il concetto di “lavoro emotivo” (emotional labor)[8], il capitale nel settore dei servizi ha iniziato a sfruttare non solo la forza fisica, ma la personalità stessa del lavoratore: i suoi sorrisi, l’empatia e la capacità di smussare i conflitti con il cliente.

In terzo luogo, è emersa una sofisticata mascheratura dell’antagonismo di classe. I capitalisti nel settore dei servizi preferiscono chiamare i proletari “partner”, “baristi” o “appaltatori indipendenti”, occultando il fatto stesso del lavoro salariato. Un rider di consegne è de facto un proletario classico, che vende la sua forza-lavoro (la capacità di pedalare e trasportare una borsa termica), ma de jure e nella propria coscienza si considera spesso un “piccolo imprenditore”. L’assenza di un oppressore diretto e visibile (sostituito da un’applicazione-algoritmo impersonale) disorienta il lavoratore, indirizzando la sua frustrazione verso i clienti, i colleghi o la propria “incapacità di avere successo”, ma non verso il sistema stesso di estrazione del profitto.

Questa è la terrificante “libertà” di milioni di proletari che si trovano in una corsa costante, acquistando con gli ultimi risparmi un furgone per iniziare a “lavorare per se stessi” – consegnando pacchi per un servizio di corriere – per 14 ore al giorno, cercando di crescere i figli nel tempo rimanente. Questa è la realtà del film del regista britannico Ken Loach “Sorry We Missed You”.

Urbanistica dell’alienazione: distruzione dei quartieri operai e atomizzazione spaziale

Un importante strumento di trasformazione della classe operaia nelle metropoli sviluppate è stato il cambiamento della struttura stessa dello spazio urbano capitalista. Il capitalismo industriale classico concentrava il proletariato in densi quartieri di fabbrica e rioni operai. Nonostante le condizioni di vita terribili (descritte da Friedrich Engels nell’opera “Sulla questione delle abitazioni”), questo mostruoso sovraffollamento forgiava paradossalmente la solidarietà di classe. I cortili comuni, le osterie proletarie, le casse di mutuo soccorso e il quotidiano contatto sociale ravvicinato formavano un’identità politica unitaria, capace di mobilitarsi rapidamente per scioperi e scontri di piazza.

Consapevole di questa minaccia politica, il capitale ha avviato un processo su larga scala di ristrutturazione urbana. Basandosi sulla logica già stabilita dal Barone Haussmann durante la ricostruzione di Parigi nel XIX secolo (distruzione delle strade strette, adatte alle barricate, a favore di ampi viali), il capitalismo moderno ha ridisegnato le metropoli attraverso processi di deindustrializzazione, suburbanizzazione e gentrificazione. Come nota David Harvey, il “diritto alla città” è stato definitivamente usurpato dal capitale finanziario.[9]

Gli storici quartieri operai nei centri delle città occidentali sono stati pianificatamente distrutti o gentrificati: trasformati in immobili di lusso, loft alla moda e cluster di uffici. La classe operaia è stata spinta verso le remote periferie economiche o dispersa in sobborghi isolati. Questa segregazione spaziale ha avuto conseguenze catastrofiche per il movimento operaio: ha fisicamente distrutto i centri di riproduzione della cultura proletaria. Alla vita collettiva è subentrata la totale atomizzazione in quartieri di cemento uniformi o in case ipotecate individualizzate. E non importa che il figlio di una moderna Charlotte, abitante del “Condominio” (High-Rise) di Ballard, non ascolti più alla radio i discorsi di Margaret Thatcher, accontentandosi di clip e meme da 15 secondi: rimane pur sempre un prigioniero della folle Metropolis capitalista.

Inoltre, le distanze crescenti tra casa e lavoro (pendolarismo) sottraggono quotidianamente ore di tempo libero al lavoratore salariato, esaurendolo e privandolo della possibilità fisica di partecipare all’auto-organizzazione politica.

Femminilizzazione del proletariato e crisi della riproduzione sociale

Storicamente, il capitalismo si è basato sulla famiglia patriarcale come fabbrica gratuita per la produzione e il ripristino della forza-lavoro. Il modello industriale classico presupponeva un “salario familiare” (family wage) per l’uomo capofamiglia, mentre il lavoro domestico non retribuito della donna garantiva la riproduzione sociale del capitale.

Tuttavia, con l’inizio dell’offensiva del capitale negli anni ‘70 e la stagnazione dei redditi reali, questo modello è crollato. Il capitale ha mobilitato le colossali riserve di lavoro femminile, gettando le loro vite nella fornace della produzione globale. Da un lato, questo processo ha avuto un carattere progressivo: l’indipendenza economica ha inferto un colpo devastante alla tradizionale famiglia patriarcale, garantendo alle donne una libertà finora sconosciuta dal diktat del “capofamiglia”. Dall’altro lato, l’integrazione delle donne nel mercato del lavoro è avvenuta a condizioni puramente capitalistiche.

Il capitale ha utilizzato il lavoro femminile di massa per un dumping generale e per la riduzione del costo della forza-lavoro. Ora, per la sopravvivenza della famiglia, è necessaria la vendita della capacità lavorativa di entrambi i partner. È sorto il fenomeno del “doppio carico” (double burden): liberatasi dal vincolo esclusivo verso la gestione domestica, la donna proletaria ha ricevuto un secondo turno non pagato a casa, dopo la fine del turno pagato in fabbrica o in ufficio.

Nel Sud Globale, la femminilizzazione del lavoro ha assunto la forma di super-sfruttamento nelle zone orientate all’esportazione (maquiladoras in Messico, fabbriche tessili in Bangladesh), dove il capitale preferisce assumere giovani donne, considerandole cinicamente una forza-lavoro più “docile” ed economica. Parallelamente, nelle metropoli si sono formate “catene globali della cura” (global care chains)[10]: le donne migranti dal Sud sono costrette a lasciare le proprie famiglie per svolgere, per una miseria, il lavoro riproduttivo (cura di bambini e anziani, pulizie) per la borghesia e l’aristocrazia operaia del Nord. Ciò atomizza e divide ancora più profondamente la classe operaia mondiale, trasferendo i costi della riproduzione sociale sui soggetti più vulnerabili.

L’industria dell’assurdo: la produttività del male e i “lavori senza senso”

Se il capitalismo è così efficiente, perché milioni di persone provano una totale alienazione e ritengono che il loro lavoro sia privo di significato? Qui la teoria marxista svela l’irrazionalità fondamentale del sistema: al capitalismo non importa nulla del valore d’uso (l’utilità reale), per esso conta solo il valore di scambio (la rotazione del capitale).

Karl Marx e la capitalizzazione della distruzione

Nella “Concezione apologetica della produttività di tutte le professioni”[11] Karl Marx, attraverso un brillante espediente satirico (la reductio ad absurdum), smantella l’economia politica borghese e la sua concezione di ciò che costituisce un lavoro “utile” e “produttivo”:

«Il delinquente non produce soltanto delitti, ma anche il diritto criminale […] tutta la polizia e la giustizia criminale, gli sbirri, i giudici […] Il delinquente rompe la monotonia e la banale sicurezza della vita borghese. Egli preserva così quella vita dalla stagnazione, e suscita quella inquieta tensione e quella mobilità, senza la quale anche lo stimolo della concorrenza si smorzerebbe. […] Mentre il delitto sottrae una parte della popolazione in soprannumero al mercato del lavoro, diminuendo in questo modo la concorrenza tra gli operai e impedendo in una certa misura la diminuzione del salario al di sotto del minimo indispensabile, la lotta contro il delitto assorbe un’altra parte della popolazione»[12].

Gli economisti borghesi contemporanei di Marx sostenevano: qualsiasi attività che generi domanda, crei posti di lavoro e metta in movimento denaro è economicamente “produttiva” e utile alla società. Marx prende questa logica e la applica alla figura sociale distruttiva del criminale: se il capitalismo misura l’utilità solo tramite la rotazione del denaro e la creazione di posti di lavoro, allora il criminale è un vero motore del progresso e un benefattore dell’umanità.

Attraverso questo sarcasmo, Marx rivela la contraddizione fondamentale tra il valore d’uso (l’utilità reale di un oggetto o di un’azione per l’uomo) e il valore di scambio (la capacità di generare profitto). Al capitalismo non importa affatto se il lavoro crei qualcosa di creativo o se elimini le conseguenze di un caos creato artificialmente. Per il capitale, conta solo il fatto stesso della rotazione del denaro.

Pertanto, sotto il capitalismo, la distruzione è redditizia: questo modo di produzione è capace di capitalizzare le catastrofi. Malattie, crimini, guerre e crisi ecologiche, per l’economia borghese, non sono tragedie, ma eccellenti driver per la crescita del PIL. Gli apologeti del capitale giustificano spesso qualsiasi industria distruttiva con la frase: “Ma questo crea posti di lavoro”. Marx dimostra la fragilità di questo argomento: anche una prigione crea posti di lavoro, ma ciò non la rende un motore della felicità umana.

Il capitalismo è una società di alienazione universale. Nella società borghese si cancella la differenza tra la produzione di pane e la produzione di un antidoto a un veleno creato artificialmente. Entrambe le attività generano semplicemente plusvalore.

Questo frammento del XIX secolo suona oggi spaventosamente attuale. L’economia moderna è piena di esempi di “produttività del criminale”: l’industria della cybersicurezza, che vale trilioni, cresce solo grazie agli hacker; il totale burnout psichico del proletariato nutre un esercito di psicologi aziendali e l’industria farmaceutica; la bonifica dei disastri ecologici causati dalle corporazioni diventa un nuovo mercato redditizio di “tecnologie verdi” e mercati di quote di carbonio. Il capitale ha trasformato la distruzione in uno dei suoi principali metodi di autovalorizzazione. Il capitalismo sopravvive parassitando le catastrofi che esso stesso produce.

Il “feudalesimo manageriale” di David Graeber

Nel 1930, nel saggio Possibilità economiche per i nostri nipoti, J.M. Keynes predisse che la crescita tecnologica avrebbe portato a una settimana lavorativa di 15 ore. Tecnologicamente abbiamo raggiunto questo traguardo decenni fa. Ma perché lavoriamo sempre di più? L’antropologo e anarchico americano David Graeber, nel libro “Bullshit Jobs”, risponde: la riduzione dell’orario di lavoro è mortalmente pericolosa per la stabilità politica del capitale.

Secondo questa concezione, il sistema capitalista ha intrapreso la strada dell’espansione artificiale del settore dei servizi e della burocrazia. Milioni di addetti alle pubbliche relazioni, telemarketer, amministratori e avvocati aziendali percepiscono segretamente che il loro lavoro non porta al mondo alcun beneficio. È il vicolo cieco esistenziale di Tyler Durden nel romanzo di culto di Chuck Palahniuk “Fight Club”: «Andiamo a lavorare in posti che odiamo per comprare cose di cui non abbiamo bisogno».

Un lavoratore salariato, esausto per otto ore di inutile spostamento di documenti digitali, scenderà mai sulle barricate? Nonostante l’acutezza delle sue osservazioni, Graeber tralascia il punto fondamentale: il capitale non fa nulla solo per “stancare” le persone. È sempre guidato dal desiderio di valorizzazione. Il settore dei servizi gonfiato (pubblicità, marketing, avvocati, risorse umane) rappresenta i costi di circolazione del capitale. Il capitalismo è costretto a spendere risorse colossali non nella produzione, ma nel tentativo di costringere il consumatore ad acquistare la merce in condizioni di concorrenza spietata e di crisi di sovrapproduzione. Si tratta di una necessità economica per la sopravvivenza delle corporazioni, e non semplicemente di una cospirazione per negare alle persone il tempo libero.

Alienazione cognitiva: la crisi dell’istruzione e la dittatura della “clip”

Una condizione imprescindibile per la sopravvivenza del sistema capitalista è il blocco della coscienza di classe. Questo compito è oggi assolto congiuntamente dal sistema educativo moderno e da Internet, monopolizzato dalle corporazioni. Il filosofo francese Louis Althusser, nel saggio “Ideologia e apparati ideologici di Stato” (1970), definiva la scuola come il principale “apparato ideologico di Stato”. L’istruzione di massa moderna si è definitivamente trasformata da strumento di illuminazione a catena di montaggio per la produzione di esecutori funzionalmente alfabetizzati, ma privi di pensiero critico. È finalizzata all’addestramento per test standardizzati e alla formazione di competenze ristrette necessarie al mercato, cancellando metodicamente l’aspirazione a una comprensione fondamentale e dialettica del mondo.

A loro volta, le piattaforme digitali completano il processo di alienazione cognitiva. Gli algoritmi dei social network, che operano all’interno della cosiddetta “economia dell’attenzione”, frammentano deliberatamente la percezione umana. Ciò che il filosofo francese Guy Debord chiamava “La società dello spettacolo” (1967), nell’era del capitalismo delle piattaforme è mutato nell’industria dell’infinito consumo dopaminergico[13] di contenuti brevi. La cultura della lettura profonda, che richiede sforzo intellettuale e concentrazione — quello stesso sforzo necessario per padroneggiare l’economia politica, la filosofia e per comprendere il processo storico — viene fisicamente e psicologicamente distrutta dalla “cultura clip”[14]. E va tenuto presente che questo non è il risultato di un’attività deliberata della borghesia, ma è determinato dalla ricerca del profitto, che nelle società della maturità imperialista gonfia la pubblicità e il marketing. In altre parole, si verifica lo stesso processo riscontrato nel caso dei Bullshit Jobs.

Il proletariato viene immerso in uno stato di costante sovraccarico informativo e in quella che il filosofo inglese Mark Fisher chiamava “impotenza riflessiva” (reflexive impotence)[15]: l’abbondanza di informazioni superficiali crea l’illusione dell’onniscienza, ma rende impossibile un’analisi sistemica delle cause della propria miseria. Il capitale ha espropriato non solo il lavoro, ma anche il tempo stesso necessario per riflettere, sostituendo la conoscenza autentica con spazzatura algoritmica.

Il capitalismo contemporaneo non è l’anti-utopia orwelliana della coercizione fisica diretta, ma la realtà del Mondo nuovo di Aldous Huxley. Agli adepti del capitale oggi non serve bruciare i libri di Marx o Lenin; affogano semplicemente il proletariato atomizzato in un oceano di rumore informativo e di “soma”[16] digitale (video brevi), spegnendo il desiderio stesso di una riflessione complessa.

Il cappio del debito: il credito come strumento di terrore morale

Poiché i salari reali stagnano dagli anni ‘70 e il consumo deve crescere (per realizzare le merci prodotte), il capitale ha sostituito la crescita dei redditi con la crescita dei debiti.

Espropriazione attraverso la finanza

L’economista greco Costas Lapavitsas[17] professore di economia presso la SOAS (School of Oriental and African Studies) dell’Università di Londra, nel suo libro “Profiting Without Producing: How Finance Exploits Us All” (2013), mostra che la moderna finanziarizzazione non è semplice speculazione di borsa. È un ritorno all’usura su scala industriale. Il capitale finanziario estrae profitto direttamente dai redditi dei lavoratori attraverso mutui, crediti al consumo, commissioni e micro-prestiti. Il proletario è sottoposto a un duplice sfruttamento: prima sul posto di lavoro (dove viene estratto il plusvalore) e poi nella sfera del consumo (dove le banche estraggono i resti del suo salario sotto forma di interessi).

L’economista americano Charles Kindleberger, nel suo classico lavoro storico-economico del 1978 “Manias, Panics, and Crashes: A History of Financial Crises”[18], ha dimostrato in modo convincente che tale pompaggio creditizio genera inevitabilmente manie e crolli. Ma ogni crollo (come nel 2008) finisce con lo Stato che salva le banche a spese della popolazione, introducendo regimi di austerità per i lavoratori.

Il debito come arma morale

David Graeber, nel suo studio “Debito. I primi 5000 anni” (Ad Marginem, 2015), svela la funzione più terribile del credito. Il debito è uno strumento di profonda oppressione morale e di trasferimento della colpa sistemica sull’individuo:

«Perché il debito? Che cosa rende questo concetto tanto potente? Il debito dei consumatori è la linfa vitale della nostra economia. Tutti i moderni stati-nazione sono stati eretti sulla spesa in deficit. Il debito è diventato la questione centrale della politica internazionale, eppure nessuno sembra sapere propriamente cosa sia, o come si debba pensarlo.

Il fatto che non sappiamo cosa sia il debito, la flessibilità di questo concetto, è il fondamento del suo potere. Se la storia c’insegna qualcosa, è che non c’è modo migliore per giustificare relazioni sociali fondate sulla violenza del farle sembrare morali per poi riformularle nel linguaggio del debito: soprattutto perché in questo modo sembra che sia stata la vittima a fare qualcosa di male.

Lo sanno bene i mafiosi e i comandanti degli eserciti invasori. Per migliaia di anni, uomini violenti sono stati capaci di dire alle loro vittime che queste dovevano loro qualcosa. Se non altro «ci devono la vita», perché non sono state uccise. Una frase emblematica»[19].

Il capitalismo ha inculcato nel proletariato una falsa etica: non sei povero perché il sistema capitalistico è costruito così, ma perché “non hai investito abbastanza in te stesso”. Questo genera un “gioco del calamaro”: il desiderio di uscire individualmente dalla miseria, il che in definitiva paralizza la solidarietà di classe.

Il fuoco di Prometeo per la classe proletaria globale

Nell’autunno del 1895, nel necrologio per la morte di Friedrich Engels, Lenin trasse per il proletariato mondiale una lezione dal libro dell’amico e compagno di Marx, La situazione della classe operaia in Inghilterra:

«[…] Prima di Engels, numerosi autori avevano descritto le sofferenze del proletariato e avevano detto che era necessario venirgli d’aiuto. Ma Engels per primo affermò che il proletariato non è soltanto una classe che soffre; sostenne che appunto la vergognosa situazione economica nella qualle esso si trova lo spinge irresistibilmente in avanti e lo incita a lottare per la sua emancipazione definitiva. Il proletariato in lotta si aiuterà da se stesso. Il movimento politico della classe operaia condurrà inevitabilmente gli operai a riconoscere che per loro non vi è altra via d’uscita all’in fuori del socialismo. D’altra parte, il socialismo sarà una forza soltanto quando diventerà lo scopo della lotta politica della classe operaia»[20].

Non sappiamo quando accadrà, ma siamo certi che il proletariato e l’intera umanità si trovino oggi di fronte a un’alternativa ineluttabile: comunismo o barbarie. Il capitalismo non può essere corretto, migliorato o riformato. Deve essere distrutto, creando così le precondizioni per l’estinzione della proprietà privata e dello Stato.

Il nostro proletariato deve arrivare alla consapevolezza di questo obiettivo attraverso la lotta e lo sviluppo della propria organizzazione. Il compito dell’avanguardia di classe oggi consiste nell’aiutare il proletariato a percorrere questo cammino il più rapidamente possibile. La pratica della denuncia quotidiana del capitalismo, la propaganda marxista e l’assistenza nell’auto-organizzazione dal basso: ecco i mezzi che contribuiranno a preparare il terreno su cui crescerà il partito rivoluzionario del proletariato.

Le tecnologie, all’interno del sistema capitalistico, non sono neutrali. L’intelligenza artificiale, la robotica e gli algoritmi sono oggi utilizzati non per liberare l’umanità dalla routine, ma per l’intensificazione del lavoro, il controllo digitale totale e l’ampliamento dell’esercito industriale di riserva. Il capitalismo ha esaurito il suo ruolo storico progressivo. Si è trasformato in un sistema che sostiene la propria esistenza attraverso la distruzione della natura, la creazione di “lavori senza senso” (bullshit jobs) e la condanna di milioni di lavoratori salariati alla schiavitù del debito.

È necessario superare il sortilegio della società atomizzata. Il proletariato non è morto: è diventato globale, unendo nelle sue fila il rider di Mumbai, il minatore del Congo, l’assemblatore di Shenzhen e il programmatore della Silicon Valley, il cui lavoro domani sarà svalutato da una rete neurale. Siamo anelli di una stessa catena di creazione del plusvalore.

La rabbia senza una rigorosa teoria scientifica è una rivolta impotente, che viene facilmente assorbita dal sistema stesso del capitale. Il nostro compito oggi è riportare l’analisi marxista nella realtà quotidiana. Portare la comprensione scientifica delle leggi del profitto nel magazzino robotizzato, nelle chat degli sviluppatori e nelle aule universitarie. Solo prendendo coscienza di essere un’unica classe in questa immensa fabbrica globale, potremo spezzare la macchina che produce miseria e orientare le tecnologie verso la creazione di un autentico futuro umano.

Come scrisse Marx ne Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte: «la rivoluzione va fino al fondo delle cose. Sta ancora attraversando il purgatorio. Lavora con metodo»[21]. Solo dopo che avrà terminato il suo lavoro preliminare, il proletariato si solleverà e, trionfante, potrà ripetere le parole di Amleto: «Ben scavato, vecchia talpa!».

La rivoluzione comunista non è morta. È solo entrata in clandestinità e prosegue la sua opera invisibile e sotterranea: mina le fondamenta della società borghese dall’interno, proprio come una talpa.

Marzo 2026

  1. - Lenin V. I., Editori Riuniti, V. 2, P. 13.

  2. - https://www.criticamente.com/marxismo/capitale/capitale\_1/Marx\_Karl\_-\_Il\_Capitale\_-\_Libro\_I\_-\_23.htm

  3. - Negli anni ‘70 e ‘80, Glyn fu un attivista del Comitato trotskista per l’Internazionale operaia, nonchè consigliere dell’Unione nazionale dei minatori (Regno Unito) e dell’Organizzazione internazionale del lavoro.

  4. - https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1847/lavcap.htm

  5. - Dedrick J., Kraemer K. L., Linden G. The distribution of value in the mobile phone supply chain // ​Telecommunications Policy, 2011, vol. 35, issue 6, PP. 505–521.

  6. - https://www.criticamente.com/marxismo/capitale/capitale\_1/Marx\_Karl\_-\_Il\_Capitale\_-\_Libro\_I\_-\_13.htm

  7. - https://www.criticamente.com/marxismo/capitale/capitale\_1/Marx\_Karl\_-\_Il\_Capitale\_-\_Libro\_I\_-\_19.htm

  8. - Il termine è stato utilizzato per la prima volta dalla sociologa americana Arlie Russell Hochschild nel suo libro «The Managed Heart: Commercialization of Human Feeling» (1983).

  9. - La tesi sull’usurpazione del “diritto alla città” da parte del capitale finanziario è sviluppata da Harvey nel libro “Rebel Cities: From the Right to the City to the Urban Revolution” (2012), basandosi sulle idee esposte nel libro “Le Droit à la ville” (1968) del sociologo e filosofo francese Henri Lefebvre, noto come uno dei pionieri nella critica della vita quotidiana, dello stalinismo, dell’esistenzialismo e dello strutturalismo.

  10. - I termini “doppio carico” (double burden) e “catene globali della cura” (global care chains) sono stati utilizzati per la prima volta da Arlie Russell Hochschild nell’articolo “Global Care Chains and Emotional Surplus Value” (2000). Il concetto è anche una pietra miliare del femminismo di sinistra contemporaneo (Nancy Fraser, Silvia Federici).

  11. - Pubblichiamo questo eccezionale saggio di Marx a seguito del nostro articolo.

  12. - Tradotto dal testo russo e publicato nel primo numero della nostra rivista

  13. - Il termine “dopaminergico” deriva dal nome dell’ormone e neurotrasmettitore presente nel nostro cervello: la dopamina. In neurobiologia, la dopamina è una sostanza chimica che costituisce una parte fondamentale del “sistema di ricompensa” del cervello. Essa provoca una sensazione di piacere (o di anticipazione del piacere) e motivazione. Il cervello produce dopamina quando otteniamo un risultato immediato e piacevole o una nuova informazione. Nel contesto di questo articolo, questo concetto descrive il modo in cui le moderne aziende digitali sfruttano letteralmente la nostra neurobiologia. Si crea così un “circolo vizioso della dopamina” (dipendenza). Gli algoritmi dei social network (TikTok, Instagram Reels, YouTube Shorts) sono tecnologicamente progettati per stimolare continui micro-rilasci di dopamina. Scorri il feed – ricevi un’immagine vivace, una battuta divertente o un contenuto scioccante ogni 15 secondi – il cervello si rallegra e ne richiede la ripetizione. Si forma una dipendenza chimica, simile a quella dalle slot machine.

Per ottenere dopamina dalla lettura di un testo complesso, è necessario compiere un serio sforzo di volontà e intellettuale. Il cervello deve sforzarsi. I brevi video danno al cervello una rapida “soddisfazione” senza il minimo sforzo. Naturalmente, il cervello sceglie la via più facile e la capacità di concentrazione si atrofizza fisiologicamente.
Da un punto di vista politico-economico, l'uso di questo termine dimostra che il capitalismo delle piattaforme contemporaneo ha imparato a trarre profitto direttamente dalle reazioni chimiche fondamentali dell'essere umano. Rendendo il lavoratore atomizzato dipendente da una dopamina digitale a basso costo, il sistema non solo gli ruba il tempo libero per mostrargli pubblicità, ma paralizza anche la stessa capacità di riflessione profonda, che è vitale per la formazione della coscienza di classe. [↑](#footnote-ref-14)

14. - Il termine “cultura clip” è stato reso popolare dal futurologo americano Alvin Toffler, utilizzato per descrivere il fenomeno del rafforzamento del ruolo dei media e dei mezzi di comunicazione nella società dell’informazione.

  1. -Termine tratto dal libro di culto Realismo capitalista (Capitalist Realism: Is There No Alternative?, 2009) di Mark Fisher.

  2. - La parola “soma” è un riferimento diretto al romanzo distopico di Aldous Huxley Il mondo nuovo (Brave New World, 1932). Nel romanzo, il governo mondiale controlla la società non attraverso la paura o la polizia segreta (come nel “1984” di Orwel), ma attraverso un piacere totale e incessante. Lo Stato distribuisce legalmente e regolarmente un narcotico sintetico ideale chiamato “soma”. Se un cittadino inizia a sentirsi triste, a riflettere sull’ingiustizia del mondo o a provare il minimo disagio, assume una dose di soma immergendosi in uno stato di felicità serena e artificiale. Il motto di quella società è: «Un grammo di soma è meglio di un dramma». Come il narcotico letterario, il contenuto digitale allevia i sintomi dello stress e del vuoto esistenziale, ma non ne risolve la causa reale. Riempie il cervello di rumore informativo, non lasciando risorse fisiologiche per l’approfondimento teorico. L’orrore del sistema di Huxley (e del capitalismo delle piattaforme) è che le classi oppresse consumano volontariamente questo narcotico, generando enormi profitti per le corporation dell‘“economia dell’attenzione”. Il “soma digitale” è dunque un tranquillante informativo tecnologicamente calibrato che paralizza la volontà politica della classe operaia, sostituendo la resistenza reale e la solidarietà di classe con un economico escapismo virtuale.

  3. - È stato eletto deputato al Parlamento greco nelle elezioni generali del gennaio 2015 con il partito SYRIZA, ma in seguito alla scissione all’interno del partito è passato a «Unità Popolare» nell’agosto 2015. Alle elezioni del Parlamento europeo del 2024 si candida con il partito di Yanis Varoufakis ΜέΡΑ25.

  4. - La traduzione italiana del libro è stata pubblicata con il titolo “Storia delle crisi finanziarie: manie, panici e crolli”.

  5. - David Graeber. “Debito. I primi 5000 anni”. Edizione “il Saggiatore”, 2012. P. 9-10.

(https://archive.org/details/GraeberDebito.IPrimi5000Anni) [↑](#footnote-ref-20)
  1. - Lenin V. I., Editori Riuniti, vol. 2, pag. 12-13.

  2. - https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1852/brumaio/cap7.htm

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