Contents
- Fondamento teorico: capitale variabile e guerra di tutti contro tutti
- Anatomia degli spostamenti strutturali: dal mito della “deindustrializzazione” alla terziarizzazione
- L’illusione della ricchezza e la quota decrescente del lavoro
Il capitalismo globale contemporaneo non ha superato le contraddizioni delle fasi iniziali del proprio sviluppo. Come abbiamo dimostrato nel primo numero della nostra rivista (articolo “Dalla Manchester di Engels alla Manchester globale”), il capitale non ha mutato la propria natura predatoria, ma ha semplicemente esteso le condizioni infernali della Manchester industriale ottocentesca alle dimensioni dell’intero pianeta. Di fronte all’azione inesorabile della legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, il sistema ha realizzato uno spostamento spaziale di portata tettonica: ha delocalizzato una parte consistente della produzione fisica verso regioni a basso costo del lavoro, mentre ha sottoposto il proletariato delle vecchie metropoli imperialiste al taylorismo digitale, alle forme moderne di cottimo (la cosiddetta gig economy) e alla sfibrante cultura di sovrasfruttamento del “996”. La statistica borghese e le istituzioni riformiste si sforzano di mascherare questa catena di montaggio da sudore con i miti della “società postindustriale” e dell’“economia della conoscenza”, occultando dietro terminologie asettiche il fatto reale dell’impoverimento assoluto e relativo delle masse.
Tuttavia, oggi l’espansione capitalistica genera l’esaurimento fisiologico e, per usare l’espressione di Engels, l’«omicidio sociale»1 della stessa classe operaia, le cui risorse demografiche si consumano letteralmente nella fornace della sorveglianza piattaformizzata e delle guerre imperialiste. L’atomizzazione imposta e la falsa coscienza, alimentate dalle illusioni del feticismo finanziario (la presunta compartecipazione al capitale tramite il possesso di azioni) e dal vicolo cieco ideologico del “realismo capitalista” – l’egemonia borghese che inculca l’assenza di alternative al capitalismo – generano una concorrenza senza precedenti in seno al proletariato, paralizzandone la volontà di resistenza. Lo strappo del sipario dell’apologetica borghese e la messa a nudo della struttura profonda della classe “in sé” indicano l’unico vettore possibile del suo sviluppo storico. Questa via richiede la trasformazione della concorrenza interna in solidarietà proletaria, la rottura con il riformismo sindacale conciliatore e la formazione di un’avanguardia comunista indipendente come condizione della futura rivoluzione comunista mondiale.
La costruzione del partito comunista mondiale, proclamata nel nostro “Manifesto” come risultato dell’effettivo movimento rivoluzionario, richiede una chiara comprensione dello stato attuale della classe operaia. Il compito prioritario diventa l’indagine oggettiva della sua struttura profonda, dei limiti demografici di sopravvivenza e del reale livello di coscienza.
Fondamento teorico: capitale variabile e guerra di tutti contro tutti
Perché il capitalismo globale, lacerato dalle contraddizioni più acute, è riuscito a sopravvivere a una serie di crisi e a costruire l’attuale architettura planetaria dell’oppressione? La risposta non risiede nella presunta stabilità del sistema, bensì nella fredda logica dell’economia politica. Il capitale ha trovato una scappatoia storica che gli ha permesso di rinviare l’azione inesorabile della legge della caduta tendenziale del saggio di profitto. Il meccanismo matematico e strutturale esatto di questa salvezza si rivela attraverso l’analisi delle classiche «cause perturbatrici» di cui Karl Marx scrisse nel III libro del “Capitale”. Il commercio estero e l’esportazione di capitale costituiscono il più potente freno alla caduta del saggio di profitto. Se il saggio di profitto si esprime con la formula
lo spostamento spaziale consente al capitale di agire simultaneamente su tutte le variabili: ridurre radicalmente il valore del capitale variabile – la forza-lavoro (__v) –, abbassare gli elementi del *capitale costante *(c) attraverso il saccheggio di risorse a basso costo, e massimizzare il plusvalore (m__) mediante il prolungamento assoluto della giornata lavorativa.
«Il commercio estero, in quanto fa diminuire di prezzo sia gli elementi del capitale costante che i mezzi di sussistenza necessari nei quali si converte il capitale variabile, tende ad accrescere il saggio del profitto, aumentando il saggio del plusvalore e diminuendo il valore del capitale costante. Esercita in generale un’azione in questo senso perché rende possibile un ampliamento della scala di produzione. Da un lato quindi accelera l’accumulazione, dall’altro invece favorisce la diminuzione del capitale variabile rispetto al costante e quindi la caduta del saggio del profitto. Parimenti, l’ampliamento del commercio estero che costituiva la base della produzione capitalistica durante la sua infanzia, ne diventa un prodotto quando essa comincia a svilupparsi, in conseguenza della necessità intrinseca di questo modo di produzione, del suo bisogno di un mercato sempre più esteso».2
Tuttavia, parallelamente a ciò agisce inderogabilmente la legge generale dell’accumulazione capitalistica: nella corsa al profitto il capitalista introduce nuove tecnologie, il che porta all’aumento della composizione organica del capitale (c/v). Nel corso di questa inevitabile diminuzione relativa della parte variabile del capitale opera la regola secondo cui:
«Una volta date le basi generali del sistema capitalistico, nel corso dell’accumulazione si giunge ogni volta a un punto in cui lo sviluppo della produttività del lavoro sociale diventa la leva più potente dell’accumulazione».3
Qui si annida la contraddizione radicale del sistema: espellendo il lavoro vivo (unica fonte del plusvalore) mediante le macchine, il capitale mina da sé la base della propria redditività. È proprio per questo che la borghesia è costretta a compensare con maniacale ferocia la caduta del saggio di profitto mediante il prolungamento assoluto e relativo della giornata lavorativa, spremendo dagli operai rimasti il massimo di plusvalore assoluto.
Ciò significa che il fabbisogno sociale di lavoro vivo diminuisce relativamente. Ogni nuova generazione della società capitalistica impiega, per produrre lo stesso volume di prodotti, un numero sempre minore di operai per unità di capitale. È proprio in questa diminuzione relativa della popolazione operaia necessaria che «compare immediatamente il carattere industriale e storicamente distintivo del modo di produzione basato sul capitale»4.
L’espulsione del lavoro vivo mediante le macchine non è un effetto collaterale, ma l’essenza profonda del sistema. Sono i “Tempi moderni” di Charlie Chaplin – un processo di meccanica divorazione del lavoro umano, in cui l’operaio diventa letteralmente un ingranaggio della catena di montaggio senza sosta.
Sono emblematici, a questo riguardo, i rapporti periodici del World Economic Forum (WEF) sul “Futuro del lavoro” (Future of Jobs Report) e le ricerche del colosso della consulenza McKinsey. Gli apologeti del capitale prevedono che l’IA e l’automazione distruggeranno nei prossimi anni fino a 85 milioni di posti di lavoro, ma ne creerebbero, a loro dire, 97 milioni di posti “innovativi”, esigendo dal proletariato soltanto una costante riqualificazione (reskilling / upskilling). Dietro questo eufemismo borghese si nasconde la formazione di un esercito industriale di riserva di proporzioni mai viste. Quei “nuovi posti di lavoro” di cui il WEF riferisce con tanto giubilo sono, nella maggior parte dei casi, non ingegneri altamente retribuiti, bensì operatori sottopagati di etichettatura dei dati (data labelers) nei paesi del cosiddetto “Sud globale” e lavoratori di magazzini sotto controllo algoritmico. Il capitale si limita a usare l’innovazione per spingere ulteriormente la dequalificazione del lavoro e abbattere al massimo il valore della forza-lavoro.
L’algoritmizzazione e la robotizzazione producono una colossale standardizzazione del lavoro. Oggi il capitalismo si è avvicinato al punto in cui “ogni operaio può produrre qualsiasi cosa”, e quindi “ognuno può prendere il posto di un altro”. Questo era già stato colto da Marx a metà dell’Ottocento:
«Crescita del capitale produttivo implica crescita e concentrazione dei capitali. La concentrazione dei capitali induce maggiori divisione del lavoro e impiego di macchine. L’estrema divisione del lavoro distrugge la specificità del lavoro, l’operaio qualificato, mettendoci un lavoro svolgibile da chiunque, esasperando la concorrenza fra gli operai. Tale concorrenza fra gli operai peggiora quanto più la divisione del lavoro rende l’operaio capace di compiere da solo il lavoro di molti. Le macchine danno lo stesso risultato su scala ancora molto più vasta».5
Questa intercambiabilità genera una concorrenza mostruosa. Nel 1844 Marx trasse una legge ferrea: la divisione del lavoro riduce l’abilità professionale dell’operaio a un’operazione monotona che chiunque può eseguire, con la conseguenza inevitabile che «si accresce la concorrenza degli operai»6. Lo stesso pensiero fu espresso da Friedrich Engels nel 1845, ne “La situazione della classe operaia in Inghilterra”:
*«La concorrenza è l’espressione più completa della guerra dominante di tutti contro tutti nella moderna società borghese. Questa guerra, guerra per la vita, per l’esistenza, per ogni cosa, quindi in caso di necessità una guerra per la vita e la morte, non esiste soltanto tra le classi diverse della società, ma inoltre tra i singoli individui di queste classi; ognuno è sulla via dell’altro ed ognuno cerca quindi di soppiantare tutti coloro che sono sul suo cammino e di porsi al loro posto. I lavoratori si fanno concorrenza tra loro […]. I tessitori meccanici concorrono contro i tessitori a mano, il tessitore occupato o mal pagato contro quello occupato o meglio pagato e cerca di soppiantarlo. *
Ma questa concorrenza dei lavoratori, degli uni contro gli altri, è per essi il lato più triste delle odierne condizioni, l’arma più acuta contro il proletariato nelle mani della borghesia»7.
Nel XXI secolo questa guerra ha assunto proporzioni globali, aggravata da spostamenti strutturali e dall’esaurimento fisiologico della classe.
Anatomia degli spostamenti strutturali: dal mito della “deindustrializzazione” alla terziarizzazione
Per occultare le contraddizioni del sistema, la statistica borghese ci propone un modello dell’economia a tre settori: agricoltura, industria, servizi. Appoggiandosi ai rapporti dell’UNIDO (Structural Change in the World Economy) e dell’OIL (Global Shifts in the Employment Structure), gli economisti al servizio del capitale proclamano l’avvento di un’“epoca postindustriale” senza classi.
In effetti, i dati mostrano spostamenti di portata tettonica:
- dal 1970 al 2005 la quota del settore dei servizi nel valore aggiunto mondiale è salita dal 52 al 68 %;
- la deagrarizzazione nelle zone del vecchio capitalismo è praticamente compiuta (la quota degli occupati in agricoltura è scesa all’1–3 %), mentre in paesi come la Cina e l’India decine di milioni di contadini si riversano nelle città;
- la quota dell’Asia nel valore aggiunto industriale mondiale è balzata in alto, mentre l’Europa e il Nordamerica attraversano la cosiddetta “deindustrializzazione”.
A questo punto siamo obbligati a una digressione di principio, per smascherare il termine stesso, antiscientifico, di “deindustrializzazione”. Storicamente esso è stato impiegato in contesti diversi; in particolare, nel “Piano Morgenthau” (1944) designava lo smantellamento deliberato dell’industria tedesca come strumento di repressione postbellica del concorrente. Negli anni ’70–’80, di fronte a una profonda recessione strutturale, gli economisti borghesi si sono appropriati di questo termine, reinterpretandolo come un passaggio presuntamente naturale e indolore dell’Occidente verso l’“economia della conoscenza” – il che è una mistificazione ideologica che occulta il reale contenuto del processo.
Dal punto di vista marxista, invece, dietro l’eufemismo “deindustrializzazione” si cela un processo di svalorizzazione e distruzione su vasta scala del capitale, ossia di masse gigantesche di “lavoro morto” (capitale costante). Come dimostrò Karl Marx nel III libro del “Capitale”, una simile distruzione avviene nelle condizioni di crisi strutturale di sovraccumulazione: quando la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto paralizza la produzione capitalistica, il sistema ripristina la redditività soltanto per via barbara, distruggendo fisicamente o svalorizzando radicalmente le forze produttive precedentemente accumulate. Le fabbriche chiudono e arrugginiscono non perché non siano più in grado di produrre cose utili alla società, ma perché il lavoro morto in esse reificato non può più funzionare come capitale, cioè non è più capace di spremere plusvalore sufficiente dal lavoro vivo. La “deindustrializzazione” non è un passo verso un radioso futuro postindustriale, ma una fase legittima del brutale rogo del capitale in eccesso.
Ma se il vecchio nucleo industriale delle metropoli imperialiste si consuma in parte nel fuoco delle crisi, e in parte viene delocalizzato verso le regioni del “nuovo” capitalismo, che cos’è dunque questo colossale e ipertrofico “settore dei servizi” che, secondo la borghesia, avrebbe preso il posto delle fabbriche? Per rispondere a questa domanda, l’analisi marxista deve mettere a nudo la falsità della stessa base metodologica della statistica borghese. I fondatori del modello a tre settori (A. Fisher e C. Clark) si appoggiavano sull’assunto erroneo di Adam Smith, secondo cui sarebbe produttivo soltanto il lavoro che si fissa in un oggetto materiale e durevole. Marx non lascia pietra su pietra di questa illusione:
«Il lavoro produttivo viene qui definito dal punto di vista della produzione capitalistica, e A. Smith ha esaurito il problema anche concettualmente, ha colto nel segno – è questo uno dei suoi più grandi meriti scientifici (questa distinzione critica tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo, come ha giustamente osservato il Malthus, rimane il fondamento di tutta l’economia politica borghese), quello di aver definito il lavoro produttivo come lavoro che si scambia direttamente col capitale, cioè mediante uno scambio in cui le condizioni di produzione del lavoro e il valore in genere, denaro o merce, si trasformano anzitutto in capitale (e il lavoro si trasforma in lavoro salariato nel senso scientifico della parola).
In questo modo è anche stabilito in maniera assoluta che cosa è il lavoro improduttivo. È lavoro che non si scambia con capitale, ma che si scambia direttamente con reddito, quindi con salario o profitto (naturalmente anche con le diverse rubriche che partecipano al profitto del capitalista nella veste di copartners, come interesse e rendita). Là dove ogni lavoro in parte si paga ancora da sé (come per esempio il lavoro agricolo del servo della gleba), in parte si scambia direttamente col reddito (come il lavoro manifatturiero delle città asiatiche), non esiste né capitale né lavoro salariato nel senso dell’economia politica borghese. Queste definizioni non sono dunque ricavate dalle caratteristiche materiali del lavoro (né dalla natura del suo prodotto né dalla determinatezza del lavoro in quanto lavoro concreto), ma dalla forma determinata, dai rapporti sociali di produzione in cui questo si realizza. Un attore per esempio, perfino un pagliaccio, in base a queste definizioni è un lavoratore produttivo se lavora al servizio di un capitalista (dell’entrepreneur), al quale egli restituisce più lavoro di quanto ne riceve da lui sotto forma di salario, mentre un sartuccio che va in casa del capitalista a rammendargli i pantaloni gli procura un semplice valore d’uso, è un lavoratore improduttivo. Il lavoro del primo si scambia con capitale, quello del secondo con reddito. Il primo lavoro crea un plusvalore; nel secondo si consuma un reddito»8.
Per chiudere definitivamente la discussione con i cantori dell’“economia della conoscenza”, occorre richiamare il criterio metodologico fondamentale di Marx:
«[…]* lavoro produttivo è una determinazione del lavoro che, anzitutto, non ha assolutamente niente a che fare col contenuto determinato del lavoro, con la sua utilità particolare o col valore d’uso specifico in cui esso si rappresenta».9*
Marx lo chiarisce con un esempio concreto:
«Uno scrittore è un lavoratore produttivo, non in quanto produce delle idee, ma in quanto arricchisce l’editore che pubblica i suoi scritti, o in quanto è il lavoratore salariato di un capitalista»10. Il criterio della produttività del lavoro in Marx non è la natura materiale del prodotto, ma il rapporto sociale di produzione: è produttivo quel lavoro che si scambia con il capitale e crea plusvalore. Il rider di Glovo, l’operatore di call center o l’autista *Uber *sono proletari produttivi allo stesso titolo dei tessitori o dei minatori. La statistica borghese continua a mantenere una suddivisione fra settori che è antiscientifica, di carattere cronologico e non logico. Ai giorni nostri il settore primario (agricolo) e quello terziario (dei servizi) sono divenuti pienamente capitalistici e sono passati al tipo di produzione di massa proprio del settore secondario (industriale), assumendone i metodi: standardizzazione, meccanizzazione e automazione.
Respingiamo con fermezza i tentativi dei sociologi di escludere il cosiddetto “precariato” dalle file della classe operaia. Nel far ciò, non dimentichiamo che il mito sociologico del “precariato” maschera il fatto che l’occupazione instabile e priva di garanzie (in quanto condizione naturale della sovrappopolazione relativa) è sempre stata la norma storica per il proletariato. Il periodo del cosiddetto “stato sociale” (welfare state) del secondo dopoguerra è stato soltanto un’anomalia temporanea, un prodotto del boom economico postbellico. Con la riduzione del saggio di profitto, il capitale riporta la nostra classe alla sua condizione naturale di totale insicurezza.
Ci convinciamo ancora una volta della rigorosa *invarianza *della dottrina marxista: le cosiddette piattaforme “innovative” della gig economy non hanno creato alcuna nuova realtà politico-economica. Esse non hanno fatto che portare alla perfezione tecnologica la forma di retribuzione più arcaica e barbara – il salario a cottimo –, che, come osservava Marx, è la forma più corrispondente al modo capitalistico di spremere sudore ed è lo strumento ideale per disgregare gli operai.
Ciò detto, uno sguardo superficiale spesso classifica i rider o i tassisti con auto propria come “tipica piccola borghesia”, equiparandoli erroneamente, ad esempio, ai contadini della Russia zarista sulla sola base del fatto che possiedono formalmente un mezzo di produzione – la propria automobile. Inoltre, occorre comprendere che nella figura del tassista “digitale” ci troviamo di fronte a un fenomeno di figura sociale mista, ampiamente diffuso nel capitalismo. Il più delle volte, la sera o nei fine settimana, questa persona è un tassista, mentre di giorno è un classico lavoratore salariato in un cantiere o in una fabbrica; molto di rado egli si dedica esclusivamente al lavoro di trasporto tramite Bolt o Uber.
Analizzando figure miste e transitorie di questo tipo, Karl Marx esaminò in dettaglio la posizione degli artigiani indipendenti e dei contadini nella società capitalistica. Egli rilevava che, nelle condizioni del dominio del capitale, un lavoratore semi-indipendente di questo tipo economicamente «viene diviso in due persone». Il classico piccolo produttore si presentava sul mercato come venditore di una merce, non della propria forza-lavoro. Possedendo mezzi di produzione propri, egli era, nei confronti di se stesso, sia capitalista che operaio salariato:
«In quanto capitalista egli paga quindi a se stesso il suo salario, e retrae il suo profitto dal suo capitale, cioè egli sfrutta se stesso come salariato e si paga nel surplus value il tributo che il lavoro deve al capitale proprio».11
Fu proprio grazie alla proprietà reale della terra o degli strumenti che il contadino e l’artigiano avevano la possibilità di appropriarsi del proprio pluslavoro (del plusvalore da essi stessi creato).
Tuttavia, il tentativo della sociologia borghese di applicare questo modello all’odierno tassista piattaformizzato o allo specialista IT è una falsificazione ideologica. Se il contadino di un tempo si sdoppiava in capitalista e operaio per trattenere per sé il plusvalore, l’odierno lavoratore della gig economy si sdoppia esclusivamente nelle forme del proprio sfruttamento da parte di un capitale altrui. Di giorno è sottoposto allo sfruttamento diretto del capitale industriale (in fabbrica o in cantiere), e la sera sale sulla propria automobile per sottoporsi allo sfruttamento occulto, algoritmico, da parte dei proprietari della piattaforma digitale.
A differenza del contadino, che era un produttore di merci indipendente, in grado di controllare l’intero ciclo della propria azienda e il proprio accesso al mercato, l’odierno lavoratore piattaformizzato non vende una merce indipendente sul libero mercato. Egli non controlla né la formazione dei prezzi, né la clientela, né il processo stesso del lavoro – tutto ciò è monopolizzato dalla corporazione. Egli lavora produttivamente (cioè contribuisce all’accrescimento del capitale), creando un colossale plusvalore, ma questo valore, a differenza del prodotto dell’artigiano, viene appropriato da un terzo – i proprietari della piattaforma.
Come acutamente osservava Marx, il sistema capitalistico ama imporre il proprio aspetto e la propria terminologia a rapporti che hanno una natura diversa, generando finzioni (come, ad esempio, il possesso puramente nominale della terra da parte del contadino, gravata da ipoteca). Lo status giuridico di “partner-contraente indipendente” per l’autista di taxi è precisamente una finzione di questo tipo, capitalistica. Un mito analogo viene coltivato attivamente non solo nella logistica, ma anche nei settori ad alta tecnologia. Ad esempio, il cofondatore della startup di IA Browser-Use paragona cinicamente il lavoro dei propri programmatori, 70 ore alla settimana, a quello dei contadini tedeschi che «si alzano alle cinque del mattino e lavorano senza giorni di riposo». Ma esattamente come il tassista non controlla l’aggregatore, così lo sviluppatore IT salariato non possiede alcun diritto sulla rete neurale che contribuisce a creare; il suo sovralavoro serve soltanto a permettere al capitalista di ventura di monetizzare il prodotto prima dei concorrenti.
Il vero mezzo di produzione, che qui funge da capitale e detta le condizioni della creazione del plusvalore, è l’algoritmo digitale e le basi di dati aggregate della corporazione. Secondo Marx, «i mezzi di produzione diventano capitale solo in quanto essi, come potenza indipendente, sono divenuti indipendenti nei confronti del lavoro»12. Nei confronti del capitale monopolistico, l’automobile del tassista o il personal computer del programmatore fungono soltanto da strumenti di lavoro. La piattaforma subordina completamente a sé questo lavoro, trasformando il possesso formale di questi mezzi di produzione (l’automobile) in nient’altro che un comodo pretesto per scaricare sulle spalle dello stesso proletario i costi di ammortamento, assicurazione e carburante.
Tale è «la tendenza nella forma di società in cui predomina il modo di produzione capitalistico»13: il capitale priva inevitabilmente il lavoratore di una reale autonomia, cancellando ogni indipendenza e trasformando il proprietario nominale dei mezzi di produzione in uno schiavo salariato assolutamente dipendente, sfibrato dalla catena di montaggio digitale.
Tuttavia la dialettica marxista impone di vedere qui non soltanto la subordinazione assoluta, ma anche la preparazione materiale del crollo del sistema stesso. Creando piattaforme globali di coordinamento e logistica, il capitale porta la socializzazione del lavoro a proporzioni mai viste. Gli algoritmi di Amazon o di Uber sono una forma distorta, alienata di economia pianificata. Essa concentra in sé un sapere socializzato e un coordinamento del lavoro su scala impensabile per una singola impresa. In questo senso essi incarnano ciò che Marx chiamava il *sapere sociale generale *– la trasformazione del sapere sociale in forza produttiva immediata. Tuttavia la funzione-obiettivo di questi sistemi è di natura radicalmente diversa da quella dell’economia pianificata: essi ottimizzano non il soddisfacimento dei bisogni sociali, ma l’estrazione di profitto. Non è un’economia pianificata, bensì il suo sosia alienato – la socializzazione del processo con il mantenimento dell’appropriazione privata del risultato.
«Lo sviluppo del capitale fisso mostra fino a quale grado il sapere sociale generale, knowledge, è diventato forza produttiva immediata, e quindi le condizioni del processo vitale stesso della società sono passate sotto il controllo del general intellect, e rimodellate in conformità ad esso; fino a quale grado le forze produttive sociali sono prodotte, non solo nella forma del sapere, ma come organi immediati della prassi sociale, del processo di vita reale»14.
Questa colossale forza produttiva entra già in contraddizione insanabile con il gretto involucro proprietario privato del capitale di ventura. Il compito del proletariato non è distruggere queste catene digitali, ma espropriarle dopo la rivoluzione comunista e riconfigurarle in funzione del soddisfacimento dei bisogni sociali, e non della massimizzazione del profitto. Il grado altissimo di “auto-sfruttamento” di questi lavoratori non è dovuto alla “libertà dell’imprenditore indipendente”, bensì alla ferocissima forma del salario a cottimo.
L’esempio più eclatante di mascheramento di questa estrazione a sudore del plusvalore è l’espansione della cultura del “996” (lavoro dalle 9 di mattina alle 9 di sera, 6 giorni su 7) dalle corporazioni IT asiatiche alle startup occidentali della Silicon Valley e di New York. La stampa borghese registra con stupore come il capitale di ventura esiga apertamente dai programmatori salariati e dagli sviluppatori di intelligenza artificiale una settimana lavorativa di 70–80 ore. Questa coercizione aziendale è nata in Asia, dove capitalisti come il fondatore di Alibaba, Jack Ma, definivano il regime “996” «un’immensa benedizione», mentre il capo di JD.com, Richard Liu, bollava apertamente come «pigri» gli operai che rifiutavano gli straordinari. La giornata lavorativa smisuratamente lunga nelle startup occidentali ha, tuttavia, anche una propria storia, non riducibile all’importazione della pratica asiatica – il capitale di ventura della Silicon Valley ha elaborato una propria ideologia del lavoro superintensivo. Coprendosi con abbonamenti gratuiti in palestra e con slogan ideologici sull’“ossessione per il cliente” e sulla ricerca di dipendenti dal carattere da “atleti olimpici”, le corporazioni ricorrono al metodo più primitivo di accumulazione originaria del capitale – la massimizzazione del plusvalore assoluto mediante il barbaro prolungamento della giornata lavorativa. Questa colonizzazione totale della vita da parte del capitale giunge al punto di alloggiare i lavoratori IT nelle cosiddette “hacker-house”, cancellando gli ultimi confini fra luogo di lavoro e sfera della riproduzione fisiologica. Come ammettono gli stessi adepti di questa cultura, il loro sovralavoro si trasforma in una «dipendenza simile ai videogiochi». Questa è la forma ideale di alienazione: il proletario, il cui sfruttamento ha raggiunto lo stadio della gamification, lavora volontariamente fino allo sfinimento, percependo l’estrazione del proprio plusvalore come un processo appassionante.
Inoltre, come ha dimostrato il filosofo britannico Mark Fisher nell’opera “Realismo capitalista”, nell’epoca del cosiddetto “postfordismo” (dopo la fine degli anni ‘70) l’abbandono da parte del capitale dei vecchi orari fabbrili disciplinari e delle gerarchie piramidali non ha portato alla libertà, bensì a un rafforzamento totale del controllo sui lavoratori, cioè alla sussunzione reale del lavoro al capitale. La “flessibilità” dichiarata dell’orario si è tradotta, in realtà, nell’obbligo di straordinari costanti, in cui al dipendente non si richiede semplicemente di svolgere le ore, ma di “realizzarsi”, dimostrando un entusiasmo costante. Fisher chiama questo fenomeno «stalinismo di mercato» – un sistema che combina imperativi di mercato spietati con una mostruosa rendicontazione burocratica, in cui i simboli dei risultati (la compilazione di un cumulo di metriche di efficienza) diventano più importanti del lavoro stesso.15 Ciò è confermato dagli stessi capitalisti: come ammettono apertamente i partner di fondi d’investimento del calibro di Menlo Ventures, la coercizione al regime “996” conduce inevitabilmente a una «imitazione di attività febbrile». È un sistema che combina imperativi di mercato spietati con una mostruosa burocratizzazione del processo lavorativo, in cui i simboli dei risultati (la compilazione di metriche di efficienza) mascherano un’alienazione totale. L’operaio, rinchiuso in ufficio per 12 ore, non è fisicamente in grado di essere produttivo per tutto questo tempo, ma il sistema lo costringe a simulare produttività per soddisfare gli indicatori algoritmici.
Dunque, non si tratta di piccola borghesia né di una casta privilegiata di creativi, bensì di proletariato, trascinato in rapporti di lavoro salariato camuffati da “partnership”.
La “deindustrializzazione” dell’Occidente, esagerata e strumentalizzata ideologicamente dalla borghesia, non è la “morte dell’industria”, bensì la sua frammentazione spaziale e funzionale.
Inoltre, la struttura stessa dell’industria manifatturiera, come testimoniano i dati dell’UNIDO, ha subito una colossale differenziazione interna. I settori tradizionali (tessile, lavorazione dei metalli) cedono il passo ai settori ad alta tecnologia (IT, industria chimica, meccanica di precisione). Questo processo si svolge nel mondo in modo estremamente diseguale: mentre gli Stati Uniti sono passati radicalmente allo sviluppo dell’IT e della chimica a scapito del declino dei settori tradizionali, la Cina ha compiuto un salto dall’industria pesante alla produzione di elettronica e mezzi di trasporto. Un’anomalia degna di nota fra i paesi sviluppati è rappresentata dall’Italia, dove, paradossalmente, si conserva un’elevata quota di settori tradizionali (tessile, calzature). L’India si modernizza lentamente, restando ancorata al settore dei metalli di base e della chimica, mentre la Russia è addirittura immobilizzata in una stagnazione strutturale, basandosi quasi esclusivamente sull’estrazione di risorse e sulla metallurgia. Questa sproporzione internazionale delle catene produttive non fa che accentuare la disgregazione del proletariato globale.
Gli economisti borghesi (come Richard Baldwin o i teorici della Banca Mondiale) potrebbero obiettare, richiamandosi alla teoria delle “catene globali del valore” (Global Value Chains) e alla cosiddetta “curva del sorriso” (smile curve). Essi sostengono che la delocalizzazione della produzione in Asia sia un progresso naturale, in cui l’Occidente si riserva giustamente le fasi più redditizie e “intellettuali” – ricerca, design e marketing –, mentre l’assemblaggio fisico apporterebbe, in modo presuntamente oggettivo, un valore minimo. Di conseguenza, sostengono, la cosiddetta “deindustrializzazione” dell’Occidente sarebbe un passaggio positivo verso l’“economia della conoscenza”.
Tuttavia, appoggiandoci all’eredità economica di Marx e alla teoria leninista dell’imperialismo, smascheriamo facilmente questa apologetica. I teorici borghesi delle “catene globali del valore” tralasciano deliberatamente la legge della modificazione del valore sul mercato mondiale. Come indicava Marx:
«In ogni paese vale una certa intensità media del lavoro al di sotto della quale il lavoro consuma nella produzione di una merce più del tempo socialmente necessario, e quindi non conta come lavoro di qualità normale. In un paese dato, solo un grado di intensità che sia al di sopra della media nazionale cambia la misura del valore mediante la semplice durata del tempo di lavoro. Diversamente accade sul mercato mondiale le cui parti integranti sono i singoli paesi. L’intensità media del lavoro varia di paese in paese; ora è maggiore ora è minore. Queste medie nazionali costituiscono quindi una scala la cui unità di misura è la unità media del lavoro universale. A confronto del lavoro meno intenso, il lavoro nazionale più intenso produce dunque nello stesso tempo più valore, che si esprime in più denaro.
Ma la legge del valore viene modificata nella sua applicazione internazionale anche più dal fatto che sul mercato mondiale il lavoro nazionale più produttivo vale anche come lavoro più intenso tutte le volte che la nazione più produttiva non sia costretta dalla concorrenza ad abbassare il prezzo di vendita della sua merce al suo valore.
In un paese, anche la intensità e produttività nazionali del lavoro si innalzano al di sopra del livello internazionale nella stessa misura in cui vi si è sviluppata la produzione capitalistica. Le differenti quantità di merce dello stesso genere che sono prodotte in differenti paesi nell’identico periodo di lavoro, hanno dunque valori internazionali ineguali che si esprimono in prezzi differenti ossia in somme di denaro differenti a seconda dei valori internazionali. Il valore relativo del denaro sarà dunque minore nella nazione che ha un modo di produzione capitalistico più sviluppato che non in quella che lo ha poco sviluppato. Ne consegue quindi che il salario nominale, l’equivalente della forza-lavoro espresso in denaro, sarà anch’esso più alto nella prima nazione che non nella seconda; il che non significa affatto che questo valga anche per il salario reale ossia per i mezzi di sussistenza messi a disposizione dell’operaio».16
Anche nel commercio formalmente “libero”, un’ora di lavoro di un ingegnere nelle vecchie metropoli imperialiste si scambia con decine di ore di lavoro sfibrante di un operaio in Bangladesh. Il capitale occidentale si appropria di questa differenza non semplicemente come rendita di monopolio, ma come risultato di uno scambio ineguale oggettivo: la nazione più povera cede sistematicamente una massa maggiore di lavoro vivo materializzato in cambio di una massa minore.
Come dimostrò Marx nel III libro del “Capitale” (la trasformazione del plusvalore in profitto), il valore si crea esclusivamente mediante il lavoro vivo produttivo nel processo di produzione, non negli uffici dei marketer. Ciò che gli analisti borghesi chiamano “alto valore aggiunto” dei marchi occidentali e dei monopoli IT è, in realtà, una gigantesca rendita imperialistica. Secondo la logica di Lenin, l’imperialismo contemporaneo non è semplicemente uno scambio commerciale iniquo, bensì il dominio totale del capitale finanziario e la fusione dei monopoli bancari con l’apparato statale. L’esportazione di capitale (e non soltanto di merci) funge da strumento principale per ritardare la crisi nei maggiori centri imperialisti. Le multinazionali monopolistiche delle vecchie metropoli imperialiste, mediante lo scambio ineguale, il diktat finanziario e i brevetti sulla proprietà intellettuale, semplicemente drenano (si appropriano) il plusvalore creato dal proletariato industriale iper-sfruttato del cosidetto “Sud globale”. Il capitale occidentale non è diventato capace di produrre una maggiore “ricchezza intellettuale” – è diventato più efficiente nel parassitare la classe operaia mondiale.
Per smascherare definitivamente il mito borghese della scomparsa del lavoro industriale, basta rivolgersi ai database aggregati dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILOSTAT). La statistica è inesorabile: fisicamente il proletariato industriale non è scomparso, ma ha raggiunto il massimo storico assoluto. Su scala globale, nel settore industriale (industria manifatturiera, estrazione mineraria ed edilizia) sono oggi occupati da 750 a 800 milioni di operai. Ciò che è cambiato radicalmente è soltanto la loro concentrazione geografica: oltre il 60 % di questo colossale esercito del lavoro è ormai concentrato nei paesi del “Sud globale”, prevalentemente in Asia (Cina, India, Vietnam, Bangladesh, Indonesia). Il capitale ha realizzato uno spostamento spaziale di vasta portata, trasferendo la produzione fisica delle fabbriche di Detroit e Sheffield alle zone industriali di Guangzhou e Dacca. E se nel XIX secolo la potenza dell’industria europea fu fissata nella monumentale tela di Adolph von Menzel “L’officina laminatoio” (1875), che celebrava il lavoro sfibrante degli operai tedeschi, oggi questo inferno industriale è nascosto agli occhi del filisteo occidentale dietro le alte recinzioni delle megafabbriche asiatiche.
L’illusione della ricchezza e la quota decrescente del lavoro
Per mantenere la classe operaia in stato di sottomissione, il capitale utilizza un’arma ideologica potentissima – l’illusione statistica della crescita dei redditi. I rapporti dei centri di studio sulla disuguaglianza (ad esempio il LIS Data Center) decostruiscono il “mito dell’impoverimento del ceto medio”, mostrando che negli ultimi 40 anni i redditi da lavoro reali delle famiglie nei paesi occidentali sono cresciuti in termini assoluti (in media del 33 % in 30 anni).
Inoltre, la Banca Mondiale riferisce regolarmente sui successi storici del capitalismo nello sradicamento della povertà, sottolineando che centinaia di milioni di persone hanno superato la soglia della povertà assoluta (fissata artificialmente dalle stesse istituzioni borghesi al livello di due dollari al giorno).
Il marxismo distingue rigorosamente fra impoverimento assoluto e relativo. La “torta” economica, grazie alla tecnologia, cresce a ritmi colossali. Tuttavia le ricerche macroeconomiche fondamentali (The Declining Labor Share of Income) dimostrano in modo inconfutabile: dagli anni ‘80 la quota del reddito nazionale destinata alla remunerazione del lavoro cala costantemente in tutto il mondo. Già per questo motivo la tesi della “crescita dei redditi” richiede una riserva metodologica: i dati del LIS Data Center e della Banca Mondiale registrano la crescita delle possibilità di consumo, ma non tengono conto del rincaro delle condizioni di base per la riproduzione della forza-lavoro. È proprio questo divario fra la crescita dei redditi da consumo e la crescita del costo di riproduzione a essere decisivo per comprendere l’impoverimento relativo nel senso marxista.
I dati del World Inequality Lab e i rapporti riepilogativi di Oxfam registrano una tendenza stabile alla concentrazione del capitale, il che conferma l’attualità, nelle condizioni odierne, della legge generale assoluta dell’accumulazione capitalistica di Marx: la decantata crescita, propagandata dalla borghesia, delle possibilità di consumo delle masse proletarie (la possibilità di comprare uno smartphone o vestiti a basso costo) viene completamente annullata dalla loro totale espropriazione di classe dalla proprietà dei mezzi di produzione e dal rincaro senza precedenti delle condizioni di base della sopravvivenza – abitazione e sanità. È qui che si dispiega in tutta la sua pienezza la legge assoluta e generale dell’accumulazione capitalistica formulata da Marx:
«Quanto maggiori sono la ricchezza sociale, il capitale in funzione, il volume e l’energia del suo aumento, quindi anche la grandezza assoluta del proletariato e la forza produttiva del suo lavoro, tanto maggiore è l’esercito industriale di riserva. […] L’accumulazione di ricchezza all’uno dei poli è dunque al tempo stesso accumulazione di miseria, tormento di lavoro, schiavitù, ignoranza, brutalizzazione e degradazione morale al polo opposto ossia dalla parte della classe che produce il proprio prodotto come capitale»17.
I principali motori di questo processo sono l’automazione e l’abbattimento del costo del capitale costante. Il capitale sostituisce sistematicamente il lavoro vivo con il lavoro macchinico. Il paradosso della contemporaneità sta nel fatto che l’operaio odierno consuma, in termini assoluti, più merci di quante ne consumasse suo nonno nel 1980, ma il grado del suo sfruttamento è cresciuto in modo esponenziale. Tutto il sovrapprofitto della rivoluzione informatica è stato espropriato dalle corporazioni, mentre la piccola aggiunta assoluta di briciole cadute dalla tavola della borghesia funge da base materiale per l’opportunismo politico dell’aristocrazia operaia delle vecchie metropoli imperialiste.
I difensori del capitalismo, dall’FMI o dal WEF, amano contrapporre a tutto ciò l’assurda teoria borghese del “capitale umano”18 e il concetto di “distruzione creatrice”. Il loro argomento si riduce a questo: la disoccupazione tecnologica avrebbe carattere transitorio; l’automazione creerebbe inevitabilmente domanda per professioni nuove, più creative, e al proletariato basterebbe soltanto “aggiornare le proprie competenze” (upskilling).
Questa illusione liberale si infrange contro la legge generale dell’accumulazione capitalistica. Contrariamente alle favole della scuola neoclassica, Marx dimostrò in modo inconfutabile che l’introduzione delle macchine, sotto il capitalismo, non serve ad alleggerire il lavoro, bensì al suo massimo abbattimento di costo e allo spezzamento della resistenza di classe degli operai.
All’inizio stesso del capitolo “Macchine e grande industria” Marx scrive:
«John Stuart Mill dice nei suoi Principi d’economia politica: “È dubbio se tutte le invenzioni meccaniche fatte finora abbiano alleviato la fatica quotidiana d’un qualsiasi essere umano”. Ma questo non è neppure lo scopo del macchinario, quando è usato capitalisticamente. Come ogni altro sviluppo della forza produttiva del lavoro, il macchinario ha il compito di ridurre le merci più a buon mercato ed abbreviare quella parte della giornata lavorativa che l’operaio usa per se stesso, per prolungare quell’altra parte della giornata lavorativa che l’operaio dà gratuitamente al capitalista è un mezzo per la produzione di plusvalore».
Nella quinta sezione dello stesso capitolo (intitolata appunto “La lotta fra operaio e macchina”), Marx scrive apertamente che il capitale finanzia consapevolmente l’invenzione di nuovi macchinari per sostituire gli operai qualificati in sciopero con meccanismi docili:
«Tuttavia la macchina non agisce soltanto come concorrente strapotente, sempre pronto a rendere “superfluo” l’operaio salariato. Il capitale la proclama apertamente e consapevolmente potenza ostile all’operaio e come tale la maneggia. Essa diventa l’arma più potente per reprimere le insurrezioni periodiche degli operai, gli scioperi, ecc. contro la autocrazia del capitale. Secondo il Gaskell la macchina a vapore è stata subito un antagonista della “forza umana”, il quale ha messo il capitalista in grado di stroncare radicalmente le crescenti rivendicazioni degli operai, che minacciavano di spingere alla crisi il sistema delle fabbriche al suo inizio. Si potrebbe scrivere tutta una storia delle invenzioni che dopo il 1830 sono nate soltanto come armi del capitale contro le sommosse operaie. Ricordiamo anzitutto la self-acting mule, perché apre una nuova epoca del sistema automatico».
Nello stesso luogo Marx riporta le parole dell’ingegnere e inventore scozzese James Nasmyth, che inventò un nuovo maglio a vapore proprio in risposta agli scioperi dei fabbri. Davanti a una commissione dei trade unions, Nasmyth testimoniò:
«Il tratto caratteristico dei nostri perfezionamenti meccanici moderni è la introduzione di macchine utensili automatiche. Quel che ora ha da fare un operaio meccanico, e che ogni ragazzo può fare, non è di lavorare egli stesso, ma di sorvegliare il bel lavoro della macchina. Adesso è eliminata tutta quella classe di operai che dipendevano esclusivamente dalla propria abilità. Prima occupavo quattro ragazzi per ogni meccanico. Grazie a queste nuove combinazioni meccaniche, ho ridotto da millecinquecento a settecentocinquanta il numero dei maschi adulti. La conseguenza è stata un aumento notevole del mio profitto»19.
La meccanizzazione genera sovrappopolazione relativa – l’esercito industriale di riserva. I “nuovi posti di lavoro” odierni per le masse proletarie espulse dal nucleo industriale non sono ingegneria, ma servizi sottopagati e logistica. Il capitale dequalifica sistematicamente il lavoro (processo di sussunzione reale del lavoro al capitale), trasformando il tanto decantato “capitale umano” in un ingranaggio facilmente sostituibile dell’economia piattaformizzata, privo di ogni potere contrattuale.
Dunque, l’analisi strutturale oggettiva dimostra: l’introduzione su vasta scala delle tecnologie e la delocalizzazione globale della produzione non hanno abolito la contraddizione fondamentale fra lavoro e capitale, ma l’hanno soltanto portata a una forma contemporanea, ipertrofizzandola. Il capitalismo utilizza con successo gli algoritmi digitali per svalorizzare la forza-lavoro, massimizzare il plusvalore assoluto e sottomettere totalmente il lavoro, coprendosi dietro l’illusione della crescita della ricchezza dei consumatori. Tuttavia questa dilazione storica ha un prezzo: la creazione di un esercito industriale di riserva globale senza precedenti e un’intensificazione feroce dello sfruttamento. Questo vicolo cieco politico-economico del sistema capitalistico ci conduce inesorabilmente alla fase successiva dell’analisi: i limiti fisici e spirituali dello stesso proletariato, di cui tratterà la prossima parte della nostra ricerca.
Maggio 2026
Footnotes
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- Engels F. La situazione della classe operaia in Inghilterra. Cap. III. URL: https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1845/situazione/3.htm
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- Marx K. Il Capitale. Libro III. Capitolo 14. URL: [https://www.criticamente.com/marxismo/capitale/capitale_3/Marx_Karl_-Il_Capitale-Libro_III-_14.htm](https://www.google.com/search?q=https%3A%2F%2Fwww.criticamente.com%2Fmarxismo%2Fcapitale%2Fcapitale_3%2FMarx_Karl_-_Il_Capitale_-_Libro_III_-_14.htm” \t “_blank)
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- Marx K. Il Capitale. Libro I. Capitolo 23. URL: [https://www.criticamente.com/marxismo/capitale/capitale_1/Marx_Karl_-Il_Capitale-Libro_I-_23.htm](https://www.google.com/search?q=https%3A%2F%2Fwww.criticamente.com%2Fmarxismo%2Fcapitale%2Fcapitale_1%2FMarx_Karl_-_Il_Capitale_-_Libro_I_-_23.htm” \t “_blank)
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- Marx K. Grundrisse. Il Capitale. URL: [https://www.criticamente.com/marxismo/grundrisse/Marx_Karl_-Grundrisse_3d-_Il_Capitale.pdf](https://www.google.com/search?q=https%3A%2F%2Fwww.criticamente.com%2Fmarxismo%2Fgrundrisse%2FMarx_Karl_-_Grundrisse_3d_-_Il_Capitale.pdf” \t “_blank)
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- Marx K. Discorso sul libero scambio. URL: [https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1848/liberoscambio1.htm](https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1848/liberoscambio1.htm” \t “_blank)
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- Marx K. Manoscritti economico-filosofici del 1844. Il salario. URL: [https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1844/2/Manoscritti/Salario.html](https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1844/2/Manoscritti/Salario.html” \t “_blank)
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- Engels F. La situazione della classe operaia in Inghilterra. Cap. IV. URL: https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1845/situazione/4.htm
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- Marx K. Teorie sul plusvalore. Vol. I. URL: https://www.bibliotecamarxista.org/marx/Marx_Karl_-Teorie_sul_plusvalore-_I.pdf
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- Marx K. – Engels F. Scritti. Edizioni Lotta comunista. V. 33. P. 456.
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- Marx K. Teorie sul plusvalore. Vol. I. URL: [https://www.bibliotecamarxista.org/marx/Marx_Karl_-Teorie_sul_plusvalore-_I.pdf](https://www.google.com/search?q=https%3A%2F%2Fwww.bibliotecamarxista.org%2Fmarx%2FMarx_Karl_-_Teorie_sul_plusvalore_-_I.pdf” \t “_blank)
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- Marx K. – Engels F. Scritti. Edizioni Lotta comunista. V. 33. P. 462.
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- Ivi. P. 463.
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- Ivi. P. 464.
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- K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, La Nuova Italia 1968-70, II vol. pp. 403.
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- Secondo i rigidi canoni dell’economia politica marxista, questo fenomeno rappresenta l’apoteosi della reale subordinazione del lavoro al capitale e la dittatura del lavoro astratto su quello concreto. Al capitale non interessano né il valore d’uso né l’utilità reale (il lavoro concreto): ciò che conta per esso è solo la generazione di indicatori quantitativi che registrino l’incremento del valore. Obbligando il proletario a compilare infinite metriche (KPI), il sistema scarica i costi improduttivi legati alla sorveglianza sul lavoratore stesso, costringendolo a impiegare la propria forza lavoro nell’amministrazione burocratica del proprio sfruttamento.
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- Karl Marx, Il Capitale: Libro I, Capitolo 20 - Differenza nazionale dei salari, disponibile su https://www.criticamente.com/marxismo/capitale/capitale_1/Marx_Karl_-_Il_Capitale_-_Libro_I_-_20.htm
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- Karl Marx, Il Capitale: Libro I, Capitolo 23 – La legge generale dell’accumulazione capitalistica, disponibile su https://www.criticamente.com/marxismo/capitale/capitale_1/Marx_Karl_-_Il_Capitale_-_Libro_I_-_23.htm
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- Il concetto borghese di “capitale umano” è una menzogna ideologica dietro la quale si nascondono le caratteristiche qualitative e quantitative della forza lavoro intesa come merce che il lavoratore dipendente è costretto a vendere ogni giorno.
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- Marx K. Il Capitale. Libro I. Capitolo 13. URL: https://www.criticamente.com/marxismo/capitale/capitale_1/Marx_Karl_-Il_Capitale-Libro_I-_13.htm