Contents
- Parte I. Il materialismo storico e l’evoluzione della questione nazionale
- La trasformazione storica della questione nazionale
- La gerarchia nazionale della forza-lavoro come strumento di sfruttamento
Il materialismo storico e l’evoluzione della questione nazionale
Oggi, mentre il capitalismo mondiale si dibatte in convulsioni sempre più profonde, la borghesia torna a mobilitare uno dei suoi principali strumenti per mantenere la propria egemonia: il nazionalismo. Dalle steppe dell’Europa orientale alle sabbie del Medio Oriente, i capitali dei predatori imperialisti in competizione mettono i lavoratori l’uno contro l’altro sotto i falsi slogan della “liberazione nazionale”, della “giustizia storica” e della “difesa della patria”. In questa impresa la borghesia mondiale è servita con zelo da un coro eterogeneo di opportunisti, eredi contemporanei dello stalinismo e del trotskismo, che sostituiscono l’indipendenza di classe del proletariato con la vergognosa scelta del “male imperialista minore”.
È giunto il momento di dissipare questa nebbia ideologica velenosa. L’articolo che presentiamo tenta di applicare rigorosamente il metodo del materialismo storico alla “questione nazionale”. Ripercorrendone l’evoluzione, dall’epoca del capitalismo ascendente all’attuale fase di totale putrefazione del sistema capitalistico, dimostriamo che, nell’attuale configurazione del capitale mondiale, la base materiale dei movimenti nazionali progressivi si è esaurita. La classe operaia non ha patria da difendere e oggi qualsiasi bandiera nazionale serve soltanto a coprire la spartizione inter-imperialistica. Esiste una sola alternativa alla barbarie imperialista mondiale: il disfattismo rivoluzionario e la dittatura mondiale del proletariato.
Prima di passare all’analisi, occorre chiarire lo statuto delle conclusioni che presenteremo. Il metodo marxista, per definizione, non produce verità atemporali: ogni tesi di questo articolo deriva dall’analisi di una condizione concreta, storicamente determinata, della struttura economica mondiale e conserva la propria validità finché tale condizione permane. Per il futuro storico prevedibile, finché resteranno invariati l’attuale grado di compiutezza del mercato mondiale e la mercificazione dell’agricoltura, non abbiamo motivo di attenderci una rinascita della base materiale dei movimenti nazionali progressivi.
L’intera storia del pensiero politico borghese è attraversata dal tentativo di mistificare il concetto di “nazione”. Le ideologie ufficiali del capitalismo, dal liberalismo al fascismo, presentano la nazione come un’entità eterna, astorica e spesso persino biologica: come se i francesi avessero parlato francese e gli italiani italiano da tempo immemorabile, e lo Stato si fosse limitato a dare una veste giuridica a ciò che già esisteva “nel sangue e nel suolo”. Questa ideologia assolve a una funzione politica ben precisa: occultare l’antagonismo inconciliabile tra le classi all’interno della società, subordinare il proletariato agli interessi della “propria” borghesia nazionale e incatenare gli sfruttati agli sfruttatori attraverso il mito di una falsa “unità nazionale”.
Basta tuttavia guardare ai fatti nudi e crudi per veder dissolversi in polvere questa mitologia. L’Unione doganale tedesca (Zollverein), istituita dalla Prussia nel 1834, unificò lo spazio economico di decine di Stati tedeschi frammentati ben 37 anni prima dell’unificazione politica della Germania, avvenuta nel 1871 sotto le baionette della politica bismarckiana del “ferro e sangue”. Il mercato nazionale unificato, in quanto realtà economica, precedette storicamente la nazione come forma politica e culturale: non fu il contrario, come sostiene il mito borghese dell’eterno “spirito del popolo”.
Lo stesso processo emerge dal Risorgimento italiano. L’unificazione della penisola nel 1861 sotto la dinastia sabauda fu un atto di creazione di un mercato per la giovane borghesia dell’Italia settentrionale, non la realizzazione del sogno millenario del “popolo italiano”. Come recita la celebre osservazione di Massimo d’Azeglio, dopo aver fatto l’Italia restava ancora da fare gli italiani. Per garantire la libera circolazione delle merci e della forza-lavoro, al capitale non serviva un popolo millenario immaginario, ma un’unificazione concreta: una moneta unica e l’abolizione delle barriere doganali, un sistema comune di pesi e misure, un unico codice legislativo, un sistema scolastico uniforme, un’età di leva comune e una lingua ufficiale per l’amministrazione. La nazione moderna non è il presupposto di questa unificazione, ma il suo prodotto.
Nel 1861, quando Vittorio Emanuele II fu proclamato re d’Italia, l’italiano letterario – proprio quello che oggi il nazionalismo italiano venera – era parlato correntemente, secondo le stime del linguista Tullio De Mauro, da appena il 2,5 % della popolazione: circa 600.000 persone su 22 milioni. Persino il re e il suo primo ministro Cavour si esprimevano con maggiore disinvoltura in francese o in piemontese che nella lingua di Dante. Gli “italiani” celebrati con tanta devozione dalla mitologia nazionalista dovevano ancora essere fabbricati attraverso la scuola, la ferrovia e la coscrizione obbligatoria, che riuniva nelle stesse caserme le reclute del Piemonte, della Sicilia e della Toscana, costringendole a costruire sul momento una lingua comune.
Lo stesso quadro si presentava al di là delle Alpi. Ancora nel 1863, se si dà credito al classico studio di Eugen Weber, quasi un quarto della popolazione francese non parlava affatto francese; nel 1870, ottant’anni dopo la Rivoluzione che aveva proclamato la nazione francese “una e indivisibile”, appena la metà degli abitanti del paese padroneggiava con sicurezza quella lingua. Gli altri parlavano bretone, occitano, basco, catalano, fiammingo, alsaziano o corso. I “francesi” nel senso moderno del termine furono plasmati a partire da questo patchwork multilingue nel mezzo secolo successivo, grazie alla scuola pubblica della Terza Repubblica, alla rete stradale e ferroviaria che raggiunse anche i villaggi più remoti e alle caserme, dove il contadino dell’Alvernia e il pescatore della Bretagna venivano entrambi inquadrati, messi sotto le armi e istruiti ad “amare la patria”, morendo per essa e uccidendo i propri fratelli dall’altra parte del fronte.
L’Impero russo offre forse l’illustrazione più evidente della stessa tesi, proprio perché l’ideologia ufficiale dell’autocrazia insisteva più di ogni altra in Europa sull’esistenza di una nazione russa plurisecolare, “una e indivisibile”. Il primo censimento generale del 1897 squarcia il velo di questa mitologia. La lingua “grande-russa”, quella che oggi chiamiamo semplicemente russo, fu indicata come lingua madre soltanto dal 44,35 % della popolazione dell’Impero. Un altro 17,81 % parlava il “piccolo-russo”, cioè l’ucraino, e il 4,69 % il bielorusso. Soltanto perché il censimento classificava ufficialmente tutti e tre i gruppi come componenti dell’unico “popolo russo”, la cifra complessiva raggiungeva il 66,81 %. In altre parole, persino adottando il criterio di calcolo più generoso e assimilazionista possibile, un suddito dello zar1 su tre non era “russo” in alcun senso del termine; i parlanti del grande-russo propriamente detto, divenuto poi la lingua letteraria standard, erano meno della metà. Inoltre, il 78,9 % della popolazione della parte europea dell’Impero non sapeva né leggere né scrivere in alcuna lingua. La “cultura russa” e la “lingua russa”, intese come patrimonio nazionale comune, esistevano dunque per la stragrande maggioranza dei sudditi soltanto in potenza, non nella realtà.
Come in Italia e in Francia, anche in Russia la nazione unificata doveva ancora essere fabbricata a partire da questa materia prima. Paradossalmente, lo strumento più risoluto di tale costruzione non fu l’Impero, ma la doppia rivoluzione del 1917 che lo abbatté. La campagna di alfabetizzazione (likbez) portò il livello di alfabetizzazione da circa un quinto della popolazione a livelli pressoché universali nell’arco di una generazione, trasformando in patrimonio comune ciò che lo zarismo aveva riservato per un secolo e mezzo alla nobiltà e ai ceti urbani più elevati. È significativo che lo stesso apparato bolscevico, mentre diffondeva una lingua letteraria comune in tutto il paese, promuovesse contemporaneamente una politica apparentemente opposta: la korenizacija, ossia la promozione consapevole dell’ucraino, del bielorusso e di decine di altre lingue e scritture nazionali. Di questo si parlerà più diffusamente nella terza parte del ciclo. Entrambi i processi non furono il “risveglio” di nazioni da sempre sopite, ma la loro costruzione consapevole e istituzionale: ossia un processo di sviluppo capitalistico-borghese.
Sarebbe tuttavia un errore grossolano di economicismo volgare fermarsi qui e ridurre la nazione alla sola base economica, negando la realtà della sua dimensione culturale. Nello smascherare la mitologia borghese, non sosteniamo che le culture e le lingue nazionali non esistano: sono più che reali. Sosteniamo, invece, che la borghesia le dichiara a posteriori eterne, naturali e al di sopra delle classi, nascondendo il fatto che ancora ieri erano un progetto amministrativo, non lo “spirito del popolo”.
Una volta sorte dalle esigenze della struttura economica, la cultura e la lingua nazionali – si pensi alla norma linguistica insegnata nelle scuole italiane, francesi o russe – acquistano una vita relativamente autonoma. Si consolidano nella letteratura, nella memoria familiare e nelle abitudini quotidiane, accumulando un’enorme inerzia storica che può sopravvivere per decenni o persino secoli alle circostanze economiche che le hanno generate. È proprio questo a distinguere l’analisi marxista della nazione dalla sua caricatura: l’economia crea la nazione, ma, una volta creata, la nazione comincia a vivere secondo leggi in parte proprie. Per questo non la si può dichiarare eterna, come fa la borghesia, né abolire con un semplice decreto, come tenterà ingenuamente di fare lo sciovinismo grande-russo staliniano, di cui parleremo più avanti.
Per l’avanguardia proletaria la questione nazionale non è mai stata un valore assoluto. Ha sempre avuto, e continua ad avere, un carattere strettamente subordinato rispetto alla contraddizione fondamentale del sistema capitalistico: quella tra il carattere sociale del lavoro e la forma privata dell’appropriazione. Come proclamarono Karl Marx e Friedrich Engels nel Manifesto del Partito Comunista:
«Gli operai non hanno patria. Non si può toglier loro ciò che non hanno. […] L’isolamento e gli antagonismi nazionali dei popoli vanno scomparendo con lo sviluppo della borghesia, con la libertà di commercio, col mercato mondiale, con l’uniformità della produzione industriale e con le condizioni di vita ad essa rispondenti. Il dominio del proletariato li farà scomparire ancora di più»2.
L’analisi della questione nazionale non tollera dogmatismi. L’apprendimento metafisico a memoria di citazioni di un secolo fa, senza tener conto dei mutamenti della struttura economica, conduce a gravissimi errori opportunistici. Il metodo marxista impone di esaminare il movimento nazionale nel suo sviluppo storico, in rapporto indissolubile con l’evoluzione del modo di produzione capitalistico.
La trasformazione storica della questione nazionale
Il capitalismo non sta fermo: la composizione organica del capitale cambia incessantemente e, con essa, si trasforma la base materiale dei movimenti nazionali. Questa evoluzione può essere suddivisa in alcune tappe storiche fondamentali.
L’epoca del capitalismo progressivo (XIX secolo)
Nella fase del capitalismo premonopolistico, la formazione degli Stati nazionali in Europa svolse una funzione oggettivamente progressiva. Le rivoluzioni borghesi abbatterono l’assolutismo, liberando il terreno per lo sviluppo della lotta di classe aperta del proletariato.
Il sostegno di Marx ed Engels ai movimenti di liberazione nazionale aveva un carattere strettamente tattico. Quando Marx appoggiava l’insurrezione polacca contro lo zarismo russo, non lo faceva per un amore astratto verso la cultura polacca, ma perché la Russia zarista era il gendarme d’Europa, il principale baluardo della reazione feudale, pronta a schiacciare qualsiasi rivoluzione occidentale: non soltanto quella proletaria, ma anche quella borghese, che apriva la strada all’inasprimento della lotta, ormai propriamente di classe, del proletariato. La Polonia rappresentava un cuneo conficcato nel corpo di quel gendarme.
È particolarmente significativa, a questo proposito, l’insurrezione polacca del 1863-1864. Già allora Marx e la Prima Internazionale, appena fondata nel 1864, chiedevano al movimento operaio inglese e francese di esprimere solidarietà agli insorti polacchi. Non perché riconoscessero nella nobiltà polacca (szlachta) o nei contadini un soggetto rivoluzionario autonomo, ma perché il ripristino dello Stato polacco avrebbe colpito simultaneamente i tre principali gendarmi della reazione europea: la Russia zarista e le monarchie prussiana e austriaca. Ciò avrebbe sgombrato il terreno per le rivoluzioni democratico-borghesi e, in seguito, per le future rivoluzioni proletarie in Occidente. Tattica, non principio: era questo l’invariabile criterio di Marx.
Allo stesso modo Marx fondò con brillante dialettica la propria tattica sulla questione irlandese. Il dominio britannico sull’Irlanda non opprimeva soltanto i contadini dell’Isola Verde: corrompeva anche la classe operaia inglese, rendendola complice del saccheggio e legandola alla borghesia inglese. Nella lettera circolare del Consiglio generale della Prima Internazionale al Consiglio federale della Svizzera romanda, Marx scriveva:
«Un popolo che ne soggioga un altro forgia le sue proprie catene.
Il punto di vista dell’Associazione Internazionale di fronte alla questione irlandese è dunque assolutamente chiara. La sua prima esigenza è di far progredire la rivoluzione sociale in Inghilterra. Per questo scopo, occorre portare il colpo decisivo in Irlanda.
Le deliberazioni del Consiglio generale sull’amnistia irlandese devono servire soltanto come introduzione ad altre risoluzioni, che dichiareranno come, a prescindere da ogni giustizia internazionale, sia una condizione preliminare per l’emancipazione della classe operaia inglese tramutare l’attuale unione forzata (cioè la schiavitù dell’Irlanda) in una confederazione eguale e libera, se è possibile, in una completa separazione, se necessario»3.
Il 9 aprile 1870 Marx sviluppò ulteriormente questa tesi in una lettera a Siegfried Meyer e August Vogt:
«L’operaio comune inglese odia l’operaio irlandese come un concorrente che comprime lo standard of life. Egli si sente di fronte a quest’ultimo come parte della nazione dominante e proprio per questo si trasforma in strumento dei suoi aristocratici e capitalisti contro l’Irlanda, consolidando in tal modo il loro dominio su se stesso. L’operaio inglese nutre pregiudizi religiosi, sociali e nazionali verso quello irlandese. Egli si comporta all’incirca come i poor whites verso i negri negli Stati un tempo schiavisti dell’unione americana. L’irlandese pays him back with interest in his own money. Egli vede nell’operaio inglese il corresponsabile e lo strumento idiota del dominio inglese sull’Irlanda.
Questo antagonismo viene alimentato artificialmente e accresciuto dalla stampa, dal pulpito, dai giornali umoristici, insomma con tutti i mezzi a disposizione delle classi dominanti. Questo antagonismo è il segreto dell’impotenza della classe operaia inglese, a dispetto della sua organizzazione. Esso è il segreto della conservazione del potere da parte della classe capitalistica. E quest’ultima lo sa benissimo.
[…] L’Inghilterra, in quanto metropoli del capitale, in quanto potenza fino ad oggi dominante il mercato mondiale, è per il momento il paese più importante per la rivoluzione operaia, oltre a ciò essa è l’unico paese nel quale le condizioni materiali di tale rivoluzione si siano sviluppate fino ad un certo grado di maturità. Perciò l’obiettivo più importante dell’Internazionale è di accelerare la rivoluzione sociale in Inghilterra. L’unico mezzo per accelerarla è rendere indipendente l’Irlanda»4.
Marx sosteneva la separazione dell’Irlanda esclusivamente per far saltare la pace sociale all’interno dell’Inghilterra.
Entrambe le posizioni, quella sulla Polonia e quella sull’Irlanda, si fondano sulla medesima dialettica: l’oppressione di un’altra nazione è una catena che stringe anche il collo della nazione oppressiva; spezzarla significa liberare le mani del proprio proletariato per la lotta di classe.
L’epoca dell’imperialismo classico (inizio del XX secolo)
Con il passaggio del capitalismo alla fase monopolistica, la libera concorrenza lasciò il posto al dominio del capitale finanziario. Il mondo venne spartito territorialmente tra un pugno di grandi potenze. L’esportazione di merci cedette il primato all’esportazione di capitali. In questa fase la questione nazionale oltrepassò gli angusti confini europei e si fuse con quella coloniale. Il mondo si divise tra nazioni che opprimono – le metropoli imperialiste – e nazioni oppresse – colonie e semicolonie. Lenin argomentò che la lotta di liberazione nazionale di centinaia di milioni di contadini in Asia e Africa diventava un alleato oggettivo del proletariato europeo, poiché minava le retrovie economiche e politiche dell’imperialismo mondiale.
Lo sfondo materiale di questa fase era costituito dalla colossale divisione territoriale del pianeta. La Conferenza di Berlino del 1884-1885 sancì formalmente la spartizione del continente africano tra le potenze europee senza che un solo rappresentante africano fosse presente al tavolo delle trattative. La guerra anglo-boera del 1899-1902 e quella russo-giapponese del 1904-1905 misero a nudo il carattere predatorio e armato della lotta per i mercati di sbocco e le fonti di materie prime. L’accordo segreto Sykes-Picot del 1916, che ripartì il Medio Oriente in zone d’influenza britanniche e francesi prima ancora della fine della guerra mondiale, costituì una diretta illustrazione della tesi leninista sulla nuova divisione di un mondo già diviso. Fu sulla base di questi processi materiali, non di astratte speculazioni sul “diritto dei popoli”, che Lenin elaborò la propria concezione dell’imperialismo come fase suprema del capitalismo.
La fine dell’epoca coloniale (seconda metà del XX secolo)
Dopo la Seconda guerra mondiale il sistema del dominio coloniale diretto crollò. Le ex colonie ottennero l’indipendenza politica formale, si dotarono di bandiere e inni propri e conquistarono seggi all’ONU. La borghesia nazionale del “Sud globale” si integrò definitivamente nelle catene globali del valore, esaurendo completamente il proprio potenziale progressivo.
Il fatto storico più eclatante, che mette a nudo la reale natura di classe della dissoluzione del sistema coloniale, è la firma della Carta Atlantica nell’agosto 1941. La storiografia borghese presenta con reverenziale enfasi questo documento, sottoscritto da Franklin D. Roosevelt e Winston Churchill, come un trionfo degli ideali di libertà, in quanto proclamava il diritto di tutti i popoli a scegliere la forma di governo sotto la quale vivere.
L’analisi marxista, tuttavia, strappa a questo atto il suo rivestimento umanitario e ne mette a nudo la dura realtà politico-economica. Alle spalle di Roosevelt si trovava l’enorme capitale finanziario e industriale statunitense, che in quel momento soffocava entro i confini dell’emisfero occidentale. L’imperialismo americano aveva un bisogno vitale di abbattere le zone economiche chiuse degli imperi britannico e francese, protette da dazi preferenziali e barriere legate alla sterlina. Sulla bocca della borghesia statunitense, la richiesta di “libertà” e “autodeterminazione” per le colonie significava una cosa sola: rivendicare libero accesso per le merci e gli investimenti americani ai mercati dell’India, dell’Africa e del Medio Oriente. La dissoluzione del sistema coloniale classico non fu la vittoria di un principio astratto di giustizia, ma il risultato diretto della concorrenza inter-imperialistica. Il dominio finanziario e i monopoli transnazionali della nuova potenza egemone, gli Stati Uniti, si dimostrarono strumenti molto più efficaci ed economici dei vecchi metodi fondati sull’occupazione militare diretta.
Il processo di emancipazione formale delle colonie attraversò alcune fasi ben distinte. La borghesia nazionale aveva cominciato a formarsi come classe già durante il periodo coloniale: l’economia coloniale, pur nella sua condizione subordinata, generava strati locali di capitale commerciale e usuraio, seguiti poi dal capitale industriale. Questi strati erano oggettivamente ostacolati dal monopolio della metropoli sui mercati esteri, sul credito e sulla politica doganale. Fu proprio questa classe, maturata all’interno del sistema coloniale ma limitata dai suoi vincoli, ad assumere il ruolo di soggetto politico della decolonizzazione.
La Conferenza di Bandung del 1955, alla quale parteciparono rappresentanti di 29 Stati asiatici e africani, non segnò la nascita di questa borghesia, bensì la sua prima articolata affermazione politica sulla scena mondiale. I principi della “terza via” tra i due blocchi imperialisti della “guerra fredda” esprimevano, in realtà, la pretesa di una borghesia regionale già consolidata di conquistarsi un posto nel mercato mondiale. Il 1960, passato alla storia come “anno dell’Africa”, portò l’indipendenza formale a diciassette Stati africani; nel 1961, a Belgrado, prese forma il Movimento dei paesi non allineati. Alla fine del XX secolo, dal ritiro del Portogallo dall’Angola e dal Mozambico nel 1975 al passaggio di Hong Kong alla Cina nel 1997, la carta dei possedimenti coloniali nella loro forma classica era stata definitivamente cancellata.
La risoluzione definitiva della questione agraria (ultimo quarto del XX secolo – XXI secolo)
Il principale fattore materiale alla base delle rivoluzioni nazional-democratiche del passato era l’irrisolta questione agraria: l’esistenza di enormi masse contadine sottoposte ai residui feudali e alla dominazione straniera. Oggi questa questione è stata risolta in senso capitalistico su una scala decisiva, tale da determinare la politica di costruzione degli Stati. Dire che è “risolta” non significa che siano scomparse tutte le singole sacche precapitalistiche, ma che è venuta meno quella soglia quantitativa che, ai tempi del Comintern, faceva del contadiname una riserva strategica della rivoluzione mondiale. Si tratta, quindi, di un’affermazione non assoluta, ma strettamente circoscritta quanto al suo significato.
La “rivoluzione verde” globale, l’espansione dell’agroindustria e la totale mercificazione dell’agricoltura hanno provocato una colossale differenziazione sociale delle campagne. I latifondi feudali sono stati sostituiti da aziende agricole capitalistiche. Il contadiname nella sua forma classica è stato proletarizzato, trasformandosi in bracciantato agricolo e manodopera migrante, oppure, pur conservando in modo puramente nominale il proprio status precedente, è stato assoggettato alla logica del capitale.
Questa tesi non è una figura retorica, ma registra un cambiamento misurabile nella struttura dell’occupazione. Secondo le stime dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL), nel settore agricolo mondiale – compresi la silvicoltura e la pesca – lavorano oggi circa 0,9 miliardi di persone: 916 milioni nel 2023, pari a circa il 26 % dell’occupazione globale. Di queste, circa 450 milioni, ossia la metà, lavorano alle dipendenze di un padrone. La quota dell’agricoltura sull’occupazione mondiale è in costante diminuzione. I residui precapitalistici, tuttavia, non sono scomparsi fino all’ultima sacca: in alcune regioni dell’Asia meridionale, dell’Africa subsahariana e di parti dell’America Latina persistono forme semifeudali di uso della terra, come la mezzadria e la servitù per debiti dei braccianti. Queste situazioni richiedono un’analisi specifica e concreta per ciascun caso.
Questa ineguaglianza di sviluppo, tuttavia, ha carattere non residuale, ma strutturale. La deagrarizzazione delle vecchie metropoli capitalistiche è pressoché compiuta: nel Regno Unito, in Germania, Francia e Stati Uniti gli occupati in agricoltura rappresentano appena l’1-3 % del totale. In Cina e India, invece, l’esodo delle popolazioni contadine dalle campagne è ancora in corso e non può essere considerato un fatto compiuto.
Non siamo dunque di fronte a una successione lineare di fasi di un unico processo mondiale, bensì a poli differenti di un sistema capitalistico intrinsecamente ineguale. Nelle vecchie metropoli la questione agraria è stata in larga misura superata attraverso la compiuta deagrarizzazione. In Cina e India resta una questione di transizione incompiuta, in cui il contadiname non è ancora stato espulso dalle campagne. In alcune regioni dell’Asia meridionale, dell’Africa e dell’America Latina, il quadro è ulteriormente complicato dalla persistenza di forme semifeudali di uso della terra, che sopravvivono all’interno del medesimo sistema capitalistico mondiale, non al di fuori di esso. Questa ineguaglianza non è residuale: è continuamente generata dallo stesso sviluppo capitalistico.
Sarebbe inoltre un errore sociologico grossolano ridurre la struttura di classe del “Sud globale” contemporaneo ai soli operai di fabbrica e ai braccianti agricoli. La distruzione definitiva delle strutture agrarie tradizionali e precapitalistiche ha scaraventato fuori dalle campagne masse enormi di popolazione, ma la debole base industriale del capitalismo di questi paesi si è dimostrata incapace di assorbirle. Ne sono derivati centinaia di milioni di rappresentanti del precariato marginalizzato delle baraccopoli dell’Africa, dell’America Latina e dell’Asia: un’immensa armata di lavoro, respinta nel settore informale dell’economia.
È necessaria una precisazione metodologica, per ripulire il termine “precariato” dalle elucubrazioni della sociologia borghese ed evitare di confondere questo strato con ciò che il marxismo classico chiamava lumpenproletariat, ossia sottoproletariato. La scienza accademica riformista cerca di presentare il precariato come una nuova classe, distinta dal proletariato, definendolo in base all’instabilità del rapporto contrattuale. Dal punto di vista marxista, questa impostazione è profondamente errata.
La precarietà, cioè l’insicurezza delle condizioni di riproduzione della forza-lavoro, non è una caratteristica particolare di un determinato gruppo di salariati: è una proprietà generica e strutturale del proletariato come classe nel capitalismo. Vendendo la propria forza-lavoro come merce, il proletario non può avere alcuna garanzia che essa trovi un acquirente. Coloro che oggi vengono definiti “precari” non costituiscono un gruppo separato dal proletariato, né una sua semplice frazione alla quale si possa ridurre una condizione generale della classe. Dal punto di vista dell’economia politica marxista, questo strato è quello in cui la precarietà generica del proletariato assume la sua forma più sviluppata, cronica e reificata: quella della sovrappopolazione relativa stagnante (armata industriale di riserva). In altri termini, il precariato non è un segmento particolare che possiede la precarietà a differenza del resto della classe, ma l’espressione concentrata e resa visibile della condizione in cui, in ultima analisi, si trova il proletariato in quanto tale.
Marx guardava con disprezzo al lumpenproletariat – gli elementi declassati privi di legami stabili con la produzione sociale, come vagabondi, criminali e strati parassitari – proprio perché la loro esistenza materiale si colloca al di fuori dei rapporti salariali e della produzione di merci, rendendoli strutturalmente esposti alla corruzione da parte della reazione. Il precariato delle baraccopoli del “Sud globale” contemporaneo è un fenomeno qualitativamente diverso. Non si tratta di elementi declassati ed estranei alla produzione, ma di forza-lavoro espulsa dall’occupazione industriale formale dall’eccesso di offerta di lavoro e che continua a riprodursi vendendo la propria capacità lavorativa. Si tratta di una vendita occasionale, informale e instabile, ma pur sempre di una vendita della forza-lavoro, non di un parassitismo sul lavoro altrui. Il commercio ambulante, il lavoro a giornata nei cantieri, l’attività di corriere o il lavoro domestico senza contratto sono tutte forme di impiego capitalistico, per quanto estremamente prive di tutele; non sono attività esterne al rapporto capitalistico. Proprio per questo il precariato può essere oggettivamente integrato in un fronte anticapitalista in un modo che non è accessibile al sottoproletariato in senso stretto.
Questo enorme strato sociale non ha alcun interesse oggettivo nei progetti borghesi di “liberazione nazionale” né nelle riforme agrarie che un secolo fa erano ancora all’ordine del giorno. Il compito dell’avanguardia comunista oggi non è sostenere direzioni islamiste, nazionaliste o populiste di sinistra che parassitano la miseria di queste baraccopoli, ma svolgere un paziente lavoro di integrazione politica e organizzativa di questo precariato, in quanto parte dell’unica classe proletaria, in un fronte anticapitalista comune con il nucleo industriale della classe operaia mondiale.
Con la scomparsa dei residui precapitalistici è venuta meno anche la base storica per le fasi democratiche “di tutta la nazione”. Oggi la lotta di classe assume inevitabilmente un carattere oggettivamente anticapitalistico e proletario. Nel XXI secolo, la questione nazionale funge esclusivamente da strumento reazionario, da paravento per le guerre per procura tra potenze imperialiste.
È difficile sopravvalutare la portata di questo mutamento. Là dove il Comintern, nel 1920, si rivolgeva alle “centinaia di milioni” di contadini oppressi dell’Oriente come a una riserva strategica della rivoluzione mondiale, il comunista di oggi si rivolge al salariato agricolo di una grande azienda agroindustriale: una figura non più contadina, ma pienamente proletaria, i cui interessi non risiedono nella redistribuzione della terra, bensì nella lotta di classe contro il capitale in quanto tale.
Il meccanismo di questa trasformazione è il completamento del mercato mondiale, che ha avvolto il pianeta nelle catene dei monopoli transnazionali e ha subordinato alla logica della produzione mercantile la stragrande maggioranza delle strutture precapitalistiche. Ciò vale anche per quelle aree dell’Africa subsahariana e dell’Asia meridionale in cui sopravvivono localmente rapporti semifeudali, che tuttavia non costituiscono più una base materiale autonoma capace di determinare l’indirizzo politico di interi Stati. In altri termini, il capitale non ha lasciato alle forme precapitalistiche né un territorio né una massa sociale su cui possano poggiare come forza politica indipendente. Là dove esistevano strutture sociali capaci di generare una propria agenda e un proprio movimento, rimangono ormai soltanto enclave locali, economicamente e politicamente subordinate alla produzione mercantile.
Basta osservare che cosa è accaduto alle comunità contadine che il Comintern considerava una riserva della rivoluzione. In misura decisiva, le terre un tempo sottoposte a forme comunitarie o semifeudali di gestione sono passate alla produzione su contratto di colture destinate all’esportazione – cacao, caffè, cotone, olio di palma – sotto il controllo di commercianti e trasformatori transnazionali. L’ex membro della comunità contadina si è trasformato in un piccolo produttore di merci, formalmente indipendente ma di fatto del tutto dipendente dall’acquirente aziendale, oppure, in modo ancora più significativo, in un salariato direttamente impiegato in una piantagione o in un’azienda agroindustriale, privo di qualsiasi proprietà sui mezzi di produzione.
Parallelamente si è verificata una proletarizzazione di massa attraverso le migrazioni per lavoro. La popolazione rurale eccedente dell’Asia meridionale e dell’Africa subsahariana non rimane sulla terra come contadiname semifeudale, ma si sposta verso l’industria e i cantieri interni al paese, le enclave portuali ed estrattive e l’emigrazione lavorativa verso Israele, i paesi del Golfo Persico e le vecchie metropoli imperialiste. In questo modo va ad alimentare non il polo contadino, ma quello salariato e proletario della società. Là dove sopravvivono enclave di rapporti semifeudali, esse non rappresentano un’alternativa al capitalismo capace di proporre a un’intera regione un proprio programma politico. Sono anomalie locali, economicamente subordinate all’economia mercantile, circoscritte a singole aree e incapaci di determinare la struttura di classe dello Stato nel suo complesso.
È questa la vera ironia storica: con la sua spietata avanzata, il capitalismo ha ridotto la base materiale della questione nazionale al di sotto della soglia che, ai tempi del Comintern, faceva del contadiname precapitalistico una riserva strategica della rivoluzione mondiale. Completando il mercato globale e assoggettando alla propria logica ciò che in precedenza esisteva fuori di essa, il capitalismo non ha rafforzato, ma liquidato la base materiale oggettiva che un tempo generava i movimenti di liberazione nazionale. Così facendo, senza volerlo, ha risparmiato al futuro Comintern la necessità di conquistare alla propria causa quell’alleato dalla natura di classe ambivalente che era il contadiname precapitalistico dell’epoca del Comintern.
Oggi la borghesia delle cosiddette nazioni “oppresse” non lotta per creare uno spazio economico indipendente – obiettivo assurdo e irrealizzabile nel XXI secolo –, ma per sfruttare le contraddizioni tra le grandi potenze e strappare a morsi condizioni più vantaggiose per appropriarsi del plusvalore estorto al “proprio” proletariato, senza doverlo condividere con i capitalisti stranieri nella misura precedente. La questione nazionale è stata risolta nel senso circoscritto qui indicato: il capitale globale ha reso universali e omogenee le condizioni di sfruttamento dei lavoratori, da New York a Dacca, da Londra a Kinshasa.
Sarebbe tuttavia un errore meccanicistico grossolano credere che, esaurita la funzione storicamente progressiva delle nazioni, il capitalismo abbia automaticamente cancellato i confini e i pregiudizi nazionali. È vero il contrario! Il capitale globale si sviluppa in modo estremamente ineguale: concentra la potenza finanziaria e i sovrapprofitti in pochi centri imperialisti, condannando vaste aree caratterizzate da una più bassa composizione organica del capitale a fungere da appendici di approvvigionamento di materie prime e serbatoi di forza-lavoro a basso costo.
Questa ineguaglianza oggettiva dell’accumulazione capitalistica costituisce il terreno fertile su cui si nutre parassitariamente il nazionalismo reazionario contemporaneo. La borghesia conserva artificialmente le barriere nazionali proprio perché, nell’epoca della globalizzazione, lo Stato nazionale, con il suo apparato poliziesco e la sua ideologia sciovinista, rimane il suo unico salvagente. Lo stesso capitale che ha risolto la questione nazionale in senso positivo, universalizzando le condizioni di sfruttamento, l’ha risolta anche in senso negativo: da locomotiva del progresso borghese, la nazione si è trasformata in una camicia di forza per le forze produttive e in uno strumento di divisione del proletariato.
Che cosa comporta tutto questo per le prospettive della rivoluzione? Il proletariato non ha più bisogno di attraversare fasi “democratiche generali” o “anticoloniali”. L’epoca storica delle alleanze tattiche con la borghesia nazionale è giunta al termine. D’ora in poi, qualsiasi rivoluzione potrà avere soltanto un carattere rigorosamente proletario. La questione nazionale ha definitivamente perso il proprio potenziale emancipatore; sul mondo potrà essere issata una sola bandiera: quella della dittatura mondiale del proletariato.
La gerarchia nazionale della forza-lavoro come strumento di sfruttamento
Sarebbe un errore pensare che la borghesia mantenga le barriere nazionali soltanto sul piano ideologico, allo scopo di “distrarre le masse”. La divisione nazionale della classe operaia svolge per il capitale una funzione economica diretta e misurabile: all’interno di un unico mercato mondiale del lavoro crea una gerarchia artificiale di status giuridici, in virtù della quale la stessa forza-lavoro viene retribuita e tutelata diversamente a seconda del passaporto di chi la vende.
Un esempio classico del dopoguerra è il sistema dei Gastarbeiter nella Repubblica Federale Tedesca, fondato su accordi con l’Italia nel 1955, con la Turchia nel 1961 e con altri paesi. Milioni di lavoratori venivano reclutati con uno status temporaneo e giuridicamente svantaggiato, privi di diritti politici e facilmente espellibili durante le fasi di recessione. La forza-lavoro straniera diventava così un ammortizzatore del ciclo economico, a spese non soltanto del proletariato tedesco, ma anche di quello turco o italiano. Questa gerarchia assume una forma ancora più esplicita nel sistema della kafala delle monarchie del Golfo, dove il lavoratore migrante è giuridicamente vincolato al padrone-sponsor ed è privato del diritto di cambiare impiego e di organizzarsi sindacalmente. In questo caso, l’appartenenza nazionale si traduce direttamente in privazione dei diritti.
La stessa logica opera anche in direzione opposta, attraverso la gestione dei flussi migratori come strumento di pressione sul mercato del lavoro dei lavoratori “autoctoni”. La borghesia delle vecchie metropoli imperialiste alterna l’inasprimento e la liberalizzazione dei regimi migratori: talvolta per abbassare il prezzo della forza-lavoro grazie all’afflusso di migranti disposti ad accettare salari inferiori e condizioni peggiori; altre volte, sul piano retorico, per mobilitare i “propri” lavoratori attorno a un programma nazionalista quando, durante una crisi, si acuisce la concorrenza per i posti di lavoro. In entrambi i casi il beneficiario effettivo è il capitale: nel primo comprime il livello generale dei salari; nel secondo devia il malcontento proletario, indirizzandolo non contro i proprietari dei mezzi di produzione, ma contro il lavoratore di diversa nazionalità che vive accanto a sé.
L’inquadramento ideologico di questa funzione economica è assicurato dall’intero arsenale della sovrastruttura borghese: dalla stampa scandalistica ai partiti parlamentari che sfruttano i temi degli “immigrati arrivati da fuori” e dei “posti di lavoro rubati”, fino alla burocrazia sindacale, che spesso converge su posizioni protezionistiche anziché di classe, in nome della “difesa del produttore nazionale”. Come abbiamo visto, nella sua lettera sulla condizione del proletariato inglese e irlandese Marx aveva già mostrato questo meccanismo nella sua forma embrionale: i lavoratori della nazione dominante si sentono privilegiati rispetto a quelli della nazione oppressa e diventano così strumenti della “propria” borghesia. Nell’epoca imperialista, il meccanismo si è ampliato e istituzionalizzato: quello che ai tempi di Marx era un pregiudizio spontaneo è oggi un sistema amministrato consapevolmente attraverso status giuridici differenziati, visti, quote e permessi di lavoro, al servizio degli interessi del capitale con precisione burocratica.
Non si può trascurare il concetto strettamente connesso di aristocrazia operaia: quello strato del proletariato delle metropoli che, grazie ai sovrapprofitti monopolistici dell’imperialismo, viene corrotto mediante salari relativamente più elevati e garanzie sociali. Ciò lo rende materialmente interessato alla conservazione dell’attuale gerarchia mondiale tra le nazioni e, di conseguenza, ricettivo alla propaganda social-sciovinista. La divisione nazionale della classe operaia non è dunque soltanto una manipolazione imposta dall’alto, ma un meccanismo economico oggettivo che riproduce, all’interno del proletariato stesso, strati con gradi diversi di interesse per l’ordine mondiale esistente. Il compito dei comunisti non è fare prediche morali al riguardo, ma mettere a nudo il meccanismo materiale della corruzione e chiamare al suo superamento politico attraverso la pratica della lotta di classe comune, non attraverso astratte esortazioni alla fratellanza tra i popoli.
Qui si nasconde uno dei pericoli maggiori per il movimento operaio contemporaneo. La globalizzazione del capitale e i massicci flussi migratori che ne derivano alimentano una reazione: la rapida crescita del “populismo” di estrema destra in Europa, negli Stati Uniti, in Russia e altrove. La borghesia indirizza deliberatamente verso il razzismo e la xenofobia la paura oggettiva dei lavoratori “autoctoni” di fronte alla disoccupazione, al deterioramento dei servizi sociali e al calo del tenore di vita. I sindacati ufficiali e i riformisti, chiedendo di “proteggere i nostri posti di lavoro” e di limitare l’immigrazione, alimentano questa divisione e finiscono, nei fatti, per allearsi con la “propria” borghesia nazionale.
I comunisti devono opporre a questo veleno non il fiacco “multiculturalismo” liberale né il moralismo – che costituiscono soltanto una maschera liberal-progressista dello stesso capitale –, ma una lotta di classe senza compromessi: l’unificazione organizzativa dei lavoratori locali e dei lavoratori migranti in organismi comuni di lotta. Soltanto la mobilitazione congiunta per la parità salariale, l’abolizione immediata del sistema dei diversi status migratori, compreso quello di irregolarità, e il miglioramento delle condizioni di tutti i proletari può eliminare la base materiale del dumping salariale e arrestare lo scivolamento delle masse proletarie tra le braccia dell’estrema destra populista. È questa comunanza nella lotta concreta, non una semplice dichiarazione di simpatia, il materiale con cui si forgia l’unità di classe.
È importante chiarire subito in che modo la tendenza oggettivamente progressiva del capitale a mescolare le popolazioni di diversa nazionalità si rapporti all’ondata reazionaria di xenofobia che la stessa tendenza alimenta nelle fasi di crisi. Non siamo di fronte a due esiti equiprobabili di un unico processo, rispetto ai quali i comunisti dovrebbero restare spettatori neutrali in attesa di vedere quale prevarrà “nel lungo periodo storico”. La tendenza oggettiva all’assimilazione si realizza soltanto attraverso la lotta di classe sul piano soggettivo. Da sola, spontaneamente, non sconfigge la reazione: crea contemporaneamente il terreno fertile per entrambe le possibilità.
Ne deriva una conseguenza tattica diretta. Là dove i comunisti sono passivi, deboli o assenti, lo spazio tra la tendenza oggettiva e la sua traduzione politica soggettiva nel malcontento di massa viene inevitabilmente occupato dal nazionalismo borghese. Quest’ultimo dispone infatti dell’apparato statale, della stampa e delle macchine di partito, mentre l’internazionalismo proletario può contare soltanto sul lavoro organizzativo dal basso. Per questo i comitati di sciopero comuni ai lavoratori locali e immigrati, menzionati sopra, non sono un pio desiderio, ma l’unico meccanismo noto al marxismo capace di trasformare il processo oggettivo di mescolanza della forza-lavoro in unità di classe sul piano soggettivo, senza attendere che sia la storia stessa a compiere questo passaggio.
Agosto 2026
Footnotes
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- È significativo che lo stesso zar, nella vita quotidiana, parlasse con la consorte in inglese e che, sotto Alessandro II, la lingua principale dell’aristocrazia russa restasse il francese. ↩
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- Marx K., Engels F. Manifesto del partito comunista // Marx-Engels. Opere complete. VI. Roma: Editori Riuniti, 1973. P. 503. ↩
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- Marx K. Comunicazione confidenziale // Marx-Engels. Opere complete. XXI. Milano: Edizioni Lotta Comunista, 2019. P. 167-168. ↩
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- Marx K. Marx a Sigfrid Meyer e August Vogt a New York, Londra, 9 aprile 1870 // Marx-Engels. Opere complete. XLIII. Roma: Editori Riuniti, 1975. P. 721. ↩