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Eccesso di capitale e sovrappopolazione

↳ La rivista «Prometeo comunista» №2 — Agosto 2026

Nell’epoca in cui si diffonde l’illusione del dominio delle reti neurali, e le transazioni finanziarie si compiono in frazioni di secondo, il frammento del III volume del “Capitale” pubblicato qui di seguito non si presenta come un reperto storico, bensì come una sezione anatomica spaventosamente precisa dell’oggi. Se il pensiero borghese addossa le crisi a "shock esterni”, Marx mette a nudo il paradosso fondamentale del sistema: la contemporanea esistenza di capitale eccedente e di popolazione eccedente. Egli dimostra che la crisi non è la conseguenza di un’eccedenza fisica di beni per l’umanità, bensì un vicolo cieco matematico, in cui masse gigantesche di lavoro oggettivato perdono la capacità di produrre un saggio di profitto sufficiente, spingendo l’economia verso avventure speculative e bolle creditizie. «Senza teoria rivoluzionaria non c'è movimento rivoluzionario», recita l’assioma del primo marxista russo, Plechanov. Se si riduce la contraddizione fondamentale del capitalismo ai problemi di una “distribuzione ingiusta”, la risposta sarà un riformismo senza via d’uscita. Ma la scienza oggettiva di Marx non lascia illusioni: il capitalismo è in grado di ripristinare il proprio saggio di profitto soltanto attraverso la distruzione barbarica dei valori accumulati – fallimenti di massa, svalutazione del lavoro e guerre imperialiste. Occorre rivolgersi alla fonte primaria, per seguire poi come la logica ferrea di Marx si faccia la strada attraverso le contraddizioni tecnologiche e sociali del XXI secolo.

Karl Marx1

Contemporaneamente alla caduta del saggio del profitto aumenta il minimo di capitale che è necessario al capitalista individuale per la messa in opera produttiva del lavoro, tanto per il suo sfruttamento in generale, come anche affinchè il tempo di lavoro impiegato corrisponda al tempo necessario per la produzione delle merci e non oltrepassi la media di tempo di lavoro socialmente necessario alla loro produzione. E nello stesso tempo cresce la concentrazione perché, oltre certi limiti, un grande capitale con un basso saggio del profitto accumula più rapidamente di un capitale piccolo con un elevato saggio del profitto. Questa crescente contrazione provoca a sua volta, non appena abbia raggiunto un certo livello, una nuova diminuzione del saggio del profitto. La massa dei piccoli capitali frantumati viene così trascinata sulla via delle avventure; speculazione, imbrogli creditizi ed azionari, crisi. Quando si parla di pletora di capitale ci si riferisce sempre o quasi sempre, in sostanza, alla pletora di capitale per il quale la caduta del saggio di profitto non è compensata dalla sua massa – e questo avviene sempre nel caso di capitali freschi di nuova formazione – od alla pletora che questi capitali, incapaci di operare per proprio conto, mettono, sotto forma di credito, a disposizione dei dirigenti delle grandi imprese. Questa pletora di capitale è determinata dalle medesime circostanze che provocano una sovrappopolazione relativa e ne costituisce quindi una manifestazione complementare, quantunque i due fenomeni si trovino ai poli opposti, capitale inutilizzato da una parte e popolazione operaia inutilizzata dall’altra.

Sovrapproduzione di capitale, non di singole merci, – quantunque la sovrapproduzione di capitale determini sempre sovrapproduzione di merci – significa semplicemente sovraccumulazione di capitale. E per comprendere che cosa sia questa sovraccumulazione […] basta presupporla assoluta. In quali circostanze la sovrapproduzione di capitale può considerarsi assoluta, e cioè tale da non estendersi a questo, a quello, o ad alcuni importanti rami della produzione, ma da essere assoluta nella sua estensione stessa, e comprendere quindi tutti i rami della produzione?

Si avrebbe una sovrapproduzione assoluta di capitale qualora il capitale addizionale destinato alla produzione capitalistica fosse uguale a zero. Ma lo scopo della produzione capitalistica è la autovalorizzazione del capitale, ossia l’appropriazione del pluslavoro, la produzione di plusvalore, di profitto. Non appena dunque il capitale fosse accresciuto in una proporzione tale rispetto alla popolazione operaia, che né il tempo di lavoro assoluto fornito da questa popolazione potesse essere prolungato, né il tempo di pluslavoro relativo potesse essere esteso (questa ultima eventualità non sarebbe d’altro lato possibile nel caso in cui la domanda di lavoro fosse così forte da determinare una tendenza al rialzo dei salari), quando dunque il capitale accresciuto producesse una massa di plusvalore soltanto equivalente od anche inferiore a quella prodotta prima del suo accrescimento, allora si avrebbe una sovrapproduzione assoluta di capitale; ossia il capitale accresciuto C + 𝚫C non produrrebbe un profitto maggiore o produrrebbe un profitto minore di quello dato dal capitale C prima del suo aumento di 𝚫C. In ambedue i casi si verificherebbe una diminuzione forte ed improvvisa del saggio generale del profitto, causata questa volta dalla modificazione della composizione del capitale, che non proviene dallo sviluppo della forza produttiva, ma da un aumento del valore monetario del capitale variabile (in conseguenza dell’aumento dei salari) e dalla diminuzione corrispondente nel rapporto fra pluslavoro e lavoro necessario.

Nella realtà, le cose si svolgerebbero in modo tale che una parte del capitale resterebbe interamente o parzialmente inattiva (perché per potersi valorizzare essa avrebbe dovuto prima soppiantare il capitale già in funzione) mentre l’altra parte verrebbe valorizzata ad un saggio del profitto ridotto in seguito alla pressione del capitale totalmente o parzialmente inattivo. Non altererebbe per nulla questo stato di cose il fatto che una parte del capitale supplementare si sostituisse ad una parte del capitale già in funzione e viceversa: si avrebbe sempre da un lato un determinato capitale in funzione e dal altro un determinato capitale supplementare. Contemporaneamente alla caduta del saggio del profitto, si verificherebbe questa volta una diminuzione assoluta della massa del profitto poiché, secondo l’ipotesi fatta, la massa della forza-lavoro messa in opera ed il saggio del plusvalore non potrebbero essere aumentati, cosicché non potrebbe essere aumentata neppure la massa del plusvalore. E questa massa di profitto diminuita dovrebbe essere calcolata in base ad un capitale complessivo accresciuto. Ma anche supponendo che il capitale in funzione continui ad essere valorizzato all’antico saggio del profitto, e che la massa di profitto rimanga dunque inalterata, essa dovrebbe pur sempre essere calcolata in base ad un capitale complessivo accresciuto e ne deriverebbe di conseguenza una caduta del saggio del profitto. Quando un capitale complessivo di 1.000 che produce un profitto di 100 viene accresciuto a 1.500, e dopo il suo aumento produce ancora un profitto di 100, nel secondo caso 1.000 producono solo un profitto di 662/3. La valorizzazione dell’antico capitale sarebbe diminuita in senso assoluto. Un capitale di 1.000 non produrrebbe nelle nuove condizioni un profitto maggiore di un capitale di 6662/3 nelle condizioni di prima.

È tuttavia chiaro che questa effettiva diminuzione di valore dell’antico capitale non potrebbe aver luogo senza conflitto e che il capitale supplementare 𝚫C non potrebbe operare come capitale senza sostenere una lotta. Il saggio del profitto non diminuirebbe a causa della concorrenza derivante dalla sovrapproduzione di capitale: al contrario la concorrenza entrerebbe ora in gioco in quanto caduta del saggio del profitto e sovrapproduzione di capitale provengono dalle medesime cause. La parte di 𝚫C che si trovasse nelle mani degli antichi capitalisti verrebbe da essi lasciata più o meno inoperosa, al fine di non provocare essi stessi una diminuzione di valore del loro capitale originario od una riduzione della sua attività nel campo di produzione: oppure potrebbe essere messa da essi in opera, anche con una perdita momentanea, onde riversare sui nuovi intrusi e sui loro concorrenti in generale, l’inattività dei capitali supplementari.

La parte di 𝚫C, che si trovasse nelle nuove mani, cercherebbe di conquistarsi il suo posto a spese dell’antico capitale, e vi riuscirebbe parzialmente quando riducesse all’inattività una parte dell’antico capitale, che sarebbe costretto a cederle il suo posto, sostituendosi a sua volta al capitale supplementare parzialmente o totalmente inattivo.

In ogni caso, una parte dell’antico capitale dovrebbe essere lasciata inattiva, inoperosa nella sua essenza stessa di capitale, che deve operare come capitale e dare un profitto. Ed è la concorrenza che decide quale aliquota di esso debba in particolare essere condannata all’inoperosità. Fino a che gli affari vanno bene, la concorrenza esercita, come si è visto a proposito del saggio generale del profitto, un’azione di fratellanza sulla classe capitalistica che praticamente si ripartisce il bottino comune, in proporzione del rischio assunto da ognuno. Appena non si tratta più di ripartire i profitti ma di suddividere le perdite, ciascuno cerca di ridurre il più possibile la propria quota parte della perdita, e di riversarla sulle spalle degli altri. La perdita per la classe nell’insieme è inevitabile, ma quanto di essa ciascuno debba sopportare, in quale misura debba assumersene una parte, diventa allora questione di forza e di astuzia, e la concorrenza si trasforma in una lotta fra fratelli nemici. L’antagonismo fra l’interesse di ogni singolo capitalista e quello della classe capitalistica si manifesta allora nello stesso modo come nel periodo di prosperità si era praticamente affermata, per mezzo della concorrenza, l’identità di tali interessi.

Come si appianerà questo conflitto e come si ristabiliranno condizioni favorevoli ad un movimento “sano” della produzione capitalistica? La soluzione si trova già racchiusa nella semplice esposizione del conflitto che si tratta di appianare. Essa richiede l’inattività ed anche una parziale distruzione di capitale, per un ammontare corrispondente al valore di tutto il capitale supplementare 𝚫C o di una parte di esso. Tale perdita per altro, come già appare dalla semplice enunciazione del conflitto, non colpisce affatto in uguale misura i diversi capitali particolari; la sua ripartizione viene invece decisa in una lotta di concorrenza nella quale, in relazione ai vantaggi particolari o a posizioni già acquistate, essa si ripartisce molto inegualmente e con manifestazioni assai diverse, cosicché un capitale viene lasciato inattivo, un secondo distrutto, un terzo subisce solo una perdita relativa o una diminuzione di valore temporanea, e così via.

Ma in tutti i casi, per ristabilire l’equilibrio, si renderebbe necessario lasciare inattiva o anche distruggere una quantità più o meno grande di capitale. Questo processo si estenderebbe in parte alla sostanza materiale del capitale; ossia una parte dei mezzi di produzione, del capitale fisso e del capitale circolante, cesserebbe di funzionare, di agire come capitale; una parte delle imprese produttive già in azione verrebbe lasciata inoperosa. E quantunque il tempo intacchi tutti i mezzi di produzione (eccettuata la terra) e li deteriori, si verificherebbe, a causa dell’interruzione nel funzionamento del sistema produttivo, una distruzione assai più forte ed effettiva dei mezzi di produzione. L’effetto principale, sotto questo punto di vista, sarebbe tuttavia che questi mezzi di produzione cesserebbero di funzionare come tali; si avrebbe una distruzione più o meno lunga della loro funzione di mezzi di produzione.

La distruzione principale e a carattere più grave avverrebbe per il capitale in quanto esso possiede carattere di valore, e quindi per i valori-capitale. La parte del valore-capitale che rappresenta semplicemente dei buoni su un’aliquota del plusvalore futuro, ossia del profitto, in realtà semplici obbligazioni sulla produzione sotto forme diverse, si trova subito deprezzata in seguito alla caduta dei redditi, in base ai quali essa è calcolata. Una parte d’oro e d’argento in contanti rimane inattiva, non opera come capitale. Una parte delle merci a disposizione sul mercato può completare il suo processo di circolazione e di riproduzione solo mediante una enorme contrazione del suo prezzo, quindi mediante deprezzamento del capitale che essa rappresenta. Allo stesso modo gli elementi del capitale fisso risultano più o meno deprezzati. A questo si aggiunge che il processo di produzione dipende da determinate, presupposte condizioni di prezzo e verrà quindi a trovarsi in una situazione di ristagno e scompiglio a causa della diminuzione generale dei prezzi. Tale scompiglio e tale ristagno paralizzano la funzione del denaro come mezzo di pagamento – funzione che si è venuta determinando contemporaneamente allo sviluppo stesso del capitale e che dipende da quelle condizioni di prezzo presupposte – spezzano in cento punti la catena dei pagamenti che scadono a date fisse, vengono ulteriormente aggravati dall’inevitabile collasso del sistema creditizio sviluppatosi contemporaneamente al capitale, e portano a delle crisi burrascose e gravi, a deprezzamenti improvvisi e violenti, ad una effettiva paralisi e perturbazione del processo di riproduzione e di conseguenza ad una reale contrazione della riproduzione.

Ma altri fattori avrebbero nel medesimo tempo fatto sentire la loro influenza. Il ristagno della produzione avrebbe reso disoccupata una parte della classe operaia ed avrebbe in conseguenza costretto la parte occupata ad accettare una riduzione di salario anche al di sotto del salario medio: operazione che avrebbe rispetto al capitale lo stesso identico effetto di un aumento del plusvalore assoluto o relativo, con un salario medio rimasto invariato. Il periodo di prosperità avrebbe favorito i matrimoni fra gli operai e diminuito il saggio di mortalità infantile, circostanze queste che, quantunque possano provocare un aumento reale della popolazione, non determinano un aumento della popolazione effettivamente lavoratrice e pur tuttavia esercitano nei rapporti fra capitale e lavoro un effetto analogo a quello che si verificherebbe in seguito ad un aumento di numero degli operai effettivamente in funzione. La diminuzione dei prezzi e la lotta di concorrenza avrebbero d’altro lato incoraggiato ogni capitalista ad abbassare2 – mediante l’impiego di nuove macchine, di nuovi metodi perfezionati di lavoro, di nuove combinazioni – il valore individuale del suo prodotto complessivo al di sotto del valore generale, ossia lo avrebbero incoraggiato ad accrescere la forza produttiva di una determinata quantità di lavoro, a diminuire la proporzione del capitale variabile rispetto al costante, ed in conseguenza a licenziare degli operai; in breve, a creare una sovrappopolazione artificiale. Inoltre, il deprezzamento degli elementi del capitale costante costituirebbe esso stesso un fattore che provocherebbe un aumento del saggio del profitto. La massa del capitale costante impiegato rispetto al variabile sarebbe accresciuta, ma il valore di questa massa potrebbe essere diminuito. Il rallentamento sopravvenuto nella produzione avrebbe preparato – entro limiti capitalistici – un ulteriore aumento della produzione.

E così il circolo tornerebbe a riprodursi. Una parte del capitale, il cui valore era diminuito in seguito all’arresto della sua funzione, riguadagnerebbe il suo antico valore. Ed a partire da questo momento il medesimo circolo vizioso verrebbe ripetuto con mezzi di produzione più considerevoli, con un mercato più esteso e con una forza produttiva più elevata.

Ma anche nell’ipotesi spinta all’estremo che abbiamo appena fatta, la sovrapproduzione assoluta di capitale non è una sovrapproduzione assoluta in generale, una sovrapproduzione assoluta di mezzi di produzione. Essa è solo una sovrapproduzione di mezzi di produzione, in quanto questi operano come capitale e devono, perciò, in proporzione al valore accresciuto che deriva dall’aumento della loro massa, valorizzare questo valore, creare un valore supplementare.

E tuttavia si tratterebbe sempre di sovrapproduzione, perché il capitale sarebbe incapace di utilizzare il lavoro a quel grado di sfruttamento che è richiesto dallo sviluppo “sano”, “normale” del processo capitalistico di produzione, a quel grado di sfruttamento che accresce se non altro la massa di profitto parallelamente alla massa accresciuta del capitale impiegato e non consente che il saggio del profitto diminuisca nella stessa misura in cui il capitale cresce, o che la diminuzione del saggio del profitto sia più rapida dell’aumento di capitale.

Sovrapproduzione di capitale non è altro che sovrapproduzione di mezzi di produzione – mezzi di lavoro e di sussistenza – che possono operare come capitale, ossia essere impiegati allo sfruttamento degli operai ad un grado determinato, poiché la diminuzione del grado di sfruttamento al di sotto di un livello determinato provoca delle perturbazioni e delle paralisi nel processo capitalistico di produzione, crisi, distruzioni di capitale. Non esiste nessuna contraddizione nel fatto che questa sovrapproduzione di capitale sia accompagnata da una sovrappopolazione relativa più o meno grande. Le medesime circostanze che hanno accresciuto la forza produttiva del lavoro, aumentato la massa dei prodotti, ampliato i mercati, accelerato l’accumulazione di capitale come massa e come valore, e diminuito il saggio del profitto, hanno creato una sovrappopolazione relativa e creano continuamente una sovrappopolazione di operai, che non possono venire assorbiti dal capitale in eccesso, perché il grado di sfruttamento del lavoro che solo consentirebbe il loro impiego non è abbastanza elevato, od almeno perché il saggio del profitto che essi produrrebbero a questo determinato grado di sfruttamento è troppo basso.

Quando il capitale è inviato all’estero, questo non avviene perché sia assolutamente impossibile impiegarlo nel paese, ma perché all’estero esso può venire utilizzato ad un saggio di profitto più elevato. Ma questo capitale è effettivamente superfluo riguardo alla popolazione operaia occupata e a quel determinato paese in generale: come tale esso sussiste accanto ad un relativo eccesso di popolazione e fornisce un esempio di come questi due fenomeni coesistano e siano interdipendenti fra loro.

D’altro lato la caduta del saggio del profitto, provocata dall’accumulazione, genera necessariamente la concorrenza. Soltanto il capitale complessivo sociale ed i grandi capitalisti già saldamente installati trovano una compensazione alla caduta del saggio del profitto nell’aumento della massa dei profitti. Il nuovo capitale addizionale che funziona per proprio conto non trova tali condizioni di compensazione, deve cominciare a conquistarsele lottando; e così è la caduta del saggio del profitto che genera la concorrenza fra i capitali, e non inversamente la concorrenza che determina la caduta del saggio del profitto. Tale concorrenza è sempre accompagnata da un aumento temporaneo del salario, e quindi da una ulteriore caduta temporanea del saggio del profitto; si manifesta anche nella sovrapproduzione dei prodotti, nella saturazione dei mercati. Poiché il capitale non ha come fine la soddisfazione dei bisogni ma la produzione del profitto, e poiché può realizzare questo fine solo usando dei metodi che regolano la massa dei prodotti secondo la scala della produzione e non inversamente, si deve necessariamente venire a creare un continuo conflitto fra le dimensioni limitate del consumo su basi capitalistiche ed una produzione che tende continuamente a superare questo suo limite immanente. Inoltre il capitale si compone di merci e quindi la sovrapproduzione del capitale comporta una sovrapproduzione di merci. Da qui deriva il bizzarro fenomeno che quegli stessi economisti, che negano la possibilità di una sovrapproduzione di merci, l’ammettono invece per il capitale. Quando si afferma che non si tratta di una sovrapproduzione generale, ma di una mancanza di proporzione fra i diversi rami di produzione, si afferma semplicemente che nella produzione capitalistica la proporzionalità dei diversi rami di produzione risulta continuamente dalla loro sproporzione: poiché qui il nesso interno della produzione complessiva si impone agli agenti della produzione come una legge cieca, e non come una legge che, compresa e dominata dal loro intelletto associato, sottometta il processo di produzione al loro comune controllo. Si pretende inoltre che quei paesi in cui il modo capitalistico di produzione non è sviluppato, consumino e producano nella misura che si addice ai paesi aventi una produzione capitalistica. Se con ciò si vuol dire che la sovrapproduzione è solamente relativa, questo è perfettamente esatto; ma tutto il modo capitalistico di produzione è solo un modo di produzione relativo, i cui limiti non sono assoluti ma lo diventano per il modo di produzione stesso. Come sarebbe altrimenti possibile che possa far difetto la domanda per quelle stesse merci di cui il popolo ha bisogno, e come sarebbe possibile che si debba cercare questa domanda all’estero, su mercati lontani, per poter pagare agli operai del proprio paese la media dei mezzi di sussistenza necessari? Precisamente perché solo in questo nesso, specificamente capitalistico, il prodotto in eccesso riveste una forma tale che colui che lo possiede può metterlo a disposizione del consumo unicamente quando esso si riconverte per lui in capitale. Infine, quando si afferma che i capitalisti non hanno che da scambiare fra di loro e consumare essi stessi i loro prodotti, si perde completamente di vista la natura della produzione capitalistica e si dimentica che il suo scopo è la valorizzazione del capitale e non il consumo. In breve, tutte le obiezioni che vengono mosse contro i fenomeni tangibili della sovrapproduzione (fenomeni che per altro si verificano indipendentemente da queste obiezioni), si riducono in ultima analisi all’affermazione che i limiti della produzione capitalistica non sono limiti inerenti alla produzione in generale e, in conseguenza, non sono neanche limiti dello specifico modo di produzione capitalistico. Ma la contraddizione esistente nel modo capitalistico di produzione, consiste proprio nella sua tendenza allo sviluppo assoluto delle forze produttive, che vengono continuamente a trovarsi in conflitto con le specifiche condizioni di produzione, entro le quali il capitale si muove e solo può muoversi.

Non vengono prodotti troppi mezzi di sussistenza in rapporto alla popolazione esistente. Al contrario, se ne producono troppo pochi per poter soddisfare in modo conveniente ed umano la massa della popolazione.

Non vengono prodotti troppi mezzi di produzione, per poter occupare la parte della popolazione capace di lavorare. Al contrario. Si crea innanzitutto una parte troppo grande di popolazione che effettivamente non è atta al lavoro, ed è costretta dalle sue particolari condizioni a sfruttare il lavoro altrui o ad eseguire dei lavori che possono essere considerati tali solo in un modo di produzione assolutamente miserabile. In secondo luogo, non si producono sufficienti mezzi di produzione, perché tutta quanta la popolazione capace di lavorare possa farlo nelle circostanze più produttive, in modo che il suo tempo di lavoro assoluto venga ridotto dalla massa e dall’efficienza del capitale costante impiegato durante il tempo di lavoro.

Ma vengono periodicamente prodotti troppi mezzi di lavoro e di sussistenza, perché possano essere impiegati come mezzi di sfruttamento degli operai a un determinato saggio del profitto. Vengono prodotte troppe merci, perché il valore ed il plusvalore che esse contengono possano essere realizzati e riconvertiti in nuovo capitale nei rapporti di distribuzione e di consumo inerenti alla produzione capitalistica, ossia perché questo processo possa compiersi senza che si verifichino continue esplosioni.

Non viene prodotta troppa ricchezza. Ma periodicamente viene prodotta troppa ricchezza nelle sue forme capitalistiche, che hanno un carattere contraddittorio. Il limite del modo capitalistico di produzione si manifesta nei fatti seguenti:

1.⁠ ⁠Lo sviluppo della forza produttiva del lavoro, determinando la caduta del saggio del profitto, genera una legge che, ad un dato momento, si oppone inconciliabilmente al suo ulteriore sviluppo e che deve quindi di continuo essere superata per mezzo di crisi.

2.⁠ ⁠L’estensione o la riduzione della produzione non viene decisa in base al rapporto fra la produzione ed i bisogni sociali, i bisogni di un’umanità socialmente sviluppata, ma in base all’appropriazione del lavoro non pagato ed al rapporto fra questo lavoro non pagato ed il lavoro oggettivato in generale o, per usare un’espressione capitalistica, in base al profitto ed al rapporto fra questo profitto ed il capitale impiegato, vale a dire in base al livello del saggio del profitto. Essa incontra quindi dei limiti ad un certo grado di sviluppo, che sembrerebbe viceversa assai inadeguato partendo da altri presupposti. Si arresta non quando i bisogni sono soddisfatti, ma quando la produzione e la realizzazione del profitto impongono questo arresto.

Quando il saggio del profitto diminuisce, il capitale da un lato raddoppia i suoi sforzi, ed ogni singolo capitalista, impiegando metodi migliori, ecc., cerca di ridurre il valore individuale della sua merce particolare al disotto del suo valore medio sociale, realizzando così, a un dato prezzo di mercato, un sovrapprofitto, d’altro lato, si verifica una ripresa della speculazione ed un generale incoraggiamento alla speculazione che si esprime in appassionati tentativi di nuovi metodi di produzione, di nuovi investimenti di capitali, nuove avventure, al fine di assicurare in qualsiasi modo un extraprofitto, indipendente dal profitto medio generale e ad esso superiore.

Il saggio del profitto, ossia l’incremento proporzionale di capitale, è particolarmente importante per tutti i capitali di nuova formazione che si raggruppano autonomamente. E non appena la formazione di capitale diventasse monopolio di pochi grandi capitali già affermatisi, che trovassero nella massa un compenso al saggio del profitto, si spegnerebbe il fuoco vivificatore della produzione e questa cadrebbe in letargo. Il saggio del profitto costituisce la forza motrice della produzione capitalistica: viene prodotto solo quello che può essere prodotto con profitto, e nella misura in cui tale profitto può essere ottenuto. Di qui l’angoscia degli economisti inglesi di fronte alla diminuzione del saggio del profitto. Il fatto che la sola possibilità allarmi Ricardo, dimostra la sua profonda conoscenza delle condizioni della produzione capitalistica. Quello che è più significativo in lui è proprio quanto gli viene rimproverato, ossia di non dare alcuna importanza nel suo studio della produzione capitalistica “agli uomini”, per attenersi esclusivamente allo sviluppo delle forze produttive, per quanto grandi siano i sacrifici in uomini ed in valori-capitale che esso comporta. Lo sviluppo delle forze produttive del lavoro sociale costituisce la missione storica e la ragione d’essere del capitale: è appunto mediante tale sviluppo che inconsciamente esso crea le condizioni materiali di una forma più elevata di produzione. Quello che inquieta Ricardo è che il saggio del profitto, forza motrice della produzione capitalistica, condizione e stimolo al tempo stesso dell’accumulazione, sia compromesso dallo sviluppo stesso della produzione. Ed il rapporto quantitativo è tutto qui. Ma vi è in realtà alla base del problema qualche cosa di più profondo che egli appena sospetta. Viene qui dimostrato in termini puramente economici, cioè dal punto di vista borghese, entro i limiti della comprensione capitalistica, dal punto di vista della produzione capitalistica stessa, che quest’ultima è limitata e relativa: che essa non costituisce un modo di produzione assoluto ma semplicemente storico, corrispondente ad una certa, limitata epoca di sviluppo delle condizioni materiali di produzione.

Footnotes

    • Marx K. – Engels F. Scritti. Edizioni Lotta comunista. V. 32. P. 279-288.
    • Nella 1ª edizione: erhöhen (accrescere).

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