Contents
- La tragedia di Rosa Luxemburg, la trappola del sottoconsumo e l’esportazione di capitale
- La matematica della crisi e la dialettica delle controtendenze
- Capitale finanziario e socializzazione statale-monopolistica
- Costi di circolazione e tempo del capitale
- IA, “recinzioni dei possedimenti” ed esercito industriale di riserva
- La polemica sul crollo e l’avanguardia dell’epoca delle piattaforme
- Militarismo: distruzione di valori e spartizione del mondo
- Conclusione
Il capitalismo globale contemporaneo è un paradosso storico senza precedenti. Viviamo in un’epoca di sbalorditivo trionfo tecnologico: l’intelligenza artificiale scrive codice, le fabbriche robotizzate sfornano elettronica, gli algoritmi governano la logistica planetaria. L’annientamento dello spazio per mezzo del tempo – ciò che Marx definiva una tendenza immanente del capitale – ha raggiunto il proprio limite nelle transazioni finanziarie istantanee e nelle catene di approvvigionamento a velocità vertiginosa.
Eppure l’economia mondiale soffoca sotto il peso del debito globale. I redditi reali della classe operaia ristagnano da decenni, e la tensione interstatale ha raggiunto livelli da vigilia di guerra mondiale.
Per comprendere come l’abbondanza tecnologica generi una catastrofe sociale, occorre spolverare uno strumento che l’economia politica borghese ha cercato accanitamente di seppellire: la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto. I tentativi di revisionare questa legge sono iniziati già un secolo fa e proseguono tuttora. Ma la storia conferma inesorabilmente che la matematica oggettiva del capitale non conduce il sistema a un crollo lineare e automatico, bensì a un’epoca di crisi sempre più distruttive, dalle quali si esce solo attraverso la rivoluzione sociale oppure attraverso lo sprofondamento del mondo nella barbarie.
La tragedia di Rosa Luxemburg, la trappola del sottoconsumo e l’esportazione di capitale
L’economia politica borghese ha sempre cercato di spacciare le leggi storicamente transitorie del capitalismo per leggi eterne della natura, scartando proprio ciò che di specifico rende capitale uno strumento: lo sfruttamento del lavoro altrui. Economisti come Bastiat credevano sul serio che l’antichità vivesse esclusivamente di politica e di rapina, senza comprendere che persino una rapina secolare richiede il rinnovarsi costante del proprio oggetto – cioè dell’economia e di uno specifico modo di produzione. Ma nel corso del Novecento, anche tra gli stessi marxisti, si svolse un’aspra battaglia teorica per comprendere la causa fondamentale delle disarmonie del sistema. L’epicentro di questa battaglia fu l’opera epocale di Rosa Luxemburg “L’accumulazione del capitale”, uscita nel 1913.
Il punto di forza di quest’opera risiedeva nella brillante analisi storica dell’imperialismo. Luxemburg sostenne la tesi secondo cui il capitalismo è organicamente incapace di una riproduzione allargata nella sua forma pura, cioè in un sistema composto soltanto da capitalisti e operai. Per realizzare il plusvalore, esso ha vitale bisogno di un ambiente esterno, non capitalistico – economie contadine, artigiani, colonie. Da ciò derivava una conclusione radicale: l’accumulazione originaria non è una tappa storica superata della genesi del capitale, bensì il suo stato permanente. La stessa Luxemburg formulò così il legame indissolubile tra l’economia del capitale e la rapina diretta extraeconomica:
*«L’altro aspetto dell’accumulazione del capitale ha per arena la scena mondiale, per protagonisti il capitale e le forme di produzione non-capitalistiche. Dominano qui come metodi la politica coloniale, il sistema dei prestiti internazionali, la politica delle sfere di interesse, le guerre. Appaiono qui apertamente e senza veli la violenza, la frode, l’oppressione, la rapina, la guerra, e costa fatica identificare sotto questo groviglio di atti politici di forza e di violenza esplicita le leggi ferree del processo economico. *
*La teoria liberale-borghese vede solo una delle due facce: il dominio della “concorrenza pacifica”, dei miracoli tecnici, del puro scambio delle merci, e separa nettamente dal dominio economico del capitale il campo dei chiassosi gesti di forza del capitale come più o meno accidentali manifestazioni della “politica estera”. *
In realtà, la violenza politica non è qui se non il veicolo del processo economico, le due facce dell’accumulazione del capitale sono legate organicamente l’una all’altra dalle condizioni della riproduzione e solo in questo loro stretto rapporto il ciclo storico del capitale si compie. Il capitale non soltanto nasce “sudando da tutti i pori sangue e fango”, ma s’impone gradatamente come tale in tutto il mondo e così prepara, fra convulsioni sempre più violente, il proprio sfacelo».1
Tuttavia la critica marxista alla concezione di Luxemburg deve rivolgersi non contro la sua descrizione storicamente corretta della violenza imperialistica, ma contro la riduzione teorica dei meccanismi di accumulazione a questa rapina diretta. L’errore della concezione *dell’accumulazione originaria permanente *consiste nel confondere l’avvio storico del sistema con il suo funzionamento normale e quotidiano, il che maschera la natura unica dello sfruttamento capitalistico.
Per il marxismo classico, l’accumulazione originaria è un atto – unico su scala storica – di separazione violenta del produttore dai mezzi di produzione. Non appena il sistema capitalistico si regge sulle proprie gambe, la necessità della rapina armata come fondamento dell’economia viene meno. Al suo posto subentra un meccanismo legalizzato e sistemico di appropriazione del lavoro non pagato. Karl Marx fissò inequivocabilmente questo passaggio:
«Si continua, è vero, sempre ad usare la forza extraeconomica, immediata, ma solo per eccezione. Per il corso ordinario delle cose l’operaio può rimanere affidato alle “leggi naturali della produzione”, cioè alla sua dipendenza dal capitale, che nasce dalle stesse condizioni della produzione, e che viene garantita e perpetuata da esse».2
Ridurre l’accumulazione prevalentemente all’espansione violenta riporta l’economia politica marxista a posizioni che Friedrich Engels criticò duramente nella polemica con Dühring:
«Dovunque si costituisce la proprietà privata, questo accade in conseguenza di mutati rapporti di produzione e di scambio, nell’interesse dell’aumento della produzione e dell’incremento del traffico: quindi per cause economiche. La violenza qui non ha assolutamente nessuna parte. È pur chiaro che l’istituto della proprietà privata deve già sussistere prima che il predone possa appropriarsi l’altrui bene; che quindi la violenza può certo modificare lo stato di possesso, ma non produrre la proprieta privata come tale».3
È proprio qui, nel tentativo di Rosa Luxemburg di fondare politico-economicamente la necessità di un’espansione esterna permanente, che si trova la radice del problema. Se nella descrizione del diktat politico del capitale l’intuito di Rosa Luxemburg fu impareggiabile, sul terreno della teoria politico-economica rigorosa esso la tradì.
In cosa consisteva dunque il vero errore teorico di Luxemburg sulla questione della realizzazione? A lungo, nella letteratura marxista (e ancor più in quella stalinista) ha dominato l’opinione semplicistica secondo cui il difetto principale di Luxemburg fosse quello di essere prigioniera del “dogma di Smith”, trasferendo meccanicamente il problema della realizzazione dei beni di consumo (II sezione) sull’intera massa dei valori prodotti. In altre parole, le si attribuiva di aver ignorato il primato del consumo produttivo su quello personale e di non aver compreso che il capitale crea da sé il proprio mercato, assorbendo elementi di capitale costante (mezzi di produzione) indipendentemente dai limiti del potere d’acquisto dei consumatori finali.
Questa lettura, che circolava nei manuali stalinisti di economia politica, si appoggiava formalmente sulla polemica di Lenin e Bucharin contro Luxemburg. Così, nel marzo 1913, subito dopo l’uscita del libro, Lenin emise un verdetto durissimo in una lettera privata a Šljapnikov:
«Ho letto il nuovo libro di Rosa Die Akkumulation des Kapitals. Ne dice di grosse! Ha storpiato Marx. Sono molto lieto che sia Pannekoek quanto Eckstein e O. Bauer l’abbiano unanimamente biasimata e abbiano detto contro di lei quello che io dicevo nel 1899 contro i populisti».4
In cosa consisteva dunque questo errore fondamentale dei populisti (V. Voroncov e N. Danielson), che secondo Lenin Luxemburg avrebbe ripetuto? I populisti, diretti eredi del romanticismo economico di Jean Sismondi, sostenevano che, poiché i capitalisti sottopagano gli operai, questi non possono fisicamente riacquistare l’intera massa delle merci prodotte. Da ciò si traeva la conclusione che il mercato interno si restringe inevitabilmente, e che senza mercati di sbocco esterni il capitalismo sarebbe condannato al crollo per sottoconsumo delle masse. Già alla fine dell’Ottocento Lenin dimostrò l’illusorietà di questa tesi. Egli mostrò che il mercato interno, sotto il capitalismo, cresce non tanto grazie ai beni di consumo personale (cibo, vestiti ecc. – II sezione), quanto grazie ai mezzi di produzione (macchine, materie prime ecc. – I sezione). Il capitalismo produce per l’autovalorizzazione del valore, non per soddisfare i bisogni umani; perciò le miniere di carbone e le fabbriche di macchinari, fino a un certo punto, creano l’una per l’altra una domanda colossale, indipendentemente da quanto tessuto di cotone possano acquistare gli operai miserabili nel ciclo corrente.
Appoggiandosi a “Il Capitale” di Marx, Lenin riassumeva:
«Che lo sviluppo della produzione (e quindi anche del mercato interno) riguardi soprattutto i mezzi di produzione puo sembrare paradossale e si presenta indubbiamente come qualcosa di contraddittorio. E autentica “produzione per la produzione”, ampliamento della produzione senza un corrispondente ampliamento del consumo. Ma si tratta di una contraddizione non nella dottrina, ma nella vita reale: si tratta appunto di una contraddizione che corrisponde alla natura stessa del capitalismo e alle altre contraddizioni di questo sistema di economia sociale. Quest’ampliamento della produzione senza un corrispondente ampliamento del consumo si accorda appunto con la missione storica del capitalismo e con la sua specifica struttura sociale: la prima consiste nello sviluppo delle forze produttive della società; la seconda esclude l’utilizzazione di queste conquiste tecniche da parte della massa della popolazione. Fra la tendenza all’ampliamento illimitato della produzione, propria del capitalismo, e il consumo limitato delle masse popolari (limitato in conseguenza della loro condizione proletaria) esiste indubbiamente una contraddizione».5
Questa è una precisazione teorica di primaria importanza. Significa forse che la rivoluzionaria marxista Luxemburg sia diventata consapevolmente una romantica piccolo-borghese sul modello di Jean Sismondi? Niente affatto. La stessa Luxemburg, nel suo libro, dedicò un intero capitolo a una critica demolitrice di Sismondi, il quale, inorridito dalle piaghe del capitalismo, proponeva di frenare il progresso e tornare alla piccola produzione. Tuttavia Lenin colse con precisione la tragedia della sua ricerca: nel tentativo di dimostrare l’inevitabilità del crollo dell’imperialismo, ella commise un errore nel maneggiare le astrazioni marxiane. Riducendo il problema della realizzazione alla ricerca di consumatori finali viventi e sottovalutando la capacità del capitale costante (I sezione) di creare una domanda colossale per se stesso, ripeté oggettivamente, contro la propria volontà, il vecchio argomento di Sismondi secondo cui, senza mercati esterni, il sistema soffocherebbe sotto le proprie merci.
Ma qui il pensiero marxista si scontra con il pericolo dell’estremo opposto – la teoria apologetica di un capitalismo “puro” e armonioso, formulata nel modo più nitido da M. I. Tugan-Baranovskij. Assolutizzando la tesi della crescita del mercato a spese dei mezzi di produzione, Tugan-Baranovskij sosteneva che la I sezione potesse svilupparsi in modo del tutto autonomo dalla II, e che il capitalismo fosse capace di espandersi all’infinito anche se il consumo personale delle masse proletarie fosse crollato a zero. Una simile “produzione per la produzione” trasformava l’anarchia capitalistica in una macchina ideale e autosufficiente.
Questa illusione fu brillantemente confutata da Bucharin nel suo libro “Imperialismo e accumulazione del capitale” (1925). In esso egli si scagliò al tempo stesso contro l’infondatezza degli schemi di Tugan-Baranovskij, che separavano la produzione dal consumo, e contro gli errori di Rosa Luxemburg. Sottolineando il legame dialettico tra i settori, mostrò che il principale difetto politico-economico di Luxemburg consisteva nel confondere la forma naturale-materiale della merce con la sua forma di valore. Bucharin rilevava che Luxemburg opera costantemente con la categoria del consumo solo nel senso di consumo personale. Chiedendosi a chi i capitalisti avrebbero venduto l’eccedenza delle merci prodotte nell’ambiente non capitalistico, ella dimenticava che il plusvalore nella I sezione esiste fisicamente sotto forma di carbone, acciaio e macchine. Bucharin osservava con sarcasmo che al contadino della colonia non serve un laminatoio. Questi mezzi di produzione non sono destinati alla vendita a “terzi”, bensì al consumo produttivo da parte dello stesso capitale nel ciclo successivo della riproduzione allargata.
Ma, nel demolire Rosa Luxemburg per i suoi “mercati esterni”, Bucharin infligge al tempo stesso un colpo devastante al tuganbaranovismo. Egli dimostra che lo sviluppo anticipato della I sezione ha limiti tecnologici rigidi: il capitale costante aumenta non per un’astrazione, ma perché il suo valore si trasferisce sui beni di consumo finali. Il capitale è capace di allargare *temporaneamente *i confini della domanda solvibile delle masse grazie alla domanda reciproca tra i settori industriali, ma questa indipendenza della I sezione è solo relativa. In ultima analisi, la capacità del mercato dei mezzi di produzione è determinata dalla capacità del mercato dei beni di consumo, e quando lo scollamento spontaneo tra produzione e consumo personale finale raggiunge il limite, scoppia una profonda *crisi *economica, che impone con la forza al sistema le proporzioni violate.
Dunque, se accantoniamo le prime accuse di scivolamento nella logica dei sostenitori della teoria volgare del sottoconsumo, vediamo che la logica di Luxemburg, per quanto profondamente erronea, era diversa. Luce su di essa proviene da un passaggio dell’opera di Luxemburg su cui richiamò l’attenzione Lenin, indicando esplicitamente che qui si trova «la radice dell’errore»6. Questa logica di Luxemburg consiste nel pensiero seguente, su cui poggia l’intera sua teoria:
«Il processo di accumulazione del capitale è legato alle forme di produzione non-capitalistica attraverso tutti i suoi rapporti materiali e di valore: capitale costante, capitale variabile, plusvalore; ed esse formano l’ambiente storico dato in cui quel processo si svolge. L’accumulazione non solo non può essere raffigurata nel presupposto del dominio esclusivo ed assoluto del modo di produzione capitalistico, ma è addirittura impensabile sotto ogni aspetto senza un ambiente non-capitalistico».7
Lenin e Bucharin misero brillantemente a nudo la sostanza degli errori di Luxemburg sotto due profondi aspetti – quello teorico e quello storico-metodologico.
In primo luogo, sul piano teorico, Lenin dimostrò che l’errore di Luxemburg consisteva nella convinzione che una società capitalistica “pura” produca una tale massa di merci da non poter, in linea di principio, esprimere una domanda solvibile complessiva sufficiente (comprensiva sia della domanda di consumo sia di quella produttiva) ad assorbirle. Ella riteneva insolubile, entro i confini del capitalismo puro, il problema della realizzazione, senza vedere che al suo interno la sezione che produce mezzi di produzione (I sezione) è capace di svilupparsi e di creare per se stessa una domanda colossale.
In secondo luogo, sul piano storico-metodologico, questo errore fu analizzato da Bucharin. Luxemburg partiva dal presupposto che, poiché lo sviluppo storico reale del capitalismo avviene in un ambiente non capitalistico, anche l’analisi teorica fondamentale non abbia il diritto di astrarne. Il meccanismo di interazione lo vedeva così: per realizzare il plusvalore destinato all’accumulazione, i capitalisti vendono mezzi di produzione e di consumo a “terzi”, ne ricavano denaro e con esso acquistano le materie prime necessarie.
Bucharin osservò tuttavia che un simile approccio conduce a una profonda scissione metodologica e a un assurdo logico:
«Non è chiaro allora che se seguendo il procedimento di Rosa Luxemburg neghiamo che nell’analisi dell’accumulazione si possa prescindere dai piccoli produttori, dobbiamo negare anche che quest’astrazione sia lecita nella analisi della produzione? Se infatti nel “processo reale” si devono vendere tessuti ai piccoli produttori, si deve anche comprare cotone da essi, e ciò allo scopo di produrre tessuti proprio con questo cotone.
Dunque: o non si deve prescindere dalle “terze persone”, e in tal caso non lo si può fare nemmeno nell’analisi della produzione del capitale, o invece lo si può fare, e in tal caso lo si può anche nell’analisi del processo di accumulazione. Come abbiamo visto, il dualismo nel metodo conduce a un’assurdità».8
Sostituendo la rigorosa analisi teorico-astratta degli schemi di riproduzione di Marx (che esige di prescindere dall’ambiente non capitalistico) con una descrizione empirico-storica, Luxemburg trasformò un fatto storico in una legge teorica immutabile. Da qui derivava la sua conclusione fatalistica: non appena il capitalismo avesse assorbito l’intero mondo non capitalistico, sarebbe stato costretto a crollare per la totale carenza di mercati di sbocco.
I fatti storici hanno confutato questa concezione. Il capitalismo, già verso la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, integrò le ultime grandi zone di arretratezza precapitalistica9, ma il crollo non avvenne. Oggi gli eredi di questa linea erronea continuano a sostenere che il sistema sia entrato in un’epoca di declino definitivo esclusivamente a causa dell’esaurimento geografico del mercato mondiale. Ignorando la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, queste correnti riducono il complessissimo processo di autovalorizzazione del valore a un banale problema di realizzazione delle merci, sostituendo di fatto il marxismo con il proudhonismo.
Come formulò genialmente Marx nel Libro III del “Capitale”:
«Il vero limite della produzione capitalistica è il capitale stesso».10
Il problema non risiede nella carenza fisica di acquirenti esterni, ma nell’antagonismo interno del sistema. Il capitalismo soffoca per il fatto che il valore prodotto non può crescere all’infinito sulla base di una quota sempre più ristretta di lavoro vivo.
Come dimostrò il marxista polacco Henryk Grossman11 nella sua opera “La legge dell’accumulazione e del crollo del sistema capitalistico” (1929), nel capitalismo puro la domanda di mezzi di produzione (capitale costante) cresce e crea da sé il proprio mercato. Il problema del sistema non è che esso non riesca a vendere le merci, ma che a un certo stadio si scontri con quel fenomeno che Marx chiamò sovraccumulazione assoluta di capitale. Esiste un limite matematico oltre il quale un enorme capitale addizionale, immesso nella produzione, non genera più alcun plusvalore addizionale, a causa della mostruosa crescita della composizione organica.
E qui ci imbattiamo in un paradosso sorprendente: un teorico che per tutta la vita combatté le teorie del “sottoconsumo” fu in seguito accusato proprio di questo. Nel sesto volume delle opere di Arrigo Cervetto (fondatore di Lotta Comunista), Grossman viene erroneamente caratterizzato come un «acuto sottoconsumista».
Scrive Cervetto:
«Per Grossmann, il SOTTOCONSUMO del PROLETARIATO non permette un aumento della PRODUZIONE e, quindi, di un ulteriore CONSUMO. Insomma si restringe il realizzo del PLUSVALORE al punto che non si alza la composizione organica del capitale».12
Cervetto commise lo stesso errore metodologico della maggior parte degli oppositori di Grossman: confuse grossolanamente la crisi di realizzazione delle merci con la crisi di autovalorizzazione del valore (la carenza della massa assoluta di profitto necessaria per proseguire l’accumulazione). Grossman non sostenne mai che il capitalismo sarebbe soffocato per l’impossibilità di vendere le merci all’interno del sistema. Al contrario, nel suo modello tutte le merci trovano regolarmente il proprio acquirente. Il vicolo cieco non si presenta sul mercato, ma nell’officina: con l’aumento della composizione organica del capitale (__c/v), la massa di lavoro vivo (v) diventa troppo esigua rispetto al capitale costante (c) per generare una massa sufficiente di plusvalore (m__). È proprio qui che sorge il limite interno dell’accumulazione del capitale.
Nella sua opera principale Grossman scriveva:
«[…] il problema non consiste nella questione se rimanga un prodotto residuo oppure no […]. Abbiamo anche presuposto l’equilibrio, dove per definizione non rimane alcun residuo invenduto; e tuttavia il sistema dovrebbe crollare. La difficoltà risiede piuttosto nella valorizzazione del capitale: il plusvalore non basta al proseguimento dell’accumulazione con il supposto saggio di accumulazione! Da qui la catastrofe».13
A confutare le accuse di Cervetto servono anche le lettere di Grossman a Paul Mattick. In una lettera del 21 giugno 1931, il marxista polacco derideva sarcasticamente l’incomprensione del metodo del “Capitale” da parte dei suoi critici:
*«Qualcuno ha detto ironicamente contro di me, che nel mio libro il capitalismo non crolla in seguito alla miseria degli operai, bensì in seguito alla miseria dei capitalisti. Questa obiezione non colpisce me, bensì Bauer. *[…] Io non affermo che il plusvalore diminuisce. Esso può anche aumentare. Ciò nonostante è insufficiente, poiché l’accumulazione (esigendo una composizione organica sempre crescente) inghiotte una parte sempre più grande del plusvalore. […]. La parte consumabile del plusvalore, la parte destinata agli operai […] e quella destinata al consumo dei capitalisti stessi […] diviene sempre più piccola sia relativamente sia in assoluto. […]io volevo mostrare che la lotta di classe da sola non basta. Non basta la volontà di abbattere».14
Secondo Grossman, il capitale non si scontra con i limiti della domanda solvibile delle masse, bensì con la sovraccumulazione assoluta marxiana: il capitale addizionale viene assorbito dalla produzione, ma, per la carenza di lavoro vivo non pagato, non produce più profitto addizionale.
L’analisi leninista dell’imperialismo, molto prima dell’inizio di questa disputa, colpì già le illusioni del sottoconsumo e confermò la fondatezza del nucleo marxista. Lenin mostrò che il capitalismo oltrepassa i confini nazionali non semplicemente in cerca di acquirenti per i propri tessuti e macchinari. Ciò che diventa centrale è l’esportazione di capitale, non l’esportazione di merci. Il capitale si riversa nelle colonie e semicolonie perché lì la composizione organica del capitale è bassa, la manodopera è a basso costo e la terra è a buon mercato. Ciò permette di estrarre un sovrapprofitto monopolistico e di compensare il calo di redditività nelle metropoli. Il cuore del capitale non batte grazie a scorrerie piratesche per smaltire eccedenze, ma grazie alla coercizione muta, routinaria e giuridicamente sancita del lavoro salariato su scala globale.
La matematica della crisi e la dialettica delle controtendenze
L’illusione dell’impossibilità di crisi generali deriva dal feticismo della merce. Come scriveva Marx:
«Quel che qui assume per gli uomini la forma fantasmagorica di un rapporto fra cose è soltanto il rapporto sociale determinato fra gli uomini stessi. Quindi, per trovare un’analogia, dobbiamo involarci nella regione nebulosa del mondo religioso. Quivi, i prodotti del cervello umano paiono figure indipendenti, dotate di vita propria, che stanno in rapporto fra di loro e in rapporto con gli uomini. Così, nel mondo delle merci, fanno i prodotti della mano umana».15
Questa cieca fede nell’armonia del mercato è rafforzata dalla schizofrenia di classe della stessa borghesia. Il capitalista conduce una doppia vita. Nella sfera della produzione, nascosta agli occhi altrui, egli è un dittatore assoluto, che spreme lavoro eccedente. Ma sul mercato aperto ha a che fare con i propri simili, e qui inizia «un duello di astuzia contro astuzia»16. Ciò che comprende perfettamente in officina, lo dimentica sul mercato. Quando sopraggiunge la crisi, i capitalisti si stupiscono sinceramente: la produzione era “sana”, e solo improvvise “avventure” hanno fatto crollare i prezzi.
La borghesia crede nell’identità tra domanda e offerta, dimenticando che il capitalista produce merci non per il consumo, ma per moltiplicare una ricchezza astratta. Il denaro, divenendo misura universale del valore, spezza l’unità dell’atto di scambio: chi ha venduto una merce non è affatto obbligato ad acquistarne immediatamente un’altra. Marx diede a questo fenomeno una definizione esauriente:
«[…] crisi non è altro che il violento farsi valere dell’unità di fasi del processo di produzione che si sono fatte indipendenti l’una di fronte all’altra».
Perché la produzione non si arresti, il capitale crea una grandiosa finzione – il credito. Esso non previene le crisi, come speravano i revisionisti come E. Bernstein, ma le maschera soltanto, dilatando artificialmente i limiti della produzione fino all’inevitabile collasso.
Ma perché il capitale è condannato alle crisi?
La formula marxista classica del saggio di profitto è la seguente:
dove m è il plusvalore, c __è il capitale costante (macchine, materie prime), e __v è il capitale variabile (salario).
Nel tentativo di sopravvivere alla concorrenza, il capitale sostituisce il lavoro vivo con macchine (crescita di c __rispetto a __v). Ne nasce un paradosso:
«II saggio di profitto cade – benchè il rate of surplus value resti identico o salga – perchè il capitale variabile diminuisce con lo sviluppo delle forze produttive del lavoro in rapporto al capitale costante. Quindi esso cade non perchè il lavoro diventi più improduttivo, ma perche esso diventa più produttivo».17
La quota di lavoro vivo – unica fonte di plusvalore – si riduce rispetto alla massa dei mezzi di produzione impiegati.
Il marxismo è tuttavia lontano dal meccanicismo. La caduta del saggio di profitto non è una linea retta verso il baratro. Lo stesso Marx sottolineava:
«Qualora si confronti l’imponente sviluppo delle forze produttive del lavoro sociale quale si presenta anche solo negli ultimi 30 anni, con la produttività di tutti i periodi precedenti, qualora soprattutto si consideri l’enorme massa di capitale fisso che in aggiunta al macchinario propriamente detto entra nel processo della produzione sociale nel suo insieme, si comprende come la difficoltà, che ha costituito finora oggetto d’indagine da parte degli economisti, di spiegare la diminuzione del saggio del profitto, venga ora sostituita dalla difficoltà opposta consistente nello spiegare le cause per cui questa diminuzione non e stata piu forte o piu rapida. Devono qui giocare delle influenze antagonistiche che contrastano o neutralizzano l’azione della legge generale, dandole il carattere di una semplice tendenza; motivo questo per cui la caduta del saggio generale del profitto è stata da noi chiamata una caduta tendenziale».
Inoltre, i crolli economici non sono la “morte” del capitale. Marx precisava rigorosamente:
«[…]* crisi, le quali sono sempre solo delle temporanee e violente soluzioni delle contraddizioni esistenti, violente eruzioni che ristabiliscono momentaneamente l’equilibrio turbato».18*
La crisi è un meccanismo barbarico di autoterapia del sistema, attuato tramite la distruzione del capitale eccedente, sovraccumulato, che ha perso la capacità di autovalorizzarsi. Marx sottolineava però chiaramente che al capitale non servono affatto sempre distruzioni militari dirette. Il principale meccanismo quotidiano di depurazione è la svalutazione economica (deprezzamento) del capitale. I fallimenti di massa, i crolli di borsa e la svendita di attivi a prezzi stracciati fanno sì che il capitale costante (c) si svaluti bruscamente. Le fabbriche fallite vengono acquistate per pochi soldi, il che riduce il denominatore della formula e ripristina il saggio di profitto per i predatori sopravvissuti.
L’evoluzione storica del capitalismo dopo la Seconda guerra mondiale conferma tutto ciò. Il lungo boom economico (dalla fine degli anni Quaranta al 1973) fu possibile solo grazie alla mostruosa distruzione fisica di enormi masse di capitale costante durante la carneficina imperialista, che azzerò temporaneamente le contraddizioni e innalzò il saggio di profitto. Ma già tra il 1965 e il 1973 un brusco calo della redditività pose fine all’“epoca d’oro”. Il disancoraggio del dollaro dall’oro (lo “shock Nixon” del 1971), le crisi petrolifere e il crollo del sistema di Bretton Woods furono la traduzione politica di questo vicolo cieco macroeconomico.
Come indicava Marx nel Libro III del “Capitale”, il sistema elabora potenti controtendenze. Per compensare il calo dei redditi negli anni Settanta, il capitale passò al modello neoliberista: la delocalizzazione delle produzioni reali verso le zone del “nuovo capitalismo” (Asia, America Latina) e il gonfiamento creditizio totale della domanda in presenza di salari reali stagnanti. Le tecnologie contemporanee sono duplici: l’IA e l’automazione non solo innalzano la composizione organica del capitale, ma abbattono colossalmente anche il costo degli elementi del capitale costante (server, robotica). Al tempo stesso il capitale innalza il grado di sfruttamento del lavoro: l’odierna economia delle piattaforme e la cancellazione dei confini tra tempo di lavoro e tempo personale (il lavoro da remoto) sono meccanismi di estrazione tanto di plusvalore relativo quanto assoluto, destinati a frenare la caduta del saggio di profitto P’. La crisi si dispiega come lotta dialettica tra la legge fondamentale e i fattori che le si contrappongono.
Capitale finanziario e socializzazione statale-monopolistica
Con l’esaurimento delle possibilità di crescita della redditività nel settore reale, il capitale compie un salto verso la finanziarizzazione. Le nazioni capitalistiche, come scriveva Marx, sono «periodicamente colte da una febbre di frode, quando vogliono fare denaro senza il gravoso intermediario del processo di produzione».19
L’esplosione del capitale fittizio non è segno di “forza” della finanza, bensì segno della decrepitezza dell’intero sistema. È un tentativo di ingannare il tempo, consumando oggi un plusvalore non ancora prodotto. I riformisti (sulla scia di R. Hilferding) credono tuttora che il problema risieda nei “banchieri parassiti malvagi” che hanno soffocato gli onesti industriali. Grossman sottolineava di contrapporsi a Hilferding, pur concordando con Lenin. Nel 1931, appoggiandosi alla chiara definizione leninista, scriveva:
«Hilferding intende per capitale finanziario il capitale bancario; egli non si chiede chi si celi dietro questo capitale bancario. Io non concordo con una simile concezione del ruolo decisivo del capitale bancario. Lenin, al contrario, intende il capitale finanziario non come capitale bancario, bensì come la fusione del capitale monopolistico, innanzitutto industriale, con il potere statale e la politica, che ne è lo strumento. È tutt’altra cosa. Che le banche fungano da intermediarie nel processo di espansione del capitale è evidente».20
Il capitale finanziario non è arbitrio bancario, è simbiosi organica dei monopoli. Il crollo del sistema dei derivati nel 2008 fu il primo campanello d’allarme storico globale, che mostrò come il capitale fittizio non possa assorbire indefinitamente le eccedenze senza un intervento diretto dello Stato.
Quando poi questo capitale finanziario unificato si salda definitivamente con l’apparato statale, otteniamo il capitalismo monopolistico di Stato.
Lenin richiamava incessantemente l’attenzione sul fatto che lo Stato non è un arbitro superclassista né un gestore neutrale del sistema. Quando il saggio di profitto cade, lo Stato non si limita ad “aiutare” le banche – assume su di sé la direzione del processo di sfruttamento, centralizzando le leve finanziarie nell’interesse di monopoli transnazionali specifici.
Il rigonfiamento del bilancio della Federal Reserve statunitense, giunto al picco a circa 9.000 miliardi di dollari per il riacquisto di debiti, è un meccanismo di trasferimento di valore, attraverso l’inflazione, dalle tasche della classe operaia al salvataggio del saggio di profitto in caduta. Va tuttavia precisato: lo strumento principale della Fed fu l’acquisto di titoli del Tesoro e di titoli ipotecari con garanzia statale; l’acquisto diretto di obbligazioni societarie fu effettuato su scala limitata soltanto nel 2020.
Oggi, secondo varie stime, il 15–20 % delle imprese nei paesi sviluppati si è trasformato in “aziende zombie”, che guadagnano esattamente quanto basta per coprire gli interessi sui vecchi debiti. Questi dati compaiono negli studi della Banca dei regolamenti internazionali (BIS), sebbene le cifre esatte varino a seconda della metodologia e del periodo considerato.
La dipendenza totale del settore privato dalle iniezioni statali ci riporta alla conclusione fondamentale di Friedrich Engels nell’“Anti-Dühring”. Egli indicava che la crescita, forzata sotto il capitalismo, dell’intervento statale nell’economia non è un semplice sintomo della putrefazione del sistema, ma anche un riconoscimento oggettivo della natura sociale delle forze produttive.
«é questa reazione al proprio carattere di capitale delle forze produttive nel loro rigoglioso sviluppo, è questa progressiva spinta a far riconoscere la propria natura sociale, ciò che obbliga la stessa classe capitalistica a trattare sempre più come sociali queste forze produttive, nella misura in cui e possibile, in generale, sul piano dei rapporti capitalistici».21
Ai nostri giorni questa natura sociale ha raggiunto un livello tecnologico del tutto nuovo: si è incarnata nei sistemi di logistica algoritmica planetaria, che di fatto già uniscono l’economia mondiale in un unico meccanismo.
Lo stesso pensiero fu sostenuto nel 1952, sulle pagine della rivista Prometeo, da Amadeo Bordiga. Nell’articolo “Il New Deal, o l’interventismo statale in difesa del grande capitale” scriveva:
«[…]* nonostante le diversità di forma politica, il regime capitalista reagisce alle proprie crisi interne in modo unitario, con metodi di politica economica che accomunano democrazia e fascismo. Interventismo, dirigismo, gestione statale – queste che sono d’altra parte le classiche ricette di “risanamento economico e sociale” del riformismo – sono aspetti comuni di ogni regime politico borghese nella fase di massima esasperazione dei suoi contrasti interni, espressioni convergenti sul piano internazionale della politica di conservazione capitalistica»22.*
Costi di circolazione e tempo del capitale
Agli albori della propria storia, la borghesia odiava i consumatori improduttivi, ritenendo che la loro esistenza accrescesse soltanto le spese generali. Nei manoscritti preparatori Marx traccia una distinzione geniale: John Milton, che vendette il manoscritto del “Paradiso perduto” per 5 sterline, fu un lavoratore improduttivo. Egli creava il poema come il baco da seta produce la seta. Uno scribacchino mediocre che lavora per un editore, o una cantante assunta da un impresario, sono invece lavoratori produttivi, poiché producono capitale. Il capitalismo annulla l’unicità del creatore, riducendolo a un ingranaggio nel processo di autovalorizzazione del valore.
Ma col tempo il sistema si rese conto che, per assorbire le eccedenze di merci senza soffocare per sovrapproduzione, gli era vitalmente necessario proprio questo strato parassitario (cosa di cui scrisse con cinico candore Thomas Malthus). La classe dei capitalisti agisce come una gigantesca società per azioni, che paga la propria stessa stabilità.
Oggi il capitale ha generato un’enorme armata *di lavoratori commerciali *(esperti di marketing, dirigenti, impiegati). A differenza dell’operaio di fabbrica o del programmatore, l’impiegato non crea plusvalore. Il capitale moltiplica posizioni inutili. Oggi possiamo chiamarle bullshit jobs.
Tuttavia, dal punto di vista della teoria di Marx, non si tratta di un semplice parassitismo morale. Questa armata è necessaria al sistema per ridurre il tempo di circolazione. Quanto più velocemente la merce viene realizzata su un mercato sovrasaturo, tanto più rapidamente ruota il capitale, e tanto più alta sarà la massa annua di profitto. Marx precisa però un punto essenziale: il lavoro non pagato dell’impiegato commerciale non accresce la massa complessiva del valore, ma permette al capitalista commerciale di appropriarsi di una quota del profitto creato in fabbrica. L’impiegato lavora gratis per una parte della propria giornata lavorativa, ed è proprio questo a ridurre i costi di vendita del capitalista.
IA, “recinzioni dei possedimenti” ed esercito industriale di riserva
Ma oggi il capitale stesso scardina questo meccanismo: l’intelligenza artificiale invade la sfera del lavoro intellettuale. L’essenza della genesi del capitalismo fu l’espropriazione al lavoratore dei propri strumenti di lavoro – ciò che Marx chiamava lo *sgombero dei poderi *(clearing of estates)23. Come in Inghilterra, nell’epoca dei Tudor, le pecore “divorarono gli uomini” per il panificio capitalistico della lana, così oggi gli algoritmi “divorano” i colletti bianchi.
L’IA, che reifica in sé il sapere sociale generale (General Intellect), si erge di fronte al lavoratore cognitivo come una forza estranea. Il programmatore o l’analista perdono il monopolio sulla conoscenza e diventano appendici dell’algoritmo, formando un unico *lavoratore collettivo *complessivo.
L’automazione genera inevitabilmente un’armata di persone “in eccedenza”. Al capitale è vitalmente necessario l’esercito industriale di riserva, per esercitare pressione sui salari della parte attiva della classe operaia. L’occupazione di piattaforma (secondo i dati dell’Oxford Internet Institute e della Banca Mondiale nel 2019–202024, su 163 milioni di profili registrati sulle piattaforme online, solo circa 14 milioni hanno ottenuto lavoro almeno una volta, e solo 3,3 milioni lavorano in modo continuativo) diventa la forma ideale di retribuzione a cottimo, che conduce a una brutale autosfruttamento.
L’atomizzazione del precariato è uno dei fattori che alimentano il populismo di destra negli Stati Uniti e in Europa, specialmente nelle “cinture della ruggine”, dove le masse sono private di stabilità e gettate nel tritacarne della gig economy. Al tempo stesso, la base elettorale del populismo di destra è eterogenea: accanto ai lavoratori precari, vi confluiscono piccoli imprenditori, una parte dell’aristocrazia operaia e comunità provinciali segnate da un senso di umiliazione culturale e di status.
In questo contesto, alla formazione di un’unica avanguardia politica ostacola fortemente un fenomeno politico descritto dettagliatamente da Lenin: l’aristocrazia operaia. L’enorme divario tra gli specialisti IT ben pagati nelle metropoli (il cui status è sorretto dal sovrapprofitto imperialista) e il proletariato senza diritti del “Sud globale” diventa il principale ostacolo alla solidarietà di classe.
Va qui osservato che alcune correnti comuniste di sinistra si aggrappano ancora al dogma di uno stagnamento assoluto e permanente delle forze produttive nell’epoca dell’imperialismo. Non vedono che il capitale continua a rivoluzionare le tecnologie, ma lo fa in forme sempre più distruttive e antagonistiche. Negare questo fatto conduce a una cecità teorica: invece di analizzare come le nuove tecnologie trasformino la struttura del proletariato e i modi di estrazione del plusvalore relativo, questi gruppi trasformano il marxismo in uno schema religioso irrigidito, in cui il capitalismo semplicemente “marcisce” senza alcuna dinamica tecnologica interna.
La polemica sul crollo e l’avanguardia dell’epoca delle piattaforme
Nel 1934, sulle pagine della rivista Rätekorrespondenz, Anton Pannekoek mosse una critica assai fondata agli errori di Grossman:
«Merita attenzione la questione di come un economista politico, il quale ritiene di riprodurre fedelmente le vedute di Marx, e afferma perfino con ingenua sicurezza di esserne il primo a offrirne l’interpretazione corretta, possa sbagliarsi in modo così clamoroso e trovarsi in piena contraddizione con Marx. La causa risiede nell’assenza di una comprensione storico-materialistica. La teoria economica di Marx è del tutto incomprensibile se non si fa propria la metodologia di pensiero storico-materialistica.
Per Marx, lo sviluppo della società umana, e dunque anche lo sviluppo economico del capitalismo, è determinato da una rigorosa necessità, simile a una legge di natura. Ma al tempo stesso è opera degli uomini, che vi svolgono la propria parte, ciascuno determinando le proprie azioni con coscienza e intenzione – sia pure senza coscienza del tutto sociale. Per il pensiero borghese qui si nasconde una contraddizione: o ciò che accade dipende dall’arbitrio umano, oppure, se è soggetto a leggi rigorose, queste leggi agiscono come una coercizione extra-umana, meccanica. Per Marx, ogni necessità sociale si fa strada attraverso gli uomini. Ciò significa che il pensiero, la volontà e l’azione umani – per quanto appaiano arbitrio alla coscienza stessa che li produce – sono interamente determinati dall’influsso dell’ambiente circostante; e solo attraverso l’insieme di questi atti umani, determinati prevalentemente da forze sociali, si realizza nello sviluppo sociale una legge di regolarità.
Le forze sociali che determinano lo sviluppo non sono soltanto quelle puramente economiche, ma anche le azioni politiche generali da esse determinate, che devono garantire alla produzione le necessarie norme giuridiche. La regolarità non risiede soltanto nell’azione della concorrenza, che livella prezzi e profitti e concentra i capitali, ma anche nell’attuazione della libera concorrenza, della libera produzione mediante le rivoluzioni borghesi; non soltanto nel movimento dei salari, nell’espansione e nella contrazione della produzione durante la prosperità e le crisi, nella chiusura delle fabbriche e nel licenziamento degli operai, ma anche nella rivolta, nella lotta degli operai, nella conquista da parte loro del potere sulla società e sulla produzione al fine di imporre nuove norme giuridiche.
L’economia, come totalità di uomini che lavorano e lottano per i propri bisogni vitali, e la politica (nel senso più ampio) come azione e lotta di questi uomini in quanto unità, in quanto classe, per i propri bisogni vitali, formano un unico, integrale ambito di sviluppo regolato da leggi. L’accumulazione del capitale, le crisi, l’impoverimento, la rivoluzione proletaria, la presa del potere da parte della classe operaia – tutto ciò insieme costituisce un’unità indissolubile, che agisce come legge di natura: il crollo del capitalismo».25
A difesa di Grossman intervenne Paul Mattick. Nel suo articolo di risposta dimostrò che Pannekoek non aveva affatto compreso il *metodo *marxiano dell’astrazione scientifica, e riportò la discussione entro l’alveo della dialettica marxista di oggettivo e soggettivo. Mattick spiegò che Grossman aveva impiegato lo schema astratto di Bauer esclusivamente come metodo di laboratorio, per condurre all’assurdo la teoria riformista del capitalismo armonioso. Gli schemi matematici venivano costruiti nel vuoto del “capitalismo puro” (dove si astrae dal commercio estero, dai monopoli e dal credito) non per predire una fine del mondo fatalistica secondo un calendario, bensì per dimostrare l’impossibilità stessa di uno sviluppo del sistema privo di crisi sulle sue medesime basi politico-economiche.
Per Mattick, lo schema astratto di valore non è una profezia, ma il primo gradino del metodo marxiano *di progressiva approssimazione *alla realtà concreta. Il capitalismo si distrugge inevitabilmente entro i confini del “modello puro” per dimostrare che, nella viva realtà storica, il sistema è capace di sopravvivere temporaneamente e di allontanare il proprio limite oggettivo solo attraverso un convulso inasprimento dello sfruttamento e crisi distruttive. Distinguendo con chiarezza la conclusione teorico-astratta dal processo storico reale, Mattick separò il modello economico astratto dalla viva realtà storica:
*«La dimostrazione della tendenza al crollo per mezzo dello schema non spinge affatto Grossman – contrariamente a quanto si suggestiona il critico – a rappresentarsi “che il grande crollo (Kladderadatsch) sopraggiunga senza la presenza di una classe rivoluzionaria capace di vincere ed espropriare la borghesia”. Questa classe e questa espropriazione, per Grossman, in virtù della situazione oggettiva, sono presenti come qualcosa di per sé evidente, poiché per lui, appunto, non esiste alcun problema puramente economico. Anzi, questi fattori soggettivi possono esistere – il che, di nuovo, è ovvio – solo perché la situazione oggettiva è matura per il crollo. Grossman scrisse il suo libro nel presupposto (“evidentemente errato”) che nei lavori scientifici non sia necessario menzionare le cose ovvie. Così come Marx non elaborò una teoria separata del crollo, poiché per un dialettico è cosa ovvia che l’accumulazione del capitale sulla base del valore possa condurre soltanto al crollo. *[…] se le condizioni oggettive per la rivoluzione sono date, per un marxista è ovvia anche la presenza delle condizioni soggettive. Le necessità oggettive, in ultima analisi – per quanto in ritardo ciò avvenga – si realizzano attraverso gli uomini. Con la dimostrazione del crollo economico si dimostra soltanto l’inevitabilità della rivoluzione».26
In tal modo, sosteneva Mattick, il limite matematico nello schema astratto non significa la morte automatica del capitalismo nel mondo reale, bensì l’avvento di un’epoca di crisi permanenti e durissime, che si limitano a creare le condizioni oggettive per la rivoluzione. Il crollo definitivo del sistema è invece impossibile senza il fattore soggettivo – l’azione politica attiva del proletariato. Il capitalismo non cade da sé: forgia soltanto catene politico-economiche e costringe la classe operaia a spezzarle.
Il merito principale di Grossmann è la dimostrazione matematica del crollo attraverso la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, con cui egli ha ristabilito una posizione di fatto seppellita da Hilferding e da Kautsky: l’idea di un limite economico oggettivo dell’accumulazione capitalistica.
Hilferding riduceva le crisi alla sproporzionalità nella distribuzione del capitale tra i rami produttivi, concludendo che, con una distribuzione pianificata, esse sarebbero eliminabili e la produzione potrebbe crescere all’infinito – cioè che il capitalismo non ha un limite interno e può cadere solo per volontà della classe operaia, ma non in virtù delle proprie leggi di movimento. Kautsky è andato oltre, respingendo la stessa idea di un limite storico del capitalismo, che pure aveva in precedenza sostenuto.
È proprio contro questa deviazione da Marx che si dirige la polemica di Grossmann: la vera teoria del crollo afferma la necessità oggettiva della fine del capitalismo, non nel senso di un suo sopraggiungere automatico senza l’intervento attivo del proletariato, ma nel senso di un limite che matura oggettivamente e che rende tale intervento storicamente necessario. Su questo punto Grossmann ha ragione: senza un limite oggettivo dell’accumulazione, il socialismo – come già indicava Rosa Luxemburg – degenera in una pura questione di conoscenza, in una fondazione idealistica staccata dal corso materiale dello sviluppo.
Ma il punto debole di Grossmann sta nella forma dell’esposizione: nel difendere il limite oggettivo contro chi lo negava, egli stesso è caduto nell’estremo opposto. Lasciandosi prendere dall’“economia pura”, ha costruito un modello meccanicistico (crollo nell’anno 35 secondo lo schema di Bauer), in cui la lotta di classe appare come un’aggiunta artificiale, e non come la forza motrice della storia. Si tratta della stessa unilateralità di Kautsky e Hilferding, ma di segno opposto: se questi ultimi dissolvevano la necessità oggettiva nella volontà della classe, Grossmann separa il limite economico dalla lotta di classe, trasformando il calcolo della data del crollo in un puro problema aritmetico – mentre in Marx queste sono due facce di uno stesso processo dialettico, non grandezze indipendenti l’una dall’altra. Da qui l’accusa di determinismo.
Il marxismo non tollera né l’attesa meccanica del “collasso finale”, né il volontarismo privo di sistema. Il capitalismo non ha un limite ultimo oltre il quale cessa semplicemente di esistere. La borghesia troverà sempre una via d’uscita anche dal più profondo vicolo cieco macroeconomico, se il proletariato le permetterà di farlo a proprie spese. Senza il fattore soggettivo – l’organizzazione rivoluzionaria del proletariato – il sistema marcirà all’infinito, passando da un ciclo di guerre all’altro.
Il marxismo non tollera né l’attesa meccanica del “crollo finale”, né un volontarismo privo di sistema. Il capitalismo non ha un limite ultimo oltre il quale semplicemente cessa di esistere. La borghesia troverà sempre una via d’uscita dal vicolo cieco macroeconomico più profondo, se il proletariato glielo permetterà a proprie spese. Senza il fattore soggettivo – l’organizzazione rivoluzionaria del proletariato – il sistema marcirà all’infinito, passando da un ciclo di guerre all’altro.
Il monopolio del capitale diventa una catena per il modo di produzione socializzato che è cresciuto sotto il suo involucro. Come riassumeva Marx:
«La centralizzazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro raggiungono un punto in cui diventano incompatibili col loro involucro capitalistico. Ed esso viene spezzato. Suona l’ultima ora della proprietà privata capitalistica. Gli espropriatori vengono espropriati».27
Questa è la negazione storica della negazione.
Militarismo: distruzione di valori e spartizione del mondo
Quando i fallimenti pacifici non bastano più a sgombrare le macerie della sovraccumulazione, il capitale esige la distruzione militare delle stesse forze produttive. Rosa Luxemburg, con acume, esaminò nella sua opera “L’accumulazione del capitale” il militarismo come campo dell’accumulazione capitalistica, in cui lo Stato, con la forza delle imposte, costringe la classe operaia a pagare gli strumenti della propria stessa distruzione.
Appoggiandosi alla teoria marxiana del valore, si può dire che la guerra, per il capitale, non è semplicemente una svalutazione su vasta scala delle eccedenze di merci. È l’azzeramento violento e fisico del valore del lavoro passato accumulato, del lavoro oggettivato, cioè del capitale costante (c). Il capitale vivo e funzionante è fisicamente incapace di autovalorizzarsi, finché il vecchio capitale conserva la propria colossale grandezza di valore al denominatore della formula del saggio di profitto sopra riportata. Per salvare il saggio di profitto (p’) da una caduta fatale, l’organismo in putrefazione del capitalismo è costretto a ridurre in polvere i risultati materiali dei cicli di accumulazione passati – città, infrastrutture, singole fabbriche. Solo attraverso la svalutazione totale e la distruzione fisica di questo “lavoro morto” (c) si sgombera il campo per un nuovo ciclo storico di ricostruzione, che apre lo spazio a un saggio di profitto elevato e a una barbara intensificazione dello sfruttamento del lavoro vivo (v). Storicamente ciò è brillantemente confermato dai piani di ricostruzione postbellici (come il Piano Marshall), che servirono da colossale stimolo per un nuovo ciclo di accumulazione capitalistica. I periodi pacifici del capitalismo creano soltanto le condizioni per il ciclo successivo di accumulazione delle contraddizioni, la cui risoluzione ha storicamente assunto sovente la forma della distruzione bellica del capitale sovraccumulato.
Ma, seguendo Lenin, siamo tenuti a sottolineare: la guerra non è una semplice contabilità economica per lo smaltimento delle eccedenze. È una feroce lotta interimperialistica tra monopoli nazionali per la spartizione di un mondo già diviso, per nuovi campi d’investimento del capitale e per il controllo delle risorse. L’attuale escalation dei conflitti globali, la colossale crescita delle spese militari (2.890 miliardi di dollari nel 2025 secondo il SIPRI, con un aumento del 36,6 % in termini reali rispetto al 2021) è la risposta “razionale” del capitale al vicolo cieco della sovraccumulazione. Il complesso militare-industriale funziona come una valvola ideale: produce capitale iper-tecnologico, il cui unico valore d’uso consiste nell’essere distrutto e nel distruggere il capitale eccedente dei concorrenti.
Conclusione
La metodologia di Marx fornisce gli strumenti per comprendere quelle contraddizioni che l’economia politica borghese non è in grado né di riconoscere né di risolvere. Ci troviamo in un punto storico in cui le forze produttive colossali, chiamate in vita dalla tecnologia, entrano in conflitto mortale con il misero tentativo del sistema di misurare la ricchezza in denaro.
La vita sociale si libererà del velo mistico e nebuloso del feticismo della merce soltanto nel momento in cui diventerà il prodotto della libera associazione di uomini che agiscono secondo un piano cosciente. La vera ricchezza della società non è il lavoro eccedente spremuto dall’uomo, ma il tempo libero per lo sviluppo integrale di ogni individuo. Ma finché domina il capitale, questo tempo libero si trasforma in pauperismo e miseria a un polo, per un’eccedenza inconcepibile all’altro.
La centralizzazione dei mezzi di produzione ha raggiunto una tale portata che l’involucro capitalistico è diventato una catena diretta per essa. Come avvertiva profeticamente Rosa Luxemburg nel 1915, nell’Opuscolo di Junius, la società si trova di fronte a un bivio ineluttabile:
«[…]* o passaggio al socialismo o ricaduta nella barbarie».28*
Il capitalismo non morirà mai di morte naturale per “vecchiaia” o per esaurimento automatico dei mercati. Risorgerà all’infinito dalle ceneri delle guerre mondiali e delle crisi distruttive, finché non sarà coscientemente annientato dalla rivoluzione comunista del proletariato. La questione del nostro secolo si riduce a una sola: se la classe operaia, guidata dalla propria avanguardia rivoluzionaria, riuscirà a utilizzare la macchina algoritmica globale del capitale per costruire una società libera e pianificata, oppure se l’imperialismo risolverà ancora una volta il problema del profitto in caduta nel fuoco dell’autodistruzione globale. Ed è qui che entra in vigore la legge leninista dello sviluppo capitalistico ineguale: il colpo proletario abbatterà il sistema non astrattamente “ovunque”, bensì laddove la catena imperialistica è più debole. E la questione di dove si trovi oggi l’anello più debole, cioè più esposto alle contraddizioni imperialistiche, di questa catena, è uno dei problemi chiave dell’analisi marxista.
Maggio 2026.
Footnotes
-
- R. Luxemburg, L’accumulazione del capitale, introduzione di P.M. Sweezy, trad. it. di B. Maffi, Einaudi, Torino 1960, p. 454.
-
- K. Marx, Il Capitale, Libro I, 1867, in CriticaMente. URL: https://www.criticamente.com/marxismo/capitale/capitale_1/Marx_Karl_-Il_Capitale-Libro_I-_24.htm
-
- F. Engels, Anti-Dühring, Sezione II, cap. I, 1878, in Marxists Internet Archive. URL: https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1878/antiduhring/2-1.htm#p3
-
- Lenin V. I. Alla redazione del “Social-Democrat” // Opere complete. Vol. 35. Roma: Editori Riuniti, 1956. P. 56.
-
- Lenin V. I. Lo sviluppo del capitalismo in Russia // Opere complete. Vol. 3. Roma: Editori Riuniti, 1956. P. 33.
-
- V. I. Lenin, Leninskij Sbornik XXII, a cura di M. A. Savel’ev e V. G. Sorin, Mosca, Edizioni del Partito, 1933, p. 381 (nostra traduzione dall’originale russo).
-
- R. Luxemburg, L’accumulazione del capitale, introduzione di P.M. Sweezy, trad. it. di B. Maffi, Einaudi, Torino 1960, p. 360.
-
- N. Bucharin. *L’imperialismo e l’accumulazione del capitale. *Editori laterza. 1972. Pp. 120-121.
-
- Questo processo è noto come “ripartizione del mondo” o epoca dell’“imperialismo classico”. Negli anni ’60 e ’80 del XIX secolo, l’Impero russo sottomise i khanati dell’Asia centrale (di Bukhara, Khiva e Kokand), trasformandoli in una base per la produzione di cotone a servizio dell’industria russa. Dopo la repressione della Rivolta dei Boxer (1901) e la suddivisione della Cina in “sfere d’influenza”, il mercato precapitalistico della Cina fu aperto con la forza al capitale straniero. Nel 1914 le potenze imperialiste si erano già spartite il 90 % dei territori africani. Le strutture tribali e feudali interne furono integrate con la forza nel commercio mondiale come fornitori di materie prime (gomma, oro, rame, cotone). In questo modo, tra il 1900 e il 1914, sulla mappa politica del mondo non erano praticamente rimasti territori “di nessuno” o isolati. L’intero globo terrestre era stato suddiviso tra gli imperi coloniali e le sfere d’influenza delle grandi potenze. L’integrazione delle ultime zone di arretratezza era una necessità imprescindibile del capitalismo sviluppato, che era passato alla fase del capitalismo monopolistico.
-
- K. Marx, Il Capitale, Libro III, cap. XV, in CriticaMente. URL: https://www.criticamente.com/marxismo/capitale/capitale_3/Marx_Karl_-Il_Capitale-Libro_III-_15.htm
-
- Una critica specifica di Grossmann non è oggetto di questo articolo, ma richiede una trattazione a parte.
-
- Cervetto A. Opere complete. Vol. 6: L’involucro politico. Milano: Edizioni Lotta Comunista, 2015. P. 328.
-
- H. Grossmann, *“Il crollo del capitalismo. La legge dell’accumulazione e del crollo del sistema capitalistica”. *Cooperativa edizioni jaca book. Milano 1977. p. 177.
-
- H. Grossmann, Marx, l’economia politica classica e il problema della dinamica, Bari, Laterza, 1971, cit. in: https://coalizioneoperaia.com/2020/08/26/lettera-di-henryk-grossmann-a-paul-mattick/
-
- K. Marx, Il Capitale, Libro I, 1867, in CriticaMente. URL: https://www.criticamente.com/marxismo/capitale/capitale_1/Marx_Karl_-_Il_Capitale_-_Libro_I_-_01.htm
-
- K. Marx, [Il Capitale] Libro secondo: Il processo di circolazione del capitale (Manoscritti), in K. Marx, F. Engels, Opere complete (2ª edizione russa), vol. 50, p. 9 (nostra traduzione dal russo).
-
- K. Marx, Teorie sul plusvalore, vol. II, in CriticaMente. URL: https://www.criticamente.com/marxismo/plusvalore/Marx_Karl_-Teorie_sul_plusvalore-_II.pdf
-
- K. Marx, Il Capitale, Libro III, 1894, in CriticaMente. URL: https://www.criticamente.com/marxismo/capitale/capitale_3/Marx_Karl_-Il_Capitale-Libro_III-_15.htm
-
- K. Marx, [Il Capitale] Libro secondo: Il processo di circolazione del capitale (Manoscritti), in K. Marx, F. Engels, Opere complete (2ª edizione russa), vol. 50, p. 9 (nostra traduzione dal russo).
-
- Grossman H. The Laws of Accumulation and Breakdown of the Capitalist System: A Pseudo-Scientific Pastiche? In Letters and Essays. Volume 1. Ed. by R. Kuhn. Leiden: Brill, 2018. P. 231 (nostra traduzione).
-
- F. Engels, Anti-Dühring, Sezione III, cap. II (Elementi teorici), 1878, in Marxists Internet Archive. URL: https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1878/antiduhring/3-2.htm
-
- [A. Bordiga], Il New Deal, o l’interventismo statale in difesa del grande capitale, in Prometeo, serie III, anno II, n. 4, 1 settembre 1952. URL: https://intcp.org/it/texts/12834/il-new-deal-o-linterventismo-statale-in-difesa-del-grande-capitale/
-
- Marx K. – Engels F. Scritti. Edizioni Lotta comunista. V. 34. P. 243.
-
- Da allora il settore delle piattaforme ha registrato una crescita significativa.
-
- A. Pannekoek, Die Zusammenbruchstheorie des Kapitalismus, in «Rätekorrespondenz», n. 1, 1934. URL: http://aaap.be/Pdf/R%C3%A4tekorrespondenz/R%C3%A4tekorrespondenz-1934-01.pdf (nostra traduzione).
-
- P. Mattick, Zur Marxschen Akkumulations- und Zusammenbruchstheorie (In Erwiderung des Artikels: “Die Zusammenbruchstheorie des Kapitalismus” in Nummer 1 der “Rätekorrespondenz”), in «Rätekorrespondenz», n. 4, 1934. URL: http://aaap.be/Pdf/R%C3%A4tekorrespondenz/R%C3%A4tekorrespondenz-1934-04.pdf (nostra traduzione).
-
- Karl Marx, ‘Il capitale’, libro I, tomo 3°, Roma, 1952, pp. 222-223.
-
- R. Luxemburg, Die Krise der Sozialdemokratie (Die “Junius”-Broschüre), 1916, in Marxists Internet Archive. URL: https://www.marxists.org/deutsch/archiv/luxemburg/1916/junius/teil1.htm (nostra traduzione).