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        <author><first-name>Sergey</first-name><last-name>Salnikov</last-name></author>
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        <author><first-name>Sergey</first-name><last-name>Salnikov</last-name></author>
        <program-used>calibre 4.99.5</program-used>
        <date>8.5.2026</date>
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<p><strong>PROMETEO COMUNISTA N 1, Maggio 2026</strong></p>
<empty-line/>
<p><strong>Dalla redazione: una nuova fase</strong></p>
<empty-line/>
<p>L’uscita del primo numero della rivista <emphasis>Prometeo Comunista</emphasis> è il risultato logico di quasi trent’anni di lavoro del nostro gruppo. Nelle condizioni di estrema debolezza del attuale movimento operaio e della frammentazione delle forze marxiste, non cerchiamo di iniziare la storia da un foglio bianco. Al contrario, ci basiamo sull’esperienza politica e teorica accumulata. La nostra pratica ha attraversato diverse fasi, ognuna delle quali ha richiesto un affinamento della strategia e un’applicazione coerente del metodo marxista alle mutevoli condizioni storiche.</p>
<empty-line/>
<p><strong>1998: la formazione della base nel contesto della crisi</strong></p>
<p>Il primo passo è stato la pubblicazione del giornale <emphasis>Komsa</emphasis>, avviato nel giugno 1998, sullo sfondo di una profonda crisi economica in Russia. A differenza di molti gruppi “di sinistra”, non abbiamo considerato il 1991 come una “controrivoluzione borghese”; per noi essa si era già compiuta nel 1925, quando lo stalinismo, vincitore nell’URSS, ha abbandonato la rotta verso la rivoluzione mondiale.</p>
<p>La nostra comparsa è stata una reazione oggettiva al collasso sociale degli anni Novanta. L’impulso iniziale si basava in gran parte sul rifiuto spontaneo della “nuova” borghesia, composta da esponenti della nomenclatura del partito e del Komsomol. Tuttavia, questa negazione si è rapidamente trasformata nella formulazione di un solido fondamento politico: è necessaria la completa abolizione della proprietà privata e dei rapporti di merce e denaro, nonché il riconoscimento della dittatura del proletariato come fase transitoria inevitabile verso il comunismo.</p>
<empty-line/>
<p><strong>2014: la prova dell’internazionalismo</strong></p>
<p>Le posizioni dell’internazionalismo proletario sono state insite nella nostra organizzazione fin dall’inizio. Pertanto, quando nel 2014 il conflitto interimperialistico si è aggravato e l’Ucraina è divenuta uno dei suoi fronti bellici, non abbiamo avuto bisogno di rivedere le nostre posizioni.</p>
<p>Questo periodo ci ha costretto ad approfondire l’analisi dello sviluppo ineguale del capitalismo e del mutamento degli equilibri di forza sullo scacchiere mondiale. In una condizione in cui gran parte della cosiddetta “sinistra” è scivolata nel socialsciovinismo, abbiamo difeso coerentemente la tesi marxista classica: il proletariato non ha patria e ogni nazione moderna è solo un guscio politico-economico del capitale. Il compito della classe operaia in qualsiasi conflitto imperialista si riduce al principio: il nemico principale è nel proprio paese.</p>
<empty-line/>
<p><strong>2026: “Prometeo Comunista” e i compiti della costruzione di partito</strong></p>
<p>Oggi la situazione richiede il passaggio alla fase successiva. Come sottolineato nel “Manifesto” pubblicato in questo numero, l’epoca delle rivoluzioni democratico-borghesi e dei movimenti di liberazione nazionale è definitivamente conclusa. Il capitalismo ha definitivamente incatenato il pianeta alle catene del mercato mondiale, ma ha lasciato la classe dei lavoratori salariati divisa.</p>
<p>La pubblicazione di <emphasis>Prometeo Comunista</emphasis> è dettata dalla necessità di passare al lavoro pratico per la formazione di un <emphasis>partito comunista mondiale</emphasis>. Valutiamo sobriamente le nostre forze, non ci consideriamo un partito già costituito e riconosciamo di essere solo una delle componenti del movimento pratico verso di esso. Su questa strada, siamo aperti alla collaborazione con tutte le organizzazioni comuniste che si attestano coerentemente sulle posizioni del marxismo e dell’internazionalismo proletario.</p>
<empty-line/>
<p><strong>Il significato del nome e i nostri compiti</strong></p>
<p>L’immagine di Prometeo riflette il nostro compito principale: il superamento del monopolio borghese sulla conoscenza e l’introduzione della coscienza marxista nella lotta di classe del proletariato. Senza l’assimilazione della teoria, la protesta spontanea rimane chiusa nel quadro delle rivendicazioni economiche e non è in grado di minacciare le fondamenta del sistema della schiavitù salariata.</p>
<p>Il percorso dal giornale <emphasis>Komsa</emphasis> del 1998 alla rivista <emphasis>Prometeo Comunista</emphasis> del 2026 è un processo di maturazione politica e organizzativa. Noi analizziamo criticamente la nostra esperienza passata e compiamo il prossimo passo logico.</p>
<p>Proponiamo questa rivista non semplicemente per la lettura, ma come strumento di lavoro per la discussione teorica e il coordinamento organizzativo. Invitiamo coloro che condividono le nostre posizioni ad unirsi al lavoro della redazione e a partecipare al processo di formazione del partito comunista.</p>
<p><emphasis>Aprile</emphasis><emphasis> 2026</emphasis></p>
<empty-line/>
<p><strong>Manifesto del gruppo “Prometeo comunista”</strong></p>
<empty-line/>
<p><strong><emphasis>Il presente testo costituisce il nostro documento programmatico. Speriamo che contribuisca alla formazione del fondamento teorico per l’unificazione delle forze marxiste sulla via della creazione di un nuovo partito comunista mondiale. Il documento è emerso in condizioni di estrema debolezza e frammentazione del moderno movimento operaio, laddove il capitalismo globale è entrato nella sua fase suprema, quella della decadenza imperialistica, che minaccia l’umanità con la barbarie e nuove guerre distruttive. L’idea chiave del manifesto risiede nel fatto che l’epoca storica delle rivoluzioni borghesi si è conclusa; di conseguenza, l’unica via d’uscita per il proletariato è la preparazione della rivoluzione mondiale per la completa distruzione della proprietà privata, della produzione mercantile e dello Stato.</emphasis></strong></p>
<empty-line/>
<p> <strong>Prefazione</strong></p>
<p>Il “Manifesto del Partito Comunista” di Karl Marx e Friedrich Engels fu il primo documento programmatico storico del partito rivoluzionario del proletariato mondiale. Proprio per il carattere <emphasis>programmatico</emphasis> del Manifesto, gli enunciati che ne costituiscono il <emphasis>nucleo</emphasis>, la sua essenza, non si riferivano direttamente all’epoca della sua pubblicazione, ma descrivevano le condizioni e fissavano gli obiettivi a lungo termine in cui avrebbe dovuto svilupparsi il movimento comunista. Il “Prometeo comunista” non è nato dal nulla: alla base della nostra attività vi è la <emphasis>continuità</emphasis> e lo <emphasis>sviluppo</emphasis> del nucleo programmatico del “Manifesto del Partito Comunista”.</p>
<p>Marx ed Engels dichiaravano: <emphasis>«i comunisti possono riassumere la loro teoria in questa unica espressione: abolizione della proprietà privata».</emphasis> Lo sviluppo del capitalismo ha creato i presupposti oggettivi necessari per l’attuazione di questa tesi: <emphasis>«La moderna proprietà privata borghese è l’ultima e la più perfetta espressione di quella forma di produzione e di appropriazione dei prodotti che poggia sugli antagonismi di classe, e sullo sfruttamento degli uni per opera degli altri».</emphasis></p>
<p>Ne“L’Ideologia tedesca”, i fondatori del comunismo scientifico hanno sottolineato che alla <emphasis>«proprietà privata moderna corrisponde lo Stato moderno»</emphasis>. Ne consegue che l’abolizione della proprietà privata richiede l’abolizione dello Stato. Chi dovrebbe svolgere questo compito? Nella prefazione all’edizione inglese del Manifesto del 1888, Engels, sottolineando che lui e Marx avevano sempre pensato così, dà una risposta inequivocabile: <emphasis>«L’emancipazione della classe operaia dev’essere opera della classe operaia stessa»</emphasis>.</p>
<p>E se Marx ed Engels vissero in un periodo in cui i principali fatti sociali e compiti del movimento operaio, che furono compresi nel Manifesto, erano, nella migliore delle ipotesi, in fase embrionale, noi viviamo in un’epoca in cui, per la prima volta, tutte le posizioni indicate possono essere considerate senza alcuna riserva il programma del partito comunista mondiale.</p>
<empty-line/>
<p> <strong>Il carattere della nostra epoca</strong></p>
<p>Con il completamento della formazione del mercato mondiale, il capitalismo ha esaurito la sua funzione storica. L’era delle rivoluzioni borghesi e della formazione dei mercati nazionali, della borghesia nazionale e degli Stati nazionali è giunta al termine. La società borghese contemporanea si trova nella fase più alta, quella imperialista, caratterizzata da una reazione su <emphasis>tutti</emphasis> i fronti. Da una fase ascendente e progressista del suo sviluppo, il capitalismo ha virato verso un inevitabile e terrificante declino, cosa che era <emphasis>già</emphasis> chiara ai marxisti rivoluzionari dell’epoca di Vladimir Lenin e Rosa Luxemburg. Nell’epoca a noi contemporanea, esso ha creato non solo gigantesche forze produttive, che costituiscono il presupposto oggettivo per il suo superamento, ma anche colossali forze distruttive, in grado di annientare l’umanità. Il compito della classe operaia, guidata dalla sua avanguardia, il partito comunista mondiale, si riduce oggi a distruggere il capitalismo, impedendogli di trascinare l’umanità intera nell’abisso con sé. Comunismo o barbarie: questa è l’alternativa.</p>
<p>Nonostante tutte le forze del vecchio mondo non se ne rendano conto, nella profondità della società capitalista <emphasis>si aggira il fantasma del comunismo</emphasis>. Indipendentemente dalla debolezza dei comunisti odierni – <emphasis>espressori coscienti di un processo inconscio</emphasis> – sta maturando la rivoluzione comunista, che dovrà distruggere la divisione della società in classi e la proprietà privata che ne è alla base.</p>
<p>Questo compito non può essere risolto senza che<emphasis> le grandi masse </emphasis>della classe operaia acquisiscano la coscienza comunista, e questo<emphasis> «può avvenire soltanto in un movimento pratico, in una rivoluzione; che quindi la rivoluzione non è necessaria soltanto perché la classe dominante non può essere abbattuta in nessuna altra maniera, ma anche perché la classe che la abbatte può riuscire solo in una rivoluzione a levarsi di dosso tutto il sudiciume e a diventare capace di fondare su nuove basi la società».</emphasis> (“L’ideologia tedesca”).</p>
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<p><strong> Il partito</strong></p>
<p>I pensieri dominanti di qualsiasi società classista sono quelli della classe dominante. Nella società moderna domina la borghesia, e quindi anche tra i lavoratori dipendenti prevalgono <emphasis>ovunque</emphasis> le ideologie borghesi. <emphasis>«Per sopprimere l’idea di proprietà privata basta del tutto il comunismo pensato. Per sopprimere la reale proprietà privata ci vuole una reale azione comunista»</emphasis>, – affermava Marx già nei suoi “Manoscritti economico-filosofici del 1844”. Pertanto, una <emphasis>critica effettiva</emphasis> delle idee borghesi è possibile solo nell’ambito di un <emphasis>movimento pratico effettivo</emphasis>, nel corso della rivoluzione comunista. A guidare questo movimento pratico dovrebbe essere il partito comunista mondiale. Attualmente un partito del genere non esiste. Non ci consideriamo questo partito né tantomeno il suo unico embrione. Consideriamo la nostra attività come <emphasis>una parte</emphasis> del movimento pratico verso il comunismo, come una lotta per la creazione di questo partito, e il nostro manifesto solo come uno dei passi necessari verso la sua creazione. Nel 1999, sulle pagine del nostro giornale “Komsa”, abbiamo dichiarato: <emphasis>«Siamo pronti a collaborare con tutti coloro che, non a parole ma con i fatti, lottano per la liberazione del proletariato dal potere della borghesia; con tutti coloro che sostengono le posizioni del marxismo rivoluzionario classico, indipendentemente dall’organizzazione a cui appartengono. La nostra posizione è la stessa di sempre: oggi il proletariato non ha un proprio partito, abbiamo l’urgente necessità di crearlo. Questo è il compito pratico più immediato della nostra organizzazione»</emphasis>. Questo compito rimane attuale anche oggi.</p>
<p>Quanto detto sopra non contraddice il fatto che esistessero ed esistono tuttora gruppi di rivoluzionari, spesso poco numerosi, talvolta ridotti letteralmente a singole persone, che mantengono la loro fedeltà al marxismo rivoluzionario senza compromessi, garantendone la purezza scientifica e la continuità nel tempo, e in questo senso noi discendiamo da Marx ed Engels, dai bolscevichi guidati da Lenin, dall’Internazionale Comunista del periodo dei primi due congressi, dalla sinistra comunista italiana e dai gruppi comunisti russi “post-sovietici” che contrapponevano le loro idee allo pseudomarxismo, l’ideologia del falso socialismo dell’URSS, meritatamente e inevitabilmente caduta nel dimenticatoio.</p>
<p><strong>La ragione dell’assenza di un partito comunista mondiale non può essere spiegata se non con la mancanza delle condizioni necessarie.</strong> <emphasis>«Queste condizioni di vita preesistenti in cui le varie generazioni vengono a trovarsi decidono anche se la scossa rivoluzionaria periodicamente ricorrente nella storia sarà o no abbastanza forte per rovesciare la base di tutto ciò che è costituito, e qualora non vi siano questi elementi materiali per un rivolgimento totale, cioè da una parte le forze produttive esistenti, dall’altra la formazione di una massa rivoluzionaria che agisce rivoluzionariamente non solo contro alcune condizioni singole della società fino allora esistente, ma contro la stessa “produzione della vita” come è stata fino a quel momento, la “attività totale” su cui questa si fondava, allora è del tutto indifferente, per lo sviluppo pratico, se l’idea di questo rivolgimento sia già stata espressa mille volte: come dimostra la storia del comunismo» </emphasis>(“L’ideologia tedesca”).</p>
<p>Nello stesso testo, i fondatori del comunismo scientifico scrivono: «<emphasis>La diversa configurazione della vita materiale è naturalmente dipende, volta per volta, dai bisogni già sviluppati, e tanto la produzione quanto il soddisfacimento di questi bisogni sono essi stessi un processo storico</emphasis>». All’interno della classe dei lavoratori salariati deve maturare e svilupparsi <emphasis>la necessità di realizzare la rivoluzione comunista</emphasis>. Il nostro compito è quello di contribuire a questo. L’ambiente in cui si svolge il processo di maturazione della coscienza comunista non si limita ai rapporti economici tra capitalista e proletario, cioè ai rapporti nel processo di produzione e di appropriazione del plusvalore. Questo processo abbraccia l’insieme dei rapporti nell’ambito della formazione economica sociale capitalistica.</p>
<p>Lo sviluppo della coscienza comunista avviene <emphasis>«non tanto in virtù dell’origine economica</emphasis>» dei lavoratori salariati, «<emphasis>quanto nel corso della lotta di classe</emphasis>», che è sempre una lotta politica. Con questa tesi, nel 1999 abbiamo tracciato una linea di demarcazione tra noi e i sostenitori delle tendenze operaiste ed economiciste.</p>
<p>Quindi, c’è una classe <emphasis>«che deve sopportare tutti i pesi della società», </emphasis>senza goderne appieno i benefici, e questo la mette inevitabilmente in netto contrasto con la classe borghese al potere; oggi questa classe <emphasis>«forma la maggioranza di tutti i membri della società», </emphasis>e da essa<emphasis> «prende le mosse la coscienza della necessità di una rivoluzione che vada al fondo, la coscienza comunista»</emphasis>, ma tutto ciò è solo una condizione necessaria, ma non sufficiente, per la rivoluzione comunista.</p>
<p>Lo sviluppo dei lavoratori salariati <emphasis>da individui casuali</emphasis> a espressori consapevoli di un processo inconscio <emphasis>«procede per vie naturali»</emphasis>, <emphasis>«non è subordinato a un piano complessivo di individui liberamente associati»</emphasis>, questo sviluppo avviene <emphasis>«assai lentamente»</emphasis>, <emphasis>«i diversi gradi e interessi non vengono mai completamente superati»</emphasis>. I comunisti possono solo conferire a questo processo un carattere più pianificato e organizzato.</p>
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<p> <strong>Il metodo</strong></p>
<p>Il fondamento teorico del partito comunista mondiale è il marxismo.</p>
<p>David Ryazanov nella sua storia dell’Unione dei comunisti scriveva: <emphasis>«Marx ed Engels trovarono finalmente una sintesi tra “politica” e socialismo e allo stesso tempo la risposta alla domanda su come unire il movimento operaio e il socialismo, che fino ad allora avevano seguito strade diverse. Si è scoperto che il socialismo o il comunismo è la forma più alta del movimento operaio, </emphasis>[...]<emphasis>, che il comunismo può essere realizzato solo dal movimento operaio, che l’unica classe che può e deve, per la sua posizione, assumersi la realizzazione del comunismo è il proletariato. Da ciò derivava naturalmente il compito di portare nella lotta di classe del proletariato la consapevolezza dei suoi obiettivi e di organizzare il proletariato in un partito politico specifico. Non estraniamento dai compiti della contemporaneità, non desiderio di rifugiarsi in una cella settaria, ma intervento in tutti i fenomeni della vita sociale, studio attento della realtà e partecipazione attiva in tutti i settori della vita sociale!</emphasis>».</p>
<p>Questo fu detto in un’epoca in cui la borghesia non aveva ancora risolto tutti i compiti storici che le stavano davanti, l’epoca delle rivoluzioni borghesi di cui il culmine fu la Rivoluzione d’Ottobre in Russia.</p>
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<p> <strong>Destini storici del capitalismo</strong></p>
<p>Tutta la storia scritta della società umana giunta fino a noi è la storia della lotta di classe.</p>
<p>Sono trascorsi più di cinquecento anni dai primi grandi moti di schiavi alla caduta del sistema schiavista. Il periodo storico iniziato con le prime grandi rivolte contadine antifeudali e conclusosi con l’affermazione mondiale del capitalismo copre anch’esso più di cinquecento anni.</p>
<p>Le prime grandi rivolte del protoproletariato (apprendisti di gilde, plebei cittadini, operai manifatturieri) risalgono al periodo di transizione dal Medioevo all’età moderna. Nel 1378 a Firenze scoppiò la rivolta dei <emphasis>ciompi</emphasis>, lavoratori non qualificati delle manifatture di tessuti. La rivoluzione borghese inglese diede origine ai movimenti di carattere proletario dei levellari e dei digger. La rivoluzione industriale della fine del XVIII – inizio del XIX secolo fu accompagnata da movimenti che possono già essere definiti vere e proprie rivolte operaie contro le condizioni di lavoro capitalistiche: il movimento dei luddisti (Inghilterra, inizio del XIX secolo), la rivolta dei tessitori di Lione (Francia, 1831 e 1834).</p>
<p>In questo modo, il movimento pratico verso il comunismo si sviluppa nel tempo e nello spazio, attraversando diverse fasi, risolvendo diversi compiti correlati, superando diversi ostacoli. Non sappiamo quanto tempo ci vorrà ancora prima che <emphasis>la proprietà privata venga abolita</emphasis>, ma sappiamo per certo che le teorie che prevedono il crollo “automatico” del capitalismo o ne indicano i limiti “oggettivi” concreti sono antiscientifiche. Tali sono le teorie del crollo del capitalismo a causa del calo critico del tasso di profitto o dell’esaurimento dell’accerchiamento non capitalistico.</p>
<p>Allo stesso tempo, lo sviluppo del capitalismo non solo frena lo sviluppo delle forze produttive, ma sempre più spesso le distrugge in catastrofiche crisi di sovrapproduzione, acutizzando la lotta per i mercati e la spartizione del mondo tra gli Stati imperialisti. Nel fuoco di queste crisi e guerre, il capitalismo si “ringiovanisce”, come la mitica fenice, aprendo nuovi cicli di accumulazione del capitale. Il proletariato non ha altra via per la liberazione se non quella di distruggere il modo di produzione capitalistico.</p>
<empty-line/>
<p> <strong>La diffusione del marxismo</strong></p>
<p>Lo sviluppo e la diffusione del marxismo avvengono anche <emphasis>nello spazio e nel tempo</emphasis>: dall’Europa continentale si diffonde nel Regno Unito; insieme ai migranti europei penetra nel Nord America; grazie agli studenti che hanno studiato nelle università europee e ai viaggiatori provenienti da famiglie aristocratiche, gli uomini di punta della Russia entrano in contatto con le opere di Marx; più tardi le idee del comunismo scientifico si diffondono anche in Asia.</p>
<p>Lenin collegava la diffusione del marxismo a tre periodi principali della storia mondiale: «<emphasis>1) dalla rivoluzione del 1848 alla Comune di Parigi (1871); 2) dalla Comune di Parigi alla rivoluzione russa (1905); 3) dalla rivoluzione russa </emphasis>[...]».</p>
<p>Il primo periodo durò 23 anni, il secondo 34, mentre il terzo, iniziato con la prima rivoluzione russa, al momento della scrittura dell’articolo di Lenin non era ancora terminato.</p>
<p><strong>Primo periodo</strong></p>
<p>Il primo periodo è il momento in cui il socialismo si è fatto strada <emphasis>dall’utopia alla scienza</emphasis>. Partito come una delle <emphasis>«numerosissime frazioni o correnti del socialismo»</emphasis>, il marxismo si fece strada attraverso «<emphasis>l’incomprensione della base materialistica del movimento storico, l’incapacità di discernere la funzione e l’importanza di ciascuna delle classi della società capitalistica, dissimulazione della natura borghese delle riforme democratiche con frasi pseudosocialiste sul “popolo”, la “giustizia”, il “diritto”</emphasis>». Alla fine di questo periodo, a cui risalgono le rivoluzioni borghesi europee del 1848 e la Comune di Parigi del 1871, «<emphasis>nascono partiti proletari autonomi: la Prima Internazionale (1864-1872) e la socialdemocrazia tedesca</emphasis>».</p>
<p>Il culmine dell’epoca delle rivoluzioni borghesi e allo stesso tempo il prologo delle rivoluzioni proletarie furono la Comune di Parigi e la prima rivoluzione russa (1905-1907). Nella Comune di Parigi, come scrisse Marx, il proletariato scoprì la forma politica storica ricercata, grazie alla quale la classe dei lavoratori salariati poteva realizzare la propria liberazione economica. La Comune di Parigi divenne il prototipo della <emphasis>dittatura del proletariato, un semi-Stato</emphasis> che era chiamato non solo a conquistare, ma anche a distruggere la vecchia macchina statale borghese. Nella prima rivoluzione russa il proletariato era guidato dal partito marxista, mentre i Soviet creati dalla stessa classe dei lavoratori salariati rappresentavano lo sviluppo e la continuazione di quella forma politica storica che era stata la Comune di Parigi. Questa forma sarà poi realizzata sia nella Rivoluzione del 1917 in Russia, sia nelle Rivoluzioni del 1918-1919 in Germania e Ungheria.</p>
<p><strong>Secondo periodo</strong></p>
<p>Il secondo periodo <emphasis>«si distingue dal primo per il suo carattere “pacifico”, per l’assenza di rivoluzioni. L’Occidente ha terminato le rivoluzioni borghesi. L’Oriente non è ancora maturo per esse».</emphasis></p>
<p>I «<emphasis>partiti socialisti proletari per la loro base</emphasis>» che stanno nascendo nei paesi dell’Europa occidentale «<emphasis>imparano a servirsi del parlamentarismo borghese, a creare la loro stampa quotidiana, le loro istituzioni educative, i loro sindacati, le loro cooperative. La dottrina di Marx </emphasis>[...]<emphasis> si diffonde in estensione</emphasis>».</p>
<p>Proprio in questa fase del lungo sviluppo “pacifico” del capitalismo, «<emphasis>il liberalismo interiormente putrefatto, tenta di rivivere nella veste di opportunismo socialista».</emphasis> I revisionisti come Eduard Bernstein<emphasis> «predicano vilmente la “pace sociale” </emphasis>[...]<emphasis>, la rinuncia alla lotta di classe, ecc. L’opportunismo trova moltissimi fautori fra i deputati socialisti al parlamento, i vari funzionari del movimento operaio e gli intellettuali “simpatizzanti”</emphasis>».</p>
<p>Ma proprio questi anni, che in Europa occidentale furono un periodo di sviluppo “pacifico” e graduale del capitalismo, in Oriente furono un periodo di tumultuoso sviluppo capitalistico. Questo sviluppo <emphasis>contraddittorio ed ineguale del capitalismo</emphasis> preparò «<emphasis>una nuova fonte delle più grandi tempeste mondiali in Asia</emphasis>». «<emphasis>Noi</emphasis>», scriveva Lenin, «<emphasis>attraversiamo precisamente l’epoca di queste tempeste e della loro “ripercussione” in Europa</emphasis>». Si avverò così la previsione scientifica di Marx, che il 27 settembre 1877 scriveva che «<emphasis>questa volta la rivoluzione inizierà in Oriente, che fino ad ora è stato una roccaforte intatta e l’esercito di riserva della controrivoluzione</emphasis>». Ovviamente si trattava di una rivoluzione democratico-borghese.</p>
<p>«<emphasis>Dopo l’Asia, scrive Lenin, anche l’Europa si è messa in movimento, ma non alla maniera asiatica. </emphasis>[...]<emphasis> Gli armamenti folli e la politica dell’imperialismo dànno all’Europa moderna una “pace sociale” che assomiglia piuttosto a un barile di dinamite</emphasis>».</p>
<p>Il capitalismo è entrato nella sua fase più avanzata: la fase dell’imperialismo.</p>
<p><strong>Terzo periodo</strong></p>
<p>Il significato storico mondiale del terzo periodo di diffusione del marxismo risiede <emphasis>innanzitutto</emphasis> nel fatto che esso ha reso il proletariato la forza motrice anche delle rivoluzioni borghesi e, cosa <emphasis>più importante</emphasis>, ha dato inizio alle rivoluzioni comuniste proletarie.</p>
<p>L’evento principale di significato storico mondiale di questo periodo è stata la Rivoluzione d’Ottobre in Russia. La combinazione di due crisi – quella interna del potere del governo provvisorio borghese e quella esterna, sotto forma di una prima guerra imperialista protratta – ha portato la rivoluzione proletaria a dover risolvere contemporaneamente due compiti: completare la rivoluzione borghese all’interno del paese e aprire la strada alla rivoluzione mondiale. Il punto culminante nella risoluzione del secondo compito fu la creazione dell’Internazionale Comunista, stato maggiore della rivoluzione mondiale.</p>
<p>La rivoluzione d’Ottobre ebbe quindi un <emphasis>duplice carattere</emphasis>: distruggendo i residui del feudalesimo, risolse i compiti che la borghesia non poteva e non voleva risolvere e allo stesso tempo cercò di aprire la strada alla rivoluzione comunista mondiale.</p>
<p><emphasis>All’assalto</emphasis> di Ottobre in Russia seguirono rivoluzioni in Germania, Ungheria, Finlandia e iniziò il processo di formazione dei partiti comunisti in vari paesi del mondo. Questa <emphasis>ondata rivoluzionaria senza precedenti</emphasis> fu spazzata via da una controrivoluzione di enorme potenza. Durante gli anni ‘20 e ‘30, lo stalinismo in Russia, la socialdemocrazia e poi il nazismo in Germania e il fascismo in vari paesi europei affogarono nel sangue <emphasis>la prima rivoluzione comunista mondiale</emphasis>.</p>
<p>L’incomprensione di questa <emphasis>doppia</emphasis> natura dell’Ottobre fu una delle componenti della visione errata dei menscevichi che, partendo dal punto di vista unilaterale che l’economia russa in quel momento soffrisse non dell’influenza predominante della borghesia capitalista imperialista, ma dell’insufficiente sviluppo delle forze produttive, ritenevano che la classe operaia russa, sebbene dovesse svolgere un ruolo senza precedenti nell’organizzazione della vita economica e politica – in particolare nella “difesa” – e persino nell’ulteriore sviluppo del sistema capitalistico, non dovesse tuttavia assumere il pieno potere e tentare di costruire il socialismo, poiché ciò sarebbe stato prematuro. Al proletariato era assegnato il ruolo di spingere in una direzione progressista la borghesia russa, l’unica classe che, secondo i menscevichi, era in grado di <emphasis>guidare</emphasis> la risoluzione delle questioni economiche e politiche urgenti. Come scrisse nel 1917, già dopo la presa del potere da parte dei bolscevichi, Julij Martov: «[Cercare di] <emphasis>imporre il socialismo in un paese economicamente e culturalmente arretrato è una utopia senza senso</emphasis>».</p>
<p>In questa visione mancano due componenti fondamentali di una strategia rivoluzionaria veramente scientifica: in primo luogo, il fatto empirico che, al momento dell’inizio dell’era delle rivoluzioni in Russia, la borghesia dei principali paesi capitalisti era diventata completamente controrivoluzionaria, cioè incapace di svolgere un ruolo guida nella rivoluzione borghese, pronta a tradire gli interessi del suo miglior alleato nella lotta contro il feudalesimo: il contadinato. Da questo fatto si doveva trarre l’unica conclusione corretta per la tattica del proletariato: era necessario attirare come alleato il contadinato, che si trovava sotto il doppio giogo (del feudalesimo e del capitalismo), sfruttando il lato razionale della sua <emphasis>dualità</emphasis>, piuttosto che quello superstizioso, il suo futuro e non il suo passato (è proprio questo il pensiero espresso da Engels in “La questione contadina in Francia e in Germania”). Marx ed Engels, a differenza dei menscevichi, riuscirono a includere questo punto fondamentale nella strategia del proletariato. Nell’opera “Rivoluzione e controrivoluzione in Germania”, Engels ha presentato un’analisi della rivoluzione tedesca (1848-1849) basata su un ampio materiale fattuale e ha sviluppato le tesi espresse da lui e da Marx già al tempo della rivoluzione stessa: il leitmotiv dell’analisi – l’incapacità della borghesia liberale tedesca di svolgere un ruolo guida nella rivoluzione borghese. Marx ed Engels espressero più volte in formule concise l’ipotetica configurazione delle forze favorevole al proletariato: «[solo con il sostegno dei contadini] <emphasis>la rivoluzione proletaria ottiene il coro, senza di cui il suo assolo, in tutte le nazioni contadine, diventa il canto funebre»</emphasis>, oppure: <emphasis>«The whole thing</emphasis> <emphasis>in Germany dipenderà dalla possibilità to back the Proletarian revolution by some second edition of the Peasant’s war. Allora la cosa riuscirà ottimamente</emphasis>».</p>
<p>Tuttavia, a metà del XIX secolo, le condizioni si configurarono in una combinazione sfavorevole al proletariato e, secondo i classici, proprio il fatto che la <emphasis>controrivoluzione</emphasis> borghese, e non il proletariato <emphasis>rivoluzionario</emphasis>, riuscì a trascinare con sé le masse contadine fu la causa principale del fatto che le rivoluzioni della Primavera dei popoli del 1848-1849 non furono radicali, non furono portate a termine nemmeno in senso <emphasis>borghese</emphasis>, per non parlare dell’apertura di prospettive per la realizzazione della strategia comunista internazionalista del proletariato. Ma tali condizioni si verificarono mezzo secolo dopo in Russia, e non approfittarne sarebbe stato nient’altro che un tradimento della classe da parte del partito che pretendeva di rappresentarne gli interessi.</p>
<p>In secondo luogo, i menscevichi non capivano che la lotta di ogni gruppo nazionale del proletariato doveva essere vista come <emphasis>subordinata</emphasis> agli interessi della classe mondiale nel suo insieme. I bolscevichi hanno lasciato alle generazioni successive di combattenti rivoluzionari un’esperienza <emphasis>inestimabile</emphasis>: il proletariato ha creato <emphasis>per la prima volta</emphasis> un quartier generale funzionante della rivoluzione mondiale, ha unito per la prima volta – nella realtà, non nelle dichiarazioni o nei desideri morali – i vari gruppi della classe in tutto il mondo, ha reso per la prima volta la classe operaia <emphasis>soggetto</emphasis> delle relazioni internazionali. Ma tutto questo non sarebbe potuto accadere se i lavoratori russi avessero seguito i menscevichi e rinunciato volontariamente a prendere il potere.</p>
<p>Ma la sconfitta della <emphasis>prima</emphasis> rivoluzione comunista mondiale non può essere una confutazione della correttezza del marxismo, così come non può confutare la logica dello sviluppo storico della società.</p>
<p>La fine del terzo periodo può essere <emphasis>convenzionalmente</emphasis> considerata il 1925, quando, a seguito dei risultati della XIV conferenza del RCP(b), fu sancito il passaggio dal corso verso la rivoluzione comunista mondiale al corso verso la costruzione del socialismo in un singolo Paese. Gli ultimi sussulti di questo periodo furono la guerra civile in Spagna del 1936-1939. La seconda guerra mondiale imperialista che seguì fu accompagnata solo da sporadiche azioni autonome del proletariato, limitate per forza e significato, in cui il ruolo centrale fu svolto da coloro che avevano partecipato all’ondata rivoluzionaria del 1917-1923 e alla successiva lotta contro la controrivoluzione borghese.</p>
<p>L’ondata controrivoluzionaria e i decenni di dominio borghese che l’hanno seguita hanno generato non solo i mostri della reazione capitalista, ma anche molte delle ideologie più o meno influenti del <emphasis>falso socialismo</emphasis>: stalinismo, maoismo, castrismo, guevarismo, juche, chavismo e altre. Tutte queste ideologie nacquero a loro tempo come ideologie <emphasis>borghesi</emphasis> dello “sviluppo di rincorsa”, chiamate ad accompagnare la centralizzazione e l’accelerazione dello sviluppo <emphasis>capitalistico</emphasis> dei rispettivi paesi arretrati, e attualmente hanno occupato il posto che meritano ai margini del cimitero delle molteplici ideologie borghesi, da cui attingono le loro “idee” le più disparate fazioni della borghesia. Un’altra componente di queste ideologie, che le avvicina, ad esempio, al populismo russo, erano gli elementi del socialismo <emphasis>utopistico</emphasis>, chiamati a coinvolgere le grandi masse nella costruzione del <emphasis>capitalismo</emphasis>, che avveniva nella realtà, e a nasconderlo dietro frasi sulla mitica “costruzione del socialismo”.</p>
<p>Parallelamente, si conservavano frammenti della rivoluzione della seconda metà degli anni 1910 e dell’inizio degli anni 1920: correnti <emphasis>proletarie</emphasis> che cercavano di difendere il marxismo in condizioni di repressione generalizzata. Ma non riuscirono a ritirarsi in modo organizzato, a conservare i rari quadri, a fornire un’analisi scientifica delle battaglie sociali in corso e future e a creare un nucleo che potesse diventare il successore del partito mondiale del proletariato. Alla fine si sono trovati in un vicolo cieco. La più nota di queste correnti è il trotskismo, che attualmente non ha nemmeno una teoria unitaria e si è degradato al livello di ideologie piccolo-borghesi che non vanno oltre le esigenze nazionali o le alleanze interclassiste. Sebbene non mettiamo in dubbio l’atteggiamento soggettivamente rivoluzionario di Lev Trockij e i suoi meriti nei confronti della classe proletaria, l’onestà scientifica impone di riconoscere che i semi del trotskismo contemporaneo sono stati piantati dagli errori teorici e politici dello stesso Trockij.</p>
<p>Tuttavia, esistevano anche correnti <emphasis>proletarie</emphasis>, soprattutto in Italia, che riuscirono almeno a mantenere viva la tradizione marxista e a preparare il terreno per le future generazioni di rivoluzionari. Il loro risultato più importante fu principalmente l’analisi corretta della natura socio-economica di Stati simili all’URSS stalinista: Stati <emphasis>borghesi</emphasis> che nascono dalla base dell’economia <emphasis>capitalista</emphasis>.</p>
<p><strong>Quarto (attuale) periodo</strong></p>
<p>Le condizioni odierne differiscono notevolmente da quelle osservate dai classici del marxismo, che individuavano la seguente <emphasis>logica dello sviluppo sociale</emphasis>: i rapidi ritmi dello sviluppo capitalistico erano accompagnati da un forte inasprimento delle contraddizioni di classe, la situazione delle masse proletarie diventava sempre più insostenibile e questo generava una crescita della lotta di classe spontanea. Ai marxisti allora non restava che <emphasis>fondere il movimento operaio e il socialismo</emphasis>.</p>
<p>Oggi assistiamo a un rapido sviluppo capitalistico, accompagnato dalla crescita della produzione industriale, dal declino della classe contadina e dalla migrazione della popolazione verso le città, in Asia sud-orientale e in Africa, ma anche lì questo processo è già terminato o sta rallentando. Non c’è sicuramente da aspettarsi una crescita della lotta di classe spontanea dei lavoratori salariati nelle metropoli imperialistiche sviluppate nel <emphasis>prossimo futuro</emphasis>.</p>
<p>Le condizioni attuali in tutti gli Stati imperialisti sviluppati sono simili a quelle osservate già nella seconda metà del XIX secolo nei paesi all’avanguardia dello sviluppo capitalistico, come l’Inghilterra e gli Stati Uniti. Già nel 1907 Lenin ne aveva dato una caratterizzazione esauriente. Il proletariato prova <emphasis>«di non avere quasi nessuna indipendenza politica. L’arena politica di questi paesi, </emphasis><emphasis>data l’assenza quasi assoluta di compiti storici democratici borghesi</emphasis><emphasis>, era completamente occupata da borghesia trionfante e soddisfatta di sé, la quale nell’arte di ingannare, subornare e corrompere gli operai non ha pari al mondo»</emphasis>.</p>
<p>Oggi si assiste a una stratificazione dei lavoratori dipendenti più complessa rispetto al capitalismo del XIX e dell'inizio del XX secolo; nei paesi del capitalismo sviluppato essa è accompagnata da un aumento del parassitismo e dell’aristocrazia operaia, dalla diffusione di strati proprietari di lavoratori dipendenti e di famiglie con più fonti di reddito; la produttività relativamente elevata del lavoro fa sì che nelle imprese industriali vi siano <emphasis>contemporaneamente</emphasis> molti meno lavoratori rispetto all’epoca precedente; si assiste a un avvicinamento dei livelli di reddito dei lavoratori dipendenti e delle classi intermedie, mentre il sistema dei trasporti e il patrimonio immobiliare più sviluppati attenuano (ma non eliminano) la divisione dei quartieri residenziali in “operaio” e borghese; la produzione, la diffusione e il consumo dell’ideologia dominante hanno assunto forme più sviluppate (social network, streaming, Internet in generale); l’imperialismo ha creato uno Stato “sociale” sviluppato.</p>
<p>Proprio questo spiega l’assenza di un movimento operaio di massa e l’estrema debolezza della minoranza rivoluzionaria nei centri di sviluppo imperialista (alla cui classe operaia spetta il compito storico di svolgere un ruolo chiave nella rivoluzione comunista), il che rende impossibile, nel <emphasis>breve</emphasis> <emphasis>e medio</emphasis> <emphasis>termine</emphasis>, la prospettiva di una rivoluzione comunista vittoriosa.</p>
<p>Allo stesso tempo, in tutto il mondo si è sostanzialmente <strong>conclusa l’accumulazione iniziale di capitale</strong> (cioè la separazione del produttore diretto dai mezzi di produzione) <emphasis>nell’ultimo</emphasis> settore in cui poteva ancora avvenire, quello agricolo. Nella seconda metà del XX secolo si è conclusa la decomposizione della classe contadina. Oggi non esiste più come classe dell’era precapitalistica su una scala che abbia un significato mondiale. La rivoluzione agraria è terminata. La produzione agricola è diventata uno dei settori dell’economia capitalistica.</p>
<p><strong>L’era delle rivoluzioni borghesi è finita</strong>, e con essa sono passati alla storia le guerre di liberazione nazionale e i movimenti anticolonialisti. Tutto ciò ha privato i comunisti della possibilità di integrare la rivolta proletaria con un’altra edizione della guerra contadina o con un movimento di liberazione nazionale. La classe moderna dei lavoratori salariati dovrà realizzare la rivoluzione comunista mondiale in condizioni storiche nuove e senza precedenti. Allo stesso tempo, per la prima volta nella storia, dovrà realizzare un programma comunista illimitato e non ostacolato da nulla: il programma di distruzione della proprietà privata. La realizzazione di questo programma aprirà la strada dalla forma più alta e ultima della produzione <emphasis>mercantile</emphasis> – il capitalismo – al lavoro organizzato in modo comunista, cioè direttamente sociale, che esclude la possibilità di trasformare il prodotto del lavoro sociale in <emphasis>merce</emphasis>. L’abolizione della proprietà privata implica <emphasis>l’abolizione</emphasis> della produzione mercantile in quanto tale. E qui vale la pena notare due aspetti importanti che derivano dall’analisi scientifica del capitalismo effettuata dal marxismo: 1) a questo obiettivo non conducono misure volte ad attenuare <emphasis>singole manifestazioni</emphasis> negative attraverso la nazionalizzazione, la regolamentazione statale e l’eliminazione dei “fallimenti” del mercato, l’espansione dello “Stato sociale” e così via; 2) tra la produzione mercantile, cioè capitalistica, e quella pianificata, cioè comunista, non può esistere alcun sistema economico “intermedio”, alcuna “terza via”. Dato che nella società moderna esiste un legame sociale permanente, e non casuale, su una base <emphasis>anarchica</emphasis> di produzione, che si manifesta superficialmente nella diffusione onnipresente del denaro, qualsiasi modo di produzione che mantenga questo carattere anarchico e mercantile della base e, di conseguenza, il denaro, sarà descritto dalla teoria di Marx, cioè sarà capitalistico – semplicemente per definizione, indipendentemente dal nome che gli verrà dato nelle successive “nuove” o vecchie mantra ideologici: “socialismo reale”, “monocapitalismo”, “totalitarismo”, “capitalismo di Stato”, “collettivismo burocratico”, “modo di produzione neoasiatico”, “nuovo feudalesimo” e così via. Come ha dimostrato Lenin nella polemica con Kautsky e Bucharin, è impossibile un capitalismo ipotetico in cui rimarrebbe un solo capitalista collettivo nella forma di una società statale o privata che avrebbe definitivamente soppresso la concorrenza delle altre frazioni.</p>
<p>Attualmente, nessuna delle frazioni della borghesia può, in linea di principio, offrire una soluzione ai problemi fondamentali che l’umanità si trova ad affrontare. Pertanto, l’unico interesse veramente universale della borghesia moderna è la conservazione dell’attuale modo di produzione. Indubbiamente, la divisione della borghesia – la classe dominante della società capitalista – è un fenomeno oggettivo. Essa è divisa nella lotta per l’appropriazione del plusvalore e, quindi, non può in linea di principio essere unita. Ma è unita da un interesse di classe comune: preservare quell’ordinamento sociale entro il quale può continuare ad appropriarsi del plusvalore.</p>
<p>Tutte le moderne forme politiche sono completamente consolidate e perfettamente adeguate al modo di produzione esistente. Le differenze tra i partiti di “destra” e di “sinistra”, così come tra i regimi “democratici” e “dittatoriali”, sono di natura <emphasis>privata</emphasis> e puramente cosmetica. Il parlamento (come gli altri organi rappresentativi) è un relitto disfunzionale anche per la borghesia, poiché la lotta tra le sue frazioni e l’adozione delle decisioni fondamentali avvengono negli organi dell’esecutivo e del potere monetario. Il proletariato non ne ha bisogno, poiché non può nemmeno svolgere il ruolo di tribuna della nostra classe.</p>
<p>Non era così nell’epoca delle rivoluzioni borghesi, che lottavano contro i <emphasis>residui medievali</emphasis>. Allora i comunisti sostenevano la lotta per la democrazia borghese, poiché essa creava le condizioni per un accelerato sviluppo capitalistico, quindi era una tappa <emphasis>necessaria e inevitabile</emphasis> sulla via del pieno dispiegarsi della lotta del proletariato su un terreno moderno, cioè capitalistico. Solo la partecipazione del proletariato a questa lotta poteva conferirle un carattere più coerente e completo, nonché accelerarne notevolmente il raggiungimento dei risultati.</p>
<p>La nostra epoca pone per la prima volta al proletariato e al suo partito comunista mondiale il compito di realizzare <emphasis>solo i propri obiettivi puramente comunisti</emphasis>. Pertanto, il partito comunista non può entrare in alcun blocco interclassista, coalizione elettorale, alleanza interpartitica, comitato di coordinamento e simili. Ma abbiamo sempre accolto e continueremo ad accogliere i transfughi della classe borghese che intraprendono la via della rivoluzione comunista mondiale. Essi seguono l’unica via giusta: quella di Marx, Engels e Lenin.</p>
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<p> <strong>Il capitalismo causa la guerre</strong></p>
<p>La merce è la <emphasis>cellula</emphasis> economica della società capitalista. Da questa cellula derivano <emphasis>inevitabilmente</emphasis> tutte le sue caratteristiche intrinseche: la concorrenza con ogni mezzo possibile, la povertà e la massima manifestazione delle contraddizioni del capitalismo, ovvero le guerre imperialistiche mondiali. Pertanto, lo stesso sviluppo del modo di produzione capitalistico genera costantemente le condizioni per le guerre. Di conseguenza, l’unico modo per porre fine alle guerre è l’abolizione della proprietà privata.</p>
<p>Già ne “L’ideologia tedesca” Marx ed Engels scrivevano: <emphasis>«La grande industria universalizzò la concorrenza </emphasis>[...]<emphasis>, stabilì i mezzi di comunicazione e il mercato mondiale moderno </emphasis>[...]<emphasis>. In generale essa creò dappertutto gli stessi rapporti fra le classi della società e in tal modo distrusse l’individualità particolare delle singole nazionalità. E infine, mentre la borghesia di ciascuna nazione conserva ancora interessi nazionali particolari, la grande industria creò una classe che ha il medesimo interesse in tutte le nazioni e per la quale la nazionalità è già annullata, una classe che è realmente liberata da tutto il vecchio mondo e in pari tempo si oppone ad esso</emphasis>».</p>
<p>Al momento attuale, il modo di produzione capitalistico ha davvero conquistato l’intero globo, quindi se già Marx ed Engels crearono l’Unione dei Comunisti come organizzazione internazionale, nelle attuali condizioni di <emphasis>concorrenza universale</emphasis> i marxisti hanno il dovere di considerarsi l’avanguardia proletaria mondiale, altrimenti sono condannati al localismo e alla limitatezza o, peggio ancora, a diventare uno strumento di una delle frazioni della borghesia, che persegue <emphasis>sempre</emphasis> determinati interessi<emphasis> limitati al livello nazionale</emphasis>, inadeguati all’epoca moderna.</p>
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<p><strong> La natura delle guerre dell’epoca attuale</strong></p>
<p>Il marxismo ha sempre considerato la nascita delle nazioni come una conseguenza dell’affermazione del capitalismo e dell’eliminazione del feudalesimo, ovvero prima dell’inizio dell’era capitalista le nazioni, nel senso scientifico del termine, non esistevano. Nel Medioevo, ogni Stato era costituito da numerosi cantoni e regioni autonome con i propri posti di dogana, che spesso parlavano anche lingue diverse. Si trattava di unità economicamente indipendenti, il cui legame con il potere statale era piuttosto debole. Il capitalismo, che ha distrutto i legami medievali tra comunità, corporazioni, arti e simili, ha sostituito questi legami con altri, stabiliti dal mercato nell’ambito dell’economia mercantile. Sono proprio questi legami che sono diventati il tessuto connettivo della nazione.</p>
<p>In una delle sue più importanti opere “Sul diritto di autodecisione delle nazioni” (1914) Lenin scriveva: <emphasis>«In tutto il mondo, il periodo della vittoria definitiva del capitalismo sul feudalesimo fu connesso con movimenti nazionali. La base economica di questi movimenti sta nel fatto che per la vittoria completa della produzione mercantile è necessaria la conquista del mercato interno da parte della borghesia, l’unificazione politica dei territori la cui popolazione parla la stessa lingua, la soppressione di tutti gli ostacoli che si frappongono allo sviluppo di questa lingua e al suo fissarsi nella letteratura. La lingua è il mezzo più importante di comunicazione tra gli uomini; l'unità della lingua e il suo libero sviluppo costituiscono una delle premesse più importanti per una circolazione delle merci realmente libera e vasta, che corrisponda al capitalismo moderno, per un raggruppamento – libero vasto – della popolazione in classi diverse, ed è infine la condizione per collegare strettamente il mercato con ogni padrone o piccolo padrone, con ogni venditore e compratore.</emphasis></p>
<p><emphasis>Ecco perché ogni movimento nazionale tende (aspira) a costituire uno Stato nazionale che meglio corrisponda a queste esigenze del capitalismo moderno. Spingono a ciò i fattori economici più profondi ecco perché in tutta l’Europa occidentale – o, meglio, in tutto il mondo civile – lo Stato nazionale è lo Stato tipico e normale del periodo capitalistico.</emphasis></p>
<p><emphasis>Di conseguenza, se vogliamo comprendere il significato dell’autodecisione delle nazioni, senza trastullarci con le definizioni giuridiche, senza “fabbricare” definizioni astratte, ma analizzando i fattori storici ed economici dei movimenti nazionali, arriveremo di necessità a concludere che per autodecisione delle nazioni s’intende la loro separazione statale dalle collettività straniere, s’intende la creazione di uno Stato nazionale indipendente».</emphasis></p>
<p>A causa dello sviluppo ineguale del capitalismo, è emersa una particolare sottocategoria della questione nazionale: <emphasis>la questione coloniale</emphasis>. La sua essenza consisteva nel fatto che i paesi la cui borghesia aveva sostanzialmente completato l’eliminazione dei residui precapitalistici nella propria patria, diventavano <emphasis>metropoli</emphasis> e proteggevano con tutte le loro forze questi stessi residui nei paesi dipendenti, le <emphasis>colonie</emphasis>. Allora i comunisti si trovarono di fronte al compito di sostenere una parte dei movimenti borghesi-democratici nei paesi <emphasis>arretrati</emphasis>, perché la loro vittoria accelerava lo sviluppo del capitalismo e, di conseguenza, avvicinava la fase successiva delle rivoluzioni proletarie in tutto il mondo.</p>
<p>Tuttavia, ciò non riguardava tutti i movimenti democratico-borghesi, ma solo quelli nazional-rivoluzionari. Già al II Congresso dell’Internazionale Comunista, tenutosi nel 1920, Lenin osservò: <emphasis>«Non c’è il minimo dubbio che ogni movimento nazionale non può che essere democratico borghese, perché la massa fondamentale della popolazione dei paesi arretrati è costituita dai contadini, cioè dai rappresentanti dei rapporti borghesi capitalistici. </emphasis>[…]<emphasis> se parleremo di movimento democratico borghese, cancelleremo ogni differenza tra il movimento riformistico e il movimento rivoluzionario. </emphasis>[…] <emphasis>la borghesia imperialistica cerca con tutti i mezzi di trapiantare il movimento riformistico anche tra i popoli oppressi. Tra la borghesia dei paesi sfruttatori e quella dei paesi coloniali si registra un certo ravvicinamento, sicché molto spesso – e, forse, persino nella maggior parte dei casi – la borghesia dei popoli oppressi, pur sostenendo i movimenti nazionali, lotta in pari tempo d’accordo con la borghesia imperialistica, cioè insieme con essa, contro tutti i movimenti rivoluzionari e contro tutte le classi rivoluzionarie. </emphasis>[…]<emphasis> noi, in quanto comunisti, dovremo sostenere e sosterremo i movimenti borghesi di liberazione nei paesi coloniali solo quando tali movimenti siano effettivamente rivoluzionari, solo quando i loro rappresentanti non ci impediscano di educare e organizzare in senso rivoluzionario i contadini e le grandi masse degli sfruttati. In assenza di tali condizioni anche nei paesi arretrati i comunisti devono lottare contro la borghesia riformistica </emphasis>[...]<emphasis>»</emphasis>.</p>
<p>E qui occorre sottolineare un aspetto importante: con il termine “arretrati” l’Internazionale comunista intendeva i paesi con un’economia prevalentemente feudale o patriarcale e patriarcale-contadina, e non affatto i paesi con un’economia capitalista completamente formata, che erano inferiori ai paesi più avanzati solo dal punto di vista quantitativo. Oggi non esistono paesi arretrati di tale portata.</p>
<p>Pertanto, dal punto di vista del marxismo, la questione nazionale è considerata “risolta” quando il feudalesimo nell’economia del paese è stato completamente superato e la produzione è diventata interamente mercantile. Da questo momento inizia una nuova fase storica: la lotta del proletariato per l’eliminazione di tutte le nazioni e dei confini statali, per l’unificazione dei popoli di tutto il mondo nel quadro di una nuova economia comunista. Naturalmente, questa interpretazione scientifica diverge dall’opinione <emphasis>popolare</emphasis> secondo cui la questione nazionale non è risolta fintanto che permangono conflitti tra Stati che rappresentano diverse nazioni ed etnie all’interno di uno stesso Stato, ma la realtà è che, in <emphasis>questo</emphasis> senso, la questione nazionale non può essere risolta in <emphasis>linea di principio</emphasis> <emphasis>nell’ambito</emphasis> dell’economia capitalista mondiale.</p>
<p>Un tale approccio popolare non solo è del tutto inutile dal punto di vista teorico, ma è anche dannoso dal punto di vista pratico, poiché rende il proletario che lo adotta uno strumento cieco e privo di volontà, di cui inevitabilmente si servirà una frazione o l’altra della borghesia.</p>
<p>L’unica protezione contro questo è la consapevolezza che le nazioni sono ormai completamente formate e che le guerre condotte da singoli gruppi della borghesia mondiale (non importa se di paesi piccoli in termini di dimensioni economiche, di paesi grandi o all’interno dei paesi stessi), sotto la copertura dell’appello alla “guerra di liberazione nazionale”, sono o direttamente e palesemente imperialistiche, o imperialistiche in senso “proxy”, quando la borghesia di una piccola nazione o di una sua parte funge solo da intermediario per il raggiungimento degli obiettivi di singole potenze imperialistiche o dei loro blocchi.</p>
<p>Nel “Manifesto” Marx ed Engels proclamarono che i proletari non hanno patria. Ciò implicava già la necessità per il proletariato di lottare in primo luogo per i propri interessi di classe su scala mondiale: gli interessi nazionali stavano già diventando sinonimo degli interessi delle classi dominanti. Con l’avvento dell’era imperialista, il nazionalismo perse completamente ogni contenuto progressista. Come scrisse Lenin: «<emphasis>Se le guerre nazionali del XVIII e XIX secolo segnarono l’inizio del capitalismo, le guerre imperialiste ne indicano la fine</emphasis>».</p>
<p>Non importa quale dei gruppi della borghesia abbia attaccato per primo: questo fatto <emphasis>particolare</emphasis> non cambia la cosa principale, cioè il carattere <emphasis>reazionario</emphasis> delle guerre. In queste condizioni, come diceva Lenin, la divisione tra guerre difensive e offensive diventa obsoleta.</p>
<p>Nessuna delle parti in conflitto lotta per abbattere l’arcaico e barbaro sistema capitalista e passare alla fase successiva dell’evoluzione sociale dell’umanità, il che significa che le guerre continueranno a scoppiare ancora e ancora. L’umanità avrà la possibilità di rompere questo cerchio vizioso solo quando il proletariato darà il via alla <emphasis>rivoluzione mondiale</emphasis>: il completamento di questa guerra civile mondiale porrà fine a tutte le guerre, eliminandone la causa primaria, ovvero la produzione mercantile.</p>
<p>Quindi, il fenomeno <emphasis>tipico</emphasis>, e non l’eccezione, nella nostra epoca <emphasis>imperialista</emphasis> è la guerra imperialista, ma il tipico non è l’unico, e nell’epoca imperialista possono esserci guerre “giuste”, “difensive”, rivoluzionarie: si tratta di guerre civili <emphasis>di classe</emphasis>, guerre contro <emphasis>tutte</emphasis> le potenze imperialiste, condotte dal proletariato per instaurare la propria dittatura, così come guerre volte a diffondere la rivoluzione in altri paesi. Pertanto, la posizione dei comunisti non ha nulla a che vedere con il pacifismo borghese, e la parola d’ordine comune dei comunisti, applicabile a <emphasis>qualsiasi</emphasis> guerra dell’attuale <emphasis>epoca</emphasis> imperialista, è il classico slogan degli spartachisti tedeschi: «<strong>Il nemico principale è in casa nostra</strong>».</p>
<p>Tuttavia, questa parola d’ordine e la tattica <emphasis>di disfattismo rivoluzionario</emphasis>, unica corretta, che sta dietro di essa, cioè la lotta rivoluzionaria <emphasis>di massa</emphasis> del proletariato di tutti i paesi contro i “propri” governi in tutte le guerre imperialistiche, possono essere realizzate solo in presenza di un movimento di massa della classe operaia.</p>
<p>Finché questo movimento non esiste, ogni lavoratore può contribuire alla costruzione delle fondamenta dell’edificio futuro, ovvero comprendere – e diffondere questa comprensione intorno a sé – che anche in senso puramente <emphasis>pratico</emphasis> non ha alcun senso per il proletariato sostenere la “propria” borghesia in guerra, poiché la classe dominante la utilizzerà inevitabilmente per aumentare l’oppressione nei confronti della classe sfruttata (limitazione delle libertà politiche, della libertà di parola, di riunione, di organizzazione, restrizioni quotidiane, scarico dei costi aumentati sulla popolazione, intensificazione del regime lavorativo, mobilitazione forzata), e ne trarrà vantaggio per sé (ridistribuzione dei beni, aumento della corruzione e dei propri privilegi, anche con il pretesto di rendere segrete informazioni precedentemente pubbliche, arricchimento grazie agli appalti militari e agli aiuti stranieri, aggravando ulteriormente l’enorme divario sociale già diffuso).</p>
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<p> <strong>Gli obiettivi della lotta comunista</strong></p>
<p>L’assimilazione della teoria marxista e dell’esperienza delle precedenti lotte di classe del proletariato è una condizione necessaria, ma non sufficiente, per la lotta per la creazione di un partito comunista mondiale.</p>
<p><strong>Viviamo in un’epoca in cui stanno maturando le condizioni per la rivoluzione comunista</strong>. La questione chiave non è quanto velocemente il capitalismo sarà superato, ma in che modo. L’attualità della via rivoluzionaria non è messa in discussione. Il problema sta <emphasis>nel modo</emphasis> in cui si svilupperà questo processo. La forza motrice della rivoluzione comunista è la classe dei lavoratori salariati, l’unica classe rivoluzionaria della nostra epoca. Il compito dei comunisti è quello di sintetizzare e sviluppare le forme che assumerà la sua lotta, orientandola verso l’abolizione della proprietà privata. A tal fine, i comunisti devono partecipare a tutte le espressioni della lotta proletaria contemporanea, per quanto parziali e limitate esse siano.</p>
<p>Il partito comunista mondiale è in costante contatto con la classe dei lavoratori salariati. Le condizioni oggettive determinano la profondità e l’ampiezza dell’attività dell’avanguardia politica.</p>
<p>Non bisogna dimenticare che la lotta di classe si sviluppa contemporaneamente, ma in modo non uniforme, su diversi fronti: economico, politico e teorico. Il compito principale della lotta sul fronte teorico consiste nel collegare e sintetizzare l’esperienza della lotta della classe dei lavoratori salariati <emphasis>nel tempo e nello spazio a livello mondiale</emphasis>. È necessario <emphasis>crescere insieme alla classe operaia</emphasis>, e non separatamente da essa, e tanto meno sostituendosi ad essa.</p>
<p>Nello schema della programma del Partito Comunista Internazionalista, presentato nel settembre 1944, sono esposte tesi che conservano la loro attualità ancora oggi: <emphasis>«la nostra linea politica non sarà influenzata né da suggestioni idealistiche né dalle teoriche della spontaneità, ciò consentirà che la volontà di lotta del partito coincida con la volontà delle grandi masse, allorché queste esprimeranno in sintesi l’urgere di una necessità realizzatrice nel senso dell’attacco rivoluzionario per la conquista del potere.</emphasis></p>
<p><emphasis>Ma non si avrà conquista seria del potere, se il partito non avrà prima conquistato l’influenza sulle grandi masse del proletariato. A questo scopo il partito così definisce i propri compiti:</emphasis></p>
<p><emphasis>a) le masse non si conquistano quando e come si vuole, se condizioni obiettive non le agitano, a nulla valgono su di esse le acrobazie manovriere dei partiti che vorrebbero influenzarle e farle scattare al tocco di bacchette magiche; </emphasis></p>
<p><emphasis>b) lo spirito combattivo delle masse, allorché si accende alla lotta, segna come in un diagramma il processo d’instabilità e di crisi che pervade l’apparato produttivo del capitalismo, i suoi mercati e il complesso della sua organizzazione politica. In questo momento, il partito può operare il suo inserimento nella lotta, ed esserne uno degli elementi determinanti, attrarre nella sua orbita le masse a potenziarne unitariamente le energie per indirizzarle verso il raggiungimento di determinati obiettivi;</emphasis></p>
<p><emphasis>c) la riuscita di una tale manovra è possibile nella misura in cui il partito avrà saputo creare in seno alle masse organismi permanenti di propaganda, di proselitismo e di agitazione; nella misura in cui avrà saputo conquistare la fiducia, con l’aderenza costante alla vita e alle lotte del proletariato e alle sue esigenze di classe; nella misura infine in cui avrà dimostrato di non aver illuso con agitazioni intempestive e non sentite, con la ginnastica a vuoto dello sciopero per lo sciopero, o dello sciopero per fini aberranti allo spirito e agli interessi di classe».</emphasis></p>
<p>Se tutti i rappresentanti delle classi sfruttate che hanno preceduto il proletariato hanno avuto la <emphasis>possibilità</emphasis> di liberarsi dalla loro condizione di dipendenza individualmente, passando nelle file della classe dominante, da quando la storia moderna è diventata pienamente storia mondiale, la liberazione della classe sfruttata, della classe dei lavoratori salariati è diventata possibile solo «<emphasis>nella comunità reale</emphasis>», «<emphasis>nella loro associazione e per mezzo di essa</emphasis>». In altre parole, l’uscita dal capitalismo può essere il risultato esclusivamente dell’azione collettiva del proletariato mondiale.</p>
<p><strong>Dopo il capitalismo non ci saranno né sfruttati né sfruttatori</strong><emphasis>.</emphasis> Nelle “Tesi su Feuerbach” Marx espone i principi fondamentali del materialismo dialettico e, tra le altre cose, sottolinea il difetto fondamentale del materialismo precedente. «<emphasis>La dottrina materialistica della modificazione delle circostanze e dell’educazione dimentica che le circostanze sono modificate dagli uomini e che l’educatore stesso deve essere educato. Essa è costretta quindi a separare la società in due parti, delle quali l’una è sollevata al di sopra della società</emphasis>».</p>
<p>Da ciò deriva una conclusione fondamentale: «<emphasis>La coincidenza del variare delle circostanze dell’attività umana, o autotrasformazione, può essere concepita o compresa razionalmente solo come prassi rivoluzionaria</emphasis>».</p>
<p>Solo quella che si è fusa con la teoria rivoluzionaria può essere considerata pratica rivoluzionaria. Solo questa unità di teoria e pratica costituisce il movimento comunista, in grado di superare lo stato in cui una parte della società si eleva al di sopra dell’altra.</p>
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<p><emphasis>«Proletari di tutti i paesi, unitevi!»</emphasis>.</p>
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<p><emphasis>Gennaio 2026.</emphasis></p>
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<p><strong>In cerca della via</strong></p>
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<p><strong><emphasis>Questo testo rappresenta un saggio storico-politico che descrive il lungo cammino di formazione e di evoluzione ideologica del gruppo, dal suo sorgere alla fine degli anni Novanta fino al passaggio a nuove forme di lavoro ai giorni nostri. Il materiale racconta i primi passi dell’organizzazione sulla </emphasis></strong><strong>«terra bruciata»</strong><strong><emphasis> della Russia post-sovietica, il massimalismo spontaneo dei primi anni di pubblicazione del giornale </emphasis></strong><strong>“Komsa” </strong><strong><emphasis>e i tentativi di ricostruire ex novo i principi comunisti del lavoro di partito. Nelle condizioni attuali di estrema passività della classe operaia, la corsa agli indicatori quantitativi è deleteria: il compito primario dei comunisti oggi non deve essere la compilazione meccanica della stampa borghese e l’imitazione della massa, bensì una selezione intransigente, una profonda preparazione teorica di uno strato ristretto di quadri rivoluzionari e lo sviluppo del pensiero marxista in applicazione alle realtà contemporanee.</emphasis></strong></p>
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<p>Russia, fine anni ‘90: sta volgendo al termine un decennio di lotta economica del proletariato, attiva ma spontanea e frammentata, il cui apogeo è stato la “guerra delle rotaie” del 1998<sup>1</sup>.</p>
<p>In questo contesto, nell’estate del 1997, si forma a Kirov un piccolo gruppo marxista che, innanzitutto, prende drasticamente le distanze dal “comunismo” “ufficiale” e “semiufficiale” – i vari eredi pseudo-comunisti della controrivoluzione stalinista che nella prima metà del XX secolo distrussero la scuola marxista in Russia, e che già all’epoca si erano definitivamente screditati, sebbene alcuni, come una sorta di <emphasis>zombie companies</emphasis>, sopravvivano ancora ad oggi.</p>
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<p><strong>“Terra bruciata” e massimalismo difensivo</strong></p>
<p>Il Gruppo Marxista di Kirov (KMG), posto alle origini della nostra organizzazione, di fatto fu costretto a partire da zero: la tattica della “terra bruciata” impiegata dallo stalinismo aveva causato la rottura della continuità del partito rivoluzionario – non vi era nessuno che potesse trasmettere l’esperienza pratica, teorica e organizzativa dei bolscevichi alla nostra generazione. D’altra parte, era necessario contrastare il crescente (anche sul piano elettorale) nazionalismo<sup>2</sup>, che trovava terreno fertile nei quartieri operai depressi, e sottrarre alla sua influenza i singoli giovani sensibili a quanto accadeva. Inoltre, nel complesso, l’ambiente politico ufficiale della Russia di allora era molto più frammentato rispetto all’attuale sistema “a un partito e mezzo”<sup>3</sup>, e i fronti ideologici erano assai più marcati. Il duro scontro ideologico era spesso integrato da scontri fisici nelle strade della città.</p>
<p>Tutti questi fattori portarono al fatto che l’orientamento iniziale del nostro gruppo portasse su di sé l’impronta marcata del massimalismo. Si decise di dare inizio alla pubblicazione di un proprio organo di stampa, denominato “Komsa”. Le ragioni che spinsero a scegliere tale nome furono esposte nell’editoriale del primo numero, uscito nel giugno 1998: «<emphasis>Nell’epoca degli ultimi anni dell’URSS, veniva chiamata komsa la parte teppista e incontrollabile dell’organizzazione di massa obbligatoria VLKSM – quella a cui faceva ribrezzo stare seduta in assemblee tediosamente monotone», </emphasis>quella che<emphasis> «non era interessata alla possibilità» </emphasis>di fare carriera, attività di cui si occupavano instancabilmente i<emphasis> «boss del Komsomol».</emphasis> A differenza di questi ultimi, i giovani massimalisti <emphasis>«preferivano vivere e percepire tutto ciò che accadeva in tutta la sua diversità. Venivano rimproverati, espulsi dall’organizzazione. Ma, per quanto strano possa sembrare, furono proprio loro che, confluendo nelle nuove organizzazioni della sinistra radicale, si schierarono per primi contro il potere del capitale.</emphasis></p>
<p><emphasis>Noi non abbiamo nulla in comune con l’élite del Komsomol della fine degli anni Ottanta. A loro sono toccati bar e ristoranti lussuosi, banche e spiagge delle Canarie; a noi invece – una società distrutta e affamata, nella quale siamo costretti a lottare, a tendere verso un obiettivo, e semplicemente a vivere. </emphasis>[...]</p>
<p><emphasis>Noi, proprio come i “Vendicatori Inafferrabili”, odiamo la borghesia e ogni tipo di controrivoluzione. Ci siamo uniti per la lotta per una nuova società senza classi, in cui non vi sarà posto per lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo né per la violenza; una società in cui sarà distrutto il male principale – la proprietà privata, concentrata nelle mani di un manipolo di ricconi che si considerano i padroni della vita. Insieme alla proprietà privata saranno distrutti i rapporti di produzione mercantile-monetari. Il nome della nuova società è comunismo.</emphasis></p>
<p><emphasis>Ma prima che questa società possa essere creata, il proletariato, cioè la classe dei lavoratori salariati, deve prendere il potere, abbattere il vecchio mondo capitalistico. Ma neanche qui il movimento verso il comunismo si fermerà: il proletariato dovrà creare il proprio apparato di repressione della resistenza della borghesia. Questa società non sarà già più uno Stato, poiché il potere in essa sarà nelle mani della maggioranza – tale maggioranza nel marxismo si definisce dittatura del proletariato. Questo è il periodo di transizione, in cui verrà distrutta la vecchia società e creata la nuova.</emphasis></p>
<p><emphasis>La creazione di una nuova società è possibile solo con la comparsa dell’uomo nuovo – libero, fiero, volto alla conoscenza e allo sviluppo onnilaterale, privo di pregiudizi borghesi e oscurantismo. Un tale uomo può essere educato solo nel quadro di un’organizzazione comunista»<sup>4</sup>.</emphasis></p>
<p>Questo spirito e il carattere di quell’epoca degli anni ‘90 in Russia erano ben riflessi dai titoli degli articoli del “Komsa”, quali: “Barkašov – il fratello russo di Hitler” e “Quanto è lontano Zjuganov dal fascismo?”, ecc.<sup>5</sup></p>
<p>Ben presto maturò la consapevolezza della necessità di stabilire contatti con vari gruppi della sinistra radicale anche in altre regioni.</p>
<p>Nell’agosto del 2000, il KMG partecipò alla seconda conferenza del Movimento per il Partito Operaio (DzRP) – un’entità che si presentava come una “nebbia organizzativa” di correnti eterogenee, tra le quali non vi era solo la tendenza leninista, ma anche quella legalista e spontaneista<sup>6</sup>, unite esclusivamente dall’aspirazione a creare un <emphasis>partito operaio</emphasis>, ma non da una strategia comune. In questa conferenza avvenne la scissione: i delegati del Partito Operaio Marxista e la Frazione Operaia del DzRP abbandonarono il movimento; poco dopo, anche il KMG lasciò l’organizzazione. In precedenza avevamo avviato una collaborazione con l’Unione dei Marxisti, pubblicando insieme, nel 1998 congiuntamente il primo numero del giornale “Perspektiva” – una testata di taglio più “intellettuale” rispetto al giornale del KMG, la già citata “Komsa”, che pure continuava a uscire.</p>
<p>Il livello di attività degli operai negli anni '90 del secolo scorso e il loro interesse per la stampa marxista sono testimoniati dai seguenti dati, da noi raccolti, sulla diffusione dei giornali da noi stessi effettuata presso i varchi d'ingresso delle fabbriche di Kirov: Presso la fabbrica “Avitek” nel luglio 1999: vendute 7 copie di “Komsa” e 23 copie di vari numeri di “Perspektiva”. Presso la Fabbrica per la Lavorazione dei Metalli non Ferrosi (OCM): 2 copie di “Komsa” e 2 di “Perspektiva”. Presso il Salumificio di Kirov: 6 copie di “Komsa” e 11 di “Perspektiva”. Presso la Fabbrica di Pneumatici di Kirov: 3 copie di “Komsa” e 24 di “Perspektiva”. Presso la Fabbrica Elettromeccanica “Lepse”: 18 copie di “Komsa” e 38 di “Perspektiva”. Presso il Kombinat del Cuoio Artificiale: 4 copie di “Komsa” e 4 di “Perspektiva”<sup>7</sup>.</p>
<p>Si trattava di uno stato di «<emphasis>silenzio brontolante</emphasis>». Tra gli operai industriali, ai quali rivolgevamo allora in via prioritaria la nostra agitazione e propaganda, i malcontenti erano la maggioranza, «<emphasis>ma fare qualcosa – Col cavolo!</emphasis>». Al contempo, oltre il 45 % dei lavoratori salariati subiva ritardi nel pagamento dei salari. Si intensificavano i processi di degradazione e lumpenizzazione della classe operaia. Presso le fabbriche si sentiva spesso un sussurro irritato: «<emphasis>Dateci i mitra! Al diavolo i vostri giornali!</emphasis>».</p>
<p>Questi lavoratori salariati erano proletari nel senso classico del termine? Vivevano esclusivamente della vendita della propria forza-lavoro? Andavano al lavoro, ma tornavano a casa con le tasche vuote; i debiti salariali nelle imprese della regione oscillavano da alcuni mesi a diversi anni. Di cosa vivevano in tutto quel tempo? Di ortaggi coltivati nei propri orti privati, di funghi e bacche raccolti nei boschi e di pesci di fiume. Qualcosa si guadagnava con lavoretti saltuari (<emphasis>šabaška</emphasis>), anche grazie ad attrezzature e materiali sottratti dal “posto di lavoro principale”. I cosiddetti <emphasis>nesuny</emphasis> (chi porta via materiale dalla fabbrica) e gli assenteisti erano un fenomeno comune in Russia fin dai tempi “sovietici”. L’atteggiamento verso il lavoro nella “propria” fabbrica si tramandava di generazione in generazione: “Tutto intorno è del kolchoz, tutto intorno è di nessuno”. Questo classico esempio del folklore popolare dell’URSS riflette perfettamente l’atteggiamento dominante nella società verso la proprietà “di tutto il popolo”. La privatizzazione di questa proprietà negli anni ‘90, in ambiente proletario, fu acutamente definita <emphasis>prikhvatizzazione</emphasis> (dal russo <emphasis>khvatat’</emphasis>, ghermire/arraffare). A questa spartizione della proprietà dall’alto corrispondeva un processo di piccolo furto dal basso. Era una manifestazione spontanea e individualistica di lotta di classe. Solo pochi individui riuscivano a elevarsi al di sopra di questo livello di coscienza di classe. Non poteva essere altrimenti:<emphasis> «L’operaio, da un lato, era di fatto un piccolo proprietario e, dall’altro, era costretto a sacrificare la propria salute, istruzione e cultura, sottoponendosi a un intenso auto-sfruttamento. In una situazione simile, non si può parlare di alcuna seria attività politica»<sup>8</sup>.</emphasis></p>
<p>La geografia della diffusione di “Komsa” è desumibile dalla tabella pubblicata nel n. 1(6) del 2000, che riproduciamo in questo articolo, integrata dalla riga “TOTALE”.</p>
<empty-line/>
<p><strong>Diffusione di “Komsa”</strong></p>
<empty-line/>
<p><strong>Città</strong></p>
<p><strong>№ 4</strong></p>
<p><strong>№ 5</strong></p>
<empty-line/>
<p>Kirov*</p>
<p>332</p>
<p>323</p>
<empty-line/>
<p>Kazan</p>
<p>50</p>
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<p>Krasnodar</p>
<p>30</p>
<p>20</p>
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<p>Mosca</p>
<p>128</p>
<p>297</p>
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<p>Leningrado</p>
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<p>50</p>
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<p>Perm*</p>
<p>50</p>
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<p>Čeljabinsk</p>
<p>30</p>
<p>35</p>
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<p>Murmansk</p>
<p>10</p>
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<p>Ufa</p>
<p>60</p>
<p>50</p>
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<p>Odessa</p>
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<p>10</p>
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<p>Sebastopoli</p>
<p>5</p>
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<p>Barnaul</p>
<p>30</p>
<empty-line/>
<p>Nižnij Novgorod</p>
<p>30</p>
<p>50</p>
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<p>Birsk</p>
<p>5</p>
<p>5</p>
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<p>Astrachan</p>
<p>10</p>
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<p>Jasnogorsk</p>
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<p>10</p>
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<p>Vyborg</p>
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<p>10</p>
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<p>Rostov sul Don</p>
<p>30</p>
<p>20</p>
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<p>Voronež</p>
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<p>3</p>
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<p>Kazakistan</p>
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<p>20</p>
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<p>Kiev</p>
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<p>20</p>
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<p>Samara</p>
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<p>25</p>
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<p>Kaluga</p>
<p>30</p>
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<p>Kaliningrad</p>
<p>30</p>
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<p>Nevinnomyssk</p>
<p>30</p>
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<p>Arzamas-16</p>
<p>10</p>
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<p>Gus-Chrustalnyj</p>
<p>10</p>
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<p><emphasis>Spedizione individuale</emphasis></p>
<p>100</p>
<p>42</p>
<empty-line/>
<p><strong><emphasis>Totale</emphasis></strong></p>
<p><strong><emphasis>1010</emphasis></strong></p>
<p><strong><emphasis>940</emphasis></strong></p>
<empty-line/>
<p>* In queste città erano presenti abbonati a “Komsa”.</p>
<empty-line/>
<p>I gruppi usciti dal DzRP formarono il “Blocco Marxista” che, nel novembre del 2000, pubblicò il primo numero del giornale “Delo rabočich” (“La causa dei lavoratori”), incentrato principalmente sull’esposizione e l’analisi della lotta economica del proletariato. Nonostante tutti i difetti oggi evidenti di tale approccio, esso fu motivato dal tentativo di sottrarre i lavoratori più coscienti all’influenza delle frazioni borghesi che, facendo rinascere le tradizioni della “zubatovščina” nelle nuove condizioni storiche, cercavano di cavalcare il movimento operaio – all’epoca assai attivo – per i propri interessi. Tali frazioni giunsero a impiegare singoli reparti operai nei giochi per la redistribuzione della proprietà e a creare movimenti “socialmente orientati” che acquisirono un notevole peso elettorale<sup>9</sup>.</p>
<p>Già allora puntammo sul lavoro nell’ambiente proletario e studentesco e sulla diffusione dei giornali ai varchi delle fabbriche, nelle strade e attraverso il “porta a porta” nei quartieri operai. Parallelamente, nel tentativo di ripristinare il filo spezzato della teoria marxista, ci dedicammo al suo studio <emphasis>sistematico</emphasis> e <emphasis>organizzato</emphasis>, riunendoci negli appartamenti di singoli compagni, poiché non vi era alcuna possibilità di affittare nemmeno il locale più economico.</p>
<p>In questo modo, attraversando diverse fasi evolutive e acquisendo l’esperienza necessaria nella lotta <emphasis>pratica</emphasis>, si formarono i compagni che, alcuni anni dopo<sup>10</sup>, avrebbero fondato a San Pietroburgo “Noviy Prometey”.</p>
<empty-line/>
<p><strong>Ricostruzione del leninismo</strong></p>
<p>Nel periodo della “preistoria”, durante la formazione dell’organizzazione, emergono inevitabilmente quegli strumenti teorici e pratici che, nel periodo della “maturità”, vengono esclusi dall’arsenale in quanto rivelatisi inefficaci. Tali erano, a quel tempo, l’attenzione sproporzionata alla “democrazia operaia” e alla cronaca della lotta economica dei lavoratori salariati, la concentrazione sulla politica locale a scapito delle relazioni internazionali<sup>11</sup>, il tentativo di utilizzare il mandato di deputato della Duma regionale per la propaganda rivoluzionaria<sup>12</sup>, reso possibile dalle proteste degli operai e degli strati intermedi – e così via.</p>
<p>Tuttavia, già allora si poteva osservare la formazione di quegli strumenti che in seguito sarebbero diventati costanti del lavoro dell’organizzazione. In sostanza, si trattava della <emphasis>ricostruzione</emphasis> dei principi leninisti:</p>
<p><strong>− </strong>La lotta nell’interesse del proletariato come <emphasis>scelta di vita</emphasis> di ogni attivista: «<emphasis>Le ambizioni personali devono essere messe da parte, gli interessi della causa vengono prima di tutto</emphasis>»<sup>13</sup>);</p>
<p><strong>− </strong>La difesa della concezione dello Stato come apparato di violenza di classe della classe dominante. In un articolo dal titolo che parla da sé, “Al diavolo l’esercito”, scrivevamo: <emphasis>«Il 21 febbraio 1999 i ranghi uniti dell’opposizione di Kirov (Trudovoj Kirov, RKRP, KPRF, VKP(b) e altre organizzazioni affini) hanno tenuto il tradizionale comizio dedicato all’anniversario della creazione dell’Armata Rossa. La nostalgia per i giorni passati si mescolava all’indignazione verso i maledetti yeltsiniani che avevano distrutto l’URSS e, con essa, il nostro valoroso Esercito Sovietico. Ma l’intervento del segretario del Gruppo Marxista di Kirov è rimasto sospeso nel vuoto, suscitando sconcerto e sdegno tra i veterani patrioti. Certo, </emphasis>[poiché]<emphasis> egli ha osato dire: “L’esercito va in rovina? E al diavolo l’esercito! Per il proletariato sarà più facile prendere il potere nelle proprie mani. Poiché l’esercito non è fatto di carri armati e cannoni, e nemmeno di soldati provenienti da famiglie operaie, ma è l’apparato di violenza di classe della classe dominante”. Questa verità elementare del marxismo è risultata ignota a molti che, evidentemente per un malinteso, portano il nome di comunisti»<sup>14</sup></emphasis>);</p>
<p><strong>− </strong>La consapevolezza che, in un periodo non rivoluzionario, la politica è appannaggio di strette minoranze organizzate – le avanguardie di classe – e, di conseguenza,</p>
<p><strong>− </strong>la necessità di formare un partito di quadri capace di difendere l’autonomia strategica e organizzativa dell’avanguardia proletaria: <emphasis>«L’unione è impossibile con gli opportunisti, coloro che mettono gli obiettivi dell’autoconservazione politica al di sopra degli interessi della lotta comune. L’unione è impossibile con coloro che sostengono l'’alleanza con la borghesia “nazionale” contro quella “compradora” </emphasis>[...].<emphasis> Non è auspicabile allearsi con coloro che esaltano “l’umanesimo” e la “democrazia” prescindendo dal significato di classe di questi concetti</emphasis> [...].<emphasis> Dovrebbero unirsi coloro che vedono l’unico problema nell’assenza dell’avanguardia del proletariato, perché a queste persone manca solo un passo: guardarsi allo specchio! Se abbiamo compreso la necessità della rivoluzione socialista, se vediamo che l’unica forza in grado di realizzarla è la classe operaia organizzata e attiva, se stiamo già lavorando per educare e organizzare le masse popolari, allora siamo proprio noi l’avanguardia del proletariato. Solo che agiamo in modo disorganizzato, dilettantesco, mentre dovremmo agire su larga scala, in modo professionale, centralizzato. </emphasis>[...] <emphasis>la coscienza di classe non nasce tanto dalla “discendenza economica”, quanto dal corso della lotta di classe </emphasis>[...].<emphasis> La classe operaia può generare sia laburisti, sia nazionalisti, sia menefreghisti: non c’è nulla di sorprendente in questo. È ingenuo considerare ogni intervento dei lavoratori come l'inizio di una rivoluzione. Al contrario, non si può lasciare che le cose seguano il loro corso, è necessario rafforzare la propaganda e la propria presenza organizzativa nei collettivi...»<sup>15</sup></emphasis>;</p>
<p><strong>− </strong>Il riconoscimento della necessità di un proprio organo di stampa, che agisca non solo come propagandista collettivo, ma anche come organizzatore<emphasis> («È necessario garantire ai lavoratori informazioni sullo stato del movimento operaio in tutte le regioni. Dare agli operai la possibilità di vedere e comprendere la comunanza di interessi di tutti i lavoratori, comprendendo che in ogni angolo della Russia gli operai lottano per la stessa causa. Ciò può essere ottenuto solo attraverso lo scambio di esperienze di lotta. Questo compito può essere assolto solo da un giornale. Allo stesso tempo, il giornale deve fungere da organizzatore. Esso deve diventare una tribuna per gli operai d’avanguardia e i leader operai </emphasis>[...].<emphasis> L’attività congiunta di questi operai d’avanguardia e dei leader porterà a una situazione in cui i reparti operai non lotteranno più in modo spontaneo e frammentato, ma in modo organizzato e unitario. In breve, serve un giornale. Questo giornale deve oggi riflettere i cambiamenti qualitativi che avvengono nel movimento operaio e diventare un assistente dei lavoratori nell'opera della loro unificazione»<sup>16</sup></emphasis>);</p>
<p><strong>− </strong>Il posizionamento come reparto della classe operaia mondiale: (<emphasis>«L’OKPR<sup>17</sup> considera se stesso come uno dei reparti del movimento operaio internazionale nella lotta contro il capitale internazionale»<sup>18</sup></emphasis>) e l’attuazione della linea dell’internazionalismo proletario in qualsiasi condizione: <emphasis>«Per quanto alcuni comunisti desiderino lottare SOLO contro il sionismo, ne deriva NECESSARIAMENTE una lotta contro gli ebrei in generale. Per quanto si desideri sostenere i "fratelli serbi", ne deriva il sostegno alla borghesia serba. Per quanto si desideri contrastare l’imperialismo mondiale nella persona di Bill Clinton, ne deriva un aiuto all’imperialismo arabo nella persona di Saddam Hussein. Il riconoscimento degli interessi nazionali come superiori a quelli di classe è letale per il movimento comunista»<sup>19</sup></emphasis>;</p>
<p><strong>− </strong>Una strategia formata sulla base dell’analisi marxista dei fatti mondiali rilevanti (sistema degli Stati, relazioni internazionali, tendenze a medio e lungo termine, ecc.), nonché l’analisi della dinamica del nemico principale – il “proprio” imperialismo – e la formazione di una posizione politica corrispondente su ogni singola questione proprio sulla base di questi fatti. In un articolo dell’ottobre 2000 si riportava la seguente analisi: <emphasis>«La regione, economicamente depressa<sup>20</sup>, si trovava<sup>21</sup> in una profonda depressione sociale<sup>22</sup>, in città crescevano criminalità, alcolismo, l’incidenza delle malattie </emphasis>[...].<emphasis> Questa situazione è durata fino alla svolta putiniana nella storia russa. Con la commessa del patriottismo e dell’idea nazionale, con la guerra nei Balcani e in Cecenia, sull’industria della difesa di Kirov sono piovute commesse, e non solo russe. È iniziato l’assorbimento di massa di operai e specialisti tra coloro che erano stati precedentemente licenziati </emphasis>[...]<emphasis>. Di una crescita economica inaudita, “fantastica”, nell’industria della difesa di Kirov ha riferito il vice-premier A. Klebanov (oltre il 1000 % (!)), e il governatore di Kirov “eletto dal popolo” V. Serghejenkov non ha perso l’occasione di crogiolarsi nei raggi dell’orgoglio personale, attribuendo senza dubbio il “miracolo economico” al proprio genio. Per ogni persona dotata di buon senso è chiaro che, affinché l’industria compia un simile balzo economico in un lasso di tempo così breve, prima deve essere stata semplicemente ferma. Di conseguenza, non c’è alcun miracolo economico, ma solo una commessa statale. Per i marxisti, che conoscono e comprendono l’inevitabilità di questi processi, la vita stessa pone i compiti del periodo imminente: 1. Condurre un lavoro di agitazione e propaganda tra il proletariato, spiegando l’essenza di quanto accade, le ulteriori varianti di sviluppo e l’unico modo rivoluzionario di risolvere il problema. 2. Creare e sviluppare la propria organizzazione. 3. Favorire lo sviluppo del movimento operaio e conquistarvi autorità. </emphasis>[…]<emphasis> Andare a chiamare gli operai allo sciopero oggi è profondamente privo di senso. Aspettare che inizino a scioperare da soli o a lottare per i propri diritti con altri metodi significa porsi in coda ad essi. Non abbiamo altra via che la via della propaganda marxista rivoluzionaria, della lotta di classe, e questa via non può essere realizzata senza la creazione di un partito marxista rivoluzionario»<sup>23</sup></emphasis>).</p>
<p>Alcuni degli articoli di quel periodo, inclusi quelli sopra citati, intendiamo ristamparli integralmente, accompagnandoli con un breve commento, nella nostra rivista e sul sito: gli esemplari originali di “Komsa” sono ora praticamente introvabili (al di fuori degli archivi).</p>
<p>È stato il periodo romantico della nostra formazione rivoluzionaria. Accumulavamo esperienza, cercavamo di crescere insieme alla nostra classe, sentivamo su di noi tutto ciò che accadeva ad essa. Abbiamo commesso errori e ci siamo “ammaccati” – e non solo in senso figurato. Abbiamo perso coloro che consideravamo nostri compagni, ma che per una ragione o per l’altra hanno scelto un’altra strada. Abbiamo perso anche veri compagni, la cui giovane vita si è interrotta in circostanze misteriose. Siamo andati avanti – a volte senza bussola, a volte a tentoni.</p>
<empty-line/>
<p><strong>Un passo avanti o due passi indietro?</strong></p>
<p>Nell’inverno del 2000, l’organizzazione italiana <emphasis>Lotta Comunista </emphasis>stabilì un contatto con noi. Desideravamo da tempo rompere l’isolamento e legarci agli internazionalisti di altri paesi. Tuttavia, non cercavamo proprio un legame con <emphasis>Lotta Comunista</emphasis>; anzi, prima del primo incontro, non sapevamo nulla di questa organizzazione. Fu <emphasis>Lotta Comunista </emphasis>a trovarci. Quel legame stabilito casualmente è sfociato in quasi un quarto di secolo di relazioni, attività, discussioni e lotta.</p>
<p>Questa scelta ci ha permesso di:</p>
<p>- ampliare il nostro orizzonte e la nostra esperienza marxista;</p>
<p>- accedere a una vasta e duratura analisi strategica delle relazioni internazionali, condotta da Lotta Comunista nel corso di decenni, nonché a materiali scientifici più specifici ma estremamente utili su molteplici questioni;</p>
<p>- assimilare un modello di lavoro organizzativo serio, responsabile, disciplinato e sistematico, fondato sulla pianificazione a lungo termine.</p>
<p>Tuttavia, dopo quasi venticinque anni, siamo stati costretti a rompere i rapporti con questa organizzazione, poiché in tutto questo tempo essa non ha mai sollevato una serie di questioni <emphasis>chiave</emphasis> interconnesse: le cause dell’attuale passività della nostra classe; le condizioni alle quali essa supererà tale passività; quale debba essere il modello del partito stesso, i suoi metodi di lavoro e il tipo di rivoluzionario proletario proprio in condizioni di tale stato della classe.</p>
<p>In un clima di totale assenza di qualsiasi movimento <emphasis>di classe </emphasis>del proletariato, <emphasis>Lotta Comunista </emphasis>– desiderando preservare a ogni costo i propri indicatori <emphasis>quantitativi</emphasis>, che appaiono effettivamente imponenti rispetto ad altri gruppi internazionalisti – è inevitabilmente arrivata a metodi di lavoro puramente <emphasis>meccanicistici</emphasis>. Questi consentono di attrarre nuovi sostenitori e mantenere i vecchi senza curarsi del loro livello di preparazione e comprensione, persino dei materiali sempre più semplicistici pubblicati sul giornale, per non parlare delle questioni fondamentali del marxismo. Questo problema strutturale si è logicamente tradotto in una moltitudine di carenze specifiche nel lavoro corrente dell’organizzazione, che non sarebbe opportuno trattare qui. Divergenze più serie – ad esempio, l’atteggiamento verso il cosiddetto movimento di resistenza durante la Seconda Guerra Mondiale e molte altre – troveranno spazio nelle pagine della nostra rivista. La polemica aperta è sempre stata un’arma del marxismo. Continueremo a usarla nella nostra lotta.</p>
<p>In ultima analisi, è fortemente in dubbio l’aspetto principale: la capacità di Lotta Comunista di compiere un salto <emphasis>qualitativo </emphasis>positivo nel momento in cui la storia e la classe lo richiederanno.</p>
<p>Abbiamo imparato molto in questo quarto di secolo, abbiamo acquisito e formato nuovi compagni. Abbiamo compreso nella pratica che il giornale non è solo un organo di propaganda e agitazione, ma un organizzatore collettivo. Il nostro giornale usciva regolarmente, ogni mese, con articoli originali in ogni numero. Abbiamo partecipato alla pubblicazione di libri marxisti, dalla preparazione all’impaginazione fino alla diffusione. Abbiamo preparato e condotto autonomamente scuole di partito con uno studio intensivo dei classici marxisti, ci siamo dedicati allo studio della storia del movimento operaio e alla ricerca sul capitalismo. Questo quarto di secolo non è stato tempo perso invano.</p>
<p>Siamo indubbiamente diventati più forti di quanto fossimo al momento della conoscenza con <emphasis>Lotta Comunista</emphasis>. Proprio per questo non si può ritenere di aver fatto due passi indietro. Continuiamo il movimento in avanti. Consapevoli che la permanenza ulteriore in <emphasis>Lotta Comunista</emphasis> fosse incompatibile con le conclusioni a cui siamo giunti (esposte nel nostro “Manifesto”), abbiamo preso l’unica decisione possibile: cessare i rapporti con questa organizzazione.</p>
<p>Dall’agosto 2025, sul giornale “Proletarskiy Internazionalism” non vengono più pubblicati i nostri articoli, ed esso è composto esclusivamente da traduzioni da <emphasis>Lotta Comunista</emphasis>. Una parte esigua dei nostri compagni di ieri è rimasta in <emphasis>Lotta Comunista</emphasis>. Ognuno fa la sua scelta. Abbiamo fatto la nostra: lasciando a chi è rimasto con <emphasis>Lotta Comunista</emphasis> il nome dell’organizzazione e del giornale e molto altro. Continuiamo la lotta.</p>
<empty-line/>
<p><strong>Tempo di lavorare in modo nuovo</strong></p>
<p>Ogni marxista coerente giunge inevitabilmente alla conclusione che formuliamo nel nostro "Manifesto": la nostra epoca pone per la prima volta al proletariato e alla sua avanguardia, i comunisti, il compito di assolvere esclusivamente ai propri compiti, <emphasis>puramente comunisti</emphasis>. Il loro scopo finale, per dirla con le parole del “Manifesto del Partito Comunista”, i «<emphasis>comunisti possono esprimerlo </emphasis>[...]<emphasis> con una sola frase: abolizione della proprietà privata</emphasis>».</p>
<p>D’altra parte, come abbiamo già detto, l’attuale fase di questa epoca è caratterizzata dall’assenza di un movimento operaio di massa e del partito del proletariato come fattore politico rilevante, da una coscienza dei lavoratori estremamente bassa e dal dominio totale e incontrastato delle ideologie borghesi in tutta la società, compresa la nostra classe.</p>
<p>Pertanto, qualsiasi gruppo autenticamente comunista, partendo da questi due presupposti – la natura del nostro obiettivo e l’oggettiva impossibilità di acquisire una base di massa per raggiungerlo – deve concludere che attualmente la sua attività debba consistere nella risoluzione dei seguenti compiti: 1) La selezione e la formazione <emphasis>marxista </emphasis>di pochi ma devoti combattenti per la causa del proletariato. 2) Lo sviluppo della teoria marxista applicata alle condizioni contemporanee. 3) Il ripristino del filo interrotto della scuola marxista – specialmente per quanto riguarda il reparto di lingua russa della nostra classe, dove occorre di fatto ricominciare da zero, dalla “terra bruciata” lasciata dallo stalinismo.</p>
<p>Ed è proprio dal punto di vista dell’efficacia nell’assolvimento di questi compiti che deve essere valutato ogni strumento utilizzato da un gruppo comunista, compreso il suo organo di stampa.</p>
<p>Non abbiamo ancora una comprensione <emphasis>esatta</emphasis> di come debba essere tale organo, ma sappiamo quali tratti negativi cercare di evitare. Questi tratti, purtroppo per noi, sono manifestati dal giornale di <emphasis>Lotta Comunista</emphasis> che, nella sua forma attuale, quasi non permette di avanzare nella risoluzione dei compiti sopra indicati.</p>
<p>L’approccio metodologico consolidato della redazione e dei suoi autori consiste nel riempire ogni numero del giornale quasi interamente – fatta eccezione per uno o due articoli – con materiali tratti dalla stampa borghese. Di per sé, la raccolta di tali materiali, soprattutto se così prolungata e sistematizzata, è indubbiamente necessaria; il problema, tuttavia, è che essi vengono pubblicati in forma grezza, privi di analisi, senza che vi sia nemmeno un semplice esame formale (ovvero tecnico), per non parlare di un’analisi marxista. Inoltre, in molti casi, mancano persino dei semplici commenti a corredo dei materiali riportati.</p>
<p>Questi articoli potrebbero servire come materiali <emphasis>preparatori</emphasis> per saggi futuri, se non fosse per un “ma”: non raggiungono nemmeno quel livello, poiché i migliori esempi di questo genere – come i “<emphasis>Quaderni sull’imperialismo” </emphasis>di Lenin – contengono commenti profondi e una prima sistematizzazione della materia.</p>
<p>Non sorprende che, nella sua forma attuale, il giornale susciti sconcerto in molti comunisti – i quali, lo ricordiamo, pongono come proprio obiettivo l’abolizione della proprietà privata: non comprendono affatto perché dovrebbero leggere un giornale <emphasis>comunista</emphasis> per informarsi sui modelli di droni europei e americani. Di questo si può leggere in pubblicazioni specializzate, dove l’argomento è trattato con molta più profondità e dettaglio. Ora, si immagini che tali articoli costituiscano la stragrande maggioranza del giornale. Ne consegue che la testata non contiene quasi nulla di specificamente comunista, ovvero nulla che non si possa trovare in pubblicazioni borghesi più o meno serie. L’orientamento politico che l’edizione sostiene di seguire emerge soltanto dal nome della testata.</p>
<p>Siamo di fronte alla situazione che il giovane Marx descrisse acutamente: <emphasis>«La forma non ha alcun valore, se non è la forma del corrispondente contenuto»<sup>24</sup></emphasis>.</p>
<p>La preparazione di <emphasis>tali</emphasis> articoli è un compito relativamente semplice, e sembra che ultimamente l’IA possa farlo altrettanto bene. Essa non richiede una formazione qualitativa dei quadri, né una profonda conoscenza del marxismo (in molti casi non richiede alcuna conoscenza del marxismo), né un’accurata selezione, sistematizzazione o analisi dei fatti, né molto tempo; può facilmente diventare un lavoro meccanico di flusso, eseguito per inerzia, permettendo di non uscire dalla <emphasis>comfort zone</emphasis> costruita negli anni.</p>
<p>Tuttavia, dal punto di vista degli obiettivi sopra citati, tale metodo risulta autodistruttivo per diverse ragioni:</p>
<p>- Impedisce la formazione di combattenti per la causa del proletariato precisamente in senso <emphasis>marxista</emphasis>, poiché per scrivere e leggere un tale giornale non è affatto necessario essere comunisti. Gli autori non imparano né l’analisi autonoma né la cura dello stile letterario; ciò comporta l’incapacità di attrarre o interessare realmente anche un pubblico simpatizzante. Questo si rivelerà una vera catastrofe nel momento dell’accelerazione della lotta di classe: come potranno gli autori di questi articoli, con il loro stile burocratico e arido, infiammare di passione rivoluzionaria gli operai pronti alla battaglia decisiva? Forse che, non essendosi mai esercitati in questo, acquisiranno all'improvviso un buon stile di scrittura? La domanda è retorica.</p>
<p>- Il comunista mediamente istruito e appassionato alla propria idea non vi troverà nulla di interessante, il che lo porterà inevitabilmente all’apatia e all’allontanamento dall’organizzazione. Ciò vale a maggior ragione per i compagni con il più alto livello di coscienza di classe. Per quanto riguarda i compagni “di base”, essi finiscono per smettere del tutto di leggere il giornale, che non li attrae né per il contenuto né per la forma. Si crea così una situazione in cui essi non entrano nell’organizzazione come <emphasis>comunisti</emphasis>, ma si limitano a svolgere un lavoro <emphasis>meccanico</emphasis> di diffusione del giornale e di gestione dei flussi di persone.</p>
<p>- <emphasis>Spreca</emphasis> il tempo dei comunisti già attivi: data la catastrofica carenza di quadri preparati, costringerli a una mera compilazione della stampa borghese è il massimo dello spreco.</p>
<p>- Impedisce lo sviluppo della teoria marxista applicata alle condizioni moderne, poiché nel giornale non sono previste rubriche per esporre i risultati di ricerche originali o di meta-analisi di studi già esistenti. In generale, questo lavoro non viene quasi svolto, poiché la maggior parte del tempo dei quadri è assorbita da operazioni puramente <emphasis>meccaniche</emphasis> (raccolta di estratti, diffusione, ecc.). Inoltre, questo approccio esclude discussioni o scambi di esperienze con altre tendenze internazionaliste, portando alla <emphasis>degradazione</emphasis> teorica degli attivisti.</p>
<p>- Risolve solo in minima parte il compito di ripristinare il filo interrotto della scuola marxista: a questo tema è dedicata una quota insignificante delle pubblicazioni, nonostante il lavoro da fare sia immenso. La redazione preferisce occupare i propri autori nella compilazione di note <emphasis>pubblicistiche</emphasis> congiunturali tratte dai mass media borghesi sui profitti, le bolle finanziarie e i debiti, temi che perdono attualità in pochi mesi (se non settimane o addirittura giorni). Non si tratta di ricerche profonde destinate a durare nel tempo.</p>
<p>La forma e il contenuto sono inscindibili, sono dialetticamente interconnessi. Una forma non rivoluzionaria non può essere riempita di un contenuto rivoluzionario.</p>
<p>Per comprendere tutto questo è stato necessario del tempo. Ne è stato speso troppo? Forse ha contribuito il fatto che la nostra attività in Russia fosse, in sostanza, autonoma. La maggiore integrazione nel lavoro di <emphasis>Lotta Comunista</emphasis>, avvenuta con l’inizio della guerra russo-ucraina, ha accelerato la comprensione della divergenza tra i nostri approcci e metodi.</p>
<p>La rottura con i metodi meccanicistici del passato segna per la nostra organizzazione l’inizio di una nuova fase. Lasciandoci alle spalle un quarto di secolo di illusioni e formalismo organizzativo, proseguiamo la nostra lotta a un livello qualitativamente diverso. D’ora in poi tutte le nostre forze e risorse saranno subordinate all’adempimento dei nostri veri compiti: la selezione senza compromessi e la formazione marxista dei quadri rivoluzionari, lo sviluppo della teoria comunista applicata alle condizioni contemporanee. La nostra forma d’ora in poi sarà indissolubilmente legata al nostro contenuto rivoluzionario.</p>
<p><emphasis>Marzo 2026</emphasis></p>
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<p><strong>APPELLO AI LAVORATORI DELLA RUSSIA</strong></p>
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<p><strong><emphasis>La storia della nostra organizzazione non è iniziata ieri. La maggior parte delle nostre pubblicazioni e dichiarazioni passate è oggi poco conosciuta. Pertanto, abbiamo deciso di iniziare a pubblicare nella nostra rivista alcuni materiali tratti dai nostri archivi. Uno di questi è la presente dichiarazione, pubblicata nel 1999 nel nostro giornale </emphasis></strong><strong>“Komsa”.</strong></p>
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<p>Il nemico sognato segretamente dalla borghesia nazionale è stato trovato. I capitalisti russi hanno ottenuto quella “idea nazionale” attorno alla quale intendono compattare l’intero “popolo russo”. Il calpestamento degli interessi dello Stato russo sulla scena internazionale è il pretesto perfetto per scatenare un’isteria sciovinista, volta a riconciliare gli schiavi con i padroni.</p>
<p>Oggi non è più possibile attribuire ogni colpa alla “pesante eredità del passato sovietico”. I suoi rappresentanti più accaniti, nelle vesti del KPRF (Partito Comunista della Federazione Russa), occupano posti negli organi del potere esecutivo, divenendo parte organica del sistema attuale. Liberali e patrioti continuano i loro scontri fratricidi, ma i loro interessi convergono sul punto principale: il loro nemico interno numero uno è il proletariato; il loro principale concorrente esterno è il capitale finanziario internazionale, personificato dagli Stati Uniti. Per combatterlo, la borghesia russa ha bisogno del sostegno della maggioranza della società, specialmente dei lavoratori, in quanto parte più organizzata di essa. Non è un caso che gli scontri tra i due sanguinari predatori imperialisti (USA e Iraq) vengano presentati come un colpo al prestigio della Federazione Russa.</p>
<p>Gli ultimi eventi in Jugoslavia hanno compattato ancor di più la borghesia nazionale, o meglio, coloro che ne rappresentano gli interessi nell’arena politica.</p>
<p>Tutta questa isteria ricorda terribilmente gli eventi dell’estate del 1914, l’inizio della Prima Guerra Mondiale. Manca solo da rinominare San Pietroburgo in Pietrogrado, assaltare l’ambasciata tedesca ed entrare nell’ennesima guerra imperialista.</p>
<p>Compagni lavoratori! Non cedete alla falsa isteria della borghesia nazionale: tutta questa messinscena è orchestrata per risollevare il suo prestigio vacillante e distoglierci dai problemi socio-economici e dalla lotta per i nostri interessi. Da questa guerra, come da ogni altra, noi non otterremo nulla: notifiche di morte, bare, sangue, sudore e lacrime – ecco tutto ciò che ci spetterà.</p>
<p>La borghesia, invece, incasserà il bottino e prolungherà la propria esistenza. Lavoratore, non lasciarti ingannare e non farti gettare nel tritacarne di un ennesimo massacro imperialista!</p>
<p>Solo scuotendo dalle proprie spalle le sanguisughe rappresentate dal proprio governo e l’intera borghesia, aiuterai te stesso e darai l’esempio ai lavoratori serbi e croati, per i quali è giunto il momento di smettere di uccidersi a vicenda e di puntare le armi contro i propri governi borghesi.</p>
<p><emphasis>Trasformiamo la guerra imperialista in guerra civile!</emphasis></p>
<p><emphasis>Viva la rivoluzione comunista mondiale!</emphasis></p>
<p><emphasis>Proletari di tutti i paesi, unitevi!</emphasis></p>
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<p><emphasis>Marzo 1999</emphasis></p>
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<p><strong>Rassegna internazionale, aprile 2026</strong></p>
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<p><strong><emphasis>Mentre le notizie parlano di una prossima stabilizzazione, il sistema sta attraversando una profonda crisi strutturale: i mercati sono saturi di debiti non garantiti, le nuove tecnologie privano alcuni vecchi settori dei profitti precedenti generandone di nuovi e altissimi per altri, e gli Stati, come prevedibile, vengono trascinati in guerre per le risorse. Non basta diagnosticare il capitalismo contemporaneo; è necessario comprendere perché il movimento operaio sia ora così debole e frammentato e, soprattutto, da dove, oggi stesso, i comunisti devono iniziare il lavoro pratico per organizzare le persone in vista dei futuri sconvolgimenti sociali, senza limitarsi all’attesa passiva di rivolte spontanee.</emphasis></strong></p>
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<p>La borghesia dominante e i suoi ufficiali sicofanti dell’economia tornano a cullarsi nelle illusioni. Dopo aver superato gli shock inflattivi dell’inizio del decennio e essersi adattato alla ristrutturazione delle arterie logistiche globali, il mondo del capitale ha fretta di proclamare l’avvento di una nuova era di stabilizzazione. Tuttavia, dietro la splendida facciata degli indici azionari che battono i record, si cela un profondissimo acuirsi di tutte le contraddizioni organiche del modo di produzione capitalistico. Il quadro moderno del mondo non è determinato da manovre diplomatiche a Ginevra né dalla presunta lotta delle “democrazie contro le autocrazie”, come assicurano i filistei della stampa liberale. Il mondo è inesorabilmente guidato dallo sviluppo materiale ineguale delle forze produttive, le quali hanno superato gli stretti confini dei rapporti di proprietà privata.</p>
<p>Il debito globale astronomico, che nel 2024 ha superato la soglia dei 315 trilioni di dollari (oltre il 330 % del PIL mondiale)<sup>25</sup>, è fisicamente impossibile da onorare senza un permanente deprezzamento delle valute<sup>26</sup>. Gigantesche bolle debitorie scoppiano una dopo l’altra, mettendo a nudo la vera natura del capitale fittizio. Se ieri abbiamo assistito al crollo del gigante cinese Evergrande, oggi l’epicentro del terremoto del debito si è spostato nel cuore del capitalismo occidentale. La crisi dell’immobiliare commerciale negli Stati Uniti (CRE), dove trilioni di dollari sono congelati in torri di uffici vuoti, ha già portato a una serie di fallimenti di banche regionali (da Silicon Valley Bank ai problemi di New York Community Bancorp). Non si tratta di una semplice “correzione di mercato”: questo è un momento classico in cui il capitale fittizio (crediti concessi in attesa di un plusvalore futuro, ma mai effettivamente creato) si scontra con la brutale realtà della produzione materiale.</p>
<p>Nei vecchi centri di accumulazione, come la Germania, imperversa la stagflazione<sup>27</sup>. Nel paese che per decenni è stato la “locomotiva industriale” d’Europa, nel 2023 il PIL si è contratto dello 0,3 %; nel 2024 la contrazione è stata stimata tra lo 0,2 % e lo 0,5 %, mentre lo scorso anno è stata registrata una crescita microscopica dello 0,2 %.</p>
<p>Il modello economico tedesco si è basato per decenni su una combinazione di energia a basso costo (prevalentemente russa) ed esportazioni di alta tecnologia. La perdita di accesso alle materie prime a buon mercato ha distrutto la redditività di interi settori dell’industria pesante. Il gigante chimico BASF, pilastro dell’industria tedesca, sta chiudendo i reparti energivori a Ludwigshafen e trasferendo investimenti miliardari in Cina e negli Stati Uniti, dove l’energia ha costi inferiori. Nel 2023–2024, BASF ha interrotto la produzione di ammoniaca, caprolattame e una serie di fertilizzanti. Tuttavia, lo smantellamento degli impianti, la ristrutturazione del sito e il licenziamento graduale di migliaia di operai sono processi dilatati nel tempo e tuttora in corso. È una “ferita sanguinante” dell’economia tedesca, tuttora aperta. Contemporaneamente, a Zhanjiang in Cina, BASF sta costruendo un gigantesco complesso chimico integrato (Verbund) dal valore di 10 miliardi di euro: si tratta del più grande investimento nella storia dell’azienda. Il completamento totale del mega-progetto è previsto per il 2030. Parallelamente, si stanno effettuando investimenti nell’espansione dei siti americani (a Geismar, in Louisiana, e in altri stati); il processo è alimentato dalle agevolazioni del governo degli Stati Uniti (nell’ambito dell’Inflation Reduction Act – IRA).</p>
<p>La produzione di acciaio, vetro, carta e fertilizzanti in Germania è diminuita del 15–20 % rispetto al 2021, l’ultimo anno prima dell’invasione dell’imperialismo russo in Ucraina. Il simbolo del capitalismo tedesco – l’industria automobilistica – sta vivendo una storica crisi di sovrapproduzione e una caduta del saggio di profitto sullo sfondo di una transizione tecnologica. Nell’autunno del 2024, il gruppo Volkswagen ha annunciato l’intenzione, per la prima volta nei suoi 87 anni di storia, di chiudere stabilimenti sul territorio stesso della Germania e di licenziare decine di migliaia di operai. Il capitale tedesco sta perdendo la guerra competitiva contro le auto elettriche cinesi (come quelle della BYD), prodotte con costi di produzione inferiori, e cerca di compensare la caduta del saggio di profitto attraverso la distruzione diretta di posti di lavoro, la rottura dei contratti collettivi con i sindacati e la riconversione di una parte degli impianti alla produzione bellica.</p>
<p>La borghesia tedesca rifiuta di investire capitali all’interno del paese. In condizioni di costi elevati entro i confini nazionali e di un aggressivo protezionismo americano, il capitale tedesco “vota con i piedi”. Si osserva un colossale deflusso di investimenti diretti all’estero, mentre la produzione interna ristagna.</p>
<p>Sebbene i picchi dell’inflazione energetica del 2022 siano stati superati<sup>28</sup>, la crescita dei prezzi si è radicata, trasformandosi in una forma “strutturale”. Continuano a crescere i prezzi dei generi alimentari, dei servizi e, fatto ancora più doloroso, degli affitti. L’inflazione agisce come una tassa occulta sulla classe operaia. Negli ultimi anni, il salario reale (depurato dall’inflazione) degli operai tedeschi è sceso significativamente. Il capitale sta scaricando i costi della crisi strutturale sulle spalle del proletariato. La stagflazione in Germania è una crisi strutturale di sovra-accumulazione del capitale. Il capitale tedesco non è più in grado di estrarre un plusvalore sufficiente nelle nuove condizioni.</p>
<p>La colossale iniezione di credito nel capitalismo mondiale non stimola più la crescita reale, essendo un sintomo classico e da manuale della sovrapproduzione di capitale. La manifestazione più vivida di questa cancrena oggi è costituita dai volumi astronomici di riacquisto di azioni proprie (<emphasis>buybacks</emphasis>). Il capitale non viene più investito nell’espansione della produzione reale ai volumi precedenti, poiché tale attività non promette un saggio di profitto sufficiente. Esso ruota nel casinò speculativo, gonfiando artificialmente la capitalizzazione di borsa e arricchendo l’oligarchia finanziaria.</p>
<p>Alla fine del 2024, le sole aziende dell’indice S&amp;P 500 hanno speso la cifra record di 942,5 miliardi di dollari per il riacquisto dei propri titoli. E già nel 2025, questa psicosi speculativa ha sfondato il tetto storico: in 12 mesi (fino a settembre 2025 incluso), il volume dei <emphasis>buyback</emphasis> negli Stati Uniti ha superato 1,02 trilioni di dollari. Questa patologia sta divorando non solo l’imperialismo americano, ma anche gli altri vecchi centri di accumulazione:</p>
<p>- La borghesia europea, che storicamente ha preferito il pagamento dei dividendi, si è unita alla stessa corsa. Alla fine del 2024, il volume di riacquisto di azioni da parte delle corporazioni europee ha raggiunto la cifra record di 182 miliardi di euro, e la quota di aziende che “brucia” capitale in questo modo ha superato il massimo storico del 43 %.</p>
<p>- Il capitale giapponese, che per decenni è rimasto seduto su montagne di liquidità morta a causa della stagnazione del mercato interno, nell’anno fiscale 2024 ha speso circa 18,7 trilioni di yen per il riacquisto di azioni, e nel 2025 tale indicatore è volato alla folle cifra di 24,9 trilioni di yen (circa 200 miliardi di dollari).</p>
<p>Per comprendere le dimensioni di questa accelerazione, basta guardare alla dinamica storica. Negli anni ‘90, i volumi dei <emphasis>buyback</emphasis> negli Stati Uniti ammontavano a poche decine di miliardi di dollari l’anno. All’inizio degli anni 2000, raggiungevano a stento i 200–300 miliardi di dollari. Oggi, invece, il solo settore tecnologico americano (<emphasis>Information Technology</emphasis>) ha bruciato in un solo decennio più di 2,1 trilioni in riacquisti! Questa accelerazione esponenziale non è un segno di salute dell’economia, ma una prova matematica della sua putrefazione. Enorme masse di plusvalore vengono sottratte al settore reale.</p>
<p>Karl Marx ha prefigurato con genialità questa fase dello sviluppo del capitalismo, in cui il capitale eccedente si riversa nelle speculazioni finanziarie:</p>
<p><emphasis>«Sovrapproduzione di capitale non è altro che sovrapproduzione di mezzi di produzione – mezzi di lavoro e di sussistenza – che possono operare come capitale, ossia essere impiegati allo sfruttamento degli operai ad un grado determinato, poiché la diminuzione del grado di sfruttamento al di sotto di un livello determinato provoca delle perturbazioni e delle paralisi nel processo capitalistico di produzione, crisi, distruzioni di capitale. Non esiste nessuna contraddizione nel fatto che questa sovrapproduzione di capitale sia accompagnata da una sovrappopolazione relativa più o meno grande. Poiché le medesime circostanze che hanno accresciuto la forza produttiva del lavoro, aumentato la massa dei prodotti, ampliato i mercati, accelerato l’accumulazione di capitale come massa e come valore e diminuito il saggio del profitto, hanno creato una sovrappopolazione relativa e creano continuamente una sovrappopolazione di operai che non possono venire assorbiti dal capitale in eccesso perché il grado di sfruttamento del lavoro, che solo consentirebbe il loro impiego, non è abbastanza elevato, o, almeno, perché il saggio del profitto che essi produrrebbero a questo determinato grado di sfruttamento è troppo basso.</emphasis></p>
<p><emphasis>Quando il capitale è inviato all’estero, questo non avviene perché sia assolutamente impossibile impiegarlo nel paese ma perché all’estero esso può venire utilizzato ad un saggio di profitto più elevato» </emphasis>(K. Marx, Il Capitale, Libro III, cap. 15)<sup>29</sup>.</p>
<p>E proseguendo, nell’analizzare il capitale fittizio e il sistema creditizio, Marx sottolinea l’inevitabilità della trasformazione di questo processo in pura speculazione sullo sfondo del calo della redditività:</p>
<p><emphasis>«Se il credito appare come la leva principale della sovrapproduzione e della sovraspeculazione nel commercio, ciò avviene soltanto perché il processo di produzione, che per sua natura è elastico, viene qui spinto al suo estremo limite e vi viene spinto proprio perché una gran parte del capitale sociale viene impiegato da quelli che non ne sono proprietari, che quindi agiscono in tutt’altra maniera dai proprietari, i quali, quando operano personalmente, hanno paura di superare i limiti del proprio capitale privato. Da ciò risulta chiaro soltanto che la valorizzazione del capitale, fondata sul carattere antagonistico della produzione capitalistica, permette l’effettivo, libero sviluppo soltanto fino a un certo punto, quindi costituisce di fatto una catena e un limite immanente della produzione, che viene costantemente spezzato dal sistema creditizio. Il sistema creditizio affretta quindi lo sviluppo delle forze produttive e la formazione del mercato mondiale, che il sistema capitalistico di produzione ha il compito storico di costituire, fino a un certo grado, come fondamento materiale della nuova forma di produzione. Il credito affretta al tempo stesso le eruzioni violente di questa contraddizione, ossia le crisi e quindi gli elementi di disfacimento del vecchio sistema di produzione.</emphasis></p>
<p><emphasis>Ecco i due caratteri immanenti al credito: da un lato esso sviluppa la molla della produzione capitalistica, cioè l’arricchimento mediante lo sfruttamento del lavoro altrui, fino a farla diventare il più colossale sistema di giuoco e d’imbroglio, limitando sempre più il numero di quei pochi che sfruttano la ricchezza sociale; dall’altro lato esso costituisce la forma di transizione verso un nuovo sistema di produzione» </emphasis>(K. Marx, Il Capitale, Libro III, cap. 27)<sup>30</sup>.</p>
<p>È proprio questa necessità di “distruggere”, o svalutare parte del capitale accumulato per salvare quello rimanente, a costituire la base economica delle guerre. I paralleli storici si impongono spontaneamente. Come alla vigilia dei macelli mondiali del 1914 e del 1939, la base dell’attuale crisi risiede nell’esaurimento dei mercati di sbocco e nell’oggettiva necessità della loro violenta spartizione. Ancora una volta i monopoli mostrano i denti nella lotta per le materie prime, mentre la borghesia soffia sullo sciovinismo e avvia il volano della militarizzazione. Il grado di globalizzazione senza precedenti rende impossibile la localizzazione dei conflitti, e la paura della distruzione nucleare costringe gli imperialisti a condurre la guerra attraverso estenuanti guerre per procura (<emphasis>proxy war</emphasis>), terrorismo economico e attacchi informatici.</p>
<p>Gli apologeti del “realismo politico” si cullano nella speranza che la dottrina della “distruzione mutua assicurata” (MAD) trattenga per sempre i predatori imperialisti dallo scontro diretto. Tuttavia, l’analisi marxista dimostra che il possesso di armi nucleari cambia solo la forma del massacro imperialista, ma non ne elimina le cause economiche strutturali. La paura dell’apocalisse nucleare viene utilizzata dal capitale per legittimare i conflitti ibridi, ma l’acuirsi della crisi erode inesorabilmente le “linee rosse”. Nessuna arma, di per sé, è in grado di annullare le leggi del movimento del capitale.</p>
<p>Il perno attorno al quale si avvita questa spirale di contraddizioni è costituito da un colossale mutamento tecnologico: lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale (IA) e dell’energia “verde”. Qui emerge in tutta la sua evidenza la legge fondamentale del capitalismo, scoperta da Marx: la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto. La sua essenza risiede nel fatto che, nella corsa al vantaggio competitivo, il capitalista è costretto ad aumentare la quota di macchine, impianti, server (capitale costante) in rapporto al lavoro vivo degli operai (capitale variabile). Ma poiché solo il lavoro vivo crea nuovo valore, man mano che la produzione viene meccanizzata, automatizzata e robotizzata, il saggio di profitto sull’intero capitale investito cade inesorabilmente.</p>
<p>Oggi vediamo questo processo nella sua forma più grottesca nel settore tecnologico. La “bolla dell’IA” impone ai monopoli spese in conto capitale colossali: centinaia di miliardi di dollari vengono riversati nella costruzione di data center. Allo stesso tempo, per cercare di frenare in qualche modo la caduta del saggio di profitto, le corporation attuano i più feroci licenziamenti di massa<sup>31</sup>. Sostituendo il lavoro vivo con gli algoritmi, il capitale riduce la base stessa del proprio sfruttamento. La produzione di veicoli elettrici (EV) mostra la stessa tendenza: investimenti giganteschi in robotica portano a guerre dei prezzi e a una redditività negativa. La borghesia di nessuno Stato è un blocco unitario. La guerra per le nuove tecnologie è anche una feroce lotta intestina: ad esempio, tra il vecchio capitale industriale e i nuovi monopoli digitali per la spartizione dei sussidi statali.</p>
<p>In ciò risiede la suprema, letale contraddizione del capitale, prevista da Marx nei “Manoscritti economici del 1857–1859”:</p>
<p><emphasis>«Il capitale è esso stesso la contraddizione in processo, per il fatto che tende a ridurre il tempo di lavoro a un minimo, mentre, d’altro lato, pone il tempo di lavoro come unica misura e fonte della ricchezza. Esso diminuisce, quindi, il tempo di lavoro nella forma del tempo di lavoro necessario, per accrescerlo nella forma del tempo di lavoro superfluo; facendo quindi del tempo di lavoro superfluo – in misura crescente – la condizione (question de vie et de mort) di quello necessario. Da un lato esso evoca, quindi, tutte le forze della scienza e della natura, come della combinazione sociale e delle relazioni sociali, al fine di rendere la creazione della ricchezza (relativamente) indipendente dal tempo di lavoro impiegato in essa. Dall’altro lato esso intende misurare le gigantesche forze sociali così create alla stregua del tempo di lavoro, e imprigionarle nei limiti che sono necessari per conservare come valore il valore già creato. Le forze produttive e le relazioni sociali – entrambi lati diversi dello sviluppo dell’individuo sociale – figurano per il capitale solo come mezzi, e sono per esso solo mezzi per produrre sulla sua base limitata. Ma in realtà essi sono le condizioni per far saltare in aria questa base.</emphasis></p>
<p>«Una nazione si può dire veramente ricca, quando invece di 12 si lavora solo 6 ore. Wealth» (ricchezza reale) «non è il comando di tempo di lavoro supplementare, ma tempo disponibile, fuori di quello usato nella produzione immediata, per ogni individuo e per tutta la società» [“The Source and Remedy of the National Difficulties”. London, 1821, p. 6]<emphasis>»<sup>32</sup>.</emphasis></p>
<p>L’intelligenza artificiale crea oggettivamente la base materiale per una società di abbondanza assoluta. Ma per sopravvivere, il capitalismo costruisce artificialmente la scarsità: monopolizza gli algoritmi tramite brevetti e scatena guerre commerciali. Inoltre, la transizione verso l’economia “verde” non riduce affatto il ruolo dell’energia tradizionale. I monopoli petroliferi e del gas tradizionali utilizzano l’instabilità globale per estorcere agli Stati nuovi sussidi con il pretesto della “sicurezza energetica”. Allo stesso tempo, il capitale “verde” fa lobby per le quote ambientali che mandano in rovina i concorrenti. Questa lotta intestina tra le frazioni della borghesia viene infine pagata dal proletariato attraverso l’aumento delle tariffe.</p>
<p>Questa rivoluzione tecnologica esaspera fino all’estremo la rivalità predatoria imperialista. L’imperialismo americano è passato a un protezionismo grossolano. Tuttavia, anche in questo contesto, si manifesta chiaramente la profonda spaccatura della borghesia nazionale. Ridurre l’attuale frattura del capitale statunitense all’esclusiva e primitiva dicotomia tra “globalisti-finanzieri” e “patrioti-industriali” significa utilizzare un’ottica ormai superata, propria della fine del XX secolo. Oggi la linea di frattura corre non tanto tra i settori, quanto all’interno delle stesse catene globali del valore, ed è determinata dalla fase di tali catene in cui si colloca una specifica azienda. Il capitalismo americano si è scontrato con una contraddizione fondamentale: la logica della massimizzazione del profitto (che richiede manodopera a basso costo e mercati aperti, soprattutto in Asia) è entrata in diretto conflitto con la logica del mantenimento dell’egemonia internazionale e militare (che richiede il controllo sulle tecnologie e la “reindustrializzazione”)<sup>33</sup>. La “Dottrina Trump” è uno strumento di quest’ultima frazione per l’estrazione di plusvalore. La rottura delle catene commerciali con l’Asia trasforma l’America Latina in una gigantesca <emphasis>maquiladora</emphasis>. Ciò si manifesta chiaramente nella pressione politica senza precedenti esercitata da Washington sul Perù, volta a limitare il controllo cinese sul nuovo megaporto in acque profonde di Chancay, nonché nel ricatto diplomatico contro Brasile e Argentina, finalizzato all’estromissione della corporazione Huawei dal settore delle reti 5G. Negli stessi Stati Uniti, la famigerata isteria anti-migratoria serve a creare un esercito industriale di riserva privo di diritti.</p>
<p>Il centro di gravità dell’economia mondiale si è spostato in Asia. La Cina, soffocata da un colossale eccesso di capitale accumulato, è passata alla fase classica dell’imperialismo: l’esportazione aggressiva di capitale. La borghesia cinese (dilaniata dalla lotta tra il capitale orientato all’esportazione delle regioni costiere e il settore interno del partito-Stato) è costretta ad espandersi aggressivamente all’esterno. La costruzione di sistemi finanziari alternativi rende lo scontro tra il capitale americano e quello cinese il perno principale dei conflitti contemporanei.</p>
<p>L’analisi del momento attuale è impensabile senza tenere conto dei nuovi predatori imperialisti, come India, Turchia, Brasile e Arabia Saudita. È un errore considerarli come oggetti passivi. Sfruttando la crisi della vecchia egemonia, essi sono passati alla negoziazione attiva. Il capitale turco penetra in Africa, mentre quello indiano e saudita costruiscono le proprie zone d’influenza. La crescita delle loro ambizioni rende il sistema di contraddizioni ancora più esplosivo.</p>
<p>L’Europa, tagliata fuori dalle materie prime a basso costo, salva i resti della sua industria pompando il complesso militare-industriale. Per l’Europa, gli USA non sono un garante della sicurezza, ma un concorrente. Queste contraddizioni generano un paradosso: il capitale europeo transnazionale e la burocrazia di Bruxelles richiedono un complesso militare-industriale unificato, mentre la borghesia nazionale resiste. Il capitale industriale tedesco sabota la rottura con la Cina, mentre il capitale agricolo europeo, rovinato dalle quote ecologiche di Bruxelles, sponsorizza il populismo di destra.</p>
<p>L’imperialismo russo tenta di costruire legami con il “Sud Globale”. Per non finire nell’abbraccio soffocante della Cina, il Cremlino gioca attivamente sulla spaccatura del capitale mondiale, stabilendo legami con l’India, le monarchie arabe e i paesi africani. All’interno del paese, gli oligarchi delle materie prime desiderano segretamente il ritorno ai mercati occidentali, mentre il complesso militare-industriale e gli apparati di sicurezza si spartiscono gli extraprofitti dell’economia di guerra.</p>
<p>Da nessuna parte questo groviglio sanguinante appare così chiaramente come nel Grande Medio Oriente. Le dichiarazioni sulla lotta al “terrorismo” sono solo un foglio di fico ideologico. In realtà, si tratta di un tentativo del capitale americano-israeliano di riformattare i corridoi di trasporto (progetto IMEC) e garantire il controllo sulle risorse energetiche. Per il capitale americano-israeliano, colpire l’Iran risolve un compito cruciale: la distruzione fisica di un centro di potere indipendente, capace di bloccare lo Stretto di Hormuz, e lo smantellamento delle reti logistiche sino-russe. L’India vuole salvare i suoi investimenti nel porto iraniano di Chabahar, mentre la Turchia vuole indebolire Teheran in quanto suo principale concorrente.</p>
<p>Inoltre, l’aggressione esterna è sempre un tentativo di risolvere l’antagonismo di classe interno. Alla vigilia della guerra, la società israeliana era scossa da crisi colossali. Con il pretesto della minaccia “esistenziale”, è stato immediatamente instaurato un regime di “pace sociale” e la rabbia del proletariato è stata canalizzata verso lo sciovinismo. Il capitale israeliano, approfittando della copertura bellica, sta ripulendo fisicamente i territori palestinesi, liberando terre per la speculazione immobiliare e l’estrazione di gas. In Iran, la guerra è diventata la salvezza per la borghesia militare-clericale (il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica), che era sull’orlo del collasso sotto i colpi degli scioperi di petrolieri e insegnanti. Il regime ha imposto la legge marziale e usa la minaccia esterna per bollare ogni operaio in sciopero come “agente straniero” e condannarlo al patibolo.</p>
<p>Le nuove frontiere dell’accumulazione si estendono persino nell’Artico. Sotto i ghiacci della Groenlandia si nascondono colossali riserve di metalli delle terre rare. Tuttavia, per i giganti tecnologici, la Groenlandia rappresenta anche un “dissipatore (termico)” geografico ideale con energia geotermica a basso costo: un substrato di importanza critica per ospitare giganteschi data center, raffreddati dall’aria artica.</p>
<p>Ovunque la borghesia sta conducendo un’offensiva totale contro il proletariato. Assistiamo all’innalzamento dell’età pensionabile nei paesi del capitalismo avanzato, alla distruzione delle garanzie lavorative classiche attraverso l’imposizione della “gig-economy” e all’effettivo smantellamento del diritto di sciopero. Il capitale manipola abilmente gli operai, instillando in loro l’idea che il nemico sia oltre confine. Ma le condizioni materiali oggettive – inflazione, stagnazione dei salari e oppressione del debito – stanno inesorabilmente facendo cadere questo velo. Le ondate di scioperi nei magazzini dei giganti della logistica e tra i lavoratori “digitali” sono già iniziate.</p>
<p>Tuttavia, intravedere dietro questi fatti il quadro di imminenti e vittoriose battaglie di classe del proletariato significherebbe cullarsi in illusioni. L’approccio marxista richiede una valutazione spietatamente sobria dello stato attuale della classe operaia stessa. Osserviamo un clamoroso paradosso storico: le premesse materiali oggettive per il crollo del capitalismo sono più che mature, ma il fattore soggettivo – la coscienza di classe, l’organizzazione delle masse e la presenza di un partito rivoluzionario – si trova al livello più basso degli ultimi cento anni.</p>
<p>La lotta sindacale su scala globale è frammentata e ha un carattere prevalentemente difensivo. La classe operaia è infettata da passività sociale e nazionalismo. Non esiste un partito comunista mondiale del proletariato, e le autentiche organizzazioni comuniste sono minuscoli circoli isolati, distaccati dalle ampie masse.</p>
<p>Questo quadro desolante ha precise spiegazioni politico-economiche e storiche. L’attuale debolezza del movimento operaio non è un caso, né il risultato di una presunta “stupidità” delle masse proletarie, ma una conseguenza logica dello sviluppo del capitalismo negli ultimi decenni.</p>
<p>Per decenni, la borghesia dei centri imperialisti (USA, Europa, in parte Giappone) ha utilizzato i superprofitti per creare una potente “aristocrazia operaia” e un sistema di protezione sociale (<emphasis>welfare state</emphasis>). Questa corruzione materiale ha generato l’illusione che il capitalismo potesse essere “migliorato” pacificamente e ha trasformato i sindacati in un apparato burocratico dello Stato borghese, il cui scopo principale è soffocare, anziché fomentare, la lotta di classe.</p>
<p>Il passaggio alla “gig-economy” delle piattaforme ha trasformato una parte dei lavoratori salariati in corrieri “autonomi” isolati, freelance o operatori di call center, ai quali è oggettivamente più difficile percepire la comunanza dei propri interessi.</p>
<p>Inoltre, la classe operaia non si è ancora ripresa dalle catastrofi del XX secolo. La sconfitta dell’ondata rivoluzionaria del 1917–1921 e la degenerazione dei partiti del Comintern in meccanismi di opposizione sistemica socialdemocratica hanno screditato l’idea stessa della lotta per il comunismo agli occhi delle masse. L’ideologia borghese ha imposto con successo la tesi secondo cui qualsiasi tentativo di rovesciare il capitale conduce inevitabilmente al gulag.</p>
<p>Questa constatazione dei fatti costituisce un motivo di pessimismo storico e di capitolazione? Assolutamente no. Il marxismo insegna la dialettica: le condizioni che hanno generato la passività del proletariato vengono oggi distrutte dal capitale stesso.</p>
<p>In primo luogo, la crisi strutturale e la caduta del saggio di profitto non permettono più alla borghesia di pagare la “pace di classe”. Il capitale è costretto a tagliare spietatamente i budget sociali, innalzare l’età pensionabile e ridurre i salari reali attraverso l’inflazione. La base economica del riformismo e della burocrazia sindacale sta bruciando nella fornace della militarizzazione.</p>
<p>In secondo luogo, l’introduzione dell’intelligenza artificiale e dell’automazione porta alla rapida proletarizzazione di quegli strati che ieri si consideravano “classe media” (ingegneri, programmatori, impiegati). Essi perdono i loro privilegi e vengono gettati sul mercato del lavoro su base generale, ingrossando le fila degli oggettivi becchini del capitale.</p>
<p>Man mano che la vita di milioni di persone diventerà insopportabile, la lotta di classe spontanea crescerà. Tuttavia, di per sé, le rivolte spontanee non portano alla vittoria. Affinché la lotta economica si trasformi in lotta rivoluzionaria contro la proprietà privata e lo Stato, è necessario infondervi la coscienza comunista scientifica.</p>
<p>È qui che si formulano i compiti pratici più duri per l’avanguardia marxista moderna. Nelle attuali condizioni sfavorevoli, l’avanguardia deve distaccarsi risolutamente da ogni forma di riformismo. È necessario condurre una spietata lotta teorica contro ogni forma di social-sciovinismo (quella “sinistra” che sostiene il “proprio” imperialismo, la “propria” industria), contro le illusioni del “mondo multipolare” (sostenere alcuni predatori contro altri) e contro il parlamentarismo conciliante.</p>
<p>Il periodo di riflusso del movimento operaio è il tempo per forgiare il nucleo teorico e organizzativo. I marxisti devono studiare il capitalismo moderno, formare quadri disciplinati nella lotta di classe.</p>
<p>L’avanguardia non ha il diritto di starsene seduta nei circoli accademici. Il suo compito è portare la coscienza comunista in qualsiasi manifestazione della lotta di classe, anche la più basilare, spiegando pazientemente ai lavoratori i limiti delle rivendicazioni puramente economiche e traducendo la loro rabbia nel sistema capitalistico nel suo insieme.</p>
<p>Poiché il capitale è più globalizzato che mai, la rivoluzione anticapitalista può essere solo mondiale. I marxisti di diversi paesi devono già stabilire legami, scambiarsi esperienze ed elaborare una tattica unitaria, preparando le fondamenta per la creazione di una nuova, autenticamente rivoluzionaria Internazionale Comunista.</p>
<p>L’epoca della presunta “pace” e stabilità è finita. Il capitalismo entra in una fase di grandiosi sconvolgimenti, guerre e crisi. E sebbene oggi il proletariato sembri frammentato e debole, sono proprio queste crisi mostruose che possono diventare quella fucina in cui, lavorando, l’avanguardia marxista forgerà la coscienza rivoluzionaria del proletariato. Allo stesso tempo, non bisogna dimenticare che il partito marxista rivoluzionario non è una squadra di pompieri seduta nel deposito in attesa che scoppi una “rivolta spontanea”. L’avanguardia non ha il diritto di essere semplicemente “pronta per il momento”. Deve organizzare essa stessa questo movimento di classe ogni giorno: attraverso la pubblicazione e la diffusione di un organo di stampa, la partecipazione a qualsiasi manifestazione della lotta di classe e le denunce politiche. Tra la spontaneità e l’organizzazione esistono molte tappe intermedie; ogni passo verso un livello di organizzazione più elevato è un passo verso la rivoluzione comunista.</p>
<p>Allo stesso tempo, i marxisti devono essere pronti teoricamente e organizzativamente per il momento in cui sorgeranno le condizioni in cui milioni di lavoratori potranno mettersi in movimento. Solo un partito armato della teoria avanzata e fuso con la classe avanzata sarà in grado di dirigere la rivolta spontanea nel canale della rivoluzione comunista, il cui obiettivo è l’abbattimento della macchina statale borghese e l’instaurazione della dittatura del proletariato, condizione necessaria per l’espropriazione della proprietà privata e la successiva estinzione dello Stato.</p>
<p><emphasis>Aprile 2026.</emphasis></p>
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<p><strong>Appendice 1: LA REPRESSIONE FINANZIARIA</strong></p>
<p>Se un paese (ad esempio, la Turchia o l’Argentina) ha un debito estero denominato in dollari USA, il deprezzamento (svalutazione) della sua valuta nazionale rispetto al dollaro non aiuta, ma rende catastroficamente più difficile il servizio di tale debito. Per pagare le stesse somme in dollari, lo Stato e le imprese devono raccogliere molta più valuta locale svalutata. Pertanto, quando gli economisti affermano che il debito globale non può essere servito senza un “<emphasis>deprezzamento permanente delle valute</emphasis>”, non si riferiscono al calo dei tassi di cambio delle valute dei paesi “in via di sviluppo” rispetto al dollaro. Si riferiscono al deprezzamento delle valute di riserva stesse (in primo luogo del dollaro) rispetto alle attività reali attraverso l’inflazione. Questo processo in economia è chiamato “repressione finanziaria” (<emphasis>financial repression</emphasis>). Esso funziona in modo diverso per due tipi di debitori:</p>
<p><strong>1. Paesi che contraggono prestiti nella propria valuta</strong> (USA, Giappone, paesi dell’UE).</p>
<p>Per questi paesi (che rappresentano i 2/3 del debito globale), il meccanismo di svalutazione è una scialuppa di salvataggio.</p>
<p><strong>Processo:</strong> lo Stato (attraverso le Banche Centrali) stampa moneta o mantiene i tassi di interesse al di sotto del tasso di inflazione reale.</p>
<p><strong>Risultato:</strong> il potere d’acquisto del dollaro (o dell’euro) diminuisce. Sebbene nominalmente gli Stati Uniti debbano ancora al creditore 100 dollari convenzionali, il valore reale di questo denaro diminuisce. Allo stesso tempo, le entrate fiscali dello Stato aumentano con l’inflazione (i beni costano di più – le tasse sulle vendite e sul reddito sono più alte).</p>
<p><strong>Conclusione:</strong> lo Stato ripaga i vecchi debiti a tasso fisso con denaro “svalutato”. Il debito viene svalutato attraverso una tassa occulta su coloro che detengono risparmi e obbligazioni in quella valuta.</p>
<p><strong>2. Paesi “in via di sviluppo” che contraggono prestiti in dollari.</strong></p>
<p>Per i paesi che contraggono prestiti in valuta estera, la svalutazione della loro valuta locale è una strada verso la bancarotta. Tuttavia, paradossalmente, l’inflazione globale del dollaro (quel “deprezzamento” del dollaro) può aiutarli:</p>
<p>Molti paesi “in via di sviluppo” sono esportatori di materie prime. I prezzi del petrolio, dei metalli e dei prodotti alimentari sui mercati mondiali sono denominati in dollari.</p>
<p>Quando il dollaro si deprezza a causa dell’inflazione, i prezzi dei beni reali aumentano.</p>
<p>Il paese esportatore riceve più dollari “svalutati” per lo stesso volume di esportazioni. Con questi dollari, diventa più facile per esso estinguere il proprio vecchio debito in dollari.</p>
<p>L’obiettivo del sistema non è quello di far crollare i tassi di cambio delle valute locali, ma di sostenere l’inflazione globale, che erode lentamente il valore reale del debito accumulato. Senza questo, le tasse dovrebbero essere aumentate a livelli tali da distruggere l’economia, oppure si dovrebbero dichiarare default di massa.</p>
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<p><strong>Appendice 2: Contraddizione dialettica del sistema capitalistico</strong></p>
<p>Dal punto di vista della teoria marxista, è proprio il lavoro vivo l’unica fonte di plusvalore. Di conseguenza, espellendo le persone sul mercato e sostituendole con macchine o algoritmi, il capitale distrugge esso stesso, nel lungo periodo, la base del proprio profitto.</p>
<p>Il processo di riduzione della forza lavoro in corso nell’economia mondiale non è un errore logico della teoria, ma una reale, oggettiva contraddizione dialettica del sistema economico stesso. Per comprendere perché le aziende continuino con ostinazione maniacale a effettuare licenziamenti di massa, aggravando il problema a lungo termine, è necessario distinguere la logica della singola azienda (livello micro) dalla logica dell’intero sistema (livello macro), e tenere conto delle cosiddette “contrattendenze”.</p>
<p>Ecco una spiegazione concreta di come questa contraddizione si risolve nella pratica:</p>
<p>La legge della caduta tendenziale del saggio di profitto è una legge macroeconomica, generale. Ma il singolo capitalista (o il consiglio di amministrazione di una corporazione) non pensa in termini di macroeconomia. Pensano in termini di report trimestrale e di concorrenza.</p>
<p>Quando una azienda licenzia 10.000 persone e implementa, ad esempio, l’IA o una nuova linea di produzione, riduce drasticamente i propri costi individuali. Per un breve lasso di tempo, i prezzi dei loro prodotti sul mercato sono ancora determinati dai vecchi costi medi del settore, più alti. Di conseguenza, questa specifica compagnia ottiene un plusvalore in eccesso (un extra-profitto). Per essa, il saggio di profitto in quel momento aumenta.</p>
<p>La contraddizione si manifesta in seguito: quando i concorrenti fanno lo stesso (licenziano le persone e installano macchine), le merci si deprezzano, l’extra-profitto svanisce e il saggio medio di profitto del settore scende a un nuovo livello, più basso. In altre parole, i licenziamenti di massa sono un tentativo della singola azienda di salvarsi a spese delle altre, il che, alla fine, trascina tutti a fondo.</p>
<p>I licenziamenti di massa non significano quasi mai una riduzione proporzionale dei volumi di produzione. Quando una corporazione licenzia il 20 % del personale, al restante 80 % viene solitamente detto: “<emphasis>Ora svolgerete il lavoro dei colleghi licenziati, altrimenti finirete per strada insieme a loro</emphasis>”.</p>
<p>In termini di teoria marxista, ciò significa un brusco aumento del saggio di plusvalore. Sebbene la massa totale del capitale variabile (v, ovvero il fondo salari) sia diminuita, i lavoratori rimasti creano più plusvalore (m) per unità di tempo a causa dello stress, degli straordinari e della paura di perdere il posto di lavoro. Questo brusco salto nello sfruttamento compensa temporaneamente l’effetto della crescita della composizione organica del capitale (c/v, dove c è il capitale costante) e frena la caduta del saggio di profitto.</p>
<p>I licenziamenti di massa creano un eccesso di offerta sul mercato del lavoro: la cosiddetta “riserva industriale di manodopera” (i disoccupati). La presenza di un’enorme fila “fuori dai cancelli” consente alle aziende non solo di non aumentare, ma di ridurre realmente i salari dei dipendenti rimasti (o di assumerne di nuovi a condizioni peggiori). Ciò svaluta il capitale variabile (v) e consente all’azienda di trattenere una quota ancora maggiore del prodotto generato.</p>
<p>In ultima analisi, gli azionisti delle aziende non si nutrono di percentuali, si nutrono di denaro assoluto.</p>
<p>Anche se il saggio di profitto (la redditività sul capitale investito) cade inesorabilmente, diciamo dal 15 % al 5 %, ma nel frattempo l’azienda conquista nuovi mercati e si ingrandisce, la massa totale di profitto può crescere. Il 5 % di una capitalizzazione di 1.000 miliardi di dollari è più del 15 % di 10 miliardi. Per preservare questa massa assoluta di profitto in condizioni di mercati che si restringono, le compagnie sono disposte a qualsiasi licenziamento.</p>
<p>Le azioni che sono assolutamente razionali e salvifiche per la singola azienda qui e ora (licenziare persone → ridurre i costi → mostrare profitti agli azionisti), sono assolutamente irrazionali per l’economia globale nel lungo periodo (riduzione del numero di lavoratori → calo della domanda aggregata → diminuzione della massa di plusvalore → crisi di sovrapproduzione e caduta del saggio di profitto).</p>
<p>È proprio per questo che le aziende non possono fermarsi: la concorrenza le costringe a segare il ramo su cui sono sedute, perché chi smette di segare sarà il primo a cadere.</p>
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<p><strong>Appendice 3: Contenuto economico della lotta tra le frazioni della borghesia statunitense</strong></p>
<p>Per comprendere meglio la situazione, esaminiamo cinque frazioni chiave del capitale statunitense, i loro interessi e alcuni esempi concreti.</p>
<p><strong><emphasis>1. Settore tecnologico transnazionale (Big Tech)</emphasis></strong></p>
<p>Questa è la frazione più contraddittoria. Da un lato, produce beni ad alta tecnologia, dall’altro dipende assolutamente dalla divisione globale del lavoro. È interessata al libero accesso ai mercati di sbocco (inclusa la Cina) e alle capacità produttive globali (Taiwan, assemblaggio nella RPC).</p>
<p>Ma il settore stesso è spaccato. Aziende come Apple (<emphasis>fabless</emphasis>, senza fabbriche proprie) si oppongono il più possibile alle guerre commerciali. L’introduzione di dazi sulle importazioni cinesi colpisce direttamente i loro margini, poiché spostare giganteschi cluster di assemblaggio dalla Cina (Foxconn) agli Stati Uniti o anche all’India non è né veloce né economico. Aziende come Nvidia (design di chip) esercitano una pressione disperata per l’allentamento delle restrizioni all’esportazione. Il divieto di vendita dei chip di fascia alta in Cina li priva di un’enorme fetta di mercato, e dichiarano apertamente al governo che ciò danneggia il dominio americano nel campo dell’IA. Aziende come Intel (che possiedono fabbriche), al contrario, traggono vantaggio dal protezionismo. Hanno sostenuto attivamente il CHIPS Act, ricevendo decine di miliardi di dollari di sussidi statali per la costruzione di fabbriche all’interno degli USA, al fine di competere con la taiwanese TSMC.</p>
<p><strong>2. Settore del commercio al dettaglio e dei servizi dipendente dalle importazioni</strong></p>
<p>Questo settore (Walmart, Amazon, Target, Nike) ha beneficiato per decenni dello spostamento delle produzioni americane verso i paesi del nuovo capitalismo. È interessato al mantenimento di dazi a zero su beni di largo consumo, elettronica e abbigliamento. Per questa frazione della borghesia, i “dazi sulle merci cinesi” non sono una difesa del produttore nazionale (che spesso semplicemente non esiste affatto), ma una tassa diretta sul consumatore americano, il che porta a una caduta del loro saggio di profitto e a una contrazione della domanda dei consumatori. Si oppongono nettamente all’isolazionismo.</p>
<p><strong><emphasis>3. Complesso agroindustriale orientato all’esportazione</emphasis></strong></p>
<p>Settore storicamente conservatore, che paradossalmente si è ritrovato ostaggio della politica protezionistica. È interessato al libero accesso ai mercati asiatici (in primo luogo quello cinese). Quando la frazione dell’industria pesante spinge per l’introduzione di dazi sull’acciaio cinese, la Cina risponde in modo simmetrico, colpendo gli agricoltori americani e rifiutandosi di acquistare soia. Questo settore detesta il protezionismo poiché distrugge i loro mercati di sbocco, costruiti in decenni (di conseguenza, l’amministrazione Trump ha dovuto stanziare circa 28 miliardi di dollari in sussidi d’emergenza agli agricoltori per salvarli dalla bancarotta causata dalla sua stessa guerra commerciale).</p>
<p><strong><emphasis>4. Industria pesante interna ed energia</emphasis></strong></p>
<p>Questo è il cosiddetto vecchio capitale (siderurgia (U.S. Steel)), produttori di alluminio, industria automobilistica tradizionale (Ford, GM), che spinge il governo verso un rigido protezionismo e guerre tariffarie. È interessato alla protezione del mercato interno dalle importazioni più economiche (sovvenzionate, cinesi o europee), nonché alle commesse infrastrutturali statali. Le aziende di questo settore non possono competere con i veicoli elettrici (EV) o con l’acciaio cinesi né sul prezzo, né spesso sulle tecnologie delle batterie. Proprio questa frazione ha fatto pressione per il mantenimento dei dazi dell’era Trump sotto Biden e ha imposto dazi proibitivi al 100 % sui veicoli elettrici cinesi nel 2024. Senza il protezionismo statale, queste aziende sono destinate a morire.</p>
<p><strong><emphasis>5. Capitale finanziario (Wall Street e fondi di investimento)</emphasis></strong></p>
<p>Questo settore è favorevole alla globalizzazione, ma anche qui c’è una profonda sfumatura. È interessato al libero movimento di capitale in qualsiasi punto del pianeta dove il saggio di profitto è più alto. Per lungo tempo, il settore è stato il principale lobbista dell’integrazione della Cina nell’economia mondiale. Tuttavia, oggi si trova tra l’incudine e il martello. Da un lato, i finanzieri vogliono investire nelle crescenti aziende tecnologiche cinesi. Dall’altro, lo Stato americano (attraverso la SEC e il Tesoro) li costringe con la forza a condurre il <emphasis>de-risking</emphasis> (riduzione dei rischi) e a ritirare i capitali dagli asset cinesi sotto la minaccia di sanzioni o della perdita di accesso ai contratti governativi degli Stati Uniti.</p>
<p>Il fatto che lo Stato americano abbia iniziato ad agire in modo relativamente autonomo dagli interessi delle singole frazioni del capitale è dovuto ai cambiamenti osservati nell’economia mondiale. È proprio questo ad acuire la lotta tra le frazioni.</p>
<p>La classe politica dirigente degli Stati Uniti (sia repubblicani che democratici) ha compreso: se si lascia tutto al libero mercato (dove vince quel settore transnazionale a cui conviene la globalizzazione), gli USA perderanno definitivamente la base industriale, la capacità di produrre armi, chip avanzati e materiali critici. E senza questo, non c’è nulla con cui sostenere lo status di egemone mondiale e la forza del dollaro stesso. Pertanto, l’imperialismo americano è passato al protezionismo non per scelta, ma come misura di emergenza per salvare la propria base. Lo Stato ora costringe letteralmente le multinazionali a sussidiare la sicurezza nazionale (attraverso la rinuncia a mercati redditizi, la rottura di catene logistiche a basso costo e il trasferimento delle fabbriche “a casa”, dove la forza lavoro è più costosa). Naturalmente, le frazioni del capitale che subiscono perdite da questa ristrutturazione oppongono una resistenza disperata, il che si esprime nel caos politico e nella polarizzazione a Washington.</p>
<empty-line/>
<p><strong>L’Iran come nodo nevralgico della crisi dell’imperialismo</strong></p>
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<p><strong><emphasis>Il presente testo rappresenta un’analisi marxista del ruolo dell’Iran nell’attuale crisi imperialista e delle dinamiche di classe interne al paese. Se gli ideologi liberali discutono della lotta tra “riformatori” e “conservatori”, noi dimostriamo che tutte le frazioni della borghesia iraniana sono unite nel reprimere il movimento operaio, utilizzandolo solo come comparsa nelle loro faide intestine per il controllo degli asset. Sullo sfondo dell’intervento americano-israeliano in corso, respingiamo categoricamente sia il sostegno all’invasione esterna, sia gli appelli all’“unità nazionale” attorno al regime islamico. L’unica risposta del proletariato potrebbe essere la tattica del disfattismo rivoluzionario: il proletariato iraniano deve sottrarsi all’influenza della borghesia, creare il proprio partito d’avanguardia e utilizzare la guerra per abbattere lo Stato borghese e instaurare la dittatura del proletariato attraverso i consigli operai rigenerati.</emphasis></strong></p>
<empty-line/>
<p>Non è la prima volta che proprio il Medio Oriente, e l’Iran in particolare, si trovano al centro dello scontro tra potenze imperialiste, della loro lotta per la spartizione delle sfere di influenza e dei mercati. Così fu alla vigilia della Prima guerra mondiale, quando avvenne la spartizione dell’Iran tra l’imperialismo britannico e quello russo. Così accadde durante il secondo massacro mondiale, quando il regime dello Scià decise di stabilire relazioni con la Germania hitleriana, finendo per essere nuovamente occupato dal condominio anglo-russo. Teheran, nel 1943, divenne uno dei simboli della nuova spartizione imperialista, che presagiva la fine di quel conflitto.</p>
<p>Da allora è seguito un lungo ciclo di sviluppo capitalistico, che ha mutato significativamente la composizione internazionale dei predatori, il loro peso e il rapporto di forza tra loro: accanto a potenze capaci di proiettare la propria politica su scala globale, esiste un complesso intreccio di accordi e scontri tra attori regionali. Ma l’essenza di questa lotta, brillantemente svelata da Lenin oltre cento anni fa, rimane immutata: si tratta della spartizione dei mercati e delle sfere di influenza tra imperialismi – banditi che lottano tra loro per la ripartizione degli schiavi, e non importa chi abbia estratto per primo il coltello, passando alla violenza aperta.</p>
<empty-line/>
<p><strong>Le ondate delle proteste iraniane</strong></p>
<p>Questa lotta tra gli apparati di violenza organizzata del grande capitale si intreccia anch’oggi con la lotta di classe – una lotta che, per raggruppamento delle frazioni di tali classi e per la sua intensità, differisce significativamente da quella dell’epoca di Lenin. Il proletariato non agisce come una forza guida organizzata, capace di dirigere la lotta dei contadini che chiedono terra e pace contro un fronte compatto della grande borghesia e dei latifondisti. E uno degli obiettivi dell’analisi marxista deve essere proprio quello di criticare, in ogni grande episodio di lotta di classe, le ideologie che spesso presentano questo scontro di classi e delle loro frazioni sotto forma di un impulso astratto delle masse o della “classe media” verso una libertà e una democrazia altrettanto astratte. Ciò è necessario fare anche nel caso dell’Iran, dove l’intervento americano-israeliano è stato preceduto da un’ennesima ondata di proteste. L’ennesima, perché la tensione sociale in questo paese esplode regolarmente, nonostante la diversità dei pretesti per ogni ondata di agitazioni. Ad esempio, si possono ricordare le proteste del 2009 – il cosiddetto “Movimento Verde”, che richiedeva il riconteggio dei voti dopo la vittoria dell’ultraconservatore Ahmadinejad; o le proteste del 2019, provocate dal drastico aumento dei prezzi della benzina. Ci sono molti altri pretesti, ma il marxismo deve andare oltre: dalle manifestazioni esterne e superficiali di questa lotta, espresse in slogan e rivendicazioni, fino allo svelamento del contenuto socio-economico della lotta politica. Questo è ciò che faremo in questo articolo, utilizzando in modo critico il libro “L’Iran a tutti” dello specialista russo Nikita Smaghin.</p>
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<p><strong>Genesi della forma politica iraniana</strong></p>
<p>Smaghin è un liberale, in passato sostenitore del nazional-liberale Naval’nyj. Questo non poteva non riflettersi sulla sua analisi, apparentemente imparziale. Tuttavia, la sua ricerca presenta una serie di vantaggi, e di uno di questi si può giudicare dalla seguente citazione tratta dal suo libro: «<emphasis>Cercando di raccontare qualcosa sull’Iran, mi sentivo spesso rispondere: “ma ti stai contraddicendo da solo!”. La vita stessa si contraddice – ovunque. E nel caso dell’Iran, la frequenza di queste contraddizioni aumenta molteplici volte. Del resto, gli iraniani stessi si contraddicono spesso, ve lo dico io! L’Iran ha un sistema politico paradossale, un rapporto paradossale con l’Islam, leggi e visione del mondo paradossali. I paradossi in Iran non sono solo ad ogni passo: sono un fenomeno sistemico che sta alla base dello Stato e della società, che permette loro di sopravvivere e svilupparsi</emphasis>». Certamente, una tale pretesa di metodo dialettico non è sufficiente, ma l’autore tenta effettivamente di applicarlo in modo limitato, il che ci ha spinto a prestare attenzione al suo lavoro.</p>
<p>Dunque, la forma moderna dello Stato iraniano è nata in seguito alle proteste e al rovesciamento del regime dello Scià nel 1979. Le ideologie liberali contemporanee tentano di presentarla come un regime autoritario e personalistico che, per sua natura, gravita attorno al cosiddetto nuovo “asse del male”, composto da Cina e Russia, in sfida al presunto “Occidente progressista”. Tuttavia, anche un contatto superficiale con le realtà politiche iraniane smentisce immediatamente questa caricatura. Lasciamo la parola a Smaghin: «<emphasis>Quasi la prima associazione dell’Iran che sorge in chi non è addentro alle cose è: “lì c’è una dittatura islamista”. In realtà, tutto è più complesso: se ci allontaniamo dai giudizi emotivi, entriamo immediatamente nel territorio delle sfumature e delle riserve: sì, ma... Negli anni ‘90, in Iran si è formato un sistema politico unico, dove la teocrazia si è combinata con la democrazia e le istituzioni non elettive hanno funzionato in parallelo con quelle elettive. Si sono tenute regolarmente delle elezioni e, sebbene sia difficile definirle veramente libere, sono state quasi sempre competitive e imprevedibili</emphasis>». Involontariamente, lo specialista borghese rivela una verità di classe che il proletariato deve tenere ben impressa nella mente: non solo in Iran, ma ovunque la borghesia si sia saldamente insediata al potere, essa crea un amalgama di organi di potere elettivi e non elettivi. Quando si tratta degli interessi vitali della grande borghesia e della sua strategia, essa concentra il processo decisionale in organi indipendenti dagli zigzag degli interessi elettorali volubili. Ciò che un’analisi concreta deve svelare sono le forme specifiche in cui il dominio politico della grande borghesia si esprime nelle condizioni concrete di ciascuna potenza.</p>
<p>Il momento di svolta nella genesi della forma politica iraniana non è stato immediatamente il 1979, bensì il 1989. Ecco come Smaghin descrive la nascita di questa costruzione: «<emphasis>Un modello così complesso è stato il prodotto della “riforma firmata Khamenei-Rafsanjani” del 1989</emphasis> [...].</p>
<p>[…] <emphasis>nel 1989 il leggendario Ayatollah </emphasis>[Khomeini]<emphasis> morì. A quel punto i nemici interni erano già stati sconfitti e repressi, e la guerra con l’Iraq si era appena conclusa con un “pareggio militare”: almeno 500 mila morti e fino a un milione di feriti</emphasis> [...].</p>
<p><emphasis>La lotta tra bulldogs sotto il tappeto ha mostrato che le persone più influenti al momento della morte di Khomeini erano due: il presidente del Majlis Ali Akbar Hashemi Rafsanjani e il presidente Ali Khamenei. Alla fine, si sono spartiti il potere: Rafsanjani è diventato il nuovo presidente e Khamenei la Guida Suprema (Rahbar). Non meno importante è il fatto che questi due abbiano anche avviato la prima e per ora unica riforma costituzionale nella storia dell’Iran. In particolare, in seguito a questa riforma, è stata abolita la carica di Primo Ministro e le sue funzioni sono state di fatto trasferite al Presidente del paese.</emphasis></p>
<p>[...] <emphasis>Il presidente Rafsanjani divenne il leader del movimento riformista, che sosteneva la liberalizzazione della vita economica e la normalizzazione delle relazioni con il mondo, incluso l’Occidente. </emphasis>[...]<emphasis> In contrapposizione, al polo opposto dello spettro politico, iniziò a formarsi un blocco di conservatori, che facevano appello ai valori “hardcore” della Rivoluzione Islamica, inclusa la retorica antiamericana e la rigorosa osservanza delle norme religiose. Questa parte dello spettro politico iraniano si è consolidata attorno a Khamenei, sebbene egli formalmente cercasse di mostrare di non sostenere nessuna delle forze. La Guida Suprema preferisce ancora oggi non esporsi a favore dell’uno o dell’altro candidato nelle elezioni presidenziali. Allo stesso tempo, i cenni nei suoi discorsi e i dati diffusi dai media iraniani non lasciano dubbi su quale sia la parte per cui Khamenei pende nel gioco politico interno</emphasis>.</p>
<p><emphasis>Nella lotta politica, entrambi i movimenti avevano i loro punti deboli e i loro vantaggi. I riformisti godevano di un maggiore sostegno della popolazione. Le loro idee di liberalizzazione del sistema e di apertura al mondo hanno chiaramente trovato ripercussione tra gli elettori: sia il Majlis (Parlamento) che la carica di Presidente sono rimasti più spesso nelle loro mani. In 35 anni, dal 1989 al 2024, i politici del fronte riformista hanno occupato la poltrona presidenziale per 24 anni. Ma dalla parte dei conservatori c’è sempre stato un serio predominio negli istituti teocratici del potere: la Guida Suprema (Rahbar) può essere rimossa solo per motivi di salute; in sostanza, viene eletta una volta e per sempre. Allo stesso tempo, le competenze costituzionali rendono il Rahbar l’uomo più influente in Iran. Egli nomina direttamente metà dei membri del Consiglio dei Guardiani della Costituzione, che può respingere qualsiasi disegno di legge del Majlis e, inoltre, decide chi può essere ammesso alle elezioni parlamentari e presidenziali e chi no. Inoltre, devono essere concordate con il Rahbar le candidature di tre ministri chiave: il capo del Ministero degli Esteri, della Difesa e del Ministero dell’Intelligence, che controlla i servizi speciali. Infine, a lui è direttamente subordinato il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), una formazione militare di 300–400 mila uomini, che fa parte delle forze armate del paese e svolge contemporaneamente le funzioni di esercito e di servizi segreti.</emphasis></p>
<p>[…] <emphasis>Di conseguenza, le competenze reali e l’influenza non sono determinate tanto da ciò che è scritto sulla carta, quanto da quale dei politici e dei funzionari goda in quel momento di maggiore autorità</emphasis>».</p>
<p>Notiamo di passaggio che tale organizzazione del potere della borghesia iraniana, che si maschera dietro le vesti più diverse, comprese quelle religiose, spiega in parte perché la scommessa statunitense e israeliana sull’eliminazione dei leader di questo regime politico non abbia funzionato. In termini più generali, la relativa flessibilità di questo tipo di democrazia, intesa come forma della dittatura del capitale, ha assolto diversi compiti tipici dell’organizzazione del dominio borghese:</p>
<p>1. L’elaborazione in un processo di lotta e contrattazione di una determinata linea comune di lotta e contrattazione, la definizione di una strategia unitaria della classe dominante sia verso il fronte interno che verso quello esterno.</p>
<p>2. L’organizzazione del sostegno delle masse a questo regime politico. Ciò avviene anche – ma, naturalmente, non solo – attraverso la creazione dell’illusione di una scelta tra diverse correnti, diverse promesse elettorali e facciate pubblicitarie.</p>
<p>3. Infine, come sopra notato, la creazione di una struttura quanto più stabile possibile per la lotta contro altre frazioni di briganti, sia regionali che globali.</p>
<empty-line/>
<p><strong>La versione iraniana dello “Stato del benessere generale”</strong></p>
<p>È evidente che qualsiasi forma politica è riempita di un contenuto sociale ed economico, contraddittorio e in costante movimento, che essa deve esprimere. Non è difficile riscontrare che anche in Iran esistono grandi famiglie di borghesi, oasi di villeggiatura dove questa “élite” sperpera quanto accumulato col “sudato lavoro”; esiste la cosiddetta economia dell’IRGC, che copre, a seconda delle stime, dal 20 al 40 % del PIL nazionale e dove nel consiglio di amministrazione delle aziende siedono ex militari; esiste poi l’economia del <emphasis>bazar</emphasis> mediorientale – la piccola borghesia iraniana. Ma qui vorremmo soffermarci su un altro elemento del funzionamento di questo modello socio-economico, ben descritto nel libro di Smaghin e tipico del modello socio-economico post-bellico delle vecchie potenze, oggi anch’esso in crisi. Ci riferiamo a ciò che in Occidente ha preso il nome di welfare, o Stato sociale. In Europa, questo sistema si affermò durante il periodo dei “miracoli economici” degli anni ‘50 e ‘60, quando avvenivano burrascosi processi di decomposizione del mondo contadino, di migrazione della popolazione verso le città e di proletarizzazione. Le briciole cadute dalla tavola del padrone, destinate ai sistemi di sicurezza sociale, servivano ad attutire l’attrito inevitabilmente sorto nel corso di tali processi e, in parte, a sostenere la domanda di prodotti in un’economia in rapida crescita. In forme specifiche, questo fenomeno è stato proprio anche dell’Iran.</p>
<p>Dal 1950 al 2015, il tasso di urbanizzazione in Iran è passato dal 28 al 73 %: in sostanza, ciò significa ritmi molto rapidi di disgregazione delle campagne e di formazione delle classi della moderna società borghese, il che non poteva non creare tensione sociale, non acutizzare la lotta politica e non indurre un adattamento delle forme politiche.</p>
<p>Osserviamo come Smaghin descrive questi processi:<emphasis> «Le prime manifestazioni sistemiche della politica sociale in Iran risalgono agli anni della guerra Iran–Iraq (1980–1988). L’estenuante conflitto richiedeva la riconversione dell’economia su binari militari e i precedenti meccanismi di mercato per la distribuzione dei prodotti non funzionavano. Per evitare la carestia, le autorità ricorsero per la prima volta a sussidi di massa sui generi alimentari: i prezzi erano sotto il controllo dello Stato e le merci venivano distribuite alla popolazione secondo norme rigorose. Di fatto, si trattava di tessere annonarie, con le quali a ciascuno veniva concessa solo una determinata quantità di prodotti. Poi la guerra finì, la necessità del razionamento scomparve, ma i sussidi rimasero. Ora gli iraniani potevano ottenere benzina o elettricità in quantità illimitata a prezzi bassi.</emphasis></p>
<p><emphasis>In quegli anni emerse anche un altro tratto delle nuove autorità. La Repubblica Islamica non cercava di distruggere le istituzioni esistenti sotto lo Scià, ma, piuttosto, di correggere il loro funzionamento e integrarle con delle nuove. </emphasis>[...] <emphasis>Le precedenti organizzazioni e istituzioni di assistenza sociale, attive sotto lo Scià, non furono liquidate, ma apparvero nuove organizzazioni, mirate a lavorare con quegli strati della popolazione a cui il vecchio regime non dedicava sufficiente attenzione. È notevole che la Fondazione Pahlavi, a cui appartenevano asset significativi dello Scià e della sua famiglia, sia stata rinominata in Fondazione degli Oppressi (Bonyad-e Mostazafan). È diventata il feudo del Corpo delle Guardie (IRGC), trasformandosi nella più grande e influente tra le fondazioni iraniane.</emphasis></p>
<p><emphasis>Sul piano economico, i successi della Repubblica Islamica nei primi decenni furono più che modesti. Le sanzioni e l’isolamento internazionale interruppero le consuete rotte di esportazione degli idrocarburi, la prolungata guerra con l'Iraq distrusse l’economia. </emphasis>[...]<emphasis> Il paese è tornato ai livelli pre-rivoluzionari degli indicatori economici solo all’inizio degli anni 2000 </emphasis>[...]<emphasis>.</emphasis></p>
<p><emphasis>In contrasto con l’andamento economico, la politica sociale ha mostrato risultati tutt’altro che trascurabili. Gli islamisti hanno aperto la strada alle masse popolari verso l’istruzione e la medicina. La mortalità infantile diminuiva rapidamente. Già all’inizio degli anni ‘90, l’Iran aveva raggiunto su questo indicatore il livello dei paesi sviluppati, superando sensibilmente la media del Medio Oriente – e tutto ciò sullo sfondo di una guerra e di una crisi economica! Anche la speranza di vita degli iraniani è superiore a quella dei vicini di regione: all’inizio degli anni 2010, l’Iran, pur rimanendo un paese in via di sviluppo, ha eguagliato l’aspettativa di vita degli Stati europei. Le azioni delle autorità hanno favorito questo processo: nel 1995 è stata approvata la legge sull’assistenza sanitaria universale, che ha offerto polizze di assicurazione sanitaria a tutti i residenti del paese. Per la prima volta, gli abitanti anche dei villaggi più remoti hanno ottenuto l’accesso a servizi medici di base.</emphasis></p>
<p><emphasis>Il progresso rispetto ai tempi dello Scià era evidente anche nell’istruzione. Se negli anni ‘70 nelle scuole iraniane studiavano circa 5 milioni di persone, all’inizio degli anni 2000 il numero degli studenti ha raggiunto quasi i 20 milioni. L’accesso alle università è diventato significativamente più agevole. La Repubblica Islamica ha fatto molto anche per l’emancipazione femminile. Prima del 1979, il tasso di alfabetizzazione tra le ragazze di 15–24 anni nel paese era del 42 %, significativamente inferiore rispetto alla Turchia (68 %). Tuttavia, a metà degli anni 2000, questo indicatore in Iran aveva raggiunto quasi il 97 %, superando del 3 % quello del vicino turco. Inoltre, le donne hanno iniziato a frequentare massicciamente le università, e la loro quota tra gli studenti ha superato il 50 %.</emphasis></p>
<p><emphasis>Per la prima volta nella storia dell’Iran, ai disoccupati è stato regolarmente erogato un sussidio. I lavoratori autonomi sono stati coinvolti nel sistema di previdenza sociale. Infine, il sistema di sussidi e di assistenza agli strati vulnerabili, combinato con la normalizzazione economica degli anni ‘90 e 2000, è riuscito a invertire la tendenza della povertà. Questo indicatore era bruscamente peggiorato durante gli anni di guerra ed era rimasto al livello del 30 % fino al 1995–1996. Tuttavia, successivamente, il numero dei poveri ha iniziato a diminuire, scendendo appena al 5% nel periodo 2011–2013».</emphasis></p>
<p>Questo lungo ciclo di sviluppo ha portato alla formazione di una moderna società capitalistica, che include quello che la sociologia borghese chiama “classe media”. In realtà, si tratta di un mix sociale composto da diverse classi e dai loro strati – sfruttatori e sfruttati – che vengono mescolati in un unico calderone basandosi solo sul livello di reddito e sull’adesione alle abitudini borghesi. Comunque sia, questa massa eterogenea ha iniziato a presentare allo Stato richieste sempre nuove. Quest’ultimo, a sua volta, non è in grado di rispondervi nelle condizioni di sanzioni e degrado economico dovuti alla carenza di investimenti. Questo è il terreno reale delle proteste iraniane.</p>
<empty-line/>
<p><strong>L’illusione della rappresentanza operaia e la lotta frazionaria della borghesia</strong></p>
<p>Nell’analisi di Smaghin e di altri ricercatori borghesi, spesso viene tralasciato non solo il proletariato iraniano in quanto tale, ma anche il modo in cui la classe dominante costruisce attivamente meccanismi per subordinare il movimento operaio ai propri interessi frazionari. La borghesia iraniana, nonostante la sua frammentazione interna (che i politologi riducono semplicisticamente alla lotta tra “riformatori” e “conservatori” o “principalisti”), possiede un ricco arsenale di mezzi per la cooptazione delle proteste operaie e per il loro utilizzo come ariete nelle guerre intestine per gli asset e l’influenza politica.</p>
<p>Subito dopo la rivoluzione del 1979, quando i consigli operai indipendenti (<emphasis>shora</emphasis>) furono schiacciati, lo Stato creò il loro surrogato: i Consigli Islamici del Lavoro, nonché l’organizzazione ombrello nota come “Casa del Lavoro” (<emphasis>Khane-ye Kargar</emphasis>). Queste strutture difendono i diritti dei lavoratori solo nominalmente. In realtà, il loro compito è il controllo preventivo dell’ambiente lavorativo e l’integrazione della classe operaia nel sistema corporativo statale.</p>
<p>È importante notare che la dirigenza della “Casa del Lavoro” è storicamente legata a doppio filo alla frazione dei cosiddetti “pragmatici” e “riformatori” (la linea di Rafsanjani e Khatami). Nei periodi in cui questa frazione si trovava all’opposizione rispetto ai conservatori intransigenti, i leader della “Casa del Lavoro” hanno spesso utilizzato la mobilitazione dei lavoratori sotto il loro controllo per esercitare pressione sui concorrenti politici, organizzando manifestazioni autorizzate sotto slogan di giustizia sociale che, in realtà, servivano solo come strumento di contrattazione per poltrone ministeriali e preferenze economiche.</p>
<p>D’altra parte, l’ala conservatrice della borghesia, che poggia sul IRGC e sui grandi fondi religiosi (<emphasis>bonyad</emphasis>), gioca regolarmente la carta della “difesa degli oppressi” (<emphasis>mostazafan</emphasis>). A partire dall’epoca di Ahmadinejad e fino alla presidenza di Raisi, i conservatori hanno utilizzato attivamente gli scioperi degli operai nelle imprese privatizzate per colpire i loro concorrenti.</p>
<p>Un esempio lampante è costituito dalla lotta presso lo zuccherificio “Haft Tappeh” o presso lo stabilimento di macchinari pesanti “Hepco”. Quando le imprese, trasferite nelle mani di proprietari privati (spesso legati al campo riformista), venivano portate al fallimento e gli operai non ricevevano lo stipendio per mesi, i media e i politici conservatori diventavano improvvisamente la “voce del proletariato”. Essi davano risalto a questi scioperi e sostenevano le richieste di annullamento delle privatizzazioni, ma con un solo obiettivo: trasferire quegli asset dalle mani dei concorrenti privati di nuovo sotto il controllo dello Stato o dei fondi para-statali legati all’IRGC. Una volta avvenuto il cambio di proprietà, la “solidarietà” dei conservatori svaniva, e ogni tentativo degli operai di continuare la lotta per i propri diritti reali veniva duramente represso.</p>
<p>La frazione dei riformatori, a sua volta, utilizza da decenni le illusioni democratiche dell’intellighenzia e di una parte della classe operaia. Alla vigilia delle elezioni, promettono un ammorbidimento della legislazione del lavoro, la legalizzazione dei sindacati indipendenti e l’ampliamento delle libertà civili. Tuttavia, sono stati proprio gli esecutivi riformisti (specialmente sotto Rouhani) a essere responsabili delle campagne di deregolamentazione neoliberista del mercato del lavoro più massicce, inclusa l’estensione della pratica dei “contratti in bianco” (contratti firmati dal lavoratore senza l’indicazione di termini e importi, dove il datore di lavoro può inserire qualsiasi clausola) e l’esclusione di milioni di lavoratori delle piccole imprese dalla protezione del codice del lavoro.</p>
<p>Indipendentemente da quanto acute siano le contraddizioni tra i vari raggruppamenti della borghesia iraniana (orientati al mercato interno o che aspirano a un accordo con l’imperialismo occidentale, privati o di stampo militare-statale), essi dimostrano un’assoluta unità di classe su una questione: impedire l’auto-organizzazione del proletariato.</p>
<p>Non appena uno sciopero supera i limiti consentiti dall’una o dall’altra frazione e gli operai iniziano ad avanzare rivendicazioni politiche o tentano di formare organizzazioni autenticamente indipendenti (come hanno fatto il sindacato degli autisti degli autobus di Teheran, il consiglio di coordinamento degli insegnanti o il sindacato indipendente degli operai di “Haft Tappeh”), la macchina statale dimentica le divergenze interne. I leader della protesta operaia vengono sottoposti ad arresti, torture e lunghe pene detentive sotto qualsiasi presidente: che si tratti di conservatori, “pragmatici” o riformatori.</p>
<p>In tal modo, la borghesia iraniana tenta costantemente di trasformare il movimento operaio in una comparsa nelle proprie lotte intestine intraclassiste. La presa di coscienza del fatto che nessuna delle frazioni della classe dominante, nessuna delle loro etichette politiche, può essere un alleato tattico del proletariato, è il primo e necessario passo verso l’indipendenza politica della classe operaia iraniana nelle tempeste incombenti della spartizione imperialista.</p>
<empty-line/>
<p><strong>La sanguinosa spartizione del Medio Oriente</strong></p>
<p>In questo momento, l’imperialismo americano, in alleanza con il suo compagno israeliano, ha dato inizio a un’operazione militare contro l’Iran, senza nascondere che nella sua operazione di intervento conta palesemente sul potenziale di protesta degli iraniani. Allo stesso tempo, Trump non si è dato la pena di produrre lunghi ragionamenti sulla necessità di difendere i “valori democratici” o altre simili sciocchezze ideologiche, lasciando la giustificazione della guerra, presentata come la necessità di porre fine a un regime misantropico, alla schiera dei commentatori liberali nei media. Semplificando il quadro generale, si può dire che il predatore americano, in relativa decadenza, sta tentando di utilizzare il vantaggio militare di cui ancora dispone per porre sotto controllo le risorse economiche chiave e le vie di transito, al fine di contrattare poi, da una posizione di forza, con i propri concorrenti – in primo luogo l’ascesa dell’imperialismo cinese. Ieri, questo riparto della regione avveniva tramite investimenti, accordi commerciali, iniziative diplomatiche (gli Accordi di Abramo; l’accordo strategico Cina–Iran del 2021, che prevede investimenti per 400 miliardi di dollari in 25 anni, ecc.); oggi continua tramite l’intervento militare, mettendo in moto una catena imprevedibile di conseguenze. Investimenti, diplomazia e guerra non sono mezzi contrapposti o reciprocamente esclusivi di questo riparto; le guerre imperialiste sono il proseguimento della politica imperialista, degli interessi economici dei più grandi gruppi monopolistici. Lo stesso fanno i banditi regionali più piccoli – da Israele alle monarchie del Golfo fino alla Turchia. Non rimangono a guardare gli imperialismi europeo e russo, timorosi di perdere posizioni a causa dell’ennesimo riparto.</p>
<p>C’è in questo dramma un altro lezione importante. Gli imitatori di sinistra del marxismo potevano sognare che l’invasione americana, sulle sue baionette imperialiste, portasse al proletariato iraniano una presunta democrazia progressista, che in futuro avrebbe creato condizioni più libere per la lotta dei lavoratori per i propri interessi. Questa è stupidità e ingenuità, oppure un tradimento aperto e un giocare a favore del nemico di classe. D’altro canto, la borghesia iraniana ha giustamente ottenuto un asso nella manica sotto forma di “unità nazionale”, tentando di compattare il proletariato attorno alla bandiera di Stato e alla difesa del regime islamico, ieri ancora odiato dalle masse stesse. In queste condizioni, l’unica posizione marxista corretta per la classe operaia iraniana è la tattica del disfattismo rivoluzionario. Il proletariato non ha patria in questo massacro inter-imperialista. Il compito dei lavoratori non è la difesa della “sovranità nazionale” della Repubblica Islamica borghese contro i missili americani, né il sostegno agli interventisti di Washington, bensì l’utilizzo della crisi militare, che indebolisce l’apparato statale, per dispiegare la guerra di classe nelle retrovie. La parola d’ordine del momento è: trasformazione della guerra imperialista in guerra civile, puntando le armi contro la “propria” borghesia nazionale.</p>
<p>L’emancipazione dei lavoratori può essere solo il risultato della lotta dei lavoratori stessi. Tuttavia, l’esperienza degli scioperi iraniani, costantemente spinti in un vicolo cieco dai riformisti o soppressi dalle baionette del IRGC, dimostra: una protesta economica spontanea e la creazione di sindacati “indipendenti” non sono sufficienti. La lotta trade-unionistica lascia il proletariato entro i confini del sistema di schiavitù salariata. Per uscire dalla trappola della lotta frazionaria della borghesia, è vitale per gli operai d’avanguardia dell’Iran la creazione della propria arma politica: un partito d’avanguardia rivoluzionario. Solo un’organizzazione di rivoluzionari di professione, armata della teoria marxista avanzata, è capace di infondere una coscienza autenticamente di classe e internazionalista nel movimento operaio spontaneo e di unire gli scioperi isolati in un unico fronte politico.</p>
<p>Questa lotta politica deve avere una chiara prospettiva rivoluzionaria. L’obiettivo del proletariato non può essere la “democratizzazione” del regime, il cambio del Rahbar con un presidente liberale o la creazione di un “vero” “Stato sociale”. Il compito storico consiste nella rottura totale, nella distruzione fisica della macchina statale borghese – con tutti i suoi Majlis elettivi e i consigli non elettivi, le fondazioni religiose e il Corpo delle Guardie. Sulle rovine della dittatura del capitale, la classe operaia iraniana, basandosi sui consigli operai rinati (<emphasis>shora</emphasis>) e in alleanza con gli altri reparti del proletariato mondiale, deve instaurare la propria dittatura: la dittatura del proletariato. Oggi ci troviamo solo all’inizio di questo difficile cammino. Ma proprio il ripristino di questo chiaro programma rivoluzionario, gettato via dagli opportunisti, è la condizione principale delle future battaglie di classe, la cui espressione suprema sarà la creazione di una nuova Internazionale Comunista.</p>
<p><emphasis>Marzo 2026</emphasis></p>
<empty-line/>
<p><strong>Dalla Manchester di Engels alla Manchester Globale</strong></p>
<empty-line/>
<p><strong><emphasis>Gli ideologi borghesi ci convincono da decenni che il marxismo sia irrimediabilmente obsoleto, che la classe operaia classica sia scomparsa e che al posto dello crudele sfruttamento del passato sia giunta un’umanitaria “società post-industriale” di pari opportunità. Noi demoliamo questo mito, poggiandoci su un rigoroso analisi di economia politica. Dimostriamo che il capitale non ha affatto mutato la sua natura predatoria: ha semplicemente scalato le condizioni infernali della Manchester fabbrile del XIX secolo, descritte dal giovane Friedrich Engels, alle dimensioni dell’intero pianeta. Di fronte all’inesorabile caduta del saggio di profitto negli anni '70, il capitalismo ha lanciato i meccanismi della rivincita globale: ha delocalizzato la produzione fisica nei paesi del “nuovo” capitalismo, condannando miliardi di persone al supersfruttamento, mentre il proletariato delle metropoli imperialiste è stato frammentato e assoggettato tramite la gig-economy, il taylorismo digitale, la schiavitù del debito e le illusioni del capitale surrogato. In questo materiale sezioniamo l’anatomia del proletariato contemporaneo frammentato e dimostriamo che, nonostante la dispersione spaziale e professionale, il minatore in Congo, il corriere con GPS e l’IT specialista in burnout rimangono anelli di una stessa catena di estrazione del plusvalore. Per spezzare questa macchina globale di produzione di miseria e alienazione, la classe frammentata dei lavoratori salariati deve necessariamente superare l’atomizzazione imposta e prendere coscienza dei propri interessi di classe unitari. Solo un partito marxista mondiale può canalizzare la protesta spontanea del proletariato nel alveo della rivoluzione comunista.</emphasis></strong></p>
<empty-line/>
<p>Nel 1845, il ventiquattrenne Friedrich Engels pubblicò il libro “La situazione della classe operaia in Inghilterra”, un libro che Lenin definì <emphasis>«un terribile atto d’accusa contro il capitalismo e la borghesia»<sup>34</sup></emphasis>, annoverandolo tra le migliori opere della letteratura socialista mondiale. La scelta dell’oggetto analizzato non fu casuale: la Manchester del XIX secolo rappresentava il primo “laboratorio puro” del capitalismo industriale. Engels documentò con precisione protocollare come un sistema dotato di una capacità di innovazione tecnologica senza precedenti generasse, simultaneamente, miseria assoluta, epidemie e degradazione della vita umana. Era la realtà della soffocante e fuligginosa Coketown di “Tempi difficili” di Charles Dickens e delle viscere infernali di “Germinal” di Émile Zola.</p>
<p>Nel primo volume de “Il Capitale”, Karl Marx formulò la legge: «[…] <emphasis>tutti i metodi per la produzione di plusvalore sono al tempo stesso metodi dell’accumulazione e ogni estensione dell’accumulazione diventa, viceversa, mezzo per lo sviluppo di quei metodi. Ne consegue quindi, che nella misura in cui il capitale si accumula, la situazione dell’operaio, qualunque sia la sua retribuzione, alta o bassa, deve peggiorare. La legge infine che equilibra costantemente sovrappopolazione relativa, ossia l’esercito industriale di riserva da una parte e volume e energia dell’accumulazione dall’altra, incatena l’operaio al capitale in maniera più salda che i cunei di Efesto non saldassero alla roccia Prometeo. Questa legge determina un’accumulazione di miseria proporzionata all’accumulazione di capitale. L’accumulazione di ricchezza all’uno dei poli è dunque al tempo stesso accumulazione di miseria, tormento di lavoro, schiavitù, ignoranza, brutalizzazione e degradazione morale al polo opposto ossia dalla parte della classe che produce il proprio prodotto come capitale»<sup>35</sup></emphasis>.</p>
<p>Un secolo e mezzo dopo, gli apologeti del capitalismo sostengono che questa legge sia obsoleta. Ci parlano dell’avvento della “società post-industriale”, del trionfo della classe media e dell’economia della conoscenza. Tuttavia, se dissolviamo il fumo ideologico e applichiamo una rigorosa analisi marxista dell’economia politica alla realtà contemporanea, scopriamo che il capitalismo non ha cambiato la sua natura: ha semplicemente scalato la Manchester del 1845 alle dimensioni dell’intero pianeta. L’economia odierna è un’unica fabbrica globale, dove gli algoritmi digitali fungono da sorveglianti senza anima e le bolle finanziarie agiscono come un polmone d’acciaio per un sistema afflitto da una crisi cronica di sovrapproduzione.</p>
<empty-line/>
<p><strong>La Legge Fondamentale e il Grande Divario: Meccanica del “Lungo Declino”</strong></p>
<p>Per capire perché il programmatore, il corriere e l’assemblatore di smartphone moderni si trovino sulla stessa barca di classe, dobbiamo rivolgerci a uno degli elementi fondamentali della teoria marxista delle crisi: la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto.</p>
<empty-line/>
<p><strong><emphasis>La matematica dell’inevitabilità</emphasis></strong></p>
<p>Il capitalismo è guidato da un unico obiettivo: l’autovalorizzazione del valore (accumulazione di capitale). Il profitto deriva esclusivamente dal lavoro non pagato degli operai (plusvalore). Nel paradigma marxista, il saggio di profitto è espresso dalla formula:</p>
<p> ,</p>
<p>dove <strong><emphasis>m</emphasis></strong> è il plusvalore, <strong><emphasis>c</emphasis></strong> è il capitale costante (macchinari, materie prime, server, algoritmi) e <strong><emphasis>v</emphasis></strong> è il capitale variabile (salari degli operai).</p>
<p>Nella caccia al vantaggio competitivo, il capitalista è costretto a introdurre costantemente nuove tecnologie, sostituendo il <emphasis>lavoro vivo </emphasis>con quello meccanizzato. Ciò porta a una crescita inarrestabile della <emphasis>composizione organica del capitale </emphasis>(il rapporto <strong>c</strong>/<strong>v</strong>). Ma poiché l’unica fonte di nuovo valore è il lavoro vivo (<strong>v</strong>), la diminuzione relativa della quota di questo lavoro nella produzione porta inevitabilmente a una caduta sistemica del saggio di profitto (<strong>p’</strong>).</p>
<empty-line/>
<p><strong><emphasis>1973: il punto di non ritorno</emphasis></strong></p>
<p>Alla fine degli anni ‘60 del secolo scorso, i premi Nobel per l’economia Robert Solow e Paul Samuelson rilasciarono una serie di dichiarazioni trionfali. «<emphasis>L’obsoleta nozione di </emphasis>[...]<emphasis> “ciclo economico” non è più di grande interesse</emphasis>», affermava Solow. Samuelson scherzava dicendo che, dopo cinquant’anni di attività, il National Bureau of Economic Research avesse «<emphasis>esaurito uno dei suoi compiti, lo studio del ciclo congiunturale</emphasis>». Arthur Okun, alto consigliere dei presidenti Kennedy e Johnson, sosteneva che le recessioni fossero «<emphasis>ormai </emphasis>[...] <emphasis>evitabili come i disastri aerei</emphasis>» e che l’idea che le fluttuazioni potessero minacciare il regolare funzionamento dell’economia fosse «<emphasis>superata</emphasis>». Nel libro “<emphasis>The Political Economy of Prosperity”</emphasis> (Washington, 1970), terminato nel novembre 1969, scriveva che in quel momento «<emphasis>la nazione stava vivendo il centocinquesimo mese di una crescita economica inaudita, senza precedenti e ininterrotta</emphasis>», dichiarando senza esitazione l’«<emphasis>obsolescenza dello schema dei cicli economici</emphasis>».</p>
<p>Gli apologeti del capitalismo percepivano il periodo di crescita post-bellica nella ricostruzione come la nuova norma del capitalismo. Robert Brenner, direttore del Center for Social Theory and Comparative History presso l’Università della California (UCLA) e redattore della <emphasis>New Left Review</emphasis>, dimostra nel suo libro <emphasis>“The Economics of Global Turbulence: The Advanced Capitalist Economies from Long Boom to Long Downturn, 1945-2005”</emphasis> (1998) che quella fu solo un’anomalia temporanea, causata dalla distruzione di enormi volumi di capitale durante la Seconda Guerra Mondiale.</p>
<p>Verso la fine degli anni ‘60, le economie degli USA, Germania e Giappone risultarono sature di capacità produttiva. La legge della caduta del saggio di profitto reclamò il suo tributo. La crisi del 1973 (spesso erroneamente ridotta al solo embargo petrolifero) segnò il momento in cui il capitale non fu più in grado di garantire la crescita dei profitti mantenendo il “compromesso di classe” del dopoguerra (salari elevati).</p>
<p>Da questo momento ha inizio ciò che gli economisti chiamano il “Grande Divario” (<emphasis>The Great Decoupling</emphasis>). L’economista inglese, docente all’Università di Oxford, studioso del capitalismo Andrew Glyn<sup>36</sup>, nel libro “<emphasis>Capitalism Unleashed”</emphasis> (Oxford University Press, 2006), mostra il meccanismo della rivincita capitalistica. Le sue conclusioni sono confermate da uno studio dell’Economic Policy Institute (EPI): dal 1973, la produttività del lavoro negli Stati Uniti e in Europa è cresciuta di quasi il 110 %, mentre il salario reale del lavoratore mediano è rimasto stagnante (vedi tabella e grafico). Tutto il valore aggiunto degli ultimi cinquant’anni è stato sottratto dal capitale per compensare la caduta del saggio di profitto. Il sistema sopravvive esclusivamente attraverso l’inasprimento del grado di sfruttamento.</p>
<empty-line/>
<p><strong>Anno</strong></p>
<p><strong>La produttività del lavoro (Output/Hour)</strong></p>
<p><strong>Salario reale mediano (Real Wage)</strong></p>
<p><strong>Divario (Capital Appropriation)</strong></p>
<empty-line/>
<p><strong>1973</strong></p>
<p>100</p>
<p>100</p>
<p>0</p>
<empty-line/>
<p><strong>1990</strong></p>
<p>132</p>
<p>103</p>
<p>+29</p>
<empty-line/>
<p><strong>2010</strong></p>
<p>185</p>
<p>108</p>
<p>+77</p>
<empty-line/>
<p><strong>2022 (Est.)</strong></p>
<p><strong>210</strong></p>
<p><strong>110</strong></p>
<p><strong>+100</strong></p>
<empty-line/>
<p><emphasis>Dati basati sul modello EPI (Economic Policy Institute).</emphasis></p>
<empty-line/>
<p><strong><emphasis>Il capitale, alla rincorsa del profitto, sviluppa il Sud Globale</emphasis></strong></p>
<p>Scontratosi con la caduta del saggio di profitto e con gli interessi dell’aristocrazia operaia nelle metropoli durante gli anni ‘70, il capitale è ricorso a una strategia che il geografo anglo-americano David Harvey, uno dei fondatori della cosiddetta “geografia radicale”, definisce nel libro “<emphasis>The Limits to Capital”</emphasis> (1982) come <emphasis>«soluzione spaziale»</emphasis> (<emphasis>Spatial Fix</emphasis>): se a Detroit la forza lavoro costa 20 dollari l’ora e la giornata lavorativa è limitata a 8 ore, allora la fabbrica deve essere trasferita dove le pretese del proletariato sono molto più basse.</p>
<p>Secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) per il decennio in corso, l’esercito globale del lavoro salariato conta la cifra senza precedenti di 3,3–3,5 miliardi di persone. È avvenuto un colossale spostamento geografico: la maggioranza assoluta del proletariato mondiale (circa 1,9 miliardi di operai) è oggi concentrata nella regione Asia-Pacifico, trasformata nell’officina industriale principale del pianeta. In Africa, la forza lavoro salariata ammonta a circa 500 milioni di persone (di cui oltre l’85 % nel settore informale, privo di qualsiasi garanzia sociale), mentre in America Latina si contano circa 300 milioni. Le condizioni di lavoro nel Sud Globale spesso riproducono letteralmente le realtà dell’Inghilterra del XIX secolo: assenza di sicurezza sul lavoro sistematica, turni di 10–14 ore e redditi che oscillano sulla soglia della sopravvivenza fisiologica.</p>
<p>A questo proposito, non bisogna dimenticare che il marxismo distingue tra <emphasis>immiserimento assoluto </emphasis>e<emphasis> immiserimento relativo</emphasis>. Un assemblatore di telefoni cellulari a Shenzhen oggi possiede non solo una ciotola di riso, ma anche un iPhone. Tuttavia, allo stesso tempo, il grado di sfruttamento di un lavoratore (l’immiserimento relativo – il divario tra ciò che produce e ciò che riceve) supera significativamente il livello di sfruttamento di un raccoglitore di riso.</p>
<p>Come scriveva Marx in “Lavoro salariato e capitale”: <emphasis>«Una casa, per quanto sia piccola, fino a tanto che le case che la circondano sono ugualmente piccole, soddisfa a tutto ciò che socialmente si esige da una casa. Ma se, a fianco della piccola casa, si erge un palazzo, la casetta si ridurrà a una capanna. La casetta dimostra ora che il suo proprietario non può far valere nessuna pretesa, o solamente pretese minime; e per quanto ci si spinga in alto nel corso della civiltà, se il palazzo che le sta vicino si eleva in ugual misura e anche più, l’abitante della casa relativamente piccola si troverà sempre più a disagio, sempre più scontento, sempre più oppresso fra le sue quattro mura.</emphasis></p>
<p><emphasis>Un aumento sensibile del salario presuppone un rapido aumento del capitale produttivo. Il rapido aumento del capitale produttivo provoca un aumento ugualmente rapido della ricchezza, del lusso, dei bisogni sociali e dei godimenti sociali. Benché dunque i godimenti dell’operaio siano aumentati, la soddisfazione sociale che essi procurano è diminuita in confronto con gli accresciuti godimenti del capitalista, che sono inaccessibili all’operaio, in confronto con il grado di sviluppo della società in generale. I nostri bisogni e i nostri godimenti sorgono dalla società; noi li misuriamo quindi sulla base della società, e non li misuriamo sulla base dei mezzi materiali per la loro soddisfazione. Poiché sono di natura sociale, essi sono di natura relativa»<sup>37</sup>.</emphasis></p>
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<p><strong><emphasis>“Arbitrato globale del lavoro” e rendita imperialista</emphasis></strong></p>
<p>Il ricercatore John Smith, nel suo libro <emphasis>“Imperialismo nel XXI secolo”</emphasis> (2016), analizza lucidamente questo processo attraverso l’esempio della produzione di gadget e abbigliamento. Il “miracolo economico” delle multinazionali si basa sul monopolio dei brevetti, del branding e della finanza (che restano al Nord), esternalizzando il processo fisico di creazione del valore nel Sud Globale.</p>
<p>Dal prezzo effettivo di uno smartphone, ai lavoratori che lo assemblano nelle fabbriche Foxconn spetta meno del 2 %.<sup>38</sup> Tutto il colossale plusvalore, spremuto dai turni di 12 ore dei lavoratori cinesi, vietnamiti o indiani, fluisce sotto forma di sovraprofitti imperialisti verso i conti delle corporazioni in California o in Irlanda. Ciò consente agli economisti occidentali di disegnare grafici sulla crescita del PIL delle metropoli imperialiste, occultando il fatto che tale PIL è pagato letteralmente con il sudore e il sangue dei lavoratori dei paesi a capitalismo emergente.</p>
<p>L’aspetto più cupo di questo sistema globale di sfruttamento è l’uso massiccio del lavoro infantile, causato dalla miseria del proletariato del Sud Globale. Secondo le ultime stime congiunte di OIL e UNICEF, oggi nel mondo sono costretti a lavorare 160 milioni di bambini (quasi uno su dieci sul pianeta), di cui 79 milioni impiegati in lavori pericolosi per la vita e la salute. Il primato assoluto spetta all’Africa subsahariana, dove viene sfruttato il 23,9 % di tutti i bambini della regione (86,6 milioni). Nella regione Asia-Pacifico, la quota di bambini lavoratori è del 5,6 % (49 milioni), nei paesi dell’America Latina e dei Caraibi del 5,3 % (8,3 milioni). Sono proprio questi bambini, che estraggono cobalto per le batterie delle auto elettriche premium in Congo o smistano rifiuti elettronici tossici in Ghana, a garantire le fondamenta della redditività delle multinazionali hi-tech.</p>
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<p><strong><emphasis>La regolarità della resistenza</emphasis></strong></p>
<p>Tuttavia, questo processo cela in sé una contraddizione dialettica. Beverly Silver, sociologa americana, professore di sociologia alla Johns Hopkins University, nel suo studio “<emphasis>Forces of Labor: Workers’ Movements and Globalization since 1870”</emphasis> (2003), analizza gli spostamenti del capitale negli ultimi 150 anni. L’industria tessile e automobilistica sono fuggite dagli scioperi in Inghilterra verso gli Stati Uniti, da lì in Giappone, poi in Corea del Sud, in Cina e infine in Vietnam e Bangladesh.</p>
<p>Leggendo il libro di Silver, osserviamo la legge ferrea che Marx ed Engels descrissero già nel “Manifesto del Partito Comunista”: ovunque il capitale giunga in cerca di braccia obbedienti, genera inevitabilmente lì il proprio becchino – il proletariato. Sebbene si tratti di una classe operaia non ancora istruita dalla scuola del capitalismo, debolmente organizzata e non sufficientemente consapevole dei propri interessi, la crescita esplosiva degli scioperi in Asia negli anni 2010 e 2020 è già la conferma diretta che <strong>il proletariato non è scomparso: ha semplicemente cambiato geografia.</strong></p>
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<p><strong>Anatomia di una classe frammentata: precariato, migrazione e aristocrazia operaia</strong></p>
<p>Lo sviluppo del capitalismo nel XXI secolo ha creato un sistema di stratificazione interna del proletariato senza precedenti, frammentandolo in strati tra i quali talvolta si verifica un conflitto di interessi. Questo sistema di oppressione a più livelli, costruito dal capitalismo, trova un riflesso nel film del regista sudcoreano Bong Joon-ho “Parasite” (2019), dove la borghesia fluttua in un’astratta casa di vetro, mentre i rappresentanti dei bassifondi, accecati dalla falsa coscienza, si sbranano a morte nei seminterrati allagati per il diritto di servire i padroni.</p>
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<p><strong><emphasis>Il “Sud interno” e l’uso delle migrazioni</emphasis></strong></p>
<p>Se il capitale non può trasferire una fattoria o un cantiere edile in Africa, importa l’Africa a sé. Secondo i dati dell’OIL per il 2024, il 68,4 % dei 167,7 milioni di lavoratori migranti internazionali è concentrato nei paesi del nucleo imperialista del capitalismo. I migranti formano un esercito industriale di riserva artificialmente privo di diritti. La privazione dei diritti politici e la costante minaccia di deportazione permettono al capitale di aggirare la legislazione sul lavoro, attuare il dumping salariale e – cosa più importante – incanalare la rabbia di classe dei lavoratori locali nell’alveo della xenofobia populista di destra.</p>
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<p><strong><emphasis>Capitalismo rentier e l’illusione della proprietà</emphasis></strong></p>
<p>L’economista francese Thomas Piketty sostiene che la disuguaglianza cresca perché il rendimento delle attività capitalistiche supera la crescita economica. Brett Christophers, geografo economico e professore presso l’Istituto di Ricerca sull’Edilizia e lo Sviluppo Urbano dell’Università di Uppsala (Svezia), introduce il concetto di capitalismo rentier (<emphasis>rentier capitalism</emphasis>). Egli afferma che il capitale è riuscito a integrare parzialmente il vertice della classe dei lavoratori salariati (l’aristocrazia operaia) nel sistema di sfruttamento.</p>
<p>Attraverso i meccanismi dei fondi pensione (dipendenti dalle quotazioni azionarie), dei mutui ipotecari e del micro-investimento, i lavoratori salariati delle metropoli sono diventati proprietari di un capitale surrogato. Ciò genera una falsa coscienza: i possessori di capitale surrogato iniziano a preoccuparsi dei successi di Wall Street, poiché il crollo della borsa significa una riduzione della propria pensione.</p>
<p>La moderna aristocrazia operaia ha una precisa localizzazione geografica ed economica. Nei paesi del centro imperialista (USA, Europa occidentale), si può annoverare in questo strato il 20–30 % di tutti i lavoratori salariati (top management, specialisti altamente pagati del settore IT e finanziario). Al contrario, nei paesi del Sud Globale la quota dell’aristocrazia operaia è insignificante e raramente supera il 2–5 %, servendo principalmente la logistica e le infrastrutture delle multinazionali.</p>
<p>Secondo i dati del <emphasis>World Inequality Database </emphasis>(WID), il carattere di questo strato in Occidente è radicalmente cambiato: essa si è imborghesita attraverso i meccanismi del possesso. Per gli strati di lavoratori salariati “gravati” dalla proprietà, la quota di reddito derivante da varie forme di possesso (rendita imputata dalla proprietà immobiliare ipotecaria, dividendi azionari, interessi attivi e capitalizzazione dei conti pensionistici privati) può raggiungere oggi dal 15 al 25% del loro reddito disponibile totale. Per fare un confronto: per il 50 % inferiore dei lavoratori salariati, la quota di reddito da proprietà è statisticamente pari a zero; questo è il proletariato più classico, che non ha nulla da perdere se non le proprie catene.</p>
<p>Nulla se non questo cordone ombelicale materiale, che lega i redditi dei lavoratori più agiati delle metropoli alla propria borghesia imperialista, costituisce la base economica del loro opportunismo politico.</p>
<p>Ma non bisogna dimenticare che, nella realtà degli anni ‘20 del XXI secolo (inflazione, aumento dei tassi delle Banche Centrali, aumento del costo della vita), il capitale surrogato dell’aristocrazia operaia sta svanendo. Essa perde sia i risparmi che gli asset. La base sociale del capitalismo si sta restringendo anche nelle metropoli.</p>
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<p><strong><emphasis>Cooptazione istituzionale: il crollo della socialdemocrazia e i sindacati gialli</emphasis></strong></p>
<p>A livello politico, il fattore principale della demoralizzazione del proletariato è stato il tradimento delle sue organizzazioni storiche: i sindacati e i partiti di sinistra. Questo processo, iniziato con il revisionismo della Seconda Internazionale, ha raggiunto la sua conclusione logica nell’epoca dell’imperialismo maturo: la socialdemocrazia si è completamente integrata nell’architettura del capitalismo globale.</p>
<p>I moderni partiti di sinistra sistemici (siano essi i Laburisti in Gran Bretagna o i Socialdemocratici in Germania) hanno smesso da tempo di essere l’avanguardia politica della classe operaia. A partire dagli anni ‘90 (l’epoca della “Terza Via” di Tony Blair e Gerhard Schröder), hanno abbandonato persino la retorica del superamento del capitalismo, trasformandosi in manager efficienti delle riforme capitalistiche. Sono stati proprio questi partiti <emphasis>pseudo-operai</emphasis> ad attuare le privatizzazioni, tagliare le garanzie sociali e promuovere politiche di austerità (<emphasis>austerity</emphasis>), distruggendo così gli ultimi resti del compromesso di classe post-bellico.</p>
<p>Un esempio lampante è rappresentato dalla cosiddetta “Agenda 2010” e dalle riforme Hartz, attuate all’inizio degli anni 2000 dal governo socialdemocratico di Schröder in Germania. Sono state queste riforme a creare in Europa il più grande settore di lavoro sottopagato e precario (<emphasis>minijobs</emphasis>) e a tagliare drasticamente i sussidi di disoccupazione.</p>
<p>Parallelamente, si è verificata una profonda burocratizzazione e degenerazione del movimento sindacale. Trasformatisi in un elemento integrato della gestione aziendale (il cosiddetto trade-unionismo), i vertici dei sindacati ufficiali si sono catastroficamente allontanati dalle masse popolari. I leader sindacali, che siedono nei consigli di amministrazione e percepiscono stipendi da top manager, sono più interessati a mantenere la “partnership sociale” e la redditività delle corporazioni che alla lotta di classe senza compromessi. Il sindacato si è trasformato da scuola di comunismo e organo combattente di solidarietà in un ufficio di servizi che fornisce consulenza legale in cambio di quote associative mensili.</p>
<p>Per la coscienza di classe, questo opportunismo ha avuto conseguenze devastanti. La classe operaia delle metropoli, tradita dalle proprie “élite” politiche e sindacali, si è ritrovata in uno stato di profondo disorientamento politico e cinismo. Avendo perso la fede nella possibilità di una alternativa autenticamente di sinistra, il proletariato atomizzato è diventato facile preda del populismo di destra, che oggi canalizza abilmente la rabbia contro l’establishment di una parte significativa dei lavoratori nell’alveo della xenofobia e dello sciovinismo.</p>
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<p><strong><emphasis>L’assenza di organizzazioni marxiste influenti come specchio oggettivo della classe</emphasis></strong></p>
<p>Il risultato logico di tutti i processi descritti è stata una profonda disorganizzazione politica del proletariato. Si sente spesso chiedere: perché non esiste ancora nel mondo un’Internazionale marxista influente e di massa, o potenti partiti comunisti?</p>
<p>La risposta marxista risiede nel fatto che la sovrastruttura politica (il partito) riflette sempre la base economica e la condizione materiale della classe. L’assenza di organizzazioni marxiste influenti oggi non è semplicemente la conseguenza di “errori dei dirigenti”, mancanza di leader carismatici o debolezza teorica. È il riflesso diretto e oggettivo dello stato reale e attuale della stessa classe operaia globale. Come scriveva Marx, il proletariato deve trasformarsi da una massa frammentata, una “classe in sé” (esistente oggettivamente ma non consapevole), in un soggetto politico, una “classe per sé”.</p>
<p>Il proletariato globale odierno è paralizzato proprio in quanto “classe in sé”. La sua parte più sfruttata è fisicamente delocalizzata nel Sud Globale, dove ogni auto-organizzazione operaia è spietatamente repressa dall’apparato armato delle dittature borghesi locali e del capitale transnazionale. Allo stesso tempo, nei paesi del nucleo imperialista, il proletariato è impantanato nei debiti, frammentato dalla gig-economy, isolato nelle periferie e accecato dalle illusioni digitali.</p>
<p>La creazione di un partito marxista autenticamente rivoluzionario e di massa non può essere decretata artificialmente dall’alto o assemblata su internet. Il partito può crescere solo organicamente, come espressione politica e intellettuale di una resistenza reale e coesa delle masse proletarie dal basso. Finché mancheranno questa coesione di base e l’esperienza di una lotta solidale, il campo politico della sinistra si frammenterà inevitabilmente in circoli accademici marginali, sette attiviste staccate dalla produzione o ONG riformiste che non rappresentano la minima minaccia per l’egemonia del capitale. La debolezza delle organizzazioni marxiste è lo specchio esatto della debolezza strutturale e della frammentazione del proletariato contemporaneo.</p>
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<p><strong><emphasis>La catena di montaggio digitale e la precarizzazione</emphasis></strong></p>
<p>A chi non è entrato nelle fila dell’aristocrazia operaia è riservata la precarizzazione. Guy Standing, economista britannico, descrive il precariato come uno strato della classe operaia privo della minima sicurezza sul futuro. La gig-economy (Uber, le varie piattaforme di consegna) ha trasferito interamente i rischi e i costi di riproduzione della forza-lavoro sul lavoratore stesso.</p>
<p>Ursula Huws, ricercatrice britannica specializzata in sociologia del lavoro, economia digitale e questioni di genere, nel suo libro “<emphasis>The Making of a Cybertariat” </emphasis>(2003), distrugge il mito dell’eccezionalità del settore IT. Il lavoro di programmatori, copywriter e designer è sottoposto a un taylorismo digitale: viene frammentato in compiti primitivi, viene standardizzato e algoritmizzato.</p>
<p>Gli apologeti della Silicon Valley ci hanno venduto per decenni l’idea della “<emphasis>sharing economy</emphasis>” (economia della condivisione) e della gig-economy come l’era dei creatori indipendenti e dei liberi imprenditori. Tuttavia, se ci armiamo dell’ottica de “Il Capitale” di Marx, vedremo che il capitalismo delle piattaforme non è il superamento delle contraddizioni capitalistiche, ma il loro compimento fino a un limite assoluto, chimicamente puro.</p>
<p>Marx non poteva prevedere l’avvento dello smartphone, ma descrisse impeccabilmente la meccanica stessa di ciò che oggi fanno Uber, Yandex, Amazon e Glovo. Ecco come le moderne piattaforme digitali si spiegano attraverso i concetti base dell’economia politica marxista: se nel capitalismo classico la borghesia è proprietaria di fabbriche e navi, nella gig-economy i proprietari delle piattaforme sostengono di essere semplici “intermediari informativi” che collegano cliente ed esecutore. Ma dal punto di vista di Marx, la piattaforma (l’algoritmo, i server, il database) rappresenta i moderni mezzi di produzione.</p>
<p>Monopolizzando l’infrastruttura digitale, il capitale si pone in una posizione di controllo assoluto. Il lavoratore non può trovare il cliente aggirando l’algoritmo. La piattaforma riscuote una rendita colossale (commissione) per l’accesso a questo “macchinario” digitale, dettando i prezzi a entrambe le parti.</p>
<p>Nel Capitolo 13 del primo libro de “Il Capitale”, Marx cita l’ispettore di fabbrica Leonard Horner: «[…] <emphasis>l’operaio pagato a cottimo spinge le proprie forze fino a quel limite oltre il quale non è più in grado di mantenere costantemente lo stesso livello di intensità»<sup>39</sup>. </emphasis>E nel Capitolo 19, Marx giunge alla seguente conclusione: «[…] <emphasis>Da quanto è stato esposto sino qui risulta che il salario a cottimo è la forma di salario che più corrisponde al modo di produzione capitalistico. Sebbene non sia affatto nuovo</emphasis> […] <emphasis>il salario a cottimo acquista tuttavia un campo d’azione maggiore soltanto durante il periodo della manifattura vera e propria. Negli anni di impeto e slancio della grande industria, specialmente dal 1797 al 1815, esso serve di leva per il prolungamento del tempo di lavoro e per la riduzione del salario»<sup>40</sup>.</emphasis></p>
<p>La gig-economy ha elevato questo principio all’ennesima potenza. Il corriere o il tassista non riceve una paga per il tempo di lavoro, ma riceve denaro per un ordine specifico (il cottimo). A livello psicologico, il salario a cottimo crea nel lavoratore l’illusione di libertà e di lavorare “per sé” (poiché formalmente non ha sopra di sé un sorvegliante con l’orologio). Essa costringe il lavoratore a intensificare autonomamente il proprio lavoro (lavorare 12-14 ore, non dormire, violare le norme di sicurezza) per guadagnare il minimo vitale. Il capitale non ha più bisogno di spronare il proletario: è lui stesso a spremere da sé il plusvalore.</p>
<p>La geniale crudeltà del capitalismo delle piattaforme risiede nel fatto che ha costretto il proletario a pagare egli stesso una parte del capitale costante (<strong><emphasis>c</emphasis></strong>). Il tassista usa la propria auto, il corriere la propria bicicletta e lo smartphone. Pagano loro stessi la benzina, le riparazioni, internet e l’ammortamento della tecnologia. La piattaforma estrae plusvalore puro (<strong><emphasis>m</emphasis></strong>), essendosi quasi completamente scaricata dell’onere della manutenzione e della riparazione dei mezzi di produzione fisici.</p>
<p>E non è tutto. Marx scrisse della necessità per il capitale di mantenere una <emphasis>sovrappopolazione relativa</emphasis>, ovvero un <emphasis>esercito industriale di riserva</emphasis>. I disoccupati servono al sistema per esercitare pressione sugli occupati e impedire che i salari aumentino. L’applicazione sullo smartphone è il serbatoio ideale per tale esercito. Nel sistema sono registrati milioni di persone. Se un rider è scontento della tariffa e spegne l’applicazione, l’algoritmo trasferisce istantaneamente l’ordine a un altro membro dell’infinito esercito di riserva composto da migranti, studenti o persone che hanno perso il posto fisso. Ciò permette alle piattaforme di mantenere la remunerazione del lavoro (<strong><emphasis>v</emphasis></strong>) al fondo della scala del minimo sociale.</p>
<p>Nel “Capitale”, Marx descrive anche come le macchine (“lavoro morto”) inizino a soggiogare l’essere umano (“lavoro vivo”), imponendogli il loro ritmo meccanico. Gli algoritmi delle piattaforme sono sorveglianti ideali, che non dormono mai. Essi attuano un totale taylorismo digitale: conteggiano ogni secondo di consegna, tracciano le coordinate GPS, multano per la minima deviazione dal percorso, licenziano (bloccano l’account) automaticamente sulla base di un calo del rating, senza diritto alla protezione sindacale o a un processo. L’essere umano vivente si trasforma in un’appendice biologica dello smartphone, il cui unico compito è spostare fisicamente una merce dal punto A al punto B, eseguendo i comandi di un codice matematico.</p>
<p>La gig economy è il sogno realizzato di un capitalista del XIX secolo. È un sistema in cui l’estrazione di plusvalore è massimizzata, mentre qualsiasi obbligo sociale (malattie, ferie, pensioni, responsabilità per infortuni sul lavoro) è completamente azzerato da un artificio giuridico: «<emphasis>voi non siete nostri dipendenti, siete partner indipendenti</emphasis>».</p>
<p>Il capitalismo delle piattaforme non abolisce le leggi di Marx: le ripulisce dai compromessi del XX secolo, riportandoci alle crudeli realtà delle fabbriche di Manchester, ma questa volta con un GPS-tracker e la gamification del processo. L’algoritmo delle piattaforme è il sorvegliante perfetto, che non dorme e misura la produttività ogni secondo, trasformando il lavoro intellettuale in una routine da catena di montaggio di fabbrica.</p>
<empty-line/>
<p><strong><emphasis>Spostamento dei settori economici: dal fischio di fabbrica all’algoritmo logistico</emphasis></strong></p>
<p>Ai tempi di Engels e Marx, il distaccamento d’avanguardia del proletariato era costituito dagli operai di fabbrica (tessili, minatori, metallurgici), impiegati direttamente nella produzione industriale. La loro concentrazione a migliaia nelle officine e nelle miniere creava le condizioni oggettive per una rapida auto-organizzazione. Il processo di sfruttamento era estremamente evidente: l’operaio vedeva il macchinario, vedeva il caposquadra con il cronometro e capiva che il fabbricante si appropriava dei frutti del suo lavoro fisico.</p>
<p>Oggi il mercato globale del lavoro ha vissuto una trasformazione strutturale radicale. Mentre la produzione industriale è stata delocalizzata nel Sud Globale, nei paesi del nucleo imperialista (USA, UE) dal 70 all’80 % della forza lavoro è risultato impiegato nel settore dei servizi, nella logistica, nella vendita al dettaglio e nell’IT. Ciò ha cambiato radicalmente la coscienza di classe.</p>
<p>In primo luogo, si è verificata una frammentazione e una dispersione: una quota significativa dei proletari moderni non lavora in gigantesche officine, ma è suddivisa in piccoli caffè, magazzini Amazon, call-center o è del tutto isolata davanti agli schermi (lavoratori da remoto). Organizzare uno sciopero è infinitamente più difficile quando non conosci fisicamente i tuoi colleghi.</p>
<p>In secondo luogo, è cambiato l’oggetto dello sfruttamento. Come ha dimostrato la sociologa americana Arlie Hochschild con il concetto di “lavoro emotivo” (<emphasis>emotional labor</emphasis>)<sup>41</sup>, il capitale nel settore dei servizi ha iniziato a sfruttare non solo la forza fisica, ma la personalità stessa del lavoratore: i suoi sorrisi, l’empatia e la capacità di smussare i conflitti con il cliente.</p>
<p>In terzo luogo, è emersa una sofisticata mascheratura dell’antagonismo di classe. I capitalisti nel settore dei servizi preferiscono chiamare i proletari “partner”, “baristi” o “appaltatori indipendenti”, occultando il fatto stesso del lavoro salariato. Un rider di consegne è de facto un proletario classico, che vende la sua forza-lavoro (la capacità di pedalare e trasportare una borsa termica), ma <emphasis>de jure</emphasis> e nella propria coscienza si considera spesso un “piccolo imprenditore”. L’assenza di un oppressore diretto e visibile (sostituito da un’applicazione-algoritmo impersonale) disorienta il lavoratore, indirizzando la sua frustrazione verso i clienti, i colleghi o la propria “incapacità di avere successo”, ma non verso il sistema stesso di estrazione del profitto.</p>
<p>Questa è la terrificante “libertà” di milioni di proletari che si trovano in una corsa costante, acquistando con gli ultimi risparmi un furgone per iniziare a “lavorare per se stessi” – consegnando pacchi per un servizio di corriere – per 14 ore al giorno, cercando di crescere i figli nel tempo rimanente. Questa è la realtà del film del regista britannico Ken Loach <emphasis>“Sorry We Missed You”</emphasis>.</p>
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<p><strong><emphasis>Urbanistica dell’alienazione: distruzione dei quartieri operai e atomizzazione spaziale</emphasis></strong></p>
<p>Un importante strumento di trasformazione della classe operaia nelle metropoli sviluppate è stato il cambiamento della struttura stessa dello spazio urbano capitalista. Il capitalismo industriale classico concentrava il proletariato in densi quartieri di fabbrica e rioni operai. Nonostante le condizioni di vita terribili (descritte da Friedrich Engels nell’opera <emphasis>“Sulla questione delle abitazioni”</emphasis>), questo mostruoso sovraffollamento forgiava paradossalmente la solidarietà di classe. I cortili comuni, le osterie proletarie, le casse di mutuo soccorso e il quotidiano contatto sociale ravvicinato formavano un’identità politica unitaria, capace di mobilitarsi rapidamente per scioperi e scontri di piazza.</p>
<p>Consapevole di questa minaccia politica, il capitale ha avviato un processo su larga scala di ristrutturazione urbana. Basandosi sulla logica già stabilita dal Barone Haussmann durante la ricostruzione di Parigi nel XIX secolo (distruzione delle strade strette, adatte alle barricate, a favore di ampi viali), il capitalismo moderno ha ridisegnato le metropoli attraverso processi di deindustrializzazione, suburbanizzazione e gentrificazione. Come nota David Harvey, il “diritto alla città” è stato definitivamente usurpato dal capitale finanziario.<sup>42</sup></p>
<p>Gli storici quartieri operai nei centri delle città occidentali sono stati pianificatamente distrutti o gentrificati: trasformati in immobili di lusso, loft alla moda e cluster di uffici. La classe operaia è stata spinta verso le remote periferie economiche o dispersa in sobborghi isolati. Questa segregazione spaziale ha avuto conseguenze catastrofiche per il movimento operaio: ha fisicamente distrutto i centri di riproduzione della cultura proletaria. Alla vita collettiva è subentrata la totale atomizzazione in quartieri di cemento uniformi o in case ipotecate individualizzate. E non importa che il figlio di una moderna Charlotte, abitante del <emphasis>“Condominio”</emphasis> (“High-Rise”) di Ballard, non ascolti più alla radio i discorsi di Margaret Thatcher, accontentandosi di clip e meme da 15 secondi: rimane pur sempre un prigioniero della folle Metropolis capitalista.</p>
<p>Inoltre, le distanze crescenti tra casa e lavoro (pendolarismo) sottraggono quotidianamente ore di tempo libero al lavoratore salariato, esaurendolo e privandolo della possibilità fisica di partecipare all’auto-organizzazione politica.</p>
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<p><strong><emphasis>Femminilizzazione del proletariato e crisi della riproduzione sociale</emphasis></strong></p>
<p>Storicamente, il capitalismo si è basato sulla famiglia patriarcale come fabbrica gratuita per la produzione e il ripristino della forza-lavoro. Il modello industriale classico presupponeva un “salario familiare” (<emphasis>family wage</emphasis>) per l’uomo capofamiglia, mentre il lavoro domestico non retribuito della donna garantiva la riproduzione sociale del capitale.</p>
<p>Tuttavia, con l’inizio dell’offensiva del capitale negli anni ‘70 e la stagnazione dei redditi reali, questo modello è crollato. Il capitale ha mobilitato le colossali riserve di lavoro femminile, gettando le loro vite nella fornace della produzione globale. Da un lato, questo processo ha avuto un carattere progressivo: l’indipendenza economica ha inferto un colpo devastante alla tradizionale famiglia patriarcale, garantendo alle donne una libertà finora sconosciuta dal diktat del “capofamiglia”. Dall’altro lato, l’integrazione delle donne nel mercato del lavoro è avvenuta a condizioni puramente capitalistiche.</p>
<p>Il capitale ha utilizzato il lavoro femminile di massa per un dumping generale e per la riduzione del costo della forza-lavoro. Ora, per la sopravvivenza della famiglia, è necessaria la vendita della capacità lavorativa di entrambi i partner. È sorto il fenomeno del “doppio carico” (<emphasis>double burden</emphasis>): liberatasi dal vincolo esclusivo verso la gestione domestica, la donna proletaria ha ricevuto un secondo turno non pagato a casa, dopo la fine del turno pagato in fabbrica o in ufficio.</p>
<p>Nel Sud Globale, la femminilizzazione del lavoro ha assunto la forma di super-sfruttamento nelle zone orientate all’esportazione (maquiladoras in Messico, fabbriche tessili in Bangladesh), dove il capitale preferisce assumere giovani donne, considerandole cinicamente una forza-lavoro più “docile” ed economica. Parallelamente, nelle metropoli si sono formate “catene globali della cura” (<emphasis>global care chains</emphasis>)<sup>43</sup>: le donne migranti dal Sud sono costrette a lasciare le proprie famiglie per svolgere, per una miseria, il lavoro riproduttivo (cura di bambini e anziani, pulizie) per la borghesia e l’aristocrazia operaia del Nord. Ciò atomizza e divide ancora più profondamente la classe operaia mondiale, trasferendo i costi della riproduzione sociale sui soggetti più vulnerabili.</p>
<empty-line/>
<p><strong>L’industria dell’assurdo: la produttività del male e i “lavori senza senso”</strong></p>
<p>Se il capitalismo è così efficiente, perché milioni di persone provano una totale alienazione e ritengono che il loro lavoro sia privo di significato? Qui la teoria marxista svela l’irrazionalità fondamentale del sistema: al capitalismo non importa nulla del valore d’uso (l’utilità reale), per esso conta solo il valore di scambio (la rotazione del capitale).</p>
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<p><strong><emphasis>Karl Marx e la capitalizzazione della distruzione</emphasis></strong></p>
<p>Nella “Concezione apologetica della produttività di tutte le professioni”<sup>44</sup> Karl Marx, attraverso un brillante espediente satirico (la reductio ad absurdum), smantella l’economia politica borghese e la sua concezione di ciò che costituisce un lavoro “utile” e “produttivo”:</p>
<p><emphasis>«Il delinquente non produce soltanto delitti, ma anche il diritto criminale </emphasis>[...]<emphasis> tutta la polizia e la giustizia criminale, gli sbirri, i giudici </emphasis>[...]<emphasis>. Il delinquente rompe la monotonia e la banale sicurezza della vita borghese. Egli preserva così quella vita dalla stagnazione, e suscita quella inquieta tensione e quella mobilità, senza la quale anche lo stimolo della concorrenza si smorzerebbe. </emphasis>[...] <emphasis>Mentre il delitto sottrae una parte della popolazione in soprannumero al mercato del lavoro, diminuendo in questo modo la concorrenza tra gli operai e impedendo in una certa misura la diminuzione del salario al di sotto del minimo indispensabile, la lotta contro il delitto assorbe un’altra parte della popolazione»<sup>45</sup>.</emphasis></p>
<p>Gli economisti borghesi contemporanei di Marx sostenevano: qualsiasi attività che generi domanda, crei posti di lavoro e metta in movimento denaro è economicamente “produttiva” e utile alla società. Marx prende questa logica e la applica alla figura sociale distruttiva del criminale: se il capitalismo misura l’utilità solo tramite la rotazione del denaro e la creazione di posti di lavoro, allora il criminale è un vero motore del progresso e un benefattore dell’umanità.</p>
<p>Attraverso questo sarcasmo, Marx rivela la contraddizione fondamentale tra il valore d’uso (l’utilità reale di un oggetto o di un’azione per l’uomo) e il valore di scambio (la capacità di generare profitto). Al capitalismo non importa affatto se il lavoro crei qualcosa di creativo o se elimini le conseguenze di un caos creato artificialmente. Per il capitale, conta solo il fatto stesso della rotazione del denaro.</p>
<p>Pertanto, sotto il capitalismo, la distruzione è redditizia: questo modo di produzione è capace di capitalizzare le catastrofi. Malattie, crimini, guerre e crisi ecologiche, per l’economia borghese, non sono tragedie, ma eccellenti driver per la crescita del PIL. Gli apologeti del capitale giustificano spesso qualsiasi industria distruttiva con la frase: “<emphasis>Ma questo crea posti di lavoro</emphasis>”. Marx dimostra la fragilità di questo argomento: anche una prigione crea posti di lavoro, ma ciò non la rende un motore della felicità umana.</p>
<p>Il capitalismo è una società di alienazione universale. Nella società borghese si cancella la differenza tra la produzione di pane e la produzione di un antidoto a un veleno creato artificialmente. Entrambe le attività generano semplicemente plusvalore.</p>
<p>Questo frammento del XIX secolo suona oggi spaventosamente attuale. L’economia moderna è piena di esempi di “produttività del criminale”: l’industria della cybersicurezza, che vale trilioni, cresce solo grazie agli hacker; il totale burnout psichico del proletariato nutre un esercito di psicologi aziendali e l’industria farmaceutica; la bonifica dei disastri ecologici causati dalle corporazioni diventa un nuovo mercato redditizio di “tecnologie verdi” e mercati di quote di carbonio. Il capitale ha trasformato la distruzione in uno dei suoi principali metodi di autovalorizzazione. Il capitalismo sopravvive parassitando le catastrofi che esso stesso produce.</p>
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<p><strong><emphasis>Il “feudalesimo manageriale” di David Graeber</emphasis></strong></p>
<p>Nel 1930, nel saggio <emphasis>“Possibilità economiche per i nostri nipoti”</emphasis>, J.M. Keynes predisse che la crescita tecnologica avrebbe portato a una settimana lavorativa di 15 ore. Tecnologicamente abbiamo raggiunto questo traguardo decenni fa. Ma perché lavoriamo sempre di più? L’antropologo e anarchico americano David Graeber, nel libro <emphasis>“Bullshit Jobs”</emphasis>, risponde: la riduzione dell’orario di lavoro è mortalmente pericolosa per la stabilità politica del capitale.</p>
<p>Secondo questa concezione, il sistema capitalista ha intrapreso la strada dell’espansione artificiale del settore dei servizi e della burocrazia. Milioni di addetti alle pubbliche relazioni, telemarketer, amministratori e avvocati aziendali percepiscono segretamente che il loro lavoro non porta al mondo alcun beneficio. È il vicolo cieco esistenziale di Tyler Durden nel romanzo di culto di Chuck Palahniuk <emphasis>“Fight Club”</emphasis>: «<emphasis>Andiamo a lavorare in posti che odiamo per comprare cose di cui non abbiamo bisogno</emphasis>».</p>
<p>Un lavoratore salariato, esausto per otto ore di inutile spostamento di documenti digitali, scenderà mai sulle barricate? Nonostante l’acutezza delle sue osservazioni, Graeber tralascia il punto fondamentale: il capitale non fa nulla solo per “stancare” le persone. È sempre guidato dal desiderio di valorizzazione. Il settore dei servizi gonfiato (pubblicità, marketing, avvocati, risorse umane) rappresenta i costi di circolazione del capitale. Il capitalismo è costretto a spendere risorse colossali non nella produzione, ma nel tentativo di costringere il consumatore ad acquistare la merce in condizioni di concorrenza spietata e di crisi di sovrapproduzione. Si tratta di una necessità economica per la sopravvivenza delle corporazioni, e non semplicemente di una cospirazione per negare alle persone il tempo libero.</p>
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<p><strong><emphasis>Alienazione cognitiva: la crisi dell’istruzione e la dittatura della “clip”</emphasis></strong></p>
<p>Una condizione imprescindibile per la sopravvivenza del sistema capitalista è il blocco della coscienza di classe. Questo compito è oggi assolto congiuntamente dal sistema educativo moderno e da Internet, monopolizzato dalle corporazioni. Il filosofo francese Louis Althusser, nel saggio <emphasis>“Ideologia e apparati ideologici di Stato”</emphasis> (1970), definiva la scuola come il principale “<emphasis>apparato ideologico di Stato</emphasis>”. L’istruzione di massa moderna si è definitivamente trasformata da strumento di illuminazione a catena di montaggio per la produzione di esecutori funzionalmente alfabetizzati, ma privi di pensiero critico. È finalizzata all’addestramento per test standardizzati e alla formazione di competenze ristrette necessarie al mercato, cancellando metodicamente l’aspirazione a una comprensione fondamentale e dialettica del mondo.</p>
<p>A loro volta, le piattaforme digitali completano il processo di alienazione cognitiva. Gli algoritmi dei social network, che operano all’interno della cosiddetta “economia dell’attenzione”, frammentano deliberatamente la percezione umana. Ciò che il filosofo francese Guy Debord chiamava <emphasis>“La società dello spettacolo”</emphasis> (1967), nell’era del capitalismo delle piattaforme è mutato nell’industria dell’infinito consumo dopaminergico<sup>46</sup> di contenuti brevi. La cultura della lettura profonda, che richiede sforzo intellettuale e concentrazione – quello stesso sforzo necessario per padroneggiare l’economia politica, la filosofia e per comprendere il processo storico – viene fisicamente e psicologicamente distrutta dalla “cultura clip”<sup>47</sup>. E va tenuto presente che questo non è il risultato di un’attività deliberata della borghesia, ma è determinato dalla ricerca del profitto, che nelle società della maturità imperialista gonfia la pubblicità e il marketing. In altre parole, si verifica lo stesso processo riscontrato nel caso dei<emphasis> Bullshit Jobs.</emphasis></p>
<p>Il proletariato viene immerso in uno stato di costante sovraccarico informativo e in quella che il filosofo inglese Mark Fisher chiamava “impotenza riflessiva” (<emphasis>reflexive impotence</emphasis>)<sup>48</sup>: l’abbondanza di informazioni superficiali crea l’illusione dell’onniscienza, ma rende impossibile un’analisi sistemica delle cause della propria miseria. Il capitale ha espropriato non solo il lavoro, ma anche il tempo stesso necessario per riflettere, sostituendo la conoscenza autentica con spazzatura algoritmica.</p>
<p>Il capitalismo contemporaneo non è l’anti-utopia orwelliana della coercizione fisica diretta, ma la realtà del <emphasis>Mondo nuovo</emphasis> di Aldous Huxley. Agli adepti del capitale oggi non serve bruciare i libri di Marx o Lenin; affogano semplicemente il proletariato atomizzato in un oceano di rumore informativo e di “soma”<sup>49</sup> digitale (video brevi), spegnendo il desiderio stesso di una riflessione complessa.</p>
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<p><strong>Il cappio del debito: il credito come strumento di terrore morale</strong></p>
<p>Poiché i salari reali stagnano dagli anni ‘70 e il consumo deve crescere (per realizzare le merci prodotte), il capitale ha sostituito la crescita dei redditi con la crescita dei debiti.</p>
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<p><strong><emphasis>Espropriazione attraverso la finanza</emphasis></strong></p>
<p>L’economista greco Costas Lapavitsas<sup>50</sup> professore di economia presso la SOAS (School of Oriental and African Studies) dell’Università di Londra, nel suo libro <emphasis>“Profiting Without Producing: How Finance Exploits Us All”</emphasis> (2013), mostra che la moderna finanziarizzazione non è semplice speculazione di borsa. È un ritorno all’usura su scala industriale. Il capitale finanziario estrae profitto direttamente dai redditi dei lavoratori attraverso mutui, crediti al consumo, commissioni e micro-prestiti. Il proletario è sottoposto a un duplice sfruttamento: prima sul posto di lavoro (dove viene estratto il plusvalore) e poi nella sfera del consumo (dove le banche estraggono i resti del suo salario sotto forma di interessi).</p>
<p>L’economista americano Charles Kindleberger, nel suo classico lavoro storico-economico del 1978 <emphasis>“Storia delle crisi finanziarie: manie, panici e crolli” </emphasis>(1981), ha dimostrato in modo convincente che tale pompaggio creditizio genera inevitabilmente manie e crolli. Ma ogni crollo (come nel 2008) finisce con lo Stato che salva le banche a spese della popolazione, introducendo regimi di austerità per i lavoratori.</p>
<empty-line/>
<p><strong><emphasis>Il debito come arma morale</emphasis></strong></p>
<p>David Graeber, nel suo studio “Debito. I primi 5000 anni” (Ad Marginem, 2015), svela la funzione più terribile del credito. Il debito è uno strumento di profonda oppressione morale e di trasferimento della colpa sistemica sull’individuo:</p>
<p><emphasis>«Perché il debito? Che cosa rende questo concetto tanto potente? Il debito dei consumatori è la linfa vitale della nostra economia. Tutti i moderni stati-nazione sono stati eretti sulla spesa in deficit. Il debito è diventato la questione centrale della politica internazionale, eppure nessuno sembra sapere propriamente cosa sia, o come si debba pensarlo.</emphasis></p>
<p><emphasis>Il fatto che non sappiamo cosa sia il debito, la flessibilità di questo concetto, è il fondamento del suo potere. Se la storia c’insegna qualcosa, è che non c’è modo migliore per giustificare relazioni sociali fondate sulla violenza del farle sembrare morali per poi riformularle nel linguaggio del debito: soprattutto perché in questo modo sembra che sia stata la vittima a fare qualcosa di male.</emphasis></p>
<p><emphasis>Lo sanno bene i mafiosi e i comandanti degli eserciti invasori. Per migliaia di anni, uomini violenti sono stati capaci di dire alle loro vittime che queste dovevano loro qualcosa. Se non altro “ci devono la vita”, perché non sono state uccise. Una frase emblematica»<sup>51</sup>.</emphasis></p>
<p>Il capitalismo ha inculcato nel proletariato una falsa etica: non sei povero perché il sistema capitalistico è costruito così, ma perché “non hai investito abbastanza in te stesso”. Questo genera un “gioco del calamaro”: il desiderio di uscire individualmente dalla miseria, il che in definitiva paralizza la solidarietà di classe.</p>
<empty-line/>
<p><strong><emphasis>Il fuoco di Prometeo per la classe proletaria globale</emphasis></strong></p>
<p>Nell’autunno del 1895, nel necrologio per la morte di Friedrich Engels, Lenin trasse per il proletariato mondiale una lezione dal libro dell’amico e compagno di Marx, <emphasis>“La situazione della classe operaia in Inghilterra”</emphasis>:</p>
<p>«[…] <emphasis>Prima di Engels, numerosi autori avevano descritto le sofferenze del proletariato e avevano detto che era necessario venirgli d’aiuto. Ma Engels per primo affermò che il proletariato non è soltanto una classe che soffre; sostenne che appunto la vergognosa situazione economica nella qualle esso si trova lo spinge irresistibilmente in avanti e lo incita a lottare per la sua emancipazione definitiva. Il proletariato in lotta si aiuterà da se stesso. Il movimento politico della classe operaia condurrà inevitabilmente gli operai a riconoscere che per loro non vi è altra via d’uscita all’in fuori del socialismo. D’altra parte, il socialismo sarà una forza soltanto quando diventerà lo scopo della lotta politica della classe operaia»<sup>52</sup>.</emphasis></p>
<p>Non sappiamo quando accadrà, ma siamo certi che il proletariato e l’intera umanità si trovino oggi di fronte a un’alternativa ineluttabile: comunismo o barbarie. Il capitalismo non può essere corretto, migliorato o riformato. Deve essere distrutto, creando così le precondizioni per l’estinzione della proprietà privata e dello Stato.</p>
<p>Il nostro proletariato deve arrivare alla consapevolezza di questo obiettivo attraverso la lotta e lo sviluppo della propria organizzazione. Il compito dell’avanguardia di classe oggi consiste nell’aiutare il proletariato a percorrere questo cammino il più rapidamente possibile. La pratica della denuncia quotidiana del capitalismo, la propaganda marxista e l’assistenza nell’auto-organizzazione dal basso: ecco i mezzi che contribuiranno a preparare il terreno su cui crescerà il partito rivoluzionario del proletariato.</p>
<p>Le tecnologie, all’interno del sistema capitalistico, non sono neutrali. L’intelligenza artificiale, la robotica e gli algoritmi sono oggi utilizzati non per liberare l’umanità dalla routine, ma per l’intensificazione del lavoro, il controllo digitale totale e l’ampliamento dell’esercito industriale di riserva. Il capitalismo ha esaurito il suo ruolo storico progressivo. Si è trasformato in un sistema che sostiene la propria esistenza attraverso la distruzione della natura, la creazione di “lavori senza senso” (<emphasis>bullshit jobs</emphasis>) e la condanna di milioni di lavoratori salariati alla schiavitù del debito.</p>
<p>È necessario superare il sortilegio della società atomizzata. Il proletariato non è morto: è diventato globale, unendo nelle sue fila il rider di Mumbai, il minatore del Congo, l’assemblatore di Shenzhen e il programmatore della Silicon Valley, il cui lavoro domani sarà svalutato da una rete neurale. Siamo anelli di una stessa catena di creazione del plusvalore.</p>
<p>La rabbia senza una rigorosa teoria scientifica è una rivolta impotente, che viene facilmente assorbita dal sistema stesso del capitale. Il nostro compito oggi è riportare l’analisi marxista nella realtà quotidiana. Portare la comprensione scientifica delle leggi del profitto nel magazzino robotizzato, nelle chat degli sviluppatori e nelle aule universitarie. Solo prendendo coscienza di essere un’unica classe in questa immensa fabbrica globale, potremo spezzare la macchina che produce miseria e orientare le tecnologie verso la creazione di un autentico futuro umano.</p>
<p>Come scrisse Marx ne <emphasis>“Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte”</emphasis>: <emphasis>«la rivoluzione va fino al fondo delle cose. Sta ancora attraversando il purgatorio. Lavora con metodo»<sup>53</sup></emphasis>. Solo dopo che avrà terminato il suo lavoro preliminare, il proletariato si solleverà e, trionfante, potrà ripetere le parole di Amleto: «<emphasis>Ben scavato, vecchia talpa!</emphasis>».</p>
<p>La rivoluzione comunista non è morta. È solo entrata in clandestinità e prosegue la sua opera invisibile e sotterranea: mina le fondamenta della società borghese dall’interno, proprio come una talpa.</p>
<p><emphasis>Marzo 2026</emphasis></p>
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<p><strong>La concezione apologetica della produttività di tutte le professioni</strong><strong><sup>54</sup></strong></p>
<p><strong>Karl Marx</strong></p>
<p><strong>Digressione (sul lavoro produttivo)</strong></p>
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<p>Un filosofo produce idee, un poeta poesie, un pastore prediche, un professore manuali ecc. Un delinquente produce delitti. Se si esamina più da vicino la connessione che esiste tra quest’ultima branca di produzione e l’insieme della società, ci si ravvede da tanti pregiudizi. Il delinquente non produce soltanto delitti, ma anche il diritto criminale, e con ciò produce anche il professore che tiene lezioni sul diritto criminale, e inoltre l’inevitabile manuale, in cui questo stesso professore getta i suoi discorsi in quanto “merce” sul mercato generale. Con ciò si verifica un aumento della ricchezza nazionale, senza contare il piacere personale, come [afferma] un testimonio competente, il professor Roscher, che la composizione del manuale procura al suo stesso autore.</p>
<p>Il delinquente produce inoltre tutta la polizia e la giustizia criminale, gli sbirri, i giudici, i boia, i giurati ecc.; e tutte queste differenti branche di attività, che formano altrettante categorie della divisione sociale del lavoro, sviluppano differenti facoltà dello spirito umano, creano nuovi bisogni e nuovi modi di soddisfarli. La sola tortura ha dato occasione alle più ingegnose invenzioni meccaniche, e ha impiegato nella produzione dei suoi strumenti una massa di onesti artefici.</p>
<p>Il delinquente produce un’impressione, sia morale, sia tragica, a seconda dei casi, e rende così un “servizio" al moto dei sentimenti morali ed estetici del pubblico. Egli non produce soltanto manuali di diritto criminale, non produce soltanto codici penali e con ciò legislatori penali, ma anche arte, bella letteratura, romanzi e perfino tragedie, come dimostrano non solo “La colpa" del Müllner e “I masnadieri” dello Schiller, ma anche l’“Edipo” [di Sofocle] e il “Riccardo III” [dello Shakespeare]. Il delinquente rompe la monotonia e la banale sicurezza della vita borghese. Egli preserva così quella vita dalla stagnazione, e suscita quella inquieta tensione e quella mobilità, senza la quale anche lo stimolo della concorrenza si smorzerebbe. Egli sprona così le forze produttive. Mentre il delitto sottrae una parte della popolazione in soprannumero al mercato del lavoro, diminuendo in questo modo la concorrenza tra gli operai e impedendo in una certa misura la diminuzione del salario al di sotto del minimo indispensabile, la lotta contro il delitto assorbe un’altra popolazione. Il delinquente appare così come uno di quei naturali “elementi di compensazione” che ristabiliscono un giusto livello e che aprono tutta una prospettiva di “utili” generi di occupazione.</p>
<p>Le influenze del delinquente sullo sviluppo della forza produttiva possono essere indicate fino nei dettagli. Le serrature sarebbero mai giunte alla loro perfezione attuale se non vi fossero stati ladri? La fabbricazione delle banconote sarebbe mai giunta alla perfezione odierna se non vi fossero stati falsari? Il microscopio avrebbe mai trovato impiego nelle comuni sfere commerciali (vedi il Babbage) senza la frode nel commercio? La chimica pratica non deve forse altrettanto alla falsificazione delle merci e allo sforzo di scoprirla quanto all’onesta sollecitudine per il progresso della produzione? Il delitto, con i mezzi sempre nuovi con cui dà l’assalto alla proprietà, chiama in vita sempre nuovi mezzi di difesa, e così esercita un’influenza altrettanto produttiva quanto quella degli strikes sull’invenzione delle macchine. E abbandoniamo la sfera del delitto privato: senza delitti nazionali sarebbe mai sorto il mercato mondiale? o anche solo le nazioni? E dal tempo di Adamo l’albero del peccato non è forse in pari tempo l’albero della conoscenza? Il Mandeville, nella sua “Fable of the Bees” (1705), aveva già mostrato la produttività di tutte le possibili occupazioni ecc., e soprattutto la tendenza di tutta questa argomentazione:</p>
<p><emphasis>«Ciò che in questo mondo chiamiamo il male, tanto quello morale quanto quello naturale, è il grande principio che fa di noi degli esseri sociali, è la solida base, la vita e il sostegno di tutti i mestieri e di tutte le occupazioni senza eccezione</emphasis> [...]<emphasis>; è in esso che dobbiamo cercare la vera origine di tutte le arti e di tutte le scienze; e </emphasis>[...] <emphasis>nel momento in cui il male venisse a mancare, la società sarebbe necessariamente devastata se non interamente dissolta»</emphasis> [Mandeville, “The Fable of the Bees”, V ediz., London, 1728, p. 428.].</p>
<p>Senonché il Mandeville era, naturalmente, infinitamente più audace e più onesto degli apologeti filistei della società borghese.</p>
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<p><strong>Nota della redazione: Lo strumento di lavoro e la cazzuola cibernetica</strong></p>
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<p><strong><emphasis>La redazione dichiara apertamente l’uso consapevole dell’IA generativa per la creazione delle illustrazioni della rivista, basandosi sulla concezione marxista della tecnica. La macchina è priva di teleologia e di autentica immaginazione: essa funge soltanto da docile “cazzuola cibernetica”, un prolungamento ad alta tecnologia della mano e della mente umana. Guidando con rigore gli algoritmi, non li utilizziamo per simulare una “creatività” della macchina, ma per far rivivere il monumentale linguaggio visivo dell’avanguardia proletaria rivoluzionaria del 1917–1921.</emphasis></strong></p>
<p><strong><emphasis>Sebbene le odierne reti neurali siano state create dalle multinazionali per generare profitto attraverso la monopolizzazione predatoria del “general intellect” dell’umanità, noi volgiamo questa contraddizione contro il capitale stesso. Rifiutandoci di vendere la rivista, non creiamo plusvalore, bensì produciamo esclusivamente valore d’uso: propaganda comunista. In tal modo, mettiamo in atto una “espropriazione inversa” tattica, costringendo l’infrastruttura del nemico di classe a operare negli interessi del proletariato e trasformando le tecnologie capitalistiche in un’arma intellettuale per la lotta di classe.</emphasis></strong></p>
<empty-line/>
<p>Vogliamo riconoscere apertamente l’uso <emphasis>consapevole</emphasis> dell’intelligenza artificiale (IA) per la generazione delle illustrazioni nella nostra rivista. Non siamo artisti professionisti. Abbiamo preso questa decisione basandoci sulla concezione marxista secondo cui lo strumento di lavoro è il prolungamento della mano umana.</p>
<p>Proprio come l’operaio edile guida <emphasis>consapevolmente</emphasis> la propria mano, nella quale impugna saldamente la cazzuola mentre erige un muro, noi abbiamo <emphasis>indirizzato</emphasis> l’IA per ottenere il risultato estetico e semantico di cui avevamo bisogno. Nel “Capitale” di Karl Marx c’è un mirabile paragone figurato: ciò che distingue il peggior architetto dall’ape migliore è che egli, prima di costruire la cella di cera, l’ha già costruita nella sua testa. In questo caso, il ruolo dell’architetto appartiene a noi, mentre all’IA spetta il ruolo di ape digitale.</p>
<p>Alla base del nostro approccio vi è la comprensione del fatto che la macchina, di per sé, è priva di teleologia (capacità di porsi gli obiettivi). Come scrissero i filosofi E. Il’enkov, A. Arsen’ev e V. Davydov nell’articolo “Macchina e uomo, cibernetica e filosofia”<sup>55</sup>: «<emphasis>non è il cervello che pensa, ma l’uomo per mezzo del cervello</emphasis>»<sup>56</sup>. E allo stesso modo, spiega Il’enkov nel saggio “Il problema dell’ideale”: «<emphasis>non lavora la mano, ma l’uomo per mezzo della mano. E il prodotto del suo lavoro non si trova affatto “nella mano”, né al suo interno, ma in quella sostanza della natura che viene elaborata</emphasis>»<sup>57</sup>. L’IA, in questo caso, ha agito solo come la nostra cazzuola digitale, un organo obbediente messo in movimento dal disegno umano.</p>
<p>Questo legame dialettico tra cervello, mano e strumento di lavoro, in cui la tecnologia funge solo da estensione dell’uomo, è stato sviluppato in modo esaustivo da Karl Marx nei “Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica” (<emphasis>Grundrisse</emphasis>). Marx scrive:</p>
<p>«<emphasis>La natura non costruisce macchine, locomotive, ferrovie, telegrafi elettrici, telai meccanici, ecc. Questi sono prodotti dell’industria umana: materiale naturale, trasformato in organi della volontà dell’uomo sulla natura o del suo operare in essa. Sono organi dell’intelligenza umana creati dalla mano umana; potenza materializzata del sapere. Lo sviluppo del capitale fisso mostra in quale misura il sapere sociale generale, la conoscenza, si è trasformato in forza produttiva immediata, e quindi fino a che punto le condizioni del processo vitale stesso della società sono passate sotto il controllo dell’intelligenza generale </emphasis>[general intellect]<emphasis> e rimodellate in accordo con essa. In quale misura le forze produttive sociali sono prodotte non solo nella forma del sapere, bensì come organi immediati della pratica sociale; del processo reale della vita</emphasis>»<sup>58</sup>.</p>
<p>«<emphasis>Finché la macchina rimane macchina, essa</emphasis>», come sottolineano Il’enkov, Arsen’ev e Davydov, «<emphasis>rimane soltanto un organo creato artificialmente della volontà razionale umano-sociale, un mezzo della sua manifestazione attiva. E in questo senso, un organo del cervello umano, poiché per “cervello” Marx intendeva sempre non solo e non tanto l’organo del corpo dell’individuo, quanto l’organo della volontà razionale umano-sociale, dei bisogni umano-sociali e degli “scopi” che esprimono idealmente tali bisogni</emphasis>»<sup>59</sup>.</p>
<p>È proprio questa volontà razionale che abbiamo manifestato componendo le descrizioni testuali (<emphasis>prompt</emphasis>) per la rete neurale. Abbiamo descritto dettagliatamente ciò che volevamo raffigurare e imposto rigidi quadri stilistici, rimandando la macchina a specifiche forme storiche della cultura proletaria rivoluzionaria: gli stili utilizzati dagli artisti rivoluzionari di Russia e Ungheria tra il 1917 e il 1921.</p>
<p>Ci siamo rivolti al linguaggio visivo che doveva costruire un mondo nuovo. Si tratta di una rigorosa geometrizzazione delle forme, dell’uso di potenti diagonali per trasmettere la dinamica della lotta, della dominanza di una tavolozza contrastante (rosso, nero, bianco), di composizioni tipografiche e fotomontaggi. Abbiamo orientato <emphasis>la macchina</emphasis> sui lavori di autori quali El Lissitzky (il cui leggendario manifesto “Spezza i bianchi col cuneo rosso” del 1919 divenne l’espressione suprema del suprematismo al servizio della rivoluzione), Vladimir Tatlin (con la sua torre protesa verso il futuro, monumento alla III Internazionale Comunista), Aleksandr Rodčenko e Kazimir Malevič.</p>
<p>Abbiamo preteso dalla <emphasis>macchina</emphasis> che riproducesse quella monumentalità espressiva che caratterizzava il gruppo ungherese di artisti, poeti e scrittori rivoluzionari “MA” (Oggi). Quest’arte univa la dinamica cubo-futurista al pathos proletario, creando figure di operai e soldati pesanti, squadrate, monumentali e cariche di tensione. I punti di riferimento sono stati per noi i lavori di Lajos Kassák, creatore del concetto di “quadro-architettura”, Béla Uitz, autore del celebre e furioso manifesto del 1919 “Soldati rossi, avanti!” (“<emphasis>Vörös katonák, előre!”</emphasis>) e Sándor Bortnyik, autore di opere futuriste-espressioniste a tema rivoluzionario come “La locomotiva rossa” e “Maggio rosso”.</p>
<p>L’intelligenza artificiale non è in grado di comprendere l’essenza di questi eventi storici, poiché le è preclusa la porta di quella sfera della cultura spirituale dove nasce l’autentica immaginazione. Come notavano Il’enkov, Arsen’ev e Davydov, «<emphasis>senza immaginazione non si può parlare di alcun pensiero autenticamente creativo</emphasis>»<sup>60</sup>. L’IA si è limitata a combinare ciecamente i pixel secondo probabilità calcolate.</p>
<p>La forma assunta infine da queste immagini è la <emphasis>forma oggettivata </emphasis>del trasferimento dialettico della <emphasis>percezione spirituale-ideale</emphasis> del mondo in un <emphasis>prodotto materiale del lavoro umano </emphasis>attraverso l’uso della <emphasis>mano prolungata</emphasis>, ossia una forma <emphasis>dell’attività vitale umana</emphasis>. Dunque, le illustrazioni nella nostra rivista non sono il prodotto di una “creatività” di una macchina. Sono il prodotto della nostra attività cosciente, della nostra conoscenza della storia dell’arte rivoluzionaria e della nostra scelta estetica, realizzata per mezzo di uno strumento cibernetico moderno e complesso, ma pur sempre interamente subordinato all’uomo.</p>
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<p><strong>Dialettica della cazzuola digitale: l’espropriazione degli espropriatori nell’epoca dell’IA</strong></p>
<p>Nel nostro impegno a utilizzare l’IA per costruire un nuovo linguaggio visivo, ci scontriamo inevitabilmente con una profonda contraddizione dialettica. Da un lato, consideriamo l’IA come <emphasis>una cazzuola cibernetica</emphasis>, un organo obbediente della volontà umana. Dall’altro, siamo consapevoli della cruda realtà politico-economica: questa <emphasis>cazzuola</emphasis> è oggi monopolizzata dal capitale, è diventata “lavoro morto” istruito attraverso l’espropriazione di colossali masse di sapere sociale.</p>
<p>Significa forse che l’uso delle reti generative ci rende complici dello sfruttamento capitalistico e <emphasis>appendici consapevoli </emphasis>degli algoritmi aziendali? Il materialismo storico ci insegna non a fuggire dalle contraddizioni, ma a risolverle nella prassi materiale. E la chiave di questa soluzione risiede nella differenza fondamentale tra il nostro approccio e la logica del capitale.</p>
<p>La proprietà principale del capitale, di cui scrisse Marx, è il suo bisogno di autovalorizzazione attraverso la produzione di merci (la formula D – M – D’). Le multinazionali hanno creato l’IA per generare profitto.</p>
<p>Noi, invece, non usiamo l’IA per produrre una merce; non immettiamo sul mercato il nostro prodotto – la rivista e tutto il suo contenuto, comprese le immagini generate – né lo rendiamo oggetto di scambio mercantile. Il nostro prodotto non contiene in sé valore di scambio; viene creato esclusivamente per il suo valore d’uso: è il nostro <emphasis>organizzatore, propagandista e agitatore collettivo</emphasis>.</p>
<p>Rifiutandoci di vendere un prodotto che contiene, tra l’altro, elementi creati tramite una rete neurale, non creiamo plusvalore né realizziamo profitti. Se il capitale, come un vampiro, succhia lavoro vivo per trasformarlo in profitto, noi utilizziamo le potenze di calcolo appartenenti al grande capitale per la creazione senza scopo di lucro di una rivista rivoluzionaria, non commerciale, costringendo di fatto la macchina a lavorare <emphasis>nell’interesse dell’umanità</emphasis>.</p>
<p>I creatori delle reti neurali generative hanno messo a segno la più grande operazione di <emphasis>recinzione</emphasis> (enclosure) del XXI secolo: hanno espropriato il “general intellect”, succhiando come vampiri il <emphasis>lavoro vivo </emphasis>non pagato di milioni di persone, trasformandolo in capitale per poi venderne l’accesso. Hanno abolito il diritto d’autore nella fase di raccolta dati, ma lo impongono ferocemente nella fase di vendita dei propri servizi.</p>
<p>Come possiamo superare questo? Solo attraverso l’espropriazione inversa, ossia <emphasis>attraverso l’abolizione della proprietà privata</emphasis>.</p>
<p>Per ora, utilizzando questo strumento, estraiamo l’esperienza sintetizzata di generazioni (incluso il retaggio dell’avanguardia rivoluzionaria) dalla “scatola nera” aziendale e lo restituiamo all’arsenale della lotta di classe. Ciò che è stato appropriato dal capitale, rubato alle masse lavoratrici per creare un monopolio, noi lo restituiamo all’avanguardia proletaria come arma intellettuale per <emphasis>la liberazione dal potere del capitale</emphasis>. Colpiamo il capitalismo con la sua stessa arma, portata alla perfezione.</p>
<p>Il marxismo considera il problema dell’alienazione anzitutto attraverso il prisma di chi possiede il lavoro e per quale scopo esso viene compiuto. Nel capitalismo, il lavoratore è alienato dal processo e dal risultato del proprio lavoro, poiché lavora per sopravvivere, creando ricchezza che viene appropriata dalla borghesia.</p>
<p>Nel nostro caso, il processo di costruzione del <emphasis>prompt</emphasis> non è lavoro salariato alienato. È una libera e consapevole attività politica. Sì, l’atto fisico del disegno è delegato alla macchina, ma la teleologia, la riflessione storica e il controllo ideologico rimangono interamente nelle mani dell’uomo. L’IA in questo contesto non funge da sostituto dell’artista, ma da macchina da stampa ad alta tecnologia che moltiplica <emphasis>la voce dell’avanguardia proletaria</emphasis>. Siamo consapevoli che, istruendo l’IA con i nostri <emphasis>prompt</emphasis>, generiamo inevitabilmente nuovi dati, pagando un tributo temporaneo al capitale. Ma consideriamo ciò come una concessione tattica forzata: l’uso dell’infrastruttura del nemico in vista di un’offensiva strategica contro di lui.</p>
<p>Marx ed Engels hanno sottolineato più volte che il capitalismo, nella sua cieca rincorsa al profitto, crea esso stesso la base materiale e tecnica per la società comunista. Costruendo fabbriche giganti, ferrovie – e oggi data center e reti neurali globali – il capitale socializza la produzione a livelli inauditi, sebbene l’appropriazione dei risultati rimanga privata.</p>
<p>Nei già citati “Lineamenti fondamentali” di Marx vi è un’altra conclusione fondamentale: il capitale sviluppa le macchine per ridurre il tempo di lavoro necessario. Nel capitalismo, ciò porta alla disoccupazione. Nel comunismo, l’automazione creerà <emphasis>tempo libero per lo sviluppo intellettuale e creativo</emphasis> di ogni individuo.</p>
<p>L’IA generativa è oggi la <emphasis>forma suprema di socializzazione della produzione spirituale</emphasis>. Essa mette a nudo il paradosso principale del capitalismo: una tecnologia capace di ridurre radicalmente il tempo di lavoro e donare all’umanità spazio per la libera creatività viene usata solo per massimizzare il profitto aziendale. Essa porta in sé i traumi congeniti del capitalismo: furto, monopolizzazione, sfruttamento. Ma il materialismo storico non ci chiede di attendere la comparsa di strumenti immacolati e ideologicamente puri. La rivoluzione si fa sempre con il materiale umano e tecnologico creato dalla <emphasis>vecchia epoca</emphasis>.</p>
<p>Utilizzando l’IA non per il profitto, ma per <emphasis>la propaganda comunista</emphasis>, dimostriamo di cosa sono capaci le potenti forze produttive create dal capitalismo, se liberate dalle catene dei rapporti mercantile-monetari e subordinate a una volontà sociale consapevole.</p>
<p><emphasis>Maggio 2026</emphasis></p>
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<p><strong><emphasis>Pagine di storia dell’internazionalismo proletario</emphasis></strong></p>
<p><strong>L’ultima battaglia dei bolscevichi</strong></p>
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<p><strong><emphasis>Ci rivolgiamo a una delle pagine più tragiche, ma politicamente decisive, della storia del movimento operaio mondiale: la lotta eroica e coerente del Gruppo del Centralismo Democratico (i “decisti”). Mentre alla fine degli anni Venti la maggior parte degli oppositori di partito nutriva illusioni mortali sulla natura dello Stato sovietico, furono proprio i decisti (T. Sapronov, V. Smirnov e altri) i primi a trarre la rigorosa conclusione marxista: la controrivoluzione era compiuta, il PCUS(b) e l’apparato statale si erano trasformati in strumenti di sfruttamento capitalistico ostili al proletariato. Di conseguenza, non era necessaria una riforma interna al partito, bensì una nuova rivoluzione e la creazione di un nuovo partito, autenticamente operaio. Il valore particolare di questo materiale storico risiede nella spietata dissezione dell’ideologia di Lev Trockij e dei suoi sostenitori. Attraverso i documenti storici, dimostriamo come il rifiuto di Trockij di riconoscere la natura borghese del regime stalinista lo abbia condotto al funesto centrismo: sterili speranze in un “corso di sinistra” della burocrazia e la sostituzione dell’analisi di classe reale con ragionamenti astratti sulla “situazione internazionale”.</emphasis></strong></p>
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<p>La generazione di Lenin riuscì a dirigere il <emphasis>motore della guerra </emphasis>verso la realizzazione di una strategia rivoluzionaria, in un momento in cui il <emphasis>motore della disgregazione contadina </emphasis>riempiva le città della Russia europea con milioni di nuovi giovani proletari, e le terribili condizioni di lavoro davano luogo alla crescita di una lotta di classe spontanea a cui partecipavano milioni di nostri compagni di classe. Nelle trincee e sulle navi della Prima guerra imperialista mondiale c’erano migliaia di bolscevichi, anarchici, SR-massimalisti con l’esperienza della lotta di classe e la coscienza forgiata nel corso di essa. Fu questa forza a costituire la spina dorsale della Rivoluzione proletaria d’Ottobre, ma non fu sufficiente: la guerra civile, l’ondata piccolo-borghese, e poi la controrivoluzione staliniana, nelle condizioni di sconfitta del tentativo di rivoluzione europea non permisero di portare la lotta al suo obiettivo.</p>
<p>Tuttavia, anche nella seconda metà degli anni ‘20, il numero dei <emphasis>decisti </emphasis>– gruppo del centralismo democratico guidato dai vecchi bolscevichi Timofei Sapronov (1887-1937) e Vladimir Smirnov (1887-1937) – i più coerenti critici dello stalinismo, era di circa 2.000, di cui 500 a Mosca e Leningrado. Qualcuno li ha chiamati i livellatori della Rivoluzione russa, in onore dell’ala più radicale della Rivoluzione inglese del XVII secolo. Non erano interessati a posizioni nella gerarchia del partito e dello Stato di Stalin – lottavano per gli interessi del proletariato, rimanendo fedeli ai loro principi. Quasi tutti vennero fucilati, ma nessuno di loro poté essere portato processi farsa e costretto a calunniare sé stesso e i suoi compagni.</p>
<p>I centri clandestini dei “gruppi di opposizione proletaria”, come iniziarono a chiamarsi nel 1928-1929, coordinarono campagne di volantinaggio piuttosto massicce, rivolte soprattutto alle imprese industriali, dove avevano un serio sostegno tra i salariati. È bene sottolineare questo aspetto: anche nell’epoca buia degli anni Trenta, quando la controrivoluzione stalinista nell’URSS, il nazismo e il fascismo in Europa portavano il dominio di classe della borghesia a forme estreme di dittatura repressiva, i marxisti rivoluzionari mantenevano il sostegno delle masse proletarie.</p>
<p>Nei loro volantini i decisti chiamavano le cose con il loro nome: la controrivoluzione aveva vinto nell’URSS; lo Stato, il Partito Comunista di tutta l’Unione e le cosiddette organizzazioni “pubbliche” (sindacati ufficiali ecc.) erano ostili al proletariato, erano strumenti della sua oppressione e del suo sfruttamento; era necessario prepararsi a una nuova rivoluzione, costruire un nuovo partito operaio e, nel frattempo, condurre una lotta difensiva contro l’offensiva della classe dominante contro i diritti e gli interessi dei salariati. Per loro era evidente <emphasis>«che i termini della rivoluzione mondiale erano stati rimandati a un futuro sconosciuto»</emphasis>, e che costruire il socialismo in un solo paese <emphasis>«equivale a costruire il socialismo in un solo distretto»<sup>61</sup></emphasis>, - scrive nelle sue memorie Edouard Dune (1899-1953), uno dei pochi membri superstiti di questo gruppo, che trascorse molti anni nei campi di Vorkuta, ma riuscì a emigrare dall’URSS durante la Seconda guerra mondiale. In Francia partecipò al movimento partigiano. Poi, trovandosi solo, si unì ai menscevichi, ma rimase fedele alle sue idee, come testimonia un testo pubblicato nel 1947.</p>
<p>Già nell’autunno del 1926, i decisti lasciarono l’opposizione unificata trotskista-zinovievista, ritenendo la sua politica nei confronti della leadership staliniana inaccettabilmente conciliante e incoerente. Come disse Sapronov con la massima franchezza operaia: <emphasis>«Non puliremo gli stivali di Trockij!»</emphasis>. Va notato che in alcuni grandi centri regionali dell’“opposizione unificata” – nel Donbass, Brjansk, Sverdlovsk – l’influenza dei decisti era predominante.</p>
<p>L’organizzazione dei decisti fin dall’inizio è stata costruita non come una frazione interna al partito, ma come una rete di cellule segrete progettate per lavorare in clandestinità. In questo modo si differenziava dai gruppi trotskisti, che si impegnavano a partecipare alle riunioni del partito nel vano tentativo di sconfiggere l’apparato del partito con mezzi “costituzionali”. È indicativo il fatto che sia i vecchi bolscevichi che i non iscritti al partito fossero accettati nel gruppo.</p>
<p><emphasis>«La lotta per la riforma interna al partito non potrà produrre nulla di sostanziale: che al potere ci siano Stalin o Trockij, non cambia niente. Il PCUS non è già più attualmente (1926) un partito della classe operaia e non esprime gli interessi della classe operaia»</emphasis>, scrive Dune, per cui i decisti non si prefissarono il compito di lottare per sostituire Stalin con Trockij o con un’altra persona, ma si resero conto di essere di fronte al <emphasis>«lavoro minuzioso e a lungo termine» </emphasis>di costruire un <emphasis>«vero partito proletario»</emphasis>. Si trattava di una scelta estremamente difficile.<emphasis> «Stalin spaventava il suo partito con il pericolo di una scissione e della morte della dittatura del proletariato – il potere sovietico. I trotskisti usavano lo stesso argomento per spaventare la gente, ma non si resero conto che la scissione era proprio ciò di cui Stalin aveva bisogno, e che il potere sovietico era stato smantellato proprio sotto Stalin. Ma ora? Ora, come prima, l’ex opposizione all’interno del partito è frammentata e incapace di creare un’organizzazione unita tra persone che la pensano allo stesso modo e che siedono nelle celle di isolamento politico. </emphasis>[...] <emphasis>È moralmente doloroso rompere con il proprio passato, riconoscere che decenni di vita cosciente devono essere cancellati come errati. Non si tratta di una questione di fatti, ma di psicologia, e tuttavia questa (la nostra psicologia) non ci ha sempre permesso di vedere il quadro reale».<sup>62</sup></emphasis></p>
<p>Avendo creato un’organizzazione autonoma, i decisti non parlavano apertamente, non raccoglievano firme per i loro documenti, ma preferivano lavorare individualmente con le persone e condurre campagne di volantinaggio. <emphasis>«Le nostre organizzazioni di base (cellule) erano composte da non più di 5 persone, se erano di più veniva formata una nuova cellula nella stessa impresa. I rappresentanti delle cellule sceglievano i rappresentanti dei centri. Conosco questi centri: in Ucraina (Kharkov), nel Donbass (Lugansk), negli Urali (Sverdlovsk) e a Mosca. A Mosca, oltre al centro locale, c’era un proprio “Centro letterario”. A Leningrado non c’era un centro del genere, perché c’erano pochissimi nostri sostenitori (lo so, perché ci ho portato una valigia con della letteratura)»<sup>63</sup></emphasis>. Leningrado era il centro principale dell’opposizione trotskista-zinovievista. <emphasis>«A nome del gruppo, solo coloro che si erano desecretati </emphasis>[cioè, resi noti]<emphasis> potevano parlare, intervenire alle riunioni. Negli inevitabili casi di dispute interne al partito, si poteva parlare a nome dei trotskisti. Una simile cospirazione non poteva soddisfare il giovane sangue caldo. La gioventù ribolliva e si sforzava di parlare attivamente. Per Trockij, la gioventù era il barometro del Partito. In effetti, i trotskisti assorbivano un bel gruppo di giovani, tra i quali nel processo di lotta crescevano figure di talento, le cui parole erano ascoltate dalla vecchia guardia e spesso si lasciava guidare da questi giovani </emphasis>[...]<emphasis>. I sostenitori dei trotskisti divennero tutti noti e furono tutti esiliati. I sostenitori dei decisti soffrirono meno»<sup>64</sup>. </emphasis>I decisti prestarono molta attenzione alla creazione di tipografie illegali e all’acquisto di attrezzature per la stampa. Crearono persino una propria “Croce Rossa” per aiutare i prigionieri politici. Grazie alla natura cospirativa dell’organizzazione, alcuni decisti morirono per mano della Gestapo e non degli stalinisti, mentre altri continuarono la loro attività anche dopo la Seconda guerra mondiale, senza essere mai arrestati: uno lavorava all’Istituto dei Professori Rossi, un altro all’Istituto di Economia Mondiale. Ce n’erano altri? Non si sa. Ma anche ai tempi di Breznev, anche a Kharkov, dove si trovava uno dei centri dei decisti durante l’era staliniana, c’erano gruppi di giovani operai e studenti che sostenevano che l’URSS aveva una base capitalista e che lo Stato era una dittatura del capitale. È improbabile che ci sia stato un legame diretto tra i decisti e questi gruppi, ma se ci fosse stato, è possibile che oggi saremmo una forza in grado di innalzare la bandiera dell’internazionalismo proletario.</p>
<p><emphasis>«L’organizzazione dei decisti non aveva grandi nomi, popolari nel partito o nel paese. Non avevamo Lenin, Plekhanov o Trockij. Ma c’era fiducia sul fatto che il tempo ci avrebbe aiutato a trovarli».<sup>65</sup></emphasis> E c’era anche la fiducia che il tempo avrebbe verificato la correttezza delle valutazioni e delle scelte fatte sulla base di esse.</p>
<p>Questa è una delle tante pagine poco conosciute della nostra storia di classe, un’esperienza da cui le nuove generazioni dei marxisti devono imparare. Nei decisti, il bolscevismo ha tentato senza successo di <emphasis>salvare in sé </emphasis>ciò che lo legava alla strategia della rivoluzione mondiale. In questo senso possono essere chiamati “gli ultimi bolscevichi”.</p>
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<p><strong>Lo spartiacque del “corso di sinistra”</strong></p>
<p>Nel 1925, a seguito della XIV Conferenza del PCR(b), fu fissato il passaggio dal corso della rivoluzione comunista mondiale al corso della costruzione del socialismo in un singolo paese. Iniziò una lunga fase controrivoluzionaria. In queste condizioni si formò la cosiddetta <emphasis>Opposizione unificata</emphasis>, un blocco instabile di quattro gruppi in lotta tra loro: i trotskisti, gli zinovievisti, i decisti e l’Opposizione operaia. La storia e le posizioni di ciascuno di essi richiede una riflessione a parte. Qui parleremo invece della loro effimera unione in un unico blocco e della sua inevitabile dissoluzione.</p>
<p>Le principali posizioni dell’Opposizione unificata sono esposte nella “Dichiarazione dei 13” (luglio 1926), nella “Dichiarazione degli 83” (maggio 1927) e nel documento programmatico principale – “Progetto di piattaforma dei bolscevichi-leninisti (opposizione) al XV Congresso del PCUS(b)” (settembre 1927), firmato da 13 membri del Comitato Centrale e del Comitato Centrale di Controllo del partito: N. Muralov, G. Evdokimov, H. Rakovskij, G. Pjatakov, I. Smilga, G. Zinoviev, L. Trockij, L. Kamenev, A. Peterson, I. Bakaev, K. Solovyov, G. Lizdin, P. Avdeev. I membri del blocco denunciarono il regime del partito, criticarono la leadership di Stalin per le concessioni ai <emphasis>kulaki</emphasis>, cercando di accelerare l’industrializzazione, chiesero l’adempimento del “testamento” di Lenin con la rimozione di Stalin dalla carica di Segretario generale del CC del Partito, sostennero il corso della rivoluzione proletaria mondiale, criticando la dirigenza del Comintern per le “concessioni” alle forze borghesi e riformiste, rifiutarono l’idea che fosse possibile costruire il socialismo in un singolo paese isolato.</p>
<p>Già nel luglio 1926 Zinoviev fu rimosso dal Politburo e ad ottobre Trockij e Kamenev. Nel novembre dello stesso anno, la XV conferenza del PCUS(b) accusò l’Opposizione unita di opportunistica “deviazione socialdemocratica”. Nell’ottobre-novembre dell’anno successivo Trockij, Kamenev e Zinoviev furono espulsi dal CC del Partito.</p>
<p>Il centro dell’Opposizione unita era a Mosca. I gruppi locali riferivano al centro regionale o direttamente a Mosca. Il centro coordinava il lavoro attraverso corrieri speciali ed emissari. I primi si limitavano a consegnare istruzioni e letteratura di opposizione alle varie località, i secondi avevano poteri più ampi. Alcuni di loro si stabilivano in una certa città, organizzandovi un lavoro di opposizione, mentre altri si recavano periodicamente nelle regioni, con l’autorità di controllare e intervenire, valutandole, nelle attività nelle attività dei gruppi locali, fino a rimuovere i loro leader e a nominarne di nuovi. I gruppi raccoglievano quote. C’erano quindi tutti i segni di un’unità non solo ideologica ma anche organizzativa e, poiché l’Opposizione unita continuava a operare all’interno del partito, si trattava di attività di frazione. Già nel 1926 i decisti e l’Opposizione operaia abbandonarono il blocco a causa di divergenze ideologiche.</p>
<p>Nel dicembre 1927 si svolse il XV Congresso, durante il quale fu deciso <emphasis>«che l’appartenenza all’opposizione trotskista e la propaganda delle sue opinioni sono incompatibili con l’appartenenza al Partito»</emphasis>. Contemporaneamente furono espulsi 75 leader dell’opposizione trotskista-zinovievista, tra cui Kamenev, Pjatakov, Bakaev, Jevdokimov, Zalutskij, Lashevič, Muralov, Radek, Rakovskij, Safarov, Smilga, I. Smirnov, Sosnovskij e altri. Trotsky e Zinoviev erano stati espulsi già a novembre a causa della manifestazione dell'opposizione.</p>
<p>Vennero espulsi anche 23 membri del gruppo <emphasis>«ovviamente antirivoluzionario» </emphasis>di T. Sapronov. Allo stesso tempo era in corso il processo di espulsione degli oppositori locali: in due mesi e mezzo, a partire dal 15 novembre 1927, furono espulse 2.288 persone per “attività di frazione”.</p>
<p>Nello stesso XV Congresso si verificò <emphasis>l’effettiva </emphasis>disintegrazione dell’Opposizione unificata e il 19 dicembre gli zinovievisti presentarono una dichiarazione di capitolazione al Presidium del Congresso. Il fatto che non tutti capitolarono – ad esempio, il gruppo guidato da Safarov non firmò la dichiarazione e fu mandato in esilio insieme ai trotskisti – ci permette di dire che l’Opposizione unificata continuò a esistere<emphasis> formalmente </emphasis>fino al 1928, quando gli ultimi zinovievisti capitolarono.</p>
<p>Il motivo delle capitolazioni non fu solo la repressione. Cos’altro accadde al XV Congresso? Dalla relazione di Molotov, fu adottata una risoluzione sul lavoro nelle campagne, che prevedeva l’intensificazione delle misure per la creazione di fattorie collettive e il rafforzamento delle misure di restrizione dei <emphasis>kulaki</emphasis>, ma non prevedeva affatto la loro liquidazione. In questo alcuni oppositori videro scorci del “corso di sinistra” e un motivo per abbandonare la lotta contro la dirigenza stalinista.</p>
<p>Due settimane dopo, in relazione ai <emphasis>«progressi insoddisfacenti dell’approvvigionamento di grano»</emphasis>, Stalin si recò in Siberia, dove rimase dal 15 gennaio al 6 febbraio 1928. Lì, in realtà, proclamò il “nuovo corso”: l’attuazione di una completa “collettivizzazione” dell’agricoltura. <emphasis>«Dalle autorità locali Stalin pretese misure straordinarie contro i kulaki, perquisendo i granai, bloccando le strade per impedire ai kulaki di esportare il loro grano in libera vendita, confiscando il loro pane, vendendo il 25% dei prodotti agricoli confiscati ai contadini poveri a basso prezzo»<sup>66</sup></emphasis>.</p>
<p>Il 28 febbraio Pjatakov presentò una domanda di reintegrazione nel partito. A lui seguirono N. Krestinskij e V. Antonov-Ovseenko. L’abbandono dell’opposizione non riguardò solo le figure di spicco. Dal 1926 all’inizio del 1928, 3381 persone dichiararono la loro rottura con l’opposizione. Nel febbraio 1928 si aggiunsero altre 614 persone.</p>
<p>Per Pjatakov, che era stato a lungo presidente del Comitato principale per le concessioni e vicepresidente del VSNCh, il Consiglio superiore dell’Economia, i tanto attesi cambiamenti nel programma economico erano una ragione sufficiente per tornare al Partito e per ignorare il fatto che non ci fossero cambiamenti nella sfera della <emphasis>democrazia interna</emphasis> al partito o nella politica internazionale. Più tardi, la stessa motivazione indurrà gli economisti Smilga e Preobraženskij a capitolare, rientrando nel partito nel 1929.</p>
<p>Già alla fine del 1924 fu pubblicato il libro di Preobraženskij “La nuova economia”. In esso teorizzava la <emphasis>«legge dell’accumulazione primitiva socialista»</emphasis>, sostenendo che esisteva un’unica potente fonte di finanziamento per la svolta industriale del paese: il villaggio. Si trattava di uno <emphasis>«scambio non equivalente»</emphasis> tra agricoltura e industria per accelerare lo sviluppo di quest’ultima. L’industria pesante nazionalizzata porta necessariamente a un’economia pianificata e a una rapida industrializzazione, riteneva, e Stalin, avendo scelto un “corso di sinistra”, era stretto nella morsa di questa necessità e avrebbe dovuto seguire sempre più questa strada.</p>
<p>Trockij non riconobbe il “corso di sinistra” perché non prevedeva un allentamento del regime interno al partito – gli oppositori rimasero in esilio. I gruppi di opposizione ripresero le loro attività nella Russia centrale, negli Urali, in Ucraina e nel Caucaso settentrionale. Secondo Yaroslavsky, il <emphasis>«segretario generale trotskista» </emphasis>Boris Elcin coordinava tutte queste attività da Mosca.<sup>67</sup> Ma il vero centro di collegamento tra le colonie dell’esilio e i gruppi di opposizione emergenti era Alma-Ata. Qui dall’aprile all’ottobre 1928 ricevette solo tramite vie legali più di mille lettere e settecento telegrammi. Da lì Trockij inviò ottocento lettere politiche e cinquecentocinquanta telegrammi.<sup>68</sup></p>
<p>Ma lo Stato di Stalin non si limitò ai cambiamenti di politica economica: nel 1928 iniziò una campagna contro la “deviazione di destra” e una lotta contro la burocrazia e la decadenza dei membri del partito. Si cominciò a parlare delle piaghe di Smolensk e Artyom. Sul “Pravda” del 12 maggio fu pubblicato un articolo intitolato “L’ascesso di Smolensk” che trattava della fabbrica “Katuška”, dove su oltre 500 operai 200 erano iscritti al partito e altri 80 al komsomol. Con questa quota esorbitante di membri comunisti, i capisquadra estorcevano agli operai vodka, antipasti, denaro e alle operaie... i loro corpi. Commentando questo articolo, un decista di nome Stepan scrisse dall’esilio al suo sconosciuto corrispondente: <emphasis>«L’autore dell’articolo </emphasis>[...] <emphasis>non si stanca di ripetere: incredibile, inaudito, senza precedenti. Ipocrisia spregevole! È forse la più rara eccezione, incredibile e senza precedenti? Niente del genere. In fondo, quello che scrivi sulla tua fabbrica è molto simile a quello che è avvenuto alla “Katushka”. E quante note leggiamo – anche sulla stampa ufficiale – in cui vengono rivelati gli stessi fatti. E ogni volta si parla di eccezioni, e li si definisce inediti, incredibili, inauditi».</emphasis></p>
<p>La lotta contro gli ascessi per evitare la cancrena è un’esigenza di qualsiasi organismo, anche dello Stato stalinista, e la necessità di riempire le casse dello Stato costringe inevitabilmente a una svolta nella politica economica.</p>
<p>Nel 1927, il paese si trovò ad affrontare una crisi nell’approvvigionamento del pane che sul mercato privato iniziò ad aumentare rapidamente di prezzo. L’acuta carenza di questo prodotto portò a una riduzione delle esportazioni: da 2,177 milioni di tonnellate di grano nel 1926-1927 a 344,4 mila tonnellate nel 1927-1928. Di conseguenza, per fornire cibo alle città si dovettero importare 248,2 mila tonnellate di grano, spendendo 27,5 milioni di rubli in valuta. Questo mise in pericolo il programma di importazione di macchinari e attrezzature, la spina dorsale dell’industrializzazione.</p>
<p>Questo è stato il contenuto materiale effettivo del cambiamento della “linea generale” del Partito, che molti oppositori in esilio hanno accolto con giubilo o con gioiosa sorpresa, credendo che le loro previsioni fossero state confermate. C’era anche la speranza di essere richiamati nel Partito. Anche questo accadde: dato il numero limitato di personale esperto, la dirigenza staliniana era pronta ad accogliere nel suo soffocante abbraccio gli oppositori pentiti, anche se non ai loro vecchi posti di comando, ma a posizioni di rango inferiore.</p>
<p>I conciliatori erano un fenomeno di massa nel trotskismo, ma l’opposizione dei bolscevico-leninisti, come si definivano, non era limitata a loro. Mentre Radek scriveva a Preobraženskij nel maggio 1928 che <emphasis>«il centro»</emphasis>, cioè la dirigenza staliniana, non doveva essere <emphasis>«considerata un nemico» </emphasis>purché <emphasis>«andasse a sinistra» </emphasis>e si doveva <emphasis>«buttare via l’amarezza» </emphasis>– Rakovskij, che era un membro della cerchia ristretta di Trockij, così come molti dei suoi associati tra i cosiddetti inconciliabili, scriveva dall’esilio: <emphasis>«Considero utopica qualsiasi riforma del Partito che si basi sulla burocrazia del Partito»</emphasis>. Di conseguenza, gli inconciliabili conclusero che il “corso di sinistra” era una sorta di manovra, uno zigzag del gruppo stalinista.</p>
<p>Durante l’esilio, il 6 agosto 1928, Rakovskij scrisse una piccola opera di meno di venti pagine intitolata “Lettera a G. B. Valentinov”, indirizzata all’autore del testo “Riflessioni sulle masse”, noto all’opposizione, era l’ex direttore del giornale “Trud”, che aveva firmato la “Dichiarazione dell’83” e nel 1927 era stato espulso dal Partito ed esiliato. L’opera di Rakovskij è la prima in cui l’opposizione ha tentato di concettualizzare un fenomeno come quello del partito e della burocrazia “sovietica”. Nella lettera scrive che si tratta di un fenomeno di <emphasis>«nuovo ordine», </emphasis>una <emphasis>«nuova categoria sociologica» </emphasis>al cui studio andrebbe dedicato un intero trattato.<sup>69</sup> La burocrazia, grazie alla passività delle masse del Partito e della classe operaia, usurpa il potere. Il nuovo strato sociale si distacca almeno parzialmente dagli operai. Qui finiscono le riflessioni di Rakovskij, che non risponde alla domanda su quale sia la classe di appartenenza della burocrazia.</p>
<p>Le discussioni sulla natura della burocrazia, sul contenuto di classe del “Termidoro staliniano”, sulla fase in cui si trovava, erano costanti nell’opposizione. Mentre per la maggior parte dei trotskisti il Termidoro non era ancora giunto al termine, per i decisti era già pienamente realizzato. Da qui le differenze nelle tattiche. <emphasis>«Io sono per un blocco con il centro o con quella parte di esso che intraprenderà la lotta contro il Termidoro»</emphasis>, scrisse Radek nel marzo 1929. Trockij all’inizio del 1928 scrisse un documento programmatico, “In una nuova fase”, il cui primo paragrafo è intitolato “Il pericolo del Termidoro”. In “Vecchi errori in una nuova fase”, i decisti sottolineano la <emphasis>«mezza verità» </emphasis>di tale valutazione, richiamando l’attenzione sul fatto che<emphasis> «fino a quando il suo dominio effettivo non sarà consolidato, la borghesia può, per il momento, limitarsi nei diritti politici formali, affidando questi diritti alla burocrazia. </emphasis>[...] <emphasis>Gli autori del documento </emphasis>[...] <emphasis>esitano a chiamare le cose con il loro nome e a trarre le necessarie conclusioni politiche. </emphasis>[...] <emphasis>La negazione del termidoro come fatto reale – non è forse un aiuto all’apparato per mascherare la controrivoluzione?».</emphasis></p>
<p>Mentre per i decisti, che concludevano che la controrivoluzione era completa, non c’era altra strada che organizzarsi e combattere lo stalinismo, per coloro che pensavano che il Termidoro non fosse ancora del tutto compiuto, rimanevano speranze illusorie di un’altra “svolta a sinistra”. Nella seconda metà del 1930, coloro che vedevano con favore la piena “collettivizzazione” e gli alti tassi di industrializzazione cominciarono ad allontanarsi dall’opposizione. Dopo il 1930, le idee di riconciliazione continuarono a riportare singoli trotskisti dall’esilio, ma senza lo stesso fascino di massa.</p>
<p>Un altro risultato inevitabile del riconciliazionismo fu che una parte inconciliabile di trotskisti, sia in esilio che in libertà, iniziò a solidarizzare e talvolta anche a passare ai decisti. L’OGPU ha notato che le due correnti hanno ripetutamente negoziato azioni comuni e possibili fusioni. In particolare, tali negoziati a nome dei trotskisti inconciliabili furono condotti con i decisti nel marzo 1928 da Vladimir Kosior, fratello di Stanislav Kosior, segretario generale del Partito in Ucraina. Ma tra i decisti prevalse un atteggiamento negativo rispetto alla prospettiva di una fusione con l’Opposizione di Sinistra, che si opponeva al “carattere riformista” della tattica di Trockij. Divergenze di opinione particolarmente gravi si manifestarono in relazione agli scioperi. Laddove i sostenitori di Trockij ritenevano necessario impedire gli scioperi, i decisti si prefiggevano di parteciparvi attivamente e, se possibile, di guidarli. Nel lavoro pratico dei decisti, la cospirazione acquisiva sempre più importanza (codici prestabiliti, codici cifrati, indirizzi cospiratori, scrittura segreta, ritrovi, ecc). Era previsto che le persone minacciate di arresto passassero in clandestinità.</p>
<p>Tuttavia, anche tra i trotskisti inconciliabili c’era chi passava sempre più alla lotta aperta con gli stalinisti – a loro e alle loro attività sarà dedicato un articolo a parte. Per il momento, concentriamoci su come e perché i decisti criticarono Trockij e i suoi seguaci.</p>
<p>Nell’agosto del 1928, Jakov Agranov, vicecapo del Dipartimento Segreto dell’OGPU, consegnò a Jemeljan Jaroslavskij, segretario della Commissione Centrale di Controllo, i cui compiti all’epoca comprendevano la lotta contro l’opposizione, un documento diffuso dai decisti dell’epoca, “Sul Termidoro e il Centrismo”. Nel documento si dava la seguente valutazione: <emphasis>«Il centrismo è il principale pericolo per la classe operaia, il principale ostacolo nella sua lotta contro la borghesia. Il centrismo è particolarmente pericoloso per l’opposizione, e non tanto per l’imprigionamento e l’esilio quanto per il cosiddetto “corso di sinistra”. La questione più importante e scottante per l’opposizione è ora quella del carattere di classe dell’attuale regime. La vaghezza e la reticenza, e ancor più la falsità in questa questione sono il principale pericolo per il movimento di opposizione, la principale fonte di incertezza e instabilità per l’opposizione </emphasis>[...]<emphasis>. </emphasis>[...] <emphasis>chi vede nei tentativi di Stalin di battere i kulaki il corso della sinistra proletaria si sbaglia crudelmente, non vede l’altra faccia della medaglia</emphasis> <emphasis>del corso di Stalin, non vede la crescente pressione sugli operai, la persecuzione dell’opposizione e l’espulsione dai Partiti comunisti stranieri e dal Comintern di tutti i sostenitori dell’opposizione»</emphasis>.</p>
<p>L’errore principale di Trockij è stato quindi quello di non aver compreso il carattere capitalista dello Stato staliniano, il che si è tradotto nel tatticismo centrista che ancora oggi contraddistingue i trotskisti.</p>
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<p><strong>L’ABC DELLA RIVOLUZIONE</strong></p>
<p>Il 6 ottobre 1928, Vladimir Smirnov, uno dei leader dei decisti, inviò una lettera al compagno Taras Harečko. Merita un’ampia citazione: <emphasis>«Trockij persegue ancora la sua linea di oscillazione, </emphasis>[...] <emphasis>nemmeno la prigione e l’esilio per sé e per i suoi più stretti collaboratori lo hanno guarito da queste illusioni. </emphasis>[...] <emphasis>L’intera linea di Trockij, dal 1923 in poi, era </emphasis>[...] <emphasis>che l’opposizione, insieme alla maggioranza del Comitato Centrale (cioè insieme ai cosiddetti “centristi”), avrebbe combattuto contro il “pericolo di destra”. Questo fu espresso da lui </emphasis>[...] <emphasis>al plenum del CC nel febbraio 1927, e a questa affermazione, come base della linea tattica trotskista, fa riferimento ancora oggi in quasi tutte le lettere e i documenti. </emphasis>[...] <emphasis>Spaventare i “centristi” con un pericolo di destra, attendere il </emphasis>“colpo di coda della destra sulla testa dei centristi”<emphasis>, sostenere questa testa </emphasis>[...], <emphasis>sognare un blocco con essa </emphasis>[...] <emphasis>sono le tattiche di Trockij</emphasis>. <emphasis>Come si chiama questa posizione? Quella più genuinamente centrista, che punta la sua posta non sulla lotta contro gli opportunisti per la propria linea, ma su una scissione tra gli opportunisti </emphasis>[...].</p>
<p>[...] <emphasis>Nel 1923 Trockij spaventò il CC dicendo che se non avesse ceduto all’opposizione, nel Partito si sarebbero sviluppate correnti antipartitiche. Il CC, invece di cedere, strangolò il Partito. Ora Trockij lo spaventa dicendo che se non cede ora, gli operai </emphasis>“andranno oltre il Partito bolscevico e la dittatura del proletariato”. [...] <emphasis>Sì, è solo all’impotenza che può portare la paura dell’unica forza su cui appoggiarsi!</emphasis></p>
<p>[...] <emphasis>E ora è il momento di considerare cosa sia questa </emphasis>“internazionalità”<emphasis>, che Trockij ha sempre sbandierato e per la quale Sosnovskij ci accusa di </emphasis>“raffreddamento verso la rivoluzione internazionale”<emphasis>, di </emphasis>“teoria dell’opposizione in un solo paese” <emphasis>e di </emphasis>“stalinismo al contrario”. <emphasis>In realtà, l’</emphasis> <emphasis>internazionalità di Trockij è solo una parte necessaria di tutta la sua linea centrista.</emphasis></p>
<p>[...] <emphasis>In cosa consiste questo </emphasis>“punto di vista internazionale” <emphasis>nelle questioni interne. </emphasis>“Lo sviluppo interno dell’URSS e del Partito al potere”<emphasis>, scrive Trockij</emphasis>, “rifletteva pienamente [...] la mutata situazione internazionale, servendo da chiara confutazione delle nuove teorie reazionarie dello sviluppo isolato del socialismo in un singolo Paese. Il percorso della direzione interna fu naturalmente lo stesso della CCI: centrismo, scivolamento a destra”.</p>
<p>[...] “La ben nota disillusione nei confronti della rivoluzione internazionale”, <emphasis>continua Trockij, </emphasis>“che in parte si è impadronita delle masse, ha spinto la direzione centrale verso prospettive puramente nazionali, che hanno trovato la loro deplorevole espressione nella teoria del socialismo in un solo paese”. <emphasis>Sotto l’influenza di queste prospettive puramente nazionali</emphasis>, “la direzione ufficiale si spostava sempre più sulla posizione dello sviluppo economico isolato e autosufficiente”. <emphasis>Grazie a ciò, </emphasis>“la questione del ritmo del nostro sviluppo economico non è stata affatto sollevata dalla nostra leadership”. <emphasis>Omettendo di sollevare la questione del ritmo, </emphasis>“stavamo perdendo il passo con un falso atteggiamento economico”. <emphasis>E allo stesso tempo c’era già </emphasis>“una sistematica perdita di ritmo nelle questioni della rivoluzione internazionale”, <emphasis>causata dall</emphasis>’“incapacità centrista di valutare la situazione rivoluzionaria e di utilizzarla al momento giusto”. <emphasis>Ma </emphasis>“la questione del tempo è la questione decisiva di ogni lotta” <emphasis>e, avendola mancata, siamo entrati </emphasis>“in un periodo di temporaneo, certo, ma profondo indebolimento delle posizioni della rivoluzione internazionale”.</p>
<p><emphasis>Tutto questo non è solo internazionale, ma anche dialettico: la causa e l’effetto cambiano sempre di posto: la direzione del CEIC e il CC del PCUS hanno mancato la situazione rivoluzionaria in Germania e hanno portato alla sconfitta della rivoluzione tedesca. Poi c’è l’effetto inverso dell’effetto sulla causa: la sconfitta della rivoluzione in Germania fa sì che la direzione del CC del PCUS si disilluda sulla rivoluzione mondiale. Per la disperazione costruisce la teoria del socialismo in un solo paese, non affronta la questione del ritmo della nostra costruzione, diventa definitivamente centrista. Poi – ancora una volta la ripercussione dell’effetto sulla causa si inverte: grazie all’incapacità del centrismo di valutare la situazione rivoluzionaria, si perde il ritmo anche nel movimento internazionale – si perde la situazione rivoluzionaria in Inghilterra e in Cina. Il risultato è </emphasis>“un profondo indebolimento della rivoluzione mondiale”. <emphasis>E </emphasis>“il completamento del gigantesco spostamento dell’equilibrio delle forze mondiali negli ultimi anni”, <emphasis>come si legge nella lettera del 9/V, è stata la sconfitta dell’opposizione nel nostro paese. E la tesi, l’antitesi e la sintesi: tutto è in ordine.</emphasis></p>
<p><emphasis>Un problema: come marxisti, siamo abituati a spiegare i cambiamenti della situazione politica con i cambiamenti del rapporto tra le classi e la lotta tra di esse. Ma per Trockij, l’intera interazione dialettica è tra la </emphasis>“situazione mondiale” <emphasis>e i cervelli di coloro che dirigono il CEIC e il CC del PCUS. Trockij rimprovera al CC il fatto che </emphasis>“la fazione ufficiale nel 1923 ha scartato i criteri di classe, operando con concetti quali il contadino in generale”. <emphasis>Il rimprovero è corretto. Ma cosa dire dello stesso Trockij, in cui anche dal </emphasis>“punto di vista internazionale”<emphasis> scompare persino il </emphasis>“contadino in generale”<emphasis>, persino il proletariato, e che nell’intero capitolo intitolato </emphasis>“La politica del 1923-26” <emphasis>parla solo in un punto della </emphasis>“pressione dei nuovi strati di classe, formatisi sulla base della NEP, collegati con l’apparato statale, che non vogliono essere impediti dall’emergere e non sono illuminati dalla fiaccola di Lenin”<emphasis>?</emphasis></p>
<p>[...] <emphasis>La dialettica della lotta di classe è caduta con Trockij. Ma nemmeno l’intera </emphasis>“dialettica”<emphasis> di Trockij è una dialettica marxista, anche se </emphasis>“internazionale”<emphasis> viene ripetuto ogni due parole nel suo discorso.</emphasis></p>
<p><emphasis>Che l’economia moderna abbia superato di gran lunga il quadro nazionale, che sia già diventata un’economia mondiale, nessuno degli ideologi della borghesia lo negherebbe. E nessuno penserebbe di negare che, grazie a ciò, la situazione politica di ogni paese è intimamente connessa con la situazione politica di altri paesi. Ma ciò in cui il marxismo differisce da queste generalità è che, dal suo punto di vista, l’economia non determina la situazione politica direttamente, ma attraverso la lotta di classe.</emphasis></p>
<p><emphasis>La lotta di classe del proletariato è soprattutto una lotta contro la sua borghesia. Ciò deriva dal semplice fatto che la borghesia non ha creato e non può creare uno Stato mondiale, che lo Stato – l’arma di dominio di classe della borghesia – è lo Stato-nazione. In questo senso, se vogliamo, la lotta di classe è una lotta </emphasis>“limitata al territorio nazionale”.</p>
<p>[...] <emphasis>Solo coloro che, perseguendo l’</emphasis>“internazionalità”,<emphasis> hanno dimenticato l’ABC della rivoluzione potrebbero rimproverarci di ricordare questa verità elementare </emphasis>“di un allontanamento dal punto di vista internazionale” <emphasis>o di </emphasis>“stalinismo al contrario”.<emphasis> Il proletariato non lotta contro la sua borghesia in un solo paese, ma in ogni paese. Poiché le basi dello sfruttamento del proletariato da parte della borghesia in tutti i Paesi sono le stesse, poiché le forme di dominio della borghesia in tutti i paesi sono le stesse nei loro tratti fondamentali, l’esperienza della lotta del proletariato di ogni paese è un’esperienza internazionale. Inoltre, pur ponendo come suo compito la distruzione della contraddizione tra il carattere sociale della produzione e la proprietà privata dei mezzi di produzione, il proletariato, nel corso della soluzione di questo compito, deve inevitabilmente distruggere la seconda contraddizione – tra il carattere mondiale della produzione e l’organizzazione nazional-statale delle sue parti. Inoltre, l’economia, se non di tutti i paesi, almeno di interi gruppi di paesi (ad esempio quelli europei) è così strettamente intrecciata l’una con l’altra che la vittoria del proletariato in un paese non può non provocare le più profonde perturbazioni nell’economia dei paesi vicini, perturbazioni che accelerano bruscamente l’insorgere della situazione rivoluzionaria in essi. La lotta </emphasis>“limitata a livello nazionale”<emphasis> (a causa della delimitazione nazionale della struttura dell’economia mondiale) del proletariato supera inevitabilmente e molto rapidamente i limiti nazionali, abbatte i confini nazionali e può raggiungere la sua conclusione – la costruzione del socialismo – solo su scala mondiale.</emphasis></p>
<p><emphasis>Tutto questo è l’ABC. Ma da questo ABC deriva che, finché permane la struttura di classe della società, finché permane anche la divisione dell’economia mondiale in parti nazional-statali, è impossibile affermare, come fa Trockij, che </emphasis>“lo sviluppo interno dell’URSS (o di qualsiasi altro paese) riflette pienamente la situazione internazionale”. <emphasis>Tralasciando la completa vaghezza di un concetto come quello di </emphasis>“situazione internazionale”<emphasis>, è abbastanza chiaro che lo sviluppo politico di un singolo paese è determinato dalla </emphasis>“situazione internazionale”<emphasis> (piuttosto che rifletterla) non direttamente, ma attraverso i cambiamenti nella correlazione delle forze di classe, attraverso la lotta delle classi in quel paese. La nostra economia non è un’economia isolata. Fa parte dell’economia mondiale, svolge un certo ruolo nell’economia mondiale. I cambiamenti nell’economia mondiale cambiano anche questo ruolo, cambiano il rapporto tra le classi creato sulla base di esso. Ma la situazione politica del nostro paese, la politica dell’URSS, è determinata da questo rapporto di classi nel nostro paese.</emphasis></p>
<p>[...] <emphasis>È noioso masticare queste verità elementare. Ma cosa si può fare se </emphasis>“il riflesso della situazione internazionale sullo sviluppo interno dell’URSS” <emphasis>secondo Trockij consiste nel fatto che la sconfitta della rivoluzione tedesca ha</emphasis> “riflesso” <emphasis>su Bukharin, Stalin e altri la </emphasis>“delusione” <emphasis>nella rivoluzione mondiale, che sotto l’influenza di questa delusione hanno creato la teoria del socialismo in un solo paese, non hanno pensato alla correlazione tra il ritmo del nostro sviluppo e il ritmo dello sviluppo mondiale, hanno perso il passo, ecc. Che cosa si può fare quando, con il pretesto di un punto di vista </emphasis>“genuino-leninista”<emphasis> e </emphasis>“internazionale”<emphasis>, si presenta una chiacchierata sull’internazionalità scritta in modo scorrevole?</emphasis></p>
<p><emphasis>Ma qual è il significato oggettivo di queste chiacchiere? Sta nel fatto che, dietro la </emphasis>“sottile”<emphasis> analisi di come</emphasis> <emphasis>la famigerata</emphasis> “situazione internazionale” <emphasis>si deposita nelle </emphasis>“teste dell’avanguardia o dell’avanguardia dell’avanguardia” <emphasis>(lettera 9/V), si </emphasis>“dimentica”<emphasis> di analizzare come l’ideologia delle nostre classi </emphasis>“nazionalmente ristrette”<emphasis>, i cui interessi sono espressi dalle teorie </emphasis>“errate”<emphasis> di questa avanguardia, si rifletta nelle teste di questa </emphasis>“avanguardia”.</p>
<p>[...] <emphasis>il suo punto di vista </emphasis>“internazionale”<emphasis> è solo una copertura plausibile per la sua politica centrista, che si sforza di dipingere gli opportunisti come rivoluzionari fuorviati, quando in realtà sono rinnegati del comunismo e traditori della rivoluzione. Con un simile punto di vista internazionale non possiamo ovviamente avere nulla in comune.</emphasis></p>
<p>[...] <emphasis>Il Partito bolscevico è stato forgiato nella lotta non solo con la destra aperta – con gli </emphasis>“economisti”<emphasis> e i </emphasis>“liquidatori” <emphasis>– ma anche con tutti i tipi di centristi, in tutte le loro sfumature. Non poteva essere altrimenti: era solo grazie ai centristi che i gruppi apertamente di destra potevano reclutare sostenitori tra gli operai nelle profondità della reazione, solo le frasi di sinistra dei centristi potevano confondere – a volte a lungo – i rivoluzionari onesti e devoti.</emphasis></p>
<p><emphasis>Il ruolo di tale centrista era ora svolto da Trockij».</emphasis></p>
<p><emphasis>Giugno – luglio 2025</emphasis></p>
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<p><strong><emphasis>Il gruppo “Prometeo Comunista” non si considera un </emphasis></strong><strong>«partito comunista mondiale o nemmeno il suo unico embrione»</strong> <strong><emphasis>e vede la propria attività </emphasis></strong><strong>«come una parte del movimento pratico verso il comunismo, come una lotta per la creazione di questo partito».</strong><strong><emphasis> Partendo da questo presupposto, riteniamo fondamentale scambiare esperienze e condurre discussioni con altre organizzazioni comuniste internazionaliste. “Lo schema di programma del Partito Comunista Internazionalista” e la relativa introduzione ad esso, appositamente scritta dai compagni di Battaglia Comunista, costituiscono i primi di una serie di pubblicazioni di documenti, articoli e materiali di altre organizzazioni comuniste. Consideriamo l’approfondimento di questi testi parte integrante del patrimonio teorico del marxismo e un elemento cruciale nella formazione della coscienza di classe del proletariato mondiale.</emphasis></strong></p>
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<p><strong>Introduzione allo “</strong></p>
<p><strong><emphasis>Schema di programma</emphasis></strong></p>
<p><strong>” del Partito comunista internazionalista</strong></p>
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<p><emphasis>Per comprendere il contesto in cui nacque lo “</emphasis></p>
<p>Schema di programma</p>
<p><emphasis>” del Partito comunista internazionalista, redatto e reso pubblico (nei limiti della forzata clandestinità) nel 1944, pensiamo che sia utile tracciare una breve storia della “Sinistra italiana” dalla prima guerra mondiale alla secondo dopoguerra, quando i contrasti tra le varie “anime” sfociarono nella scissione del 1952. La rottura diede un contributo notevole al progressivo indebolimento delle forze internazionaliste, in Italia e non solo.</emphasis></p>
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<p><strong>Breve storia internazionalista della sinistra comunista italiana</strong></p>
<p>«<emphasis>Noi del Partito Comunista Internazionalista – sezione italiana del Bureau Internazionale per il Partito Rivoluzionario </emphasis>[oggi Tendenza Comunista Internazionalista, TCI, ndr]<emphasis> – veniamo direttamente dalla sinistra comunista italiana e abbiamo fatto i necessari passi avanti, affrontando le reali dinamiche del capitalismo e la natura attuale dell’imperialismo (che, ricordo, non è solo una politica). Secondo noi, gli altri che vengono dalla tradizione della sinistra comunista italiana o ne hanno abbandonato il terreno metodologico generale – e questo è il caso della CCI – o – come i bordighisti – sono rimasti fermi (invarianti?) alle posizioni del 1921–22, ponendosi al di fuori dallo sviluppo delle prospettive rivoluzionarie rispetto al capitalismo odierno</emphasis>» (Mauro Stefanini, in una e-mail a un contatto, primi anni 2000).</p>
<p>Il termine “sinistra comunista” oggi crea un po’ di confusione. I gruppi che aderiscono alla TCI non usano spesso il termine. Preferiamo essere chiamati “internazionalisti”. Cerchiamo anche di non usare, o di non usare spesso, il termine “sinistra italiana”, che pure può creare molta confusione. Nella tradizione della “sinistra italiana” ci sono tre componenti: il Partito Comunista Internazionalista (Battaglia Comunista, il gruppo fondatore, con la CWO, del futuro IBRP e poi TCI), la Sinistra comunista francese, precursore della CCI, e i bordighisti, oggi rappresentati da tanti gruppi che non possono facilmente essere enumerati, ma il cui ceppo originale è quello di Programma Comunista; i gruppi bordighisti di solito prendono il nome di “Partito comunista internazionale”. Poi c’è un altro raggruppamento, la cui origini sono nella CCI, da cui però si è staccato o, meglio, è stato espulso dalla CCI nei primi anni 2000: il Groupe International de la Gauche Communiste.</p>
<p>Per noi una delle più grandi confusioni è che, quando diciamo che apparteniamo alla tradizione della sinistra comunista italiana, veniamo spesso identificati con Bordiga e il bordighismo.</p>
<p>La sinistra italiana ha vissuto due periodi in cui le sue idee hanno avuto un grande seguito, gli anni 1919–24 e, in misura minore, gli anni 1943–49.</p>
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<p><strong>Il Partito Comunista d’Italia</strong></p>
<p>A partire dalla Prima Guerra Mondiale e dalla Rivoluzione Russa, il grosso problema in Italia è stato quello della creazione di un partito comunista che potesse affiliarsi alla Terza Internazionale istituita nel 1919. Il problema che la sinistra aveva di fronte era la confusione deliberatamente diffusa da parte del PSI, sotto Serrati, che manteneva aperta la possibilità di affiliazione alla Terza Internazionale, senza effettivamente farlo. Inoltre, il PSI aveva mantenuto una ambigua posizione espressa nella formula “né aderire, né sabotare” rispetto alla guerra, a cui l’Italia non partecipò fino al maggio 1915. In questo modo riusciva a confondere ulteriormente le acque.</p>
<p>In quel periodo (1919–20) l’Italia era alle prese con sommovimenti politici, con i lavoratori che occupavano le fabbriche e scioperavano a migliaia; è questo il periodo definito “Biennio Rosso”. Ma non vi era nessun partito di classe che potesse guidare queste lotte all’assalto contro lo stato. I lavoratori rimasero chiusi nelle fabbriche e la classe dirigente dovette solo aspettare fino all’esaurimento del movimento stesso. In quel periodo gli “intransigenti”, come erano chiamati all’epoca i compagni della sinistra, riuscirono a compiere la rottura con i socialisti e fondare il Partito Comunista d’Italia, a Livorno nel 1921; ma il movimento ascendente della lotta di classe era già finito e la borghesia stava già virando verso il fascismo.</p>
<p>Il partito appena fondato era stato creato dalla sinistra, e il suo leader più in vista era il giovane Amadeo Bordiga. Bordiga aveva una tendenza al formalismo, anche allora, e uno dei suoi errori fu quello di chiamare la sua frazione “la frazione astensionista”, quando in realtà avrebbe dovuto chiamarsi frazione comunista. Il risultato fu che molti comunisti, che pensavano che il parlamento dovesse essere utilizzato come tribuna per ottenere pubblicità (ma senza vederlo come una strada per la conquista del potere) esitarono ad aderire, e questo comportò non solo una dimensione del partito numericamente inferiore a quella che avrebbe dovuto avere, ma anche che il partito apparve più tardi di quando avrebbe dovuto. L’idea tattica di Bordiga, alla base della scelta del nome “astensionista”, era che il vecchio partito socialista fosse diventato corrotto e riformista, perché i suoi membri avevano ottenuto i privilegi da parlamentare, e questa era la sua maniera di tenere fuori i riformisti. Aggiunse altra confusione il fatto che Bordiga andò al Secondo Congresso del Comintern e insistette per aggiungere la 21a condizione, ossia che tutte le decisioni del Comintern fossero vincolanti per tutti i partiti comunisti. Ciò significava che lui aveva vincolato il Partito Italiano al lavoro in parlamento e nei sindacati, cosa da alcuni considerata un passo indietro. Ma Bordiga era stato coerente nell’insistere che la fondazione della sezione italiana della Internazionale avesse la precedenza su tutto. Questo spiega perché una delle critiche di Bordiga ai compagni del KAPD, la sinistra comunista tedesca, era che questi sollevavano questioni da loro ritenute tattiche fino a farne questioni di principio, da anteporre all’unità dell’azione comunista. A loro scrisse sottolineando che “come marxista sono prima di tutto centralista, e solo dopo astensionista”.</p>
<p>In Italia intanto la situazione era sempre più disperata per la classe operaia, dato che lo slancio rivoluzionario era stato perso. Ora faceva seguito un periodo di reazione. Allo stesso tempo il Comintern era in visibile declino. Al suo quarto Congresso, nel 1922 (ma agganciandosi al terzo congresso del 1921), aveva deciso di adottare la forma dei “fronti unici” con quegli stessi partiti socialisti che avevano sostenuto la guerra imperialista e che avevano gravemente rallentato il processo di fondazione dei partiti comunisti. Per la sinistra comunista l’adozione del fronte unico segna un punto di svolta nella storia della classe operaia. È uno dei fattori che oggi ci distinguono da tutte le correnti trotskiste.</p>
<p>In Italia la sinistra, che controllava ancora il partito, propose l’idea di proclamare un “fronte unico dal basso” e provò anche a convincere gli altri partiti dell’Internazionale ad adottare questa interpretazione. L’idea era che i comunisti avrebbero collaborato con i lavoratori socialisti a livello di fabbrica, ma non con i loro partiti. Tuttavia, anche questo era troppo per il Comitato Esecutivo del Comintern che, quando Bordiga fu arrestato dal governo fascista nel 1923, ebbe la possibilità di insediare Gramsci come segretario del partito. Gramsci aveva sempre riconosciuto Bordiga come il vero leader del partito, ma Mosca prevalse su di lui nella sostituzione del più noto leader. Sotto di lui il partito fu “bolscevizzato” e la sinistra fu gradualmente allontanata dal potere.</p>
<p>Bordiga non si oppose attivamente a questo processo, dato che riconosceva l’autorità centrale del CE del Comintern. Ma non nascose la sua opposizione dal nuovo corso che il partito e l’Internazionale stavano prendendo. Ciò lo portò a sostenere sia pure senza troppo entusiasmo e solo in un secondo momento – gli sforzi dei compagni del Comitato di Intesa che avevano redatto una critica della degenerazione del partito. Tra i firmatari c’erano Onorato Damen e Francesca Grossi (Cecca), che successivamente diventerà sua moglie. Gli stessi saranno in seguito tra i fondatori della nostra sezione italiana, il Partito Comunista Internazionalista. Il Comitato di Intesa sosteneva che</p>
<p><emphasis>«È errore ritenere che in ogni situazione si possa con espediente e manovra allargare la base del partito tra le masse, in quanto i rapporti fra partito e le masse dipendono in massima parte dalle condizioni oggettive della situazione»</emphasis> (Piattaforma del Comitato di Intesa, <a l:href="https://www.leftcom.org/it/articles/1988-01-01/comitato-d-intesa-primo-campanello-d-allarme">leftcom.org</a> ).</p>
<p>Il CE del Comintern chiese l’espulsione di tutti coloro che avevano sostenuto il Comitato. I suoi membri furono privati di tutti gli incarichi da Gramsci, ma la sinistra continuò a combattere politicamente contro la degenerazione del partito. Il culmine si ebbe nel 1926, in due eventi che riassumono questa lotta: l’ultimo discorso di Bordiga alla Internazionale Comunista e il Congresso di Lione del PCd’I. La prima vide Bordiga denunciare Stalin, l’abbandono dell’internazionalismo da parte della rivoluzione russa e il trattamento di Trotsky. Si dice che Stalin abbia risposto <emphasis>“Che Dio vi perdoni”</emphasis>. Ma il PCd’I certamente non lo perdonò. Al Congresso di Lione a tutti i funzionari del partito che avevano sostenuto la sinistra fu detto da Gramsci che se non avessero votato per la sua tesi avrebbero perso le loro posizioni nel partito e le loro paghe (che è uno dei motivi per cui i nostri compagni da allora si sono sempre opposti all’idea dei “rivoluzionari di professione”). Dietro queste pressioni molti ritrattarono, lasciando dunque la sinistra più isolata. La sinistra fu a quel punto espulsa dal partito e alcuni andarono in esilio in Francia e in Belgio. Damen non andò mai in esilio. Dovette invece più volte affrontare l’arresto e la prigione, sia durante la guerra civile spagnola che durante la Seconda Guerra Mondiale. Anche Bordiga rimase in Italia, ma si ritirò a vita privata e si dedicò all’esercizio della sua professione di ingegnere a Napoli. Non giocò nessun altro ruolo nella vita politica fino al 1945.</p>
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<p><strong>La Frazione di Sinistra del Partito Comunista d’Italia</strong></p>
<p>La sinistra italiana emerse come tale nel corso degli anni 1930 in particolare in Francia, dove nel 1928 (a Pantin) si costituì la Frazione di Sinistra del Partito Comunista d’Italia. La frazione pubblicava <emphasis>Prometeo</emphasis> (in origine rivista rivoluzionaria della sezione di Napoli del partito, quella di Bordiga) e poi <emphasis>Bilan</emphasis>.</p>
<p>La frazione non era un corpo omogeneo, non avrebbe potuto essere tale.</p>
<p>I nostri compagni si trovavano nel mezzo del processo contro-rivoluzionario. Il problema era quello di capire le sue ragioni, la sua natura e così via. La Guerra di Spagna divise la Frazione. Alcuni compagni pensarono di poter andare in Spagna e prendere parte alla guerra al fianco dei repubblicani, con la speranza di riuscire a portarla sul terreno di una vera e propria lotta comunista. Anche quelli che si opponevano andarono in Spagna, per tentare di riportare gli altri su posizioni comuniste. Alla fine i compagni che entrarono nelle milizie capirono presto a loro spese che non era possibile conquistare i lavoratori al comunismo in quella che era diventata una guerra imperialista. Il principale conseguimento fu che i compagni di <emphasis>Bilan</emphasis> riconobbero che la guerra anti-fascista era il preludio all’intruppamento della classe operaia a sostegno dell’imperialismo, in una forma o in un’altra.</p>
<p>Tuttavia due tendenze, almeno, esistevano all’interno del gruppo di <emphasis>Bilan</emphasis>. Ad esempio, mentre una parte negava la possibilità di caratterizzare decisamente la natura delle URSS, un’altra affermava che una politica controrivoluzionaria di un partito e di uno stato era il prodotto di uno sviluppo sociale e politico contro-rivoluzionario, in cui lo Stato non era più semi-stato proletario (Lenin, <emphasis>Stato e Rivoluzione</emphasis>) e il partito aveva attraversato la linea di classe, sostituendosi esso stesso alla vecchia, tradizionale borghesia (capitalismo di stato). Ma <emphasis>Bilan</emphasis> non era chiaro su molte questioni, una delle quali era lo stato nel periodo di transizione. Un’altra era l’analisi delle contraddizioni economiche del capitalismo, dove il testo di Mitchell (uno dei compagni belgi più in vista) vedeva nelle teorie tardo-luxemburghiste l’unica vera spiegazione delle crisi capitalistiche. Questi errori portarono alla disastrosa sottovalutazione della natura della crisi nel 1939. Ritenendo (dal capitolo 18 de “L’accumulazione del capitale” di Rosa Luxemburg) che la produzione di armi avrebbe permesso al capitalismo di uscire dalla Grande Depressione, pensavano che il capitalismo potesse evitare un’altra guerra imperialista. La frazione abbandonò <emphasis>Bilan</emphasis> e la sostituì con <emphasis>Octobre</emphasis>, che uscì solo in una mezza dozzina di numeri negli ultimi mesi prima della guerra. Vercesi (cioè Ottorino Perrone, l’esponente più conosciuto della Frazione) sosteneva che la classe operaia non era stata battuta e che la rivoluzione era ancora possibile. Non c’era da stupirsi che la Frazione di sinistra in esilio si sfaldasse all’apertura della Seconda Guerra Imperialista. Quella era sicuramente la mezzanotte nel secolo, per la classe operaia. Alcuni della Frazione saranno uccisi da Stalin e altri da Hitler, ma nel brutale, ma più disorganizzato stato fascista in Italia, la sinistra continuerà a sopravvivere anche se al confino, in carcere e agli arresti domiciliari.<sup>70</sup></p>
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<p><strong>La Fondazione del Partito Comunista Internazionalista</strong></p>
<p>Il Partito Comunista Internazionalista nacque nel corso del 1942, sebbene “ufficialmente” comparisse sulla scena politica nell’autunno del 1943, con il primo numero di <emphasis>Prometeo</emphasis>, naturalmente clandestino. I compagni che diedero vita al partito erano concentrati soprattutto tra Piemonte e Lombardia, cioè nel cuore della classe operaia italiana. Provenivano, in genere, da una lunga militanza nelle file della “Sinistra italiana”, quella che aveva dato origine al Partito Comunista d’Italia nel 1921, e se anche fin da allora venivano etichettati come bordighisti, è un appellativo alquanto improprio, benché Bordiga abbia dato un contributo teorico-politico di primo piano alla “Sinistra” stessa. Di solito, gli internazionalisti avevano conosciuto galere e la vita precaria dell’esilio, da cui riportarono, dopo la caduta di Mussolini, il 25 luglio 1943, l’esperienza politica della Frazione. Prima ancora, molti di quei compagni avevano combattuto sul nascere la controrivoluzione staliniana, lotta culminata col Comitato d’Intesa (1925), di cui, non a caso, Onorato Damen era stato uno dei principali animatori, nonostante, come s’è detto, le resistenze di Bordiga, al quale, però, va poi ascritta la maggior parte dei documenti politici prodotti dal Comitato stesso.</p>
<p>La nascita del partito avvenne in un momento in cui la classe operaia rompeva, con scioperi massicci, il clima di pace sociale imposto da vent’anni di fascismo e rafforzato dalla guerra in corso, mettendo oggettivamente in discussione la guerra stessa e il capitalismo che l’aveva generata. Gli scioperi, cominciati a Torino – la città “più operaia d’Italia” – si estesero poi a Milano e nel resto del nord. Inutile dire che <emphasis>Prometeo</emphasis> non solo sostenne con entusiasmo gli scioperi, ma coi suoi militanti vi partecipò attivamente.</p>
<p>Il partito si sviluppava, tra difficoltà enormi, quando il PCI concludeva in maniera ufficiale, per così dire, la sua traiettoria degenerativa, appoggiando il versante “Alleato” della guerra imperialista, partecipando alla costituzione del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) e sostenendo il governo di Badoglio, fucilatore di operai, massacratore di umanità inerme nelle guerre africane e nei Balcani, per citare solo le vittime civili di una lunga carriera al servizio della borghesia.</p>
<p>Le posizioni politiche dell’organizzazione, contenute nello “Schema di programma” del 1944, benché per alcuni aspetti, come quello sindacale, fossero ancora “in divenire”, nel complesso posero con chiarezza le pietre angolari su cui far crescere l’organizzazione rivoluzionaria: certe questioni, che avevano travagliato la vita della Frazione, quali la natura sociale dell’URSS, erano state risolte dai compagni rimasti in Italia da molto tempo. L’Unione Sovietica era definita per quella che era, un regime a capitalismo di Stato, il partito “comunista” longa manus di tale regime, volto a indirizzare il proletariato verso il sostegno di uno dei fronti imperialisti durante la guerra e la ricostruzione borghese dopo. Si dava infine per scontato che il sindacato, in quel momento assente per forza di cose, con la fine del conflitto sarebbe stato uno strumento potente nelle mani della socialdemocrazia e dello stalinismo. Lo “Schema di programma”, per quanto documento “provvisorio”, era più avanzato – dal punto di vista dell’inquadramento rivoluzionario dei problemi – della “Piattaforma” del 1945, redatta da Bordiga, il quale non era e non sarà mai iscritto al partito. Le zone d’ombra, i passi indietro teorico-politici, i primi segnali di un’involuzione in senso meccanicistico-idealista di Bordiga, assumeranno una forza dirompente nel corso degli anni fino alla rottura del 1952. Fatto sta che la “Piattaforma” era stata intesa più come un contributo alla futura discussione congressuale che come la carta d’identità fatta e finita del partito; essa conteneva già in nuce elementi che, sviluppatisi in seguito, daranno vita all’aera del bordighismo. Molti anni dopo, puntualizzammo nuovamente quello che era, per il Partito comunista internazionalista, la “Piattaforma” del 1945: «<emphasis>Nel 1945 il C.C. </emphasis>[Comitato Centrale, N.d.R.] <emphasis>ricevette un progetto di Piattaforma politica da parte del compagno Bordiga che, lo sottolineiamo, non era iscritto al Partito.</emphasis></p>
<p><emphasis>Il documento, presentato in termini ultimativi per l’accettazione, venne ritenuto come incompatibile con le ferme prese di posizione adottate ormai dal partito sui più grossi problemi e, ad onta delle modifiche apportate, il documento è sempre stato considerato come un contributo al dibattito, non come piattaforma di fatto</emphasis>» (Introduzione al nostro Quaderno “<emphasis>Documenti della Sinistra Italiana</emphasis>”, pubblicato nei primi anni ‘70 del secolo scorso, contenente lo Schema di Programma e la Piattaforma del 1945).</p>
<p>Tornando allo “Schema”, era più che sufficiente per orientare il partito nella situazione complicatissima della guerra, sia riguardo agli schieramenti politico-militari sul campo, che, soprattutto, al fenomeno del partigianesimo, nutrito in gran parte da generose forze proletarie, in genere sinceramente intenzionate a combattere il capitalismo, lottando contro il nazifascismo, ma completamente succubi dell’ideologia e dell’indirizzo politico del CLN. Il suo compito era di tenere bloccate sul terreno dell’antifascismo borghese quelle forze, deviandone e spegnendone il potenziale anticapitalistico sul terreno della guerra imperialista, schierandole a sostegno di uno dei fronti belligeranti. Il partito, dunque, mentre denunciava come un tragico inganno antiproletario la politica del CLN – diretta a dare un abito nuovo, democratico, al capitalismo postbellico – si sforzava, nei limiti operativi strettissimi che gli erano consentiti, di fare chiarezza politica tra le forze partigiane, indicando puntualmente i limiti del moto antifascista che si era sviluppato, per spostarle sul terreno di classe, per unificarle col corpo centrale del proletariato rimasto sui luoghi di lavoro: questo, non la guerriglia, era la base da cui partire per abbattere il capitalismo. Sia detto per inciso, il partito non cadeva nell’astrattismo, sapeva benissimo che molti proletari erano saliti in montagna per sfuggire alle persecuzioni, per disertare la guerra e che non sarebbero potuti tornare tranquillamente a casa: per questo, l’indicazione politica, e militare, che veniva data era quella di attestarsi a difesa di loro stessi e delle loro famiglie, se necessario, di custodire esperienza e armi per metterle a disposizione della classe nel dopoguerra ormai imminente. Né con Kesserling [comandante supremo dell’esercito tedesco in Italia, ndr] né con Alexander [comandante in capo delle forze anglo-americane in Italia, ndr]: né con l’impiccatore di partigiani, il massacratore di villaggi inermi all’insegna della croce uncinata, ma neanche col rappresentante del non meno feroce imperialismo britannico, che invitava i partigiani, nel duro inverno del ‘44, a tornare a casa come se questo non fosse equivalso a una condanna a morte.</p>
<p>Le bugie, dettate da crassa ignoranza o interessata malafede, sul ruolo dei compagni durante la seconda guerra mondiale, ci hanno accompagnato fin dal 1944, quando il PCI indicava i nostri compagni come agenti della Gestapo e invitava i partigiani a trattarci come tali. In almeno due occasioni l’istigazione all’omicidio ebbe seguito: con Fausto Atti, nel bolognese, e Mario Acquaviva nell’astigiano.</p>
<p>Il nostro, dunque, non era indifferentismo – magari venato di vigliaccheria, come qualcuno amava insinuare – ma l’unico atteggiamento coerentemente comunista nei confronti della guerra. Nessun altro, nemmeno gli anarchici, assunse un punto di vista così nettamente classista<sup>71</sup>.</p>
<p>In ogni caso, nessuno si faceva illusioni sulle possibilità di presa delle posizioni politiche del partito sulla classe durante la fase terminale del fascismo e sull’apertura di una ripresa rivoluzionaria nel dopoguerra, ma si prospettava (e si sperava) che i lutti, le miserie, il dissesto economico avrebbero dischiuso spazi di intervento e di radicamento del partito. Contrariamente a quanto affermano alcune ricostruzioni storiche, lo scenario che i “liberatori” anglo-americani avrebbero aperto era colto, nelle sue linee generali:</p>
<p><emphasis>«Questo è comunque certo: che la vittoria, una vittoria schiacciante delle potenze dell’Intesa</emphasis> [gli Alleati, N.d.R.] <emphasis>rafforzerà enormemente il fronte di resistenza del capitalismo mondiale e restringerà le possibilità obiettive della rivoluzione proletaria. Si ha la riprova della giustezza di questa analisi nella constatazione che una parte del proletariato “sente” la guerra democratica e guarda ad essa e alla sua vittoriosa conclusione come se si trattasse della “sua” guerra e della “sua” vittoria».<sup>72</sup></emphasis></p>
<p>Questa valutazione verrà, purtroppo, confermata dai fatti e ribadita più volte negli anni immediatamente successivi alla fine del conflitto, sulla stampa e nei “momenti” più alti del partito, quali il convegno di Torino del 1945 e il congresso di Firenze del 1948. Anzi, se mai ci fu qualche compagno che si aspettava l’apparire di una fase rivoluzionaria, in cui il partito avrebbe potuto esercitare il suo ruolo di guida, questo va cercato tra coloro che, delusi del modo in cui si sarebbero messe le cose, di lì a poco avrebbero teorizzato il “non c’è niente da fare” e quindi l’eliminazione del partito in quanto strumento politico ineludibile della lotta di classe e la sua conversione in un nucleo di “pensatori” e di “restauratori” del marxismo. Questo atteggiamento è una costante nella storia del movimento operaio: la sconfitta fa emergere ed esaspera i punti deboli della teoria, soprattutto se è l’impianto generale della stessa ad avere basi malferme. Il riferimento è, ovviamente, a Vercesi, esponente di primo piano della Frazione e poi tra i principali veicoli – dentro l’organizzazione – dei dubbi, dei “non detti”, dei ripensamenti teorici, in sostanza, della contrarietà di Bordiga all’esistenza del partito, che portarono alla spaccatura del 1952.<sup>73</sup> Se nel convegno di Torino del 1945 le divergenze su singole questioni – come quella sindacale – erano tali da rientrare nella normale dialettica di un’organizzazione rivoluzionaria e, anzi, da farla crescere teoricamente nonché politicamente, a Firenze, nel 1948, si respirerà già un clima diverso: i compagni dovranno combattere contro le tendenze liquidazioniste di Vercesi e le sue capriole in merito alla questione sindacale, tipiche del futuro bordighismo. Tendenze che, purtroppo, troveranno il loro sbocco nella scissione del 1952.<sup>74</sup></p>
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<p><strong>Il schema di Programma</strong> <strong>del Partito comunista internazionalista</strong></p>
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<p><strong>I. Situazione e prospettiva</strong></p>
<p>La guerra, in questa sua convulsa e feroce fase conclusiva, mostra, accanto al declino della potenza tedesca, la vittoriosa affermazione delle armi alleate con netto vantaggio militare e politico degli Stati Uniti e della Russia. Si profila così la prospettiva di una pace democratica assicurante agli Stati Uniti soprattutto, un’incontrastata egemonia economico-finanziaria sul mondo. Ciò potrebbe significare non soltanto una guerra vinta, ma una pace vittoriosa, un consolidamento cioè del capitalismo che sarebbe riuscito così a tagliare ancora una volta la strada al proletariato, che nella crisi aperta dalla guerra aveva posto la possibilità di riuscita di un moto rivoluzionario. La validità di una tale ipotesi, poiché la guerra è sempre in atto, e in essa può ancora giocare l’imponderabile, potrebbe anche non essere confermata in pieno dai prossimi eventi, ma, allo stato attuale della crisi e con gli elementi a disposizione, nulla fa presagire che ciò potrà verificarsi. Questo è comunque certo: che la vittoria schiacciante delle potenze dell’intesa, rafforzerà potentemente il fronte di resistenza del capitalismo mondiale e restringerà le possibilità obiettive della rivoluzione proletaria. Si ha la riprova della giustezza di questa analisi nella constatazione che una parte del proletariato “sente” la guerra democratica e guarda ad essa e alla sua vittoriosa conclusione come se si trattasse della “sua” guerra e della “sua” vittoria.</p>
<p>La responsabilità storica di questa tragica deviazione dalla giusta linea di classe spetta ai partiti socialista e centrista che hanno agito ed agiscono di fronte alla guerra non come forze di destra del proletariato, ma come reali e coscienti forze della sinistra borghese.</p>
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<p><strong>II. Fascismo e Democrazia</strong></p>
<p>Il fascismo come esigenza della società borghese ed espressione organica della difesa del privilegio sul piano dello Stato autoritario nella fase più acuta della crisi capitalistica, è ormai episodio che interessa assai più da vicino i necrofori che la politica e la storia. Ma va constatato che il fascismo muore non per effetto di una lotta frontale violenta condotta dal proletariato, non è spazzato via cioè da un’ondata rivoluzionaria; ciò vuol dire che vi è pacifico trapasso di potere da un piano di politica ad un altro più adeguato alle nuove necessità scaturite dalla guerra e che le esigenze dello Stato autoritario, quale abbiamo conosciuto e sperimentato - e che sono sempre vive e consistenti come vivo e consistente è tutto il capitalismo da cui tali esigenze hanno origine - saranno alla base dello Stato democratico, le stesse con in più l’ipocrisia e l’inganno delle libertà, riservate di fatto a coloro che detengono il potere.</p>
<p>Va quindi da sé che i termini del conflitto sociale non sono venuti così a modificarsi minimamente e, quali che siano le forze al timone dello Stato, per il nostro partito esse difendono gli interessi del capitalismo con tutti i mezzi, gli stessi adoperati dal fascismo, contro ogni tentativo proletario di impossessarsi del potere.</p>
<p>Contro lo Stato democratico, la tattica del partito del proletariato non cambia: non crediamo alle sue elezioni né alla sua costituente, né alla sua libertà di stampa, di parola e di organizzazione; ma il partito si varrà di questa, come di ogni concessione a cui la borghesia sarà costretta, all’unico scopo di irrobustirsi e di essere in grado di colpir sodo. Allo stato attuale, la guerra ha prostrato il fascismo, ma non mancherà di prostrare politicamente i partiti a tradizione proletaria del Comitato di Liberazione Nazionale, che, legati alle forze vittoriose della guerra cui devono le loro momentanee fortune politiche, sono oggi costretti a continuarla. Il nostro partito, com’è stato solo a combattere la guerra dell’imperialismo nazifascista, sarà solo a combattere quella delle democrazie.</p>
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<p><strong>III. Il nostro Partito e la Russia</strong></p>
<p>La Russia ha cessato di essere per il nostro partito il paese della prima grande realizzazione rivoluzionaria del proletariato mondiale, e rimane pagina aperta all’indagine critica del marxismo rivoluzionario, a cui è oggi affidato il compito di individuare e mettere a nudo le ragioni storiche d’ordine economico e politico, che sono state, in Russia, alla base della sconfitta del potere proletario e hanno operato come elemento determinante del dissolvimento delle forze politiche dell’Internazionale comunista. Dalla violenta repressione operata contro gli autentici rivoluzionari di Kronstadt fino alla liquidazione fisica di tutte le opposizioni alla politica nazionalista di Stalin, è evidente nello Stato operaio un ingrandire costante di questo curioso, paradossale equivoco: tutti vi operano per armare la rivoluzione contro ogni velleità di ritorno del capitalismo, e tutti, rivoluzionari o no, hanno contribuito di fatto ad armare le milizie della più spietata reazione antiproletaria che doveva strangolare la rivoluzione di Ottobre e, con essa, i suoi combattenti migliori. Per i marxisti, le cause di ciò non vanno ricercate in cielo né risiedono nella perversità di alcuni uomini, ma vivevano nelle cose dello Stato proletario, alimentate dalla politica di compromesso portata dall’economia sul piano della stessa ideologia imperante all’epoca di Lenin e di Trotsky.</p>
<p>In virtù dell’esperienza russa, è acquisito ormai alla lotta del proletariato che la violenza rivoluzionaria è storicamente necessaria e vitale solo se esercitata da forze di classe nelle cui vene circoli sangue proletario, ed abbia come finalità non la soluzione di interessi generici, subiettivi e contingenti, siano pure legati alla vita di uno Stato proletario, ma sia sospinta da esigenze permanenti e fondamentali di classe, nei cui confronti lo Stato è soltanto episodio e semplice e temporaneo accidente. In caso diverso, la violenza cessa di essere levatrice della storia e spiana la strada ai ritorni della reazione.</p>
<p>Il partito ritiene che dalla repressione di Kronstadt alla liquidazione del Partito Comunista, la violenza dello Stato operaio degenerato è stata la espressione di una volontà direttiva e d’interessi economici e politici non più coincidenti con la lotta del proletariato. Sarà così meno difficile domani ai partiti della nuova Internazionale definire i termini, sul piano teorico e tattico, della politica contro il compromesso.</p>
<p>A conclusione affermiamo:</p>
<p>La dittatura del proletariato non deve in nessun caso ridursi a dittatura di partito, anche se si trattasse del partito del proletariato, intelligenza e guida dello Stato operaio.</p>
<p>Lo Stato e il Partito al potere, in quanto organi di tale dittatura, portano in germe la tendenza al compromesso col vecchio mondo, tendenza che si sostanzia e si potenzia, come l’esperienza russa ha insegnato, nella temporanea incapacità della rivoluzione in un dato paese di irradiarsi, saldandosi col moto insurrezionale d’altri paesi.</p>
<p>In una fase dunque di politica temporeggiatrice imposta dalla gradualità dello sviluppo rivoluzionario, gli interessi della rivoluzione si garantiscono con la presenza operante del proletariato - soprattutto delle sue forze più coscienti - negli organi essenziali della dittatura, con le cariche elettive, col diritto di rimozione dalle cariche, col libero esercizio del sindacato operaio a tutela dei propri interessi di classe nei confronti dello Stato e di tutte le stratificazioni economiche non ancora socialiste: in una parola, col più ampio esercizio della democrazia operaia. Se in questa fase della dittatura di classe è anacronistica la libera esistenza dei partiti, dovrà però essere libera l’opera di critica e di opposizione nell’ambito del partito della dittatura. L’esercizio della più vasta democrazia nei rapporti fra il proletariato e il partito, fra proletariato e Stato operaio, presuppone un altissimo grado di maturità politica raggiunta dal proletariato e l’esistenza di condizioni obiettivamente sufficienti per tale esercizio in ogni settore economico e sociale dello Stato operaio.</p>
<p>È implicito che è compito del partito che esercita la dittatura elevare tali stratificazioni arretrate fino al livello degli interessi rivoluzionari di classe, attraverso i mezzi e i metodi consentiti dalla stessa democrazia operaia, quali il libero dibattito, la libera espressione nelle assemblee, ecc.</p>
<p>Lo Stato - sopravvivenza borghese della quale il proletariato non può fare a meno di servirsi per eliminare i residui di una società divisa in classi, ma di cui deve affrettare la dissoluzione - tende tanto più a sopravvivere e a rafforzarsi, invece di deperire, quanto più si isola dal moto del proletariato internazionale, pretendendo di costruire nel proprio ambito il socialismo, e di contrapporsi come Stato operaio agli Stati borghesi sull’arena mondiale.</p>
<empty-line/>
<p><strong>IV. La Nuova Internazionale</strong></p>
<p>La vastità e la durata del conflitto, la profondità e l’asprezza degli urti ideologici, l’esperienza negativa del primo Stato proletario e della sua Internazionale, devono aver determinato le condizioni favorevoli per la creazione e il rafforzamento di organizzazioni comuniste nei singoli paesi, che attendono l’ora di potersi riunire per gettare le basi della nuova Internazionale. Questa dovrà tener conto soprattutto delle loro esperienze negative, per divenire di fatto l’organo della rivoluzione mondiale comunista. Il nostro partito, che in questi ultimi decenni ha sentito più di ogni altro la carenza di un organo direttivo internazionale che fosse realmente guida e incentivo alla lotta del proletariato, e ne ha coraggiosamente denunciato le insufficienze, gli errori e le deviazioni, e infine il tradimento, e che non si è lasciato sfuggire occasione per riannodare contatti tra le forze della sinistra internazionale, saprà prendere l’iniziativa al momento opportuno. Esso è ideologicamente preparato a questo compito di ripresa e afferma fin da oggi che la nuova Internazionale:</p>
<p>a) dovrà evitare di divenire lo strumento dello Stato operaio e della sua politica, ma, considerandosi la più alta assise dei lavoratori del mondo, dovrà difendere gli interessi della rivoluzione anche nei confronti dello Stato operaio;</p>
<p>b) dovrà evitare di burocratizzarsi, facendo del suo centro direttivo, come dei centri periferici, il campo di manovra del carrierismo funzionaristico;</p>
<p>c) dovrà evitare che la politica di classe sia pensata e realizzata con criteri formalistici e amministrativi.</p>
<p>Il pericolo di incrostazioni opportunistiche e di autoritarismo funzionaristico potrà essere neutralizzato a tempo ed eliminato soltanto da un’attiva partecipazione degli organi politici del proletariato dei diversi paesi alla vita politica dell’Internazionale, dal suo vigile controllo sugli uomini e sugli organi preposti ai centri direttivi e di responsabilità.</p>
<empty-line/>
<p><strong>V. La nostra tattica</strong></p>
<p>Abbiamo già affermato che la tattica del partito non cambia con l’apparente e formale modificarsi delle condizioni esterne e politiche dello Stato. Se il corso della guerra non sarà brutalmente interrotto o radicalmente mutato col cedimento di qualche settore per effetto d’una riuscita sollevazione operaia, contro la prevedibile esperienza democratica, sotto la tutela delle vittoriose forze alleate, il nostro partito porrà la lotta del proletariato sul piano della tattica rivoluzionaria, che consiste nell’interpretare tempestivamente le situazioni dall’angolo visuale di classe, nell’adeguare ad esse le parole d’ordine dell’azione, nell’armare a tempo il proletariato delle idee essenziali di cui si alimenta la sua lotta e dei mezzi necessari al consolidamento della vittoria. Nell’immediato dopoguerra, mentre sotto la guida dei socialisti e centristi si ripeterà la manovra cara alla reazione democratica di deviare la spinta rivoluzionaria per farla arenare nelle secche delle rivendicazioni parziali ed immediate e nel compromesso approfittando dell’inevitabile smarrimento politico economico e morale che si abbatterà su tutti gli organi dello Stato e sullo spirito delle masse, e della incapacità della classe dirigente responsabile della guerra di organizzare la pace nel senso di risolvere gli enormi problemi posti sul tappeto dalla guerra, il nostro partito adeguerà la sua tattica al maturare di favorevoli condizioni obiettive e condurrà la lotta nell’alveo della tradizione rivoluzionaria per essere in realtà di guida e non al rimorchio dei prossimi avvenimenti. È perciò ovvio che gli espedienti tattici della democrazia saranno gettati tra i ferri vecchi della politica, non appena il partito riterrà che la situazione precipiti verso una soluzione rivoluzionaria.</p>
<p>E poiché la nostra linea politica non sarà influenzata né da suggestioni idealistiche né dalle teoriche della spontaneità, ciò consentirà che la volontà di lotta del partito coincida con la volontà delle grandi masse, allorché queste esprimeranno in sintesi l’urgere di una necessità realizzatrice nel senso dell’attacco rivoluzionario per la conquista del potere.</p>
<p>Ma non si avrà conquista seria del potere, se il partito non avrà prima conquistato l’influenza sulle grandi masse del proletariato. A questo scopo il partito così definisce i propri compiti:</p>
<p>a) le masse non si conquistano quando e come si vuole, se condizioni obiettive non le agitano, a nulla valgono su di esse le acrobazie manovriere dei partiti che vorrebbero influenzarle e farle scattare al tocco di bacchette magiche;</p>
<p>b) lo spirito combattivo delle masse, allorché si accende alla lotta, segna come in un diagramma il processo d’instabilità e di crisi che pervade l’apparato produttivo del capitalismo, i suoi mercati e il complesso della sua organizzazione politica. In questo momento, il partito può operare il suo inserimento nella lotta, ed esserne uno degli elementi determinanti, attrarre nella sua orbita le masse a potenziarne unitariamente le energie per indirizzarle verso il raggiungimento di determinati obiettivi;</p>
<p>c) la riuscita di una tale manovra è possibile nella misura in cui il partito avrà saputo creare in seno alle masse organismi permanenti di propaganda, di proselitismo e di agitazione; nella misura in cui avrà saputo conquistare la fiducia, con l’aderenza costante alla vita e alle lotte del proletariato e alle sue esigenze di classe; nella misura infine in cui avrà dimostrato di non aver illuso con agitazioni intempestive e non sentite, con la ginnastica a vuoto dello sciopero per lo sciopero, o dello sciopero per fini aberranti allo spirito e agli interessi di classe;</p>
<p>d) il nostro partito, che non sottovaluta l’influenza degli altri partiti a tradizione operaia e l’importanza di tale influenza sulle masse, si fa assertore del “fronte unico”, manifestazione organica dell’unità proletaria al di fuori dei partiti, essenziale ai fini della lotta e della vittoria, naturale e libera palestra al conflittare delle opposte correnti politiche, in cui il nostro partito giuocherà il suo ruolo preminente di guida della maggioranza del proletariato, perché ne è l’interprete fedele, perché ne rappresenta gli interessi fondamentali e perché, soprattutto, ha dimostrato di essere la sua unica e sicura guida alla lotta rivoluzionaria.</p>
<empty-line/>
<p><strong>VI. Problema sindacale</strong></p>
<p>Allo stato attuale il problema sindacale è inesistente e i residui delle vecchie organizzazioni sindacali a vita clandestina han dimostrato di servire più come pedina per agitazioni politiche legate alla guerra che come autentici organi della lotta operaia.</p>
<p>La ripresa sindacale, che si avrà con la fine della guerra, risentirà delle sue vicende politiche e vedrà potentemente rafforzato il tradizionale predominio socialdemocratico sui sindacati e reso più autoritaria la sua burocrazia. Ad onta di tali prospettive il nostri partito agiterà non appena possibile il problema della riorganizzazione unitaria del movimento operaio, ricostituirà la rete delle sue frazioni sindacali dal gruppo comunista di officina (composto di comunisti e di operai senza partito), fino al comitato Sindacale nazionale comunista: e se lo riterrà necessario si farà iniziatore di un “Fronte delle sinistre Sindacali” per rovesciare i capi della Confederazione del lavoro.</p>
<p>Intanto il partito concentrerà la sua attenzione e il suo lavoro sul legame sistematico con le officine allo scopo di formare non solo un apparato interno, ma anche una rete per la manovra delle grandi masse.</p>
<empty-line/>
<p><strong>VII. Lavoro tra i contadini</strong></p>
<p>Questa guerra a somiglianza della precedente, e certo in proporzioni maggiori, deve aver approfondito nei contadini il distacco col mondo delle tradizioni secolari, della sudditanza economica e politica e deve aver agito da piccone demolitore da un lato contro i vieti ed angusti sistemi di conduzione agricola e dall’altro contro il predominio delle cricche parassite dello schiavismo agrario. Il distacco tra la popolazione dei campi e quella urbana è andato attenuandosi e molte incomprensioni e più di una differenza sono scomparse; avvicinate, accomunate quasi dalle sofferenze fisiche e dalle costrizioni morali e politiche imposte con la violenza da una dittatura senza scrupoli e da una guerra feroce.</p>
<p>Se il contadino che pensa con lentezza, ma pensa con una logica chiara e profonda, fosse giunto dopo tante esperienze a percepire il legame di corresponsabilità che corre tra il padrone della terra che egli lavora e le forze politiche che vollero questa guerra di sterminio, un grande passo sarebbe stato compiuto verso la rivoluzione.</p>
<p>Le nostre campagne che la guerra avrebbe dovuto trasformare sospingendole, come in parte ha fatto, verso più alti gradi di evoluzione economica, al quinto anno di guerra si trovano paurosamente impoverite di braccia e di riserve per le razzie sistematiche dei belligeranti nemici ed amici, strette tra le lusinghe effimere del mercato nero e la svalutazione monetaria, che rende nullo il loro sacrificio e sotto l’assillo dell’intervento monopolistico e rapinatore dello Stato. Non dubitiamo che tali vicende abbiano creato nello spirito delle masse contadine avversioni e odio contro un regime economico politico che l’esperienza ha mostrato insensato e criminale.</p>
<p>Il dopoguerra si presenta perciò ricco di promesse rivoluzionarie anche in questo settore nel quale il proletariato industriale aveva trovato fino a ieri sorda tenace opposizione al comune sforzo di emancipazione. Il nostro partito ha sempre riconosciuto il ruolo che il contadiname soprattutto quello povero è destinato ad avere nella rivoluzione italiana e pone fin d’ora all’ordine del giorno il problema dei contadini facendo suo il programma definito al II Congresso del Partito Comunista Italiano, programma sempre vivo e attuale e come impostazione tattica nella fase che precede la conquista del potere, e come indirizzo concreto e costruttivo nella prima difficile fase di realizzazione d’una economia socialista.</p>
<p>Dal punto di vista pratico il partito conta sulla riorganizzazione dei Sindacati dei salariati agricoli e delle leghe dei mezzadri e dei piccoli fittavoli, e per i piccoli proprietari sulla organizzazione di un’associazione di difesa dei loro interessi economici.</p>
<p><emphasis>Il Comitato Centrale del Partito Comunista Internazionalista</emphasis></p>
<p><emphasis>Settembre 1944</emphasis></p>
<p><emphasis>Presentato dal CC nel novembre successivo.</emphasis></p>
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<p><strong><emphasis>Corrispondenza con il compagno</emphasis></strong></p>
<p><strong>A proposito del “Manifesto”</strong></p>
<empty-line/>
<p><strong><emphasis>Il lavoro sul nostro “Manifesto” ha rappresentato un passo importante nell’autodefinizione politica del gruppo e, come prevedibile, ha suscitato un vivo eco tra i compagni. Siamo sempre stati convinti che il marxismo non sia un dogma cristallizzato, ma una guida all’azione che richiede un costante confronto della teoria con la prassi viva e una discussione aperta, intransigente e cameratesca. Proprio per questo inauguriamo la nuova rubrica “Corrispondenza con il compagno”, nella quale pubblicheremo le nostre risposte a domande, critiche e commenti dei lettori. Nel primo numero di questa rubrica, analizziamo i nodi teorici essenziali sollevati in risposta al “Manifesto”: la dialettica della distruzione dello Stato borghese e l’estinzione del semi-Stato proletario; la fallacia della contrapposizione metafisica tra lotta economica e lotta politica; la valutazione storica dello stalinismo come controrivoluzione borghese compiuta e del trockismo come corrente non ancora emancipatasi dal centrismo; e anche le radici materiali della passività del proletariato moderno nelle metropoli imperialiste. Questa polemica non è un esercizio accademico, ma il nostro contributo necessario al lavoro di preparazione del fondamento teorico-politico del futuro partito comunista mondiale.</emphasis></strong></p>
<empty-line/>
<p>Il nostro “Manifesto” non è passato inosservato. Non appena lo abbiamo inviato ai nostri sostenitori per una prima analisi, abbiamo ricevuto diverse lettere contenenti commenti e quesiti.</p>
<p>Già questo solo fatto indica che, nelle viscere della nostra classe, si aggira <emphasis>lo spettro del comunismo</emphasis>; vi è un bisogno di comprensione teorica della storia e della contemporaneità della lotta di classe, oltre al desiderio di definire i compiti dell’avanguardia del proletariato. Proprio per questo motivo, fin dal primo numero della nostra rivista, inauguriamo la rubrica “Corrispondenza con il compagno”, nella quale intendiamo mantenere un dialogo sia con le organizzazioni rivoluzionarie proletarie, sia con i singoli compagni di classe.</p>
<empty-line/>
<p>Uno dei compagni scrive:</p>
<p><emphasis>«Innanzitutto, vorrei sottolineare la chiarezza di posizione su alcune questioni (la visione dello stato della classe operaia, l’atteggiamento verso il trotskismo, lo stalinismo e altre correnti, lo sviluppo delle relazioni internazionali, l’evoluzione della lotta di classe, ecc.). Questo è, in generale, ciò che ci si aspetta da un manifesto in quanto tale, ma per esperienza personale posso dire che non tutti ritengono necessario manifestarla (per mancanza di coraggio o altro, non saprei)».</emphasis></p>
<empty-line/>
<p>Nella lettera di un altro compagno leggiamo:</p>
<p><emphasis>«Voi fate derivare la vostra continuità direttamente dal “Manifesto del Partito Comunista”. Ma esso è stato scritto più di 150 anni fa. Possibile che in tutto questo tempo non ci sia stato alcuno sviluppo della teoria comunista? Dobbiamo forse scartare e dimenticare tutti questi 150 anni? È proprio questa la conclusione che s’impone dal primo paragrafo. Credo che bisognerebbe menzionare, almeno brevemente, le tappe fondamentali dello sviluppo del marxismo dopo Marx, così come l’evoluzione operata da Marx stesso. Il “Manifesto” è solo la prima tappa, il fondamento di una successiva costruzione teorica. È indispensabile citare “Il Capitale”, “L’Imperialismo...” di Lenin».</emphasis></p>
<empty-line/>
<p>Certamente, nei 150 anni successivi alla pubblicazione del “Manifesto del Partito Comunista”, la teoria marxista si è evoluta, e noi non invitiamo affatto a «<emphasis>scartare e dimenticare</emphasis>» tale sviluppo; una simile conclusione <emphasis>non</emphasis> s’impone affatto. Vogliamo soltanto dimostrare che: 1) gli obiettivi finali del movimento comunista e operaio dichiarati nel “Manifesto” sono oggi <emphasis>più attuali</emphasis> per la nostra epoca che per quella dei suoi autori; 2) è precisamente il nostro gruppo a condividere tali obiettivi.</p>
<p>Nulla di diverso avrebbe dovuto esserci in questa prefazione, necessariamente breve, di un documento <emphasis>programmatico</emphasis>. Inoltre, “Il Capitale” di Marx e “L’Imperialismo...” di Lenin non sono documenti <emphasis>programmatici</emphasis> con i quali debba essere stabilita la continuità del nostro medesimo documento <emphasis>programmatico</emphasis>. Essi sono, indubbiamente, pietre miliari nello sviluppo della teoria marxista e della scienza in generale, opere fondamentali le cui analisi noi condividiamo; tuttavia, tali analisi hanno un carattere <emphasis>economico</emphasis>, ovvero <emphasis>aiutano</emphasis> a trarre conclusioni <emphasis>politiche</emphasis> e programmatiche, le giustificano, ma di per sé non contengono dichiarazioni sugli obiettivi strategici.</p>
<empty-line/>
<p>Entrambi i compagni hanno toccato la questione del rapporto tra marxismo e Stato.</p>
<p>Il primo scrive:</p>
<p><emphasis>«Abbiamo detto più volte, citando “Stato e Rivoluzione”, che, a differenza degli anarchici, riteniamo che lo Stato debba estinguersi e non che debba essere distrutto; di conseguenza, il compito risiede nell’eliminazione delle condizioni che rendono necessario lo Stato, e non dello Stato in sé».</emphasis></p>
<p>Il secondo compagno afferma:</p>
<p><emphasis>«Dal fatto che “alla moderna proprietà privata corrisponda lo Stato moderno”, non consegue affatto che l’abolizione della proprietà privata richieda la distruzione dello Stato. Al contrario, se partiamo da Marx ed Engels, la dipendenza è inversa. La proprietà privata è apparsa prima dello Stato ed è stata la condizione necessaria per la sua nascita. Pertanto, lo Stato come fenomeno non può essere eliminato senza eliminare la proprietà privata e la divisione del lavoro. Se non intendete lo Stato in generale, ma lo Stato borghese, allora questo deve essere espresso con maggiore chiarezza: che il primo passo verso l’abolizione della proprietà privata (e della divisione del lavoro) è la distruzione dello Stato borghese e la sua sostituzione con un semi-Stato proletario in via di estinzione».</emphasis></p>
<empty-line/>
<p>Tutto corretto, nel nostro Manifesto si intende proprio la distruzione dello Stato <emphasis>moderno</emphasis>, cioè <emphasis>borghese</emphasis>. Ciò è chiaro dal contesto. Nella seconda frase, l’aggettivo “moderno” riferito alla proprietà privata e allo Stato non è stato utilizzato per ragioni puramente stilistiche, per non appesantire il testo, poiché dalla frase precedente è evidente di quale proprietà privata e di quale Stato si stia parlando.</p>
<p>Dunque, nel contesto è facile seguire la catena logica: “l’obiettivo dei comunisti è l’abolizione della proprietà privata” &amp; “alla moderna proprietà privata corrisponde lo Stato moderno” =&gt; “secondo i comunisti, l’abolizione della moderna proprietà privata richiede/presuppone/implica la distruzione dello Stato moderno”.</p>
<p>Non si tratta, tuttavia, di una “distruzione” astratta. Come scriveva Marx nella “Critica del Programma di Gotha”, tra la società capitalistica e la società comunista si colloca il periodo della trasformazione rivoluzionaria dell’una nell’altra, a cui «<emphasis>corrisponde anche un periodo politico transitorio, il cui Stato non può essere altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato</emphasis>»<sup>75</sup>. La macchina statale borghese non può essere semplicemente presa così com’è o abolita in modo astratto: è necessario spezzarla, frantumarla, sostituendola con un <emphasis>semi-Stato proletario</emphasis>, che inizierà ad estinguersi man mano che scompariranno gli antagonismi di classe.</p>
<p>Lo stesso compagno scrive:</p>
<p><emphasis>«Penso che la tesi “Comunismo o barbarie” farebbe meglio a essere sostituita dalla tesi “Comunismo o morte”, poiché lo stato attuale del capitalismo minaccia non solo l’esistenza della civiltà, ma l’esistenza stessa dell’umanità».</emphasis></p>
<empty-line/>
<p>Abbiamo utilizzato la formula “Comunismo o barbarie” per diverse ragioni:</p>
<p>1) come riferimento alla tradizione dell’ala rivoluzionaria del marxismo, rappresentata da Rosa Luxemburg, la quale nel suo lavoro “La crisi della socialdemocrazia” (noto anche come <emphasis>Juniusbroschüre</emphasis>) rese celebre l’affermazione di Engels che, secondo lei, formulò così il dilemma davanti all'umanità: <emphasis>«Friedrich Engels disse una volta: la società borghese si trova davanti a un dilemma: o il passaggio al socialismo o il ritorno alla barbarie».</emphasis></p>
<p>Naturalmente, al posto del termine “socialismo” abbiamo usato “comunismo” poiché, a differenza delle epoche di Engels e Luxemburg, ai nostri giorni queste correnti sono definitivamente separate e ostili l’una all’altra.</p>
<p>2) riteniamo che non vi siano basi per sostituire “barbarie” con “morte”, poiché la “morte” è solo uno scenario ipotetico e, allo stesso tempo, estremamente improbabile (considerando la “flessibilità” del capitalismo e l’assenza, nella classe dominante borghese, di un <emphasis>interesse</emphasis> <emphasis>oggettivo </emphasis>alla distruzione dell’umanità), mentre la “barbarie” la possiamo osservare proprio ora. Al contempo, non possiamo in alcun modo escludere la possibilità che l’umanità venga annientata nelle guerre imperialiste, <emphasis>nonostante</emphasis> la volontà della borghesia.</p>
<empty-line/>
<p>E citiamo ancora la lettera dello stesso compagno:</p>
<p><emphasis>«È molto corretta la citazione di Marx sulla necessità di un’azione comunista reale. Sì, a capo di questo movimento pratico deve esserci il partito comunista mondiale. Sì, un simile partito oggi non esiste. Ma la creazione di tale partito non è l’obiettivo pratico immediato dell’organizzazione. Con ciò, voi scivolate verso l’idealismo. I partiti non si creano per volontà (capriccio, desiderio) di singoli soggetti. Per la loro comparsa è necessaria una massa di ragioni oggettive e soggettive».</emphasis></p>
<empty-line/>
<p>Siamo assolutamente d’accordo. Inoltre, nel Manifesto sottolineiamo che <emphasis>«consideriamo la nostra attività come </emphasis><strong><emphasis>una parte</emphasis></strong><emphasis> del movimento pratico verso il comunismo, come </emphasis><strong><emphasis>lotta</emphasis></strong><emphasis> per la creazione di questo partito </emphasis>[comunista mondiale]<emphasis>, e il nostro </emphasis><strong><emphasis>manifesto</emphasis></strong><emphasis> solo come </emphasis><strong><emphasis>uno dei</emphasis></strong> <strong><emphasis>passi</emphasis></strong><emphasis> necessari verso la sua creazione».</emphasis></p>
<p>Vale a dire, si tratta del processo di creazione di questo partito, al quale già partecipiamo insieme ad altri esponenti dell’avanguardia proletaria. I tempi di questo processo sono direttamente legati alle condizioni oggettive, e la loro maturazione non dipende dalla nostra volontà soggettiva. Siamo fermamente contrari a ogni forma di volontarismo.</p>
<empty-line/>
<p>Il compagno afferma:</p>
<p><emphasis>«Il paragrafo sulla demarcazione dalle tendenze economiste e “operaiste” non è esposto chiaramente».</emphasis></p>
<empty-line/>
<p>Abbiamo ritenuto che in un documento programmatico non vi sia la necessità di spiegare il significato delle tendenze economiste e operaiste; è sufficiente dichiarare che non vi apparteniamo, e <emphasis>questo</emphasis> è espresso in modo chiaro e inequivocabile.</p>
<empty-line/>
<p><emphasis>«Sì, la lotta di classe è sempre, per contenuto, una lotta politica, anche nei casi in cui si manifesta in forme economiche. Pertanto, la separazione formale tra lotta economica e lotta politica è una complicazione della questione; è necessario distinguere nettamente (senza confondere) la forma dal contenuto. Il compito dei comunisti non è contrapporre la forma economica della lotta di classe al suo contenuto politico (il che non è solo sciocco, ma impossibile), bensì mostrare costantemente che la forma economica è una forma embrionale della lotta di classe, che deve essere sviluppata fino alla sua forma politica superiore (rivoluzionaria)».</emphasis></p>
<empty-line/>
<p>Non possiamo concordare sul seguente punto:</p>
<p><emphasis>1) «la lotta di classe sia sempre, per contenuto, una lotta politica»</emphasis></p>
<empty-line/>
<p>La lotta di classe può iniziare in forma economica e persino avere un contenuto economico. Ciò può protrarsi per anni e decenni. Inoltre, non ogni lotta di classe politica è una lotta rivoluzionaria del proletariato contro il capitalismo.</p>
<p>Constatando ciò, respingiamo categoricamente la separazione metafisica, non dialettica, tra lotta economica e lotta politica. Come indicava Marx nella lettera a F. Bolte (1871): «[...]<emphasis> ogni movimento in cui la classe operaia si contrappone come classe alle classi dominanti e cerca di vincerle con una pressione dall’esterno è un movimento politico. [...] dai movimenti economici isolati degli operai nasce ovunque un movimento politico, cioè un movimento della classe che cerca di attuare i propri interessi in forma generale, cioè in una forma che abbia forza cogente per l’intera società. Se questi movimenti presuppongono una certa organizzazione preliminare, essi sono, a loro volta, nella stessa misura, un mezzo per lo sviluppo di questa organizzazione</emphasis>». In effetti, ogni grande sciopero economico scontra inevitabilmente gli operai con la macchina statale della borghesia – con la polizia, i tribunali, le leggi – acquisendo così oggettivamente un carattere politico. Separare l’economia dalla politica e sostenere che la lotta economica non possa crescere fino a diventare politica significa cadere in quello stesso “economismo” opportunista che Lenin ha spietatamente demolito nell’opera “Che fare?” Il compito dell’avanguardia non è negare il potenziale politico della lotta economica, ma, partecipandovi, trasformare le scintille di malcontento per la situazione economica nella fiamma della lotta rivoluzionaria cosciente contro il potere del capitale.</p>
<empty-line/>
<p>Ma possiamo concordare sul fatto che</p>
<p><emphasis>2) «la separazione formale tra lotta economica e lotta politica sia una complicazione della questione»</emphasis></p>
<p>Esortiamo quindi affinché questa divisione non sia formale, ovvero metafisica, bensì concreta, ossia dialettica. La prima può svilupparsi nella seconda, ma ciò è impossibile senza l’intervento dell’avanguardia proletaria – la coscienza materializzata della nostra classe. E questo intervento è impossibile senza la terza forma di lotta di classe, che Engels aveva già individuato. Crediamo che il lettore comprenda che si tratta della lotta teorica – quella che per noi, in questo momento, è proprio la più attuale.</p>
<empty-line/>
<p>A tal proposito, Lenin scriveva nel “Che fare?”:</p>
<p><emphasis>«Secondo Engels, esistono non due forme della grande lotta socialdemocratica (politica ed economica) – come si pensa abitualmente fra noi – ma tre, ponendosi accanto a queste anche la lotta teorica»</emphasis><emphasis><sup>76</sup></emphasis><emphasis>.</emphasis></p>
<p>Non siamo d’accordo sul punto che</p>
<p><emphasis>3) «Il compito dei comunisti non sia contrapporre la forma economica della lotta di classe al suo contenuto politico (il che non è solo sciocco, ma impossibile)»</emphasis></p>
<empty-line/>
<p>La forma economica della lotta non può avere un contenuto politico per definizione, altrimenti verrebbe definita politica. Al contenuto politico corrisponde la forma di lotta politica, mentre al contenuto economico corrisponde la forma economica. In molti casi (se non nella stragrande maggioranza), le rivendicazioni economiche (aumento salariale, riduzione dell’orario di lavoro, miglioramento delle condizioni lavorative, ecc.) possono non toccare affatto le questioni politiche.</p>
<p>Il compagno scrive</p>
<p>4) <emphasis>«la forma economica è una forma embrionale della lotta di classe, che deve essere sviluppata fino alla sua forma politica superiore (rivoluzionaria)»</emphasis></p>
<empty-line/>
<p>È vero, ma richiede qualche precisazione. Non tutti i casi di lotta economica possono, nemmeno <emphasis>in linea di principio</emphasis>, evolversi in lotta politica. Inoltre, la forma politica e quella rivoluzionaria della lotta non sono affatto sinonimi. Anche la forma politica può essere <emphasis>primitiva</emphasis> e trovarsi molto distante dalla sua forma superiore, quella rivoluzionaria; in questo caso, i lavoratori non solo non si schierano contro la “propria” borghesia e il “proprio” Stato, ma sono persino leali verso di essi e si appellano alle loro stesse leggi, ai loro “valori” e persino alla loro simbologia, non comprendendo a quali interessi tali leggi, valori e simboli rispondano (un esempio è la Russia degli anni ‘90 e 2010).</p>
<p>La lotta politica è la forma superiore della lotta di classe? Indubbiamente sì. Questo significa forse che qualsiasi lotta di classe possa evolversi in lotta politica e, a maggior ragione, rivoluzionaria? Indubbiamente no. Diverse forme possono semplicemente <emphasis>coesistere</emphasis> l’una accanto all’altra (cronologicamente e/o geograficamente), <emphasis>senza evolversi </emphasis>né influenzarsi a vicenda.</p>
<p>Allo stesso tempo, solo nel caso dell’importazione della coscienza comunista (da parte dell’avanguardia di classe) nella lotta di classe del proletariato, la lotta politica può avere la possibilità di elevarsi a rivoluzionaria. In caso contrario, pur avendo raggiunto il livello politico, la lotta di classe continuerà a gravitare nell’orbita degli interessi di una delle frazioni della borghesia.</p>
<p>A questo proposito, Lenin, nell’opuscolo “Che fare?”, cita ampiamente K. Kautsky, che all’epoca era ancora marxista:</p>
<p><emphasis>«</emphasis>[…]<emphasis> La coscienza socialista sarebbe, per conseguenza, il risultato </emphasis><strong><emphasis>necessario, diretto</emphasis></strong><emphasis> della lotta di classe proletaria. Ma ciò è completamente falso. Il socialismo, come dottrina, ha evidentemente le sue radici nei rapporti economici contemporanei, al pari della lotta di classe del proletariato; esso deriva, al pari di quest’ultima, dalla lotta contro la miseria e dall’impoverimento delle masse generati dal capitalismo; ma socialismo e lotta di classe nascono </emphasis><strong><emphasis>uno accanto all’altra e non uno dall’altra</emphasis></strong><emphasis>; essi sorgono da premesse diverse. La coscienza socialista contemporanea non può sorgere che sulla base di profonde cognizioni scientifiche. Infatti, la scienza economica contemporanea è, al pari della tecnica moderna, una condizione della produzione socialista, e il proletariato, per quanto lo desideri, non può creare nè l’una nè l’altra; la scienza e la tecnica sorgono entrambe dal processo sociale contemporaneo. Il detentore della scienza non è il proletariato, ma sono gli intellettuali borghesi </emphasis>[...]<emphasis>; anche il socialismo contemporaneo è nato nel cervello di alcuni membri di questo ceto, ed è stato da essi comunicato ai proletari più elevati per il loro sviluppo intellettuale, i quali in seguito lo introducono nella lotta di classe del proletariato, dove le condizioni lo permettono. La coscienza socialista è quindi un elemento importato nella lotta di classe del proletariato dall’esterno </emphasis>[von aussen hineingetragenes],<emphasis> e non qualche cosa che ne sorge spontaneamente </emphasis>[urwüchsig].<emphasis> Il vecchio programma di Hainfeld diceva dunque molto giustamente che </emphasis><strong><emphasis>il compito della socialdemocrazia è di introdurre nel proletariato letteralmente: di permeare il proletariato la coscienza della sua situazione e della sua missione. </emphasis></strong><strong><emphasis>Non occorrerebbe far questo</emphasis></strong><strong><emphasis> se la coscienza emanesse da sé dalla lotta di classe</emphasis></strong><emphasis>»</emphasis><emphasis><sup>77</sup></emphasis><emphasis>.</emphasis></p>
<empty-line/>
<p>Citando questo passo, siamo consapevoli che ci attende un’inevitabile discussione con i sostenitori di diverse correnti operaiste e spontaneiste. Giochiamo d’anticipo.</p>
<p>Innanzitutto, per una corretta comprensione del citato pensiero leniniano, esso va collocato nel contesto delle condizioni <emphasis>storiche concrete</emphasis> dell’epoca, quando nell’ambiente operaio russo era ampiamente diffusa la corrente degli “economisti”, i quali ritenevano che il proletariato dovesse limitarsi alla lotta economica, lasciando la lotta politica ai liberali. Vi erano anche coloro che credevano che lo sviluppo del movimento operaio avrebbe favorito, di per sé e <emphasis>spontaneamente</emphasis>, la crescita della coscienza politica di classe del proletariato. Lenin, nella sua lotta contro queste correnti, indica i compiti del partito proletario in quel determinato contesto storico: sviluppare la coscienza politica del proletariato, portarla oltre i confini della ristretta lotta contro la borghesia in fabbrica, spiegare che la borghesia non è unita ma divisa in frazioni in lotta tra loro, e che nella Russia di allora esisteva ancora un’aristocrazia terriera feudale e ampi strati piccolo-borghesi. Ognuno di essi ha i propri interessi specifici, che possono convergere ma non saranno mai comuni o identici; il proletariato deve esserne consapevole e utilizzarli nella propria lotta.</p>
<p>Pertanto, dal punto di vista di Lenin, «<emphasis>importare la coscienza dall’esterno</emphasis>» significa portarla <emphasis>da oltre</emphasis> i cancelli della fabbrica, al di fuori del rapporto tra padrone e lavoratore salariato, aprendo gli occhi all’operaio sull’intera ampiezza della vita sociale, sulla sua diversità e sulle sue contraddizioni, favorendo così la trasformazione del proletariato da “classe in sé” a “classe per sé”, ovvero in una classe che lotta consapevolmente contro la proprietà privata.</p>
<empty-line/>
<p>Riguardo alla sezione “Metodo”, il compagno scrive:</p>
<p><emphasis>«Si ritiene che questa sezione debba basarsi sulle “Tre fonti...” di Lenin. Ovvero, partire dal primato della filosofia e dell’economia politica, grazie alle quali il socialismo si è trasformato da utopia in scienza».</emphasis></p>
<empty-line/>
<p>Abbiamo ritenuto che qui, come in molti altri punti, sia sufficiente dichiarare l’appartenenza alla scuola marxista per smarcarsi sin dall’inizio dalle altre correnti socialiste. In un documento programmatico, probabilmente, non sarebbe stato opportuno descrivere dettagliatamente i vantaggi del marxismo rispetto ad altri orientamenti del pensiero rivoluzionario. Un simile approccio sarebbe stato inevitabilmente superficiale e, di conseguenza, poco convincente.</p>
<empty-line/>
<p>Un altro compagno pone l’attenzione su un’ulteriore riflessione del nostro Manifesto:</p>
<p><strong><emphasis>«sappiamo per certo che le teorie che prevedono il crollo “automatico” del capitalismo o ne indicano i limiti “oggettivi” concreti sono antiscientifiche».</emphasis></strong></p>
<p>E commenta: <emphasis>«Il fatto che si ponga l’accento su questo punto fornisce, ancora una volta, un’idea piuttosto chiara della vostra posizione; tuttavia, forse questo aspetto andrebbe approfondito, spiegando perché “lo sappiamo per certo”. Se valga la pena farlo nel manifesto non saprei, essendo quest’ultimo, per sua natura, un documento sintetico».</emphasis></p>
<empty-line/>
<p>Sì, nel Manifesto ci siamo limitati a dichiarare le nostre posizioni in forma di tesi. Torneremo su questa questione più diffusamente nelle nostre pubblicazioni future.</p>
<p>La riflessione contenuta nel Manifesto secondo cui, nelle catastrofiche crisi di sovrapproduzione, le forze produttive vengono distrutte con frequenza sempre maggiore, ha spinto lo stesso compagno a scrivere:</p>
<p><emphasis>«Guardando al XX secolo, non si nota una chiara tendenza all’aumento della frequenza delle crisi di sovrapproduzione, e non definirei affatto tutte come catastrofiche... Nel XXI secolo, finora, si sono verificate raramente rispetto al XX. Ho l’impressione che si intenda qualcosa di diverso da ciò a cui penso io».</emphasis></p>
<empty-line/>
<p>Qui intendiamo dire che nella nostra epoca di capitalismo maturo, ovvero monopolistico, con le sue forze produttive incomparabilmente superiori rispetto alle fasi precedenti, queste crisi sono diventate molto più frequenti e massicce che nell’epoca della sua “giovinezza”. Per di più, nei media borghesi, esse di regola non vengono analizzate come tali. Senza contare che in alcuni settori, come l’industria tessile o il settore immobiliare, esse sono diventate <emphasis>permanenti</emphasis>, cosa che non accadeva nell’epoca del primo capitalismo.</p>
<p>Nel XXI secolo, abbiamo potuto osservare esempi caratteristici di tali crisi, durate anni, durante la “Grande Recessione” degli anni 2000, quando negli Stati Uniti interi complessi residenziali restavano vuoti mentre centinaia di migliaia di persone rimanevano senza tetto; o nel pieno della pandemia di COVID-19, quando le aziende farmaceutiche hanno distrutto milioni di test per il coronavirus al calare della domanda, invece di distribuirli o conservarli fino a una ripresa della stessa. Queste crisi sono state “catastrofiche”? Non nel senso di fatali per il sistema capitalistico, ma nel senso di mostruose dal punto di vista dell’entità delle perdite umane della nostra classe (in termini di decessi, perdita della salute, vite spezzate, disgregazione delle famiglie, ecc.) e delle perdite delle forze produttive dell’umanità. Noi riteniamo di sì.</p>
<empty-line/>
<p>Un’altra citazione dal Manifesto:</p>
<p><strong><emphasis>«Questa ondata rivoluzionaria senza precedenti fu spazzata via da una controrivoluzione di enorme potenza. Durante gli anni ‘20 e ‘30, lo stalinismo...»</emphasis></strong></p>
<p>E il successivo commento del compagno:<emphasis> «Qui (e non solo, mi limito a questa citazione) lo stalinismo viene definito controrivoluzione. Questa è, a mio avviso, una delle pietre angolari della nostra posizione; perciò, mi sembra opportuno fornire un chiarimento sul perché sia esattamente così. Di solito, dopo tali affermazioni, scatta l’accusa di trotskismo. Più avanti nel testo viene esplicitata la posizione anche verso Trockij (cosa molto corretta), ma temo che, in primo luogo, una parte dei potenziali lettori possa semplicemente desistere dal leggere il Manifesto fino in fondo e, in secondo luogo, che la posizione nei confronti dello stalinismo non sia sufficientemente concreta».</emphasis></p>
<empty-line/>
<p>Tuttavia, riteniamo che in un documento programmatico sia sufficiente la dichiarazione delle proprie posizioni. A maggior ragione, questo tema è davvero estremamente importante e verrà affrontato più volte nelle nostre pubblicazioni. Riguardo al fatto che <emphasis>«una parte dei potenziali lettori possa semplicemente desistere dal leggere il Manifesto»</emphasis>, è possibile che sia così, ma tali “effetti collaterali” possono verificarsi con qualsiasi documento o persino testo letterario.</p>
<empty-line/>
<p>Un’altra citazione dal Manifesto:</p>
<p><strong><emphasis>«ha reso per la prima volta la classe operaia soggetto delle relazioni internazionali»</emphasis></strong></p>
<p>Commento del compagno:<emphasis> «Si possono definire coloro che hanno partecipato direttamente alle relazioni internazionali come “classe operaia”, e non come suoi rappresentanti o interpreti della sua volontà?»</emphasis></p>
<empty-line/>
<p>Questo punto ci rimanda alla discussione sul rapporto tra classe e partito, e tra partito e i suoi leader, che la nostra scuola ha condotto con altre correnti rivoluzionarie. Torneremo certamente su questo nei nostri materiali; qui ci limitiamo a notare che, quando parliamo di soggetti delle relazioni internazionali, non intendiamo singole persone: anche dal punto di vista delle scuole borghesi più adeguate, i soggetti delle relazioni internazionali non sono gli individui, bensì gli <emphasis>Stati</emphasis>. Il marxismo concorda con questo, ma ritiene che ciò <emphasis>non sia sufficiente</emphasis>: va oltre e pone la domanda: quale <emphasis>classe</emphasis> governa lo Stato? E giunge alla conclusione che i veri soggetti delle relazioni internazionali sono le <emphasis>classi dominanti</emphasis>, che utilizzano i propri <emphasis>Stati</emphasis> (e altre forze organizzate) per proiettare i propri interessi. Pertanto, dal punto di vista del marxismo, è assolutamente corretto affermare che, se la classe operaia diventa classe dominante, essa diventa anche soggetto delle relazioni internazionali.</p>
<empty-line/>
<p><emphasis>«Direi soggetto della geopolitica, piuttosto che delle relazioni internazionali».</emphasis></p>
<empty-line/>
<p>Noi evitiamo consapevolmente l’uso del termine “geopolitica”, a differenza della stessa <emphasis>Lotta Comunista</emphasis>, poiché ricordiamo perfettamente che questo termine descrive un approccio <emphasis>antiscientifico</emphasis> nella descrizione dei rapporti tra nazioni e Stati, basato su una concezione materialistico-volgare del ruolo decisivo delle condizioni fisico-geografiche nella vita della società umana, integrata in certi casi da concezioni biologizzanti come il razzismo, il socialdarwinismo e il malthusismo.</p>
<empty-line/>
<p>Un’altra citazione dal Manifesto:</p>
<p><emphasis>«</emphasis><strong><emphasis>L’ondata controrivoluzionaria e i decenni di dominio borghese che l’hanno seguita hanno generato non solo i mostri della reazione capitalista, ma anche molte delle ideologie più o meno influenti del falso socialismo: stalinismo, maoismo, castrismo, guevarismo, juche, chavismo e altre. Tutte queste ideologie nacquero a loro tempo come ideologie borghesi del “sviluppo di rincorsa”, chiamate ad accompagnare la centralizzazione e l’accelerazione dello sviluppo capitalistico dei rispettivi paesi arretrati</emphasis></strong><emphasis>».</emphasis></p>
<p>Commento del compagno: <emphasis>«La centralizzazione e l’accelerazione dello sviluppo capitalistico creano le condizioni oggettive per la lotta di classe; persino in “Imperialismo unitario” tali movimenti nei paesi del terzo mondo venivano salutati con favore. E sebbene io, lo confesso, guardi con grande scetticismo all’ottimismo di LC </emphasis>[Lotta Comunista]<emphasis> su questo punto (poiché già all’epoca era chiaro dalla storia che ciò portava più spesso a togliere ossigeno al proletariato in questa lotta), ciò rientra ancora nel quadro del marxismo. Altra cosa è che queste ideologie, da nazionali-liberatorie, si trasformassero in nazionali-asservitrici. Il senso della citazione è ovviamente chiaro, ma credo possa sorgere un’interpretazione ambigua».</emphasis></p>
<empty-line/>
<p>In questo caso non si tratta di stabilire se “salutiamo con favore” o meno questi movimenti e ideologie <emphasis>storiche</emphasis>, bensì del fatto che noi: 1) prendiamo le distanze dai sostenitori <emphasis>odierni</emphasis> di tali ideologie, i quali oggi non solo servono gli interessi di questa o quella frazione della borghesia, ma screditano il marxismo e il comunismo; 2) mostriamo quale posto sia loro assegnato dalla scuola marxista, a differenza di quanto fatto da vari pseudo-comunisti.</p>
<p>Nel nostro manifesto non abbiamo citato invano così ampiamente le tesi fondamentali di Lenin al II Congresso del Comintern, poiché esse forniscono la chiave per approcciare il problema nel suo insieme, compresi questi casi. Nel caso dei movimenti del “falso socialismo”, si può dire che non solo abbiano espresso fin dall’inizio interessi imperialistici (stalinismo) o si siano uniti a uno dei blocchi imperialisti, segnatamente quello dell’URSS (come tutti gli altri; il maoismo in seguito cambiò orientamento unendosi agli USA), ma alcuni di essi hanno condotto una lotta diretta per l’annientamento del movimento marxista, raggiungendo il loro scopo (stalinismo, maoismo).</p>
<p>Certamente, una parte di questi movimenti e delle relative ideologie ha potuto svolgere parzialmente un ruolo nazionale-rivoluzionario, ma nel complesso questa non era affatto la loro caratteristica principale per la quale i marxisti avrebbero dovuto “salutarli con favore” (ad esempio lo stalinismo, sorto in Russia – che non è un “paese del terzo mondo” – ha giocato in parte un ruolo nazionale-rivoluzionario nei paesi arretrati dell’Asia Centrale sotto il suo controllo, ma ciò è imparagonabile al danno colossale arrecato alla classe operaia su scala mondiale).</p>
<empty-line/>
<p>Un’altra citazione dal Manifesto:</p>
<p><strong><emphasis>«La più nota di queste correnti è il trotskismo, che attualmente non ha nemmeno una teoria unitaria e si è degradato al livello di ideologie piccolo-borghesi».</emphasis></strong></p>
<p>Commento del compagno: <emphasis>«Come ho detto sopra, il fatto di mostrare la propria posizione verso il trotskismo è importante, ma qui si è insinuata una contraddizione. Prima si afferma che il trotskismo è una corrente, poi che tale corrente non possiede una teoria unitaria e, di conseguenza, non è integra. E alla fine, che la corrente del trotskismo è degradata. Non contesto il fatto in sé, ma se il trotskismo non ha una teoria unitaria, si può ancora parlare del trotskismo come di un’unica corrente e non di diverse? E quali di esse sono degradate? In generale, non smetto di stupirmi di quante persone diverse si definiscano trotskiste. A volte non capisco quale sia il legame effettivo con Trockij».</emphasis></p>
<empty-line/>
<p>Consideriamo la questione in una prospettiva storica, nel suo <emphasis>sviluppo</emphasis>, comprendendo che <emphasis>qualsiasi</emphasis> corrente nella società può essere considerata unitaria solo in modo <emphasis>relativo</emphasis>, fino a un certo punto: inizialmente il trotskismo può effettivamente essere considerato una corrente convenzionalmente unitaria, sorta sulla base delle idee di Trockij in Russia e poi in diversi altri paesi, appoggiandosi inizialmente ai quadri raggruppati attorno a Trockij stesso. Col tempo questa unità convenzionale si è frantumata ma, a nostro avviso, tutte queste correnti possono essere considerate trotskiste in base alla loro continuità – se non organizzativa, almeno ideale – con il trotskismo originale, che si esprime nell’accettazione di: 1) la concezione dello Stato operaio deformato; 2) la teoria della rivoluzione permanente di Trockij; 3) alcune interpretazioni storiche di Trockij legate alla storia del partito, della Rivoluzione russa e della controrivoluzione.</p>
<empty-line/>
<p>Un altro compagno scrive: <emphasis>«Sono in totale disaccordo con la distinzione fatta su Trockij; in sostanza, egli non è uscito dai confini dello stalinismo».</emphasis></p>
<empty-line/>
<p>Noi riteniamo che Trockij sia, invece, uscito dai confini dello stalinismo. I principi fondamentali dello stalinismo – quelli che lo contraddistinguono, su cui poggia l’intero edificio e senza i quali esso crollerebbe – sono le affermazioni secondo cui: 1) negli anni ‘30, in URSS, il socialismo era stato <emphasis>sostanzialmente</emphasis> costruito, sia nell’economia che nella sovrastruttura politica; 2) negli anni successivi (almeno fino alla morte di Stalin), l’URSS si stava <emphasis>avvicinando</emphasis> sempre più al socialismo in entrambi gli ambiti.</p>
<p>Trockij non condivideva questa visione: egli riteneva che: 1) <emphasis>«l’URSS non è ancora al primo stadio del socialismo» </emphasis>nell’economia, per non parlare della sovrastruttura politica su cui si concentrava gran parte della sua critica, e che fosse più corretto definire<emphasis> «il regime sovietico attuale, con tutte le sue contraddizioni, non socialista, ma transitorio tra il capitalismo e il socialismo o preparatorio al socialismo»</emphasis>; 2) sotto la direzione che allora governava l’URSS, il paese si muoveva nella <emphasis>direzione opposta</emphasis>, allontanandosi dal socialismo, sebbene l’esito finale di tale processo non fosse ancora deciso.</p>
<empty-line/>
<p>Egli scriveva:</p>
<p><emphasis>«In quale senso evolverà nei prossimi tre, cinque, dieci anni, il dinamismo delle contraddizioni economiche e degli antagonismi sociali della società sovietica? Non c’è ancora una risposta definitiva e incontestabile a questa domanda. L’esito dipende dalla lotta delle forze vive della società e non solo su scala nazionale, ma anche su scala internazionale»</emphasis><emphasis><sup>78</sup></emphasis><emphasis>.</emphasis></p>
<empty-line/>
<p>La sua teoria dello Stato operaio deformato, esposta compiutamente ne “La rivoluzione tradita” (da cui sono tratte le citazioni), per quanto lontana dal marxismo, dal rigore e dalla scientificità, non può comunque essere classificata come una delle teorie staliniste. Esistono persino teorie che criticano Stalin personalmente (per singoli errori, “eccessi”, volontarismo, uso eccessivo della violenza, specie contro i comunisti, ecc.) ma che restano staliniste nella sostanza; la teoria di Trockij non appartiene nemmeno a questa categoria, poiché: a) tocca questioni molto più fondamentali e riguarda solo marginalmente le qualità dei singoli individui; b) non condivide nessuno dei principi cardine dello stalinismo sopra descritti.</p>
<empty-line/>
<p>Lo stesso compagno scrive:</p>
<p><emphasis>«Nel periodo attuale non vengono indicati i compiti concreti dei comunisti. È chiaro che </emphasis>“non ci si deve aspettare una crescita della lotta di classe spontanea dei lavoratori salariati nelle metropoli imperialiste sviluppate nel prossimo futuro”<emphasis>, che l’</emphasis>“accumulazione originaria del capitale” <emphasis>e le rivoluzioni agrarie si sono concluse, che i movimenti di liberazione nazionale e decolonizzazione appartengono al passato. Ma cosa fare concretamente in queste condizioni? Lottare per l’abolizione della proprietà privata? Meraviglioso. Ma come?».</emphasis></p>
<empty-line/>
<p>Non abbiamo ancora una risposta definitiva a questa domanda e nel Manifesto riconosciamo che, per noi, il <emphasis>problema</emphasis> risiede proprio nel modo in cui tale processo si svilupperà.</p>
<p>Ma alla domanda “che fare?” rispondiamo con un categorico rifiuto del contemplativismo passivo e dell’attesa accademica. L’celebre undicesima tesi di Marx su Feuerbach recita: «<emphasis>I filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta però di mutarlo</emphasis>»<sup>79</sup>. Non abbiamo il diritto di limitarci a “seguire attentamente” la classe, aspettando che le condizioni maturino. Lenin definiva tale posizione “codismo”, un trascinarsi all’arrière-garde del movimento spontaneo. Il compito dei comunisti, come scrisse Lenin nell’articolo “Da che cosa cominciare?”, è il passaggio immediato all’organizzazione pratica: la creazione di un giornale politico pan-russo (o, nel nostro caso, internazionale) che sia un propagandista, agitatore e organizzatore collettivo. Questo organo deve inserirsi in ogni manifestazione spontanea dei lavoratori, legando indissolubilmente il lavoro teorico con la direzione pratica della lotta delle masse già oggi, preparando i quadri per la futura battaglia per una società senza classi.</p>
<empty-line/>
<p>Un’altra citazione dal Manifesto:</p>
<p><strong><emphasis>«Oggi si assiste a una stratificazione dei lavoratori dipendenti più complessa rispetto al capitalismo del XIX e dell’inizio del XX secolo... Proprio questo spiega l’assenza di un movimento operaio di massa e l’estrema debolezza della minoranza rivoluzionaria nei centri di sviluppo imperialista».</emphasis></strong></p>
<p>Commento del compagno:<emphasis> «Penso che tale stratificazione e il relativo ampliamento dello strato interclasse non siano di per sé la causa della debolezza della classe operaia: le persone con più fonti di reddito, pur essendo in una posizione meno vulnerabile, sono solitamente più sensibili alle turbolenze politiche ed economiche e, di conseguenza, vi si approcciano in modo più consapevole, condividendo in generale gli interessi della classe operaia».</emphasis></p>
<empty-line/>
<p>Le parole “Proprio questo” si riferiscono all’insieme dei fattori elencati nel paragrafo precedente, e non solo alla stratificazione più complessa della società moderna. Per il resto, non abbiamo obiezioni. In effetti, il livello di sensibilità alle turbolenze politiche ed economiche non ha una correlazione diretta con il reddito o la condizione materiale. Sono noti esponenti della borghesia passati dalla parte del proletariato, così come è noto il ruolo degli strati superiori della classe dei salariati nel movimento rivoluzionario. Siamo lontani dalla posizione di chi ritiene necessario puntare sugli strati più arretrati e pauperizzati della società.</p>
<p>Sottolineando la crescente complessizzazione della stratificazione dei lavoratori salariati nei centri dell’imperialismo, non dobbiamo scivolare verso le giustificazioni socio-borghesi che spiegano il calo della lotta di classe attraverso l’astratta presenza di “molteplici fonti di reddito”. La vera base materiale dell’opportunismo e della passività nei paesi-metropoli è stata brillantemente svelata da Lenin nell’opera “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo”. La borghesia imperialista, estraendo sovrapprofitti monopolistici, ha la possibilità economica di corrompere lo strato superiore della propria classe operaia, creando una “aristocrazia operaia” imborghesita. Questo strato privilegiato è il principale sostegno sociale del riformismo e l’agenzia della borghesia all’interno del movimento operaio. Senza una rottura spietata con questo strato opportunista e la denuncia del suo tradimento, non si può nemmeno parlare della formazione di una coscienza rivoluzionaria nei centri imperialisti.</p>
<p><emphasis>Marzo 2026</emphasis></p>
<empty-line/>
<p><strong>Chi siamo</strong></p>
<empty-line/>
<p>Il “Prometeo comunista” è un gruppo di marxisti rivoluzionari che considerano la loro attività come una parte del movimento mondiale della classe operaia per superare il capitalismo. Ci basiamo sul nucleo programmatico del “Manifesto del Partito Comunista” e partiamo dal presupposto che il comunismo non è un’utopia né un ideale astratto, ma una necessità storica che nasce dallo stesso sviluppo della società moderna.</p>
<p>Siamo convinti che il capitalismo abbia compiuto il suo ruolo storico. Creando un mercato mondiale e gigantesche forze produttive, ha contemporaneamente acutizzato le contraddizioni su scala globale, dalle crisi economiche alle guerre imperialistiche. L’epoca contemporanea pone l'umanità di fronte a due alternative: o il mantenimento di un sistema che genera sfruttamento, disuguaglianza e distruzione, o il suo superamento rivoluzionario – <strong>comunismo o barbarie.</strong></p>
<p>Sosteniamo la posizione fondamentale del marxismo: <strong>la liberazione della classe operaia può essere opera solo della classe operaia stessa</strong>. Né le riforme, né il cambio dei gruppi al potere, né l’espansione dello “Stato sociale” eliminano le basi dello sfruttamento. L’abolizione della proprietà privata e della produzione mercantile non può essere sostituita dalla nazionalizzazione, dalla regolamentazione statale o dalla ricerca di una “terza via” tra capitalismo e comunismo. O la società rimane nei limiti del sistema capitalistico, o passa direttamente all’organizzazione sociale del lavoro.</p>
<p>Rifiutiamo tutte le forme del cosiddetto “socialismo reale”, poiché esse mantenevano la produzione mercantile, il lavoro salariato, il denaro e l’apparato statale, ovvero i fondamenti del modo di produzione capitalistico. Lo stalinismo, il maoismo e ideologie simili rappresentavano varianti della gestione statale del capitale e accompagnavano la modernizzazione dei paesi arretrati, non il passaggio al comunismo. Il sostituire la distruzione della proprietà privata con la sua statalizzazione ha disorientato la classe operaia e compromesso l’idea del socialismo.</p>
<p>La classe operaia contemporanea costituisce la maggioranza della società, ma è priva di autonomia politica, poiché le idee dominanti rimangono le idee della borghesia. Attraverso i media, l’istruzione, la cultura e le pratiche quotidiane, il capitalismo si riproduce come ordine “naturale”, creando nei lavoratori dipendenti l’illusione dell’unità nazionale, del partenariato sociale e del successo individuale. È quindi necessario contribuire a trasformare il malcontento spontaneo in una posizione di classe consapevole, diretta contro il modo di produzione capitalistico stesso. Dobbiamo partecipare a tutte le forme di lotta dei lavoratori salariati, sintetizzare la loro esperienza, collegare i conflitti particolari alla prospettiva rivoluzionaria.</p>
<p>Non ci consideriamo un partito comunista mondiale già esistente e non pretendiamo di essere il suo unico embrione. Il nostro compito è quello di contribuire alla sua formazione come organizzazione politica del proletariato mondiale. Allo stesso tempo il partito non deve sostituirsi alla classe, ma deve crescere insieme ad essa, sintetizzare la sua esperienza, collegare le forme di lotta frammentarie e dare loro un orientamento consapevole. La liberazione è possibile solo come azione collettiva della classe operaia stessa; il partito si limita a dare a questa azione un carattere più organizzato e coerente, senza separarsi dal movimento storico di cui è parte integrante.</p>
<p>Il capitalismo genera inevitabilmente le guerre. La concorrenza tra capitali e Stati, la lotta per i mercati e le risorse non sono deviazioni, ma la logica del sistema. Nell’epoca attuale, la maggior parte dei conflitti interstatali ha carattere imperialista, indipendentemente dalle parole d’ordine utilizzate per giustificarli.</p>
<p>Di fronte alle guerre dell’imperialismo contemporaneo, i comunisti non scelgono il “male minore” e non si schierano con nessuna delle borghesie in guerra. Indipendentemente da chi abbia iniziato per primo l’azione militare, ciascuna delle parti difende gli interessi del capitale, si spartisce i mercati e le sfere di influenza. Pertanto, la nostra posizione rimane quella del <strong>disfattismo rivoluzionario</strong>: trasformare la guerra imperialista in una lotta contro la propria classe dirigente. Per questo motivo rimaniamo fedeli alla parola d’ordine degli spartachisti tedeschi: “<strong>Il nemico è in casa nostra</strong>”. Il principale nemico dei lavoratori non si trova dall’altra parte del fronte, ma nella propria capitale, nel proprio Stato, nel proprio governo.</p>
<p>Viviamo in un periodo in cui stanno maturando le condizioni per futuri sconvolgimenti sociali. Nonostante tutta la debolezza del movimento rivoluzionario nei centri mondiali del capitale, le contraddizioni oggettive del sistema si stanno accentuando. Ciò richiede non un isolamento settario, ma un lavoro coerente e paziente: la diffusione della teoria marxista, la partecipazione alla lotta reale, la formazione di quadri in grado di unire la teoria rivoluzionaria e la pratica.</p>
<p>La vera liberazione è possibile solo come atto collettivo della classe mondiale dei lavoratori salariati. Dopo il capitalismo non ci saranno né sfruttatori né sfruttati, ma solo una libera unione di persone che organizzano la produzione e la vita sociale sulla base dei bisogni comuni.</p>
<empty-line/>
<p>Notes</p>
<p>[</p>
<p>←1</p>
<p>]</p>
<p> - Sul movimento operaio e sul giornale operaio // “Delo rabočich”. 2002. Novembre. N. 1. Pag. 1.</p>
<p>[</p>
<p>←2</p>
<p>]</p>
<p> - Melnikova N. Regione di Kirov: luglio 1998 // Istituto internazionale di studi umanistici e politici. Monitoraggio politico. URL: http://www.igpi.ru/monitoring/1047645476/1998/0798/43.html.</p>
<p>[</p>
<p>←3</p>
<p>]</p>
<p> - A questa peculiarità del sistema politico russo abbiamo dedicato una serie di nostre pubblicazioni. «<emphasis>Chiariamo cosa intendiamo: con la nascita di “Russia Unita”, nonostante il multipartitismo formalmente esistente, di fatto la sintesi degli interessi, il rinnovamento della linea politica e della composizione della classe dirigente russa avvengono all’interno di questo partito, tutti gli altri, nel migliore dei casi, esprimono gli interessi minoritari di alcuni gruppi della borghesia e, pertanto, sulla scena parlamentare svolgono un ruolo secondario di contorno a scelta per il piatto principale. La loro funzione si limita alla raccolta dei voti dei dissidenti, creando l’illusione di una scelta. È proprio questo sistema partitico-politico, che ha confermato la sua vitalità anche nelle ultime elezioni parlamentari, che chiamiamo “sistema a un partito e mezzo”</emphasis>» (Il vuoto del parlamentarismo // “Proletarskiy Internazionalism”. N. 26. Ottobre 2016).</p>
<p>Inoltre, una descrizione di questo fenomeno si può trovare negli articoli “La realtà sociale e la tempesta in un bicchiere d’acqua elettorale” (“Proletarskiy Internazionalism”. N. 62. ottobre 2019), “Le illusioni della classe dominante e le realtà dell’imperialismo russo (I)” (“Proletarskiy Internazionalism”. N. 82. Giugno 2021), “Rivoluzioni colorate e democrazia sovrana” (“Proletarskiy Internazionalism”. N. 104. Maggio 2023), “Ritardo storico della ristrutturazione” (“Proletarskiy Internazionalism”. N. 122. Novembre 2024).</p>
<p>[</p>
<p>←4</p>
<p>]</p>
<p> - “Komsa”. 1998. Giugno. № 1. P. 1.</p>
<p>[</p>
<p>←5</p>
<p>]</p>
<p> - Ibidem.</p>
<p>[</p>
<p>←6</p>
<p>]</p>
<p> - Tre percorsi per il “Movimento”. URL: https://www.oocities.org/marxparty/lpp/lp6/tusovka.htm.</p>
<p>[</p>
<p>←7</p>
<p>]</p>
<p> - Salnikov, S. “Una visita alla fabbrica” // Agenzia di informazione socio-politica. Bollettino n. 1(49). 2000. Febbraio. URL: http://libelli.ru/works/aspi-49.htm.</p>
<p>[</p>
<p>←8</p>
<p>]</p>
<p> - Salnikov, S. La classe operaia di Kirov: ultime tendenze e prospettive della lotta // Agenzia di informazione socio-politica. Bollettino n. 1(49). 2000. Febbraio. URL: http://libelli.ru/works/aspi-49.htm.</p>
<p>[</p>
<p>←9</p>
<p>]</p>
<p> - Minin, S. La “Zubatovščina” alla maggio // https://left.ru. 2000. Settembre.</p>
<p>[</p>
<p>←10</p>
<p>]</p>
<p> - Alla fine del 2005</p>
<p>[</p>
<p>←11</p>
<p>]</p>
<p> - Cfr. i numeri della rivista  “Delo rabočich” 1 (novembre 2000), 1(2) (gennaio 2001), 3(4) (aprile 2001), 4(5) (aprile 2001).</p>
<p>[</p>
<p>←12</p>
<p>]</p>
<p> - Così, durante una delle sedute della Duma regionale di Kirov, il presidente della Duma si è rivolto al deputato S. Salnikov dicendo: <emphasis>«Smettete di fare propaganda politica all’interno della Duma regionale, qui non c’è posto per questo!»</emphasis> (<emphasis>cfr.</emphasis>: Il fantasma della rivoluzione mondiale ha visitato le autorità di Kirov // pubblicato sotto forma di volantino, settembre 2000).</p>
<p>[</p>
<p>←13</p>
<p>]</p>
<p> - Analisi di classe della società e prospettive per superare il multipartitismo comunista in Russia // “Komsa”. 1998. Agosto. N. 3 (3). P. 6.</p>
<p>[</p>
<p>←14</p>
<p>]</p>
<p> - Al diavolo l’esercito… // “Komsa”. Marzo 1999. N. 1 (4). P. 3.</p>
<p>[</p>
<p>←15</p>
<p>]</p>
<p> - Lo specchio per l’eroe // “Komsa”. 1999. Marzo. № 1 (4). P. 3.</p>
<p>[</p>
<p>←16</p>
<p>]</p>
<p> - Sul movimento operaio e sul giornale operaio // “Delo rabočich”. 2002. Novembre. № 1. P. 1.</p>
<p>[</p>
<p>←17</p>
<p>]</p>
<p> - Partito Comunista Unito di Russia. Nome del partito dato convenzionalmente.</p>
<p>[</p>
<p>←18</p>
<p>]</p>
<p> - Analisi di classe della società e prospettive di superamento del pluripartitismo comunista in Russia // “Komsa”. 1998. Agosto. № 3 (3). P. 6.</p>
<p>[</p>
<p>←19</p>
<p>]</p>
<p> - Ibidem.</p>
<p>[</p>
<p>←20</p>
<p>]</p>
<p> - La regione di Kirov, il cui 60 % dell’industria all'epoca era costituito da imprese della difesa.</p>
<p>[</p>
<p>←21</p>
<p>]</p>
<p> - Negli anni novanta.</p>
<p>[</p>
<p>←22</p>
<p>]</p>
<p> - Dopo la conversione dell’industria bellica nella seconda metà degli anni ‘80.</p>
<p>[</p>
<p>←23</p>
<p>]</p>
<p> - Salnikov S., Počemu v Kirove ne bastujut. Mysli vsluch // https://left.ru/2000/4/PochemuKirov.htm.</p>
<p>[</p>
<p>←24</p>
<p>]</p>
<p> - Marx, K. Dibattiti sulla legge contro i furti di legna / K. Marx // Marxists Internet Archive. – URL: https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1842/furti.htm</p>
<p>[</p>
<p>←25</p>
<p>]</p>
<p> - Struttura del debito nel primo trimestre del 2024 (secondo il Global Debt Monitor – rapporto periodico dell’Institute of International Finance):</p>
<p><strong>Mercati “sviluppati”</strong> (USA, Giappone, paesi europei): ~$209,7 trilioni (circa 2/3 del debito totale). Qui il debito cresce prevalentemente a causa dell’indebitamento pubblico.</p>
<p><strong>Mercati “emergenti”</strong> (i principali driver di crescita sono Cina, India e Messico): ~$105,4 trilioni. Nell’ultimo decennio il debito è cresciuto di oltre due volte (aumentando di 55 trilioni di dollari).</p>
<p>Per settori economici:</p>
<p><strong>Società non finanziarie</strong> (business reale): ~$94,1 trilioni. Il segmento più indebitato, specialmente nei paesi “emergenti”.</p>
<p><strong>Governi </strong>(debito pubblico): ~$91,4 trilioni. Questo settore è cresciuto più velocemente negli ultimi anni a causa del finanziamento dei programmi di sostegno durante la pandemia e dell’aumento delle spese per la difesa.</p>
<p><strong>Settore finanziario </strong>(banche, fondi): ~$70,4 trilioni.</p>
<p><strong>Economia domestica </strong>(mutui, carte di credito, prestiti studenteschi): ~$59,1 trilioni.</p>
<p>L’economia mondiale si è trovata in un corridoio stretto. La politica monetaria restrittiva e gli alti tassi di interesse (nel tentativo di sconfiggere l’inflazione) rendono il servizio di questi 315 trilioni matematicamente impossibile nel lungo periodo; pertanto, gli economisti concordano sul fatto che il deprezzamento inflattivo delle valute fiat rimarrà uno strumento occulto di gestione di questa bolla.</p>
<p>[</p>
<p>←26</p>
<p>]</p>
<p> - <emphasis>Cfr.</emphasis> Appendice 1.</p>
<p>[</p>
<p>←27</p>
<p>]</p>
<p> - La stagflazione (da “stagnazione” + “inflazione”): è una condizione economica in cui si verificano contemporaneamente tre processi distruttivi: declino della produzione o crescita economica nulla (stagnazione), crescita continua dei prezzi (inflazione), aumento della disoccupazione e calo dei redditi reali della popolazione.</p>
<p>Per la scienza economica borghese (in particolare il keynesismo), la stagflazione è stata a lungo considerata un paradosso. La logica classica ipotizzava che i prezzi crescessero solo in caso di “surriscaldamento” dell’economia (quando le persone hanno molto denaro e acquistano attivamente), mentre durante una crisi e un calo della produzione i prezzi dovrebbero scendere (deflazione). La stagflazione rompe questo meccanismo e spinge la regolamentazione statale in un vicolo cieco: i tentativi delle banche centrali di soffocare l’inflazione con alti tassi di interesse finiscono per dare il colpo di grazia all’industria, mentre i tentativi di salvare le fabbriche con prestiti a basso costo portano all’iperinflazione.</p>
<p>[</p>
<p>←28</p>
<p>]</p>
<p> - La guerra tra USA e Israele contro l’Iran e la situazione a essa legata attorno allo Stretto di Hormuz potrebbe alterare radicalmente questo scenario.</p>
<p>[</p>
<p>←29</p>
<p>]</p>
<p> - Marx K. Il Capitale. Libro III. Sezione III. Capitolo 15. III // Criticamente. URL: https://www.criticamente.com/frameset_800.htm</p>
<p>[</p>
<p>←30</p>
<p>]</p>
<p> - Ibidem. Capitolo 27.</p>
<p>[</p>
<p>←31</p>
<p>]</p>
<p> - <emphasis>Cfr.</emphasis> Appendice 2.</p>
<p>[</p>
<p>←32</p>
<p>]</p>
<p> - Marx, K. Grundrisse (Il Capitale) / K. Marx // Criticamente. – URL: https://www.criticamente.com/marxismo/grundrisse/Marx_Karl_-Grundrisse_3c-_Il_Capitale.pdf</p>
<p>[</p>
<p>←33</p>
<p>]</p>
<p> - <emphasis>Cfr.</emphasis> Appendice 3.</p>
<p>[</p>
<p>←34</p>
<p>]</p>
<p> - Lenin, V. I. Opere complete. Vol. 2 / V. I. Lenin. – Roma: Editori Riuniti, 1954. – P. 13.</p>
<p>[</p>
<p>←35</p>
<p>]</p>
<p> - Marx K. Il Capitale. Libro I. Capitolo 23 // Criticamente. URL: https://www.criticamente.com/marxismo/capitale/capitale_1/Marx_Karl_-Il_Capitale-Libro_I-_23.htm</p>
<p>[</p>
<p>←36</p>
<p>]</p>
<p> - Negli anni ‘70 e ‘80, Glyn fu un attivista del Comitato trotskista per l’Internazionale operaia, nonchè consigliere dell’Unione nazionale dei minatori (Regno Unito) e dell’Organizzazione internazionale del lavoro.</p>
<p>[</p>
<p>←37</p>
<p>]</p>
<p> - Marx K. Lavoro salariato e capitale // Marxists Internet Archive. URL: https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1847/lavcap.htm</p>
<p>[</p>
<p>←38</p>
<p>]</p>
<p> - Dedrick J., Kraemer K. L., Linden G. The distribution of value in the mobile phone supply chain // ​Telecommunications Policy, 2011, vol. 35, issue 6, PP. 505–521.</p>
<p>[</p>
<p>←39</p>
<p>]</p>
<p> - Marx K. Il Capitale. Libro I. Capitolo 13 // Criticamente. URL: https://www.criticamente.com/marxismo/capitale/capitale_1/Marx_Karl_-Il_Capitale-Libro_I-_13.htm</p>
<p>[</p>
<p>←40</p>
<p>]</p>
<p> - Marx K. Il Capitale. Libro I. Capitolo 19 // Criticamente. URL: https://www.criticamente.com/marxismo/capitale/capitale_1/Marx_Karl_-Il_Capitale-Libro_I-_19.htm</p>
<p>[</p>
<p>←41</p>
<p>]</p>
<p> - Il termine è stato utilizzato per la prima volta dalla sociologa americana Arlie Russell Hochschild nel suo libro <emphasis>“The Managed Heart: Commercialization of Human Feeling” </emphasis>(1983).</p>
<p>[</p>
<p>←42</p>
<p>]</p>
<p> - La tesi sull’usurpazione del “diritto alla città” da parte del capitale finanziario è sviluppata da Harvey nel libro <emphasis>“Rebel Cities: From the Right to the City to the Urban Revolution”</emphasis> (2012), basandosi sulle idee esposte nel libro <emphasis>“Le Droit à la ville"</emphasis> (1968) del sociologo e filosofo francese Henri Lefebvre, noto come uno dei pionieri nella critica della vita quotidiana, dello stalinismo, dell'esistenzialismo e dello strutturalismo.</p>
<p>[</p>
<p>←43</p>
<p>]</p>
<p> - I termini “doppio carico” (<emphasis>double burden</emphasis>) e “catene globali della cura” (<emphasis>global care chains</emphasis>) sono stati utilizzati per la prima volta da Arlie Russell Hochschild nell’articolo <emphasis>“Global Care Chains and Emotional Surplus Value”</emphasis> (2000). Il concetto è anche una pietra miliare del femminismo di sinistra contemporaneo (Nancy Fraser, Silvia Federici).</p>
<p>[</p>
<p>←44</p>
<p>]</p>
<p> - Pubblichiamo questo eccellente saggio di Marx di seguito al nostro articolo.</p>
<p>[</p>
<p>←45</p>
<p>]</p>
<p> - Marx K., Engels F. Opere. Milano: Edizioni Lotta Comunista. Vol. 33. P. 443.</p>
<p>[</p>
<p>←46</p>
<p>]</p>
<p> - Il termine “dopaminergico” deriva dal nome dell’ormone e neurotrasmettitore presente nel nostro cervello: la dopamina. In neurobiologia, la dopamina è una sostanza chimica che costituisce una parte fondamentale del “sistema di ricompensa” del cervello. Essa provoca una sensazione di piacere (o di anticipazione del piacere) e motivazione. Il cervello produce dopamina quando otteniamo un risultato immediato e piacevole o una nuova informazione. Nel contesto di questo articolo, questo concetto descrive il modo in cui le moderne aziende digitali sfruttano letteralmente la nostra neurobiologia. Si crea così un “circolo vizioso della dopamina” (dipendenza). Gli algoritmi dei social network (TikTok, Instagram Reels, YouTube Shorts) sono tecnologicamente progettati per stimolare continui microrilasci di dopamina. Scorri il feed – ricevi un’immagine vivace, una battuta divertente o un contenuto scioccante ogni 15 secondi – il cervello si rallegra e ne richiede la ripetizione. Si forma una dipendenza chimica, simile a quella dalle slot machine.</p>
<p>Per ottenere dopamina dalla lettura di un testo complesso, è necessario compiere un serio sforzo di volontà e intellettuale. Il cervello deve sforzarsi. I brevi video danno al cervello una rapida “soddisfazione” senza il minimo sforzo. Naturalmente, il cervello sceglie la via più facile e la capacità di concentrazione si atrofizza fisiologicamente.</p>
<p>Da un punto di vista politico-economico, l’uso di questo termine dimostra che il capitalismo delle piattaforme contemporaneo ha imparato a trarre profitto direttamente dalle reazioni chimiche fondamentali dell’essere umano. Rendendo il lavoratore atomizzato dipendente da una dopamina digitale a basso costo, il sistema non solo gli ruba il tempo libero per mostrargli pubblicità, ma paralizza anche la stessa capacità di riflessione profonda, che è vitale per la formazione della coscienza di classe.</p>
<p>[</p>
<p>←47</p>
<p>]</p>
<p> - Il termine “cultura clip” è stato reso popolare dal futurologo americano Alvin Toffler, utilizzato per descrivere il fenomeno del rafforzamento del ruolo dei media e dei mezzi di comunicazione nella società dell’informazione.</p>
<p>[</p>
<p>←48</p>
<p>]</p>
<p> -Termine tratto dal libro di culto <emphasis>Capitalist Realism: Is There No Alternative?</emphasis> (2009) di Mark Fisher.</p>
<p>[</p>
<p>←49</p>
<p>]</p>
<p> - La parola “soma” è un riferimento diretto al romanzo distopico di Aldous Huxley “Il mondo nuovo” (1932). Nel romanzo, il governo mondiale controlla la società non attraverso la paura o la polizia segreta (come nel “1984” di Orwel), ma attraverso un piacere totale e incessante. Lo Stato distribuisce legalmente e regolarmente un narcotico sintetico ideale chiamato “soma”. Se un cittadino inizia a sentirsi triste, a riflettere sull’ingiustizia del mondo o a provare il minimo disagio, assume una dose di soma immergendosi in uno stato di felicità serena e artificiale. Il motto di quella società è: <emphasis>«Un grammo di soma è meglio di un dramma».</emphasis> Come il narcotico letterario, il contenuto digitale allevia i sintomi dello stress e del vuoto esistenziale, ma non ne risolve la causa reale. Riempie il cervello di rumore informativo, non lasciando risorse fisiologiche per l’approfondimento teorico. L’orrore del sistema di Huxley (e del capitalismo delle piattaforme) è che le classi oppresse consumano volontariamente questo narcotico, generando enormi profitti per le corporation dell’“economia dell’attenzione”. Il “soma digitale” è dunque un tranquillante informativo tecnologicamente calibrato che paralizza la volontà politica della classe operaia, sostituendo la resistenza reale e la solidarietà di classe con un economico escapismo virtuale.</p>
<p>[</p>
<p>←50</p>
<p>]</p>
<p> - È stato eletto deputato al Parlamento greco nelle elezioni generali del gennaio 2015 con il partito SYRIZA, ma in seguito alla scissione all’interno del partito è passato a “Unità Popolare” nell’agosto 2015. Alle elezioni del Parlamento europeo del 2024 si candida con il partito di Yanis Varoufakis ΜέΡΑ25.</p>
<p>[</p>
<p>←51</p>
<p>]</p>
<p> - David Graeber. “Debito. I primi 5000 anni”. Edizione “il Saggiatore”, 2012. P. 9-10.</p>
<p>[</p>
<p>←52</p>
<p>]</p>
<p> - Lenin V. I., Editori Riuniti,  vol. 2, pag. 12-13.</p>
<p>[</p>
<p>←53</p>
<p>]</p>
<p> - Marx K. Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte. Capitolo VII [Электронный ресурс] // Marxists Internet Archive. URL: https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1852/brumaio/cap7.htm</p>
<p>[</p>
<p>←54</p>
<p>]</p>
<p> - <emphasis>Cfr.</emphasis> “Teorie sul plusvalore (“CAPITALE” IV vol.)”, scrito dal gennaio del 1862 al luglio 1863 (Marx Engels Opere. ed. LC. Vol 33, p. 443-444).</p>
<p>[</p>
<p>←55</p>
<p>]</p>
<p> - Facciamo riferimento a questo articolo esclusivamente perché costituisce uno dei primissimi e più riusciti pronunciamenti compiuti, elaborato da corrette posizioni marxiste, in merito al problema della “macchina pensante”. Nell’ambito di questo articolo, non è opportuno soffermarsi su ciascuno degli autori del saggio “Macchina e uomo, cibernetica e filosofia”. Allo stesso modo, non riteniamo necessario procedere qui e ora a un’analisi dettagliata della figura di E. V. Il’enkov (1924–1979), il più noto tra loro e, con ogni probabilità, colui che ha fornito il principale contributo teorico alla stesura dell’opera da noi citata. Tuttavia, non possiamo esimerci dal fornire una breve valutazione di questa personalità assai controversa e contraddittoria. Per i marxisti contemporanei, i suoi lavori conservano un valore parziale nell’ambito della metodologia (la difesa della dialettica contro il positivismo, l’analisi della logica del “Capitale”) e della storia della filosofia. Ma nelle sue opere egli è incorso ripetutamente in una revisione del marxismo in senso hegeliano (nella sua specifica interpretazione dell’ideale e in altre importanti questioni filosofiche), dimostrando inoltre un’erronea comprensione di alcune categorie chiave dell’economia politica. Questo stesso limite idealistico si è manifestato nelle sue posizioni politiche: condividendo appieno il dogma stalinista sull’esistenza del socialismo in URSS – negando cioè il carattere capitalistico dell’economia di quello Stato – Il’enkov riduceva la questione esclusivamente al problema filosofico dell’alienazione e all’arretratezza culturale delle masse (la contraddizione tra socializzazione formale e reale), eludendo l’analisi di classe della società “sovietica”. Ciò non ci permette di definirlo un vero marxista, condizione che è impossibile raggiungere senza dedicarsi alla prassi rivoluzionaria, senza partecipare alla lotta di classe del proletariato contro la borghesia, in primo luogo contro la “propria”. Egli non ha lottato contro quello Stato borghese, ma lo ha sostenuto – seppur talvolta criticandolo – rimanendo sempre un esemplare “socialista della cattedra”, fautore di una sua riforma, miglioramento e umanizzazione. In questo modo, egli è stato un complice del nostro nemico di classe (e non solo sul fronte teorico). Se non fosse per quest’ultimo aspetto, estremamente rilevante, la presente nota sarebbe stata superflua.</p>
<p>[</p>
<p>←56</p>
<p>]</p>
<p> - cit. sul testo in russo: Il’enkov E., Arsen’ev A., Davydov V., “Macchina e uomo, cibernetica e filosofia”, in “La teoria leninista del rispecchiamento e la scienza moderna”, Mosca, 1966, p. 263.</p>
<p>[</p>
<p>←57</p>
<p>]</p>
<p> - cit. sul testo in russo: Il’enkov E., “Il problema dell'ideale”, in “Questioni di filosofia”, n. 6, 1979, p. 135.</p>
<p>[</p>
<p>←58</p>
<p>]</p>
<p> - Marx K., “Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica” (Grundrisse 1857-1858), trad. it. Einaudi/Nuova Italia. p. 487, (Riferimento al capitolo sulle macchine).</p>
<p>[</p>
<p>←59</p>
<p>]</p>
<p> - cit. sul testo in russo: Il’enkov E., et al., op. cit., p. 276.</p>
<p>[</p>
<p>←60</p>
<p>]</p>
<p> - Ibidem, p. 269.</p>
<p>[</p>
<p>←61</p>
<p>]</p>
<p> - Дуне (Иванов) Э. Демократический централизм // Архив Троцкого. Под ред. Ю. Г. Фельштинского. Харьков: Око, 2001. Т. II. С. 391.</p>
<p>[</p>
<p>←62</p>
<p>]</p>
<p> - Ibid.</p>
<p>[</p>
<p>←63</p>
<p>]</p>
<p> - Ibid. P. 392.</p>
<p>[</p>
<p>←64</p>
<p>]</p>
<p> - Ibid. P. 392-393.</p>
<p>[</p>
<p>←65</p>
<p>]</p>
<p> - Ibid. P. 392.</p>
<p>[</p>
<p>←66</p>
<p>]</p>
<p> - Felštinski, Ju., Černjavski, G. Lev Trockij. Libro 3. L’oppositore. 1923–1929. Mosca, 2013. Pag. 191.</p>
<p>[</p>
<p>←67</p>
<p>]</p>
<p> - Jaroslavskij J. I morti camminano veloci // Dietro l’ultima riga. M; L., 1930. P. 159.</p>
<p>[</p>
<p>←68</p>
<p>]</p>
<p> - Deutscher I. Trockij in esilio. Mosca, 1991. P. 14.</p>
<p>[</p>
<p>←69</p>
<p>]</p>
<p> - Lettera di Rakovskij sulle cause della rinascita del partito e dell’apparato statale // “Rivoluzione tradita” oggi. М., 1992. P. 55.</p>
<p>[</p>
<p>←70</p>
<p>]</p>
<p> - Per un’analisi più estesa della Frazione, vedi gli articoli di Fabio Damen su <emphasis>Prometeo</emphasis>:</p>
<p><a l:href="https://www.leftcom.org/it/articles/1979-06-01/frazione-partito-nell’esperienza-della-sinistra-italiana">https://www.leftcom.org/it/articles/1979-06-01/frazione-partito-nell%E2%80%99esperienza-della-sinistra-italiana</a></p>
<p><a l:href="https://www.leftcom.org/it/articles/1979-12-01/il-ruolo-della-russia-nella-seconda-guerra-mondiale">https://www.leftcom.org/it/articles/1979-12-01/il-ruolo-della-russia-nella-seconda-guerra-mondiale</a></p>
<p><a l:href="https://www.leftcom.org/it/articles/1980-12-01/frazione-partito-nel-corso-della-ii-guerra-mondiale">https://www.leftcom.org/it/articles/1980-12-01/frazione-partito-nel-corso-della-ii-guerra-mondiale</a></p>
<p>[</p>
<p>←71</p>
<p>]</p>
<p> - <emphasis>«Al gioco borghese si presentarono (occorre dirlo?) perfino... i terribili campioni del... rivoluzionarismo più “intransigente”: gli anarchici. Il carattere non storicistico ma volgarmente volontaristico della loro dottrina, la particolare “forma mentis” passionale, confusa, spesso illogica, la superficialità delle loro analisi , portarono </emphasis>[gli anarchici]<emphasis> nelle file del C.L.N. fianco a fianco</emphasis> […] <emphasis>con preti, mazziniani e borghesi.</emphasis> [gli anarchici] <emphasis>non furono minimamente sfiorat</emphasis>[i] <emphasis>dal dubbio che la guerra che essi combattevano rientrasse nel novero delle contese imperialistiche: aderendo al C.L.N. i “più radicali negatori di ogni forma di governo” non sospettarono minimamente di dare il loro appoggio a nuovi organismi dello stato borghese che essi “abbattono definitivamente”... in teoria, e consolidano in pratica con tutti i mezzi</emphasis> […] <emphasis>Una triste nemesi storica ha voluto che il primo e ultimo atto della tragedia bellica (Spagna e Italia) vedessero gli anarchici scendere a patti (ministri, liberatori, C.L.N.) con il capitalismo, contribuendo a rendere veramente totalitaria la sconfitta della classe operaia»</emphasis>, <emphasis>Il proletariato e la seconda guerra mondiale</emphasis>, articoli tratti da <emphasis>Battaglia comunista</emphasis> del novembre 1947 – febbraio 1948.</p>
<p>[</p>
<p>←72</p>
<p>]</p>
<p> - Schema di programma del Partito Comunista Internazionalista, 1944.</p>
<p>[</p>
<p>←73</p>
<p>]</p>
<p> - Dalla relazione presentata dal C. E. in vista del Congresso Nazionale del Partito, dicembre 1947, su <emphasis>Quaderni internazionalisti</emphasis>, cit., p. 67:</p>
<p><emphasis>«Il partito non si fece né alimentò illusioni in questo senso</emphasis> [l’apertura di una fase rivoluzionaria], <emphasis>previde alla fine del conflitto l’aprirsi di una situazione storica apertamente reazionaria, e si preparò a dire in essa la sua dura e coraggiosa parola così come aveva saputo dirla contro tutto e contro tutti in piena guerra mondiale».</emphasis></p>
<p>E Aldo Lecci, nel congresso del 1948, così si esprimeva: <emphasis>«Però egli</emphasis> [Vercesi] <emphasis>ha affermato di essersi sbagliato nel ‘45 a Torino quando credeva in una ripresa del corso rivoluzionario, mentre oggi gli consta che in tutto il mondo la classe proletaria è alleata del capitalismo e che tutto ciò che noi facciamo può solo tornare a vantaggio dell’uno o dell’altro blocco imperialista</emphasis> […]. <emphasis>Nel comizio di oggi del compagno Vercesi si nasconde il tentativo di ridurre il partito al club dei superuomini, dei pretesi scienziati del marxismo, che si sentono superiori e disdegnano di mettersi a contatto della realtà nella quale vivono le masse</emphasis> […]. <emphasis>Questi elementi che cercano di nascondere il loro pessimismo dietro il nostro preteso ottimismo vengono, politicamente inattivi, a gettare frasi grandiloquenti in mezzo a noi senza apportare alcun contributo positivo alle posizioni da noi difese e propugnate, senza confutazioni teoriche e politiche dei nostri “errori” e deviazioni. I compagni coi quali abbiamo lavorato sanno che non ci siamo mai illusi né abbiamo mai illuso alcuno con posizioni e prospettive determinate. Siamo sempre stati duri e precisi, abbiamo sempre ripetuto ai compagni: “reclutate con prudenza, radiate ogni volta che incontrate incomprensione politica; forse dovremo ridurci ancora; la situazione non permette uno sviluppo del partito di classe; si tratta di formare i quadri, l'ossatura del partito”». </emphasis>(Resoconti: convegno di Torino 1945, congresso di Firenze 1948, p. 16).</p>
<p>[</p>
<p>←74</p>
<p>]</p>
<p> - Per una ricostruzione dettagliata della scissione del 1952, vedi:</p>
<p><a l:href="https://www.leftcom.org/it/articles/2021-01-05/st07-la-scissione-internazionalista-del-1952">https://www.leftcom.org/it/articles/2021-01-05/st07-la-scissione-internazionalista-del-1952</a></p>
<p>[</p>
<p>←75</p>
<p>]</p>
<p> - Marx K. Critica del Programma di Gotha // Marxists Internet Archive. URL: https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1875/gotha/cpg-cp.htm</p>
<p>[</p>
<p>←76</p>
<p>]</p>
<p> - Lenin V. I. Opere complete. Roma: Editori Riuniti. Vol. 5. P. 341.</p>
<p>[</p>
<p>←77</p>
<p>]</p>
<p> - Lenin V. I. Opere complete. Roma: Editori Riuniti. Vol. 5. P. 353–354.</p>
<p>[</p>
<p>←78</p>
<p>]</p>
<p> Trockij L. La rivoluzione tradita. 1ª ed. Milano: Mondadori, 1990. P. 47–48.</p>
<p>[</p>
<p>←79</p>
<p>]</p>
<p> - Marx K. Tesi su Feuerbach. Tesi XI // Marxists Internet Archive. URL: https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1845/2/tesi-f.htm</p>
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